BUSCEMI MARCELLO : « GUAI A ME SE NON PREDICASSI IL VANGELO » (1COR 9,16)

CONFERENZA TENUTA DA PADRE BUSCEMI AI FRATI DELLA CUSTODIA DI TERRA SANTA -

questo studio me lo ha mandato Padre Prof. Alfio Marcello Buscemi ieri 25 gennaio 2009, via mail dallo SBF di Gerusalemme, la numerazione delle parti l’ho aggiunta io per una lettura più agevole, molti ringraziamenti a Padre Buscemi

“Guai a me se non predicassi il Vangelo” (1Cor 9,16)

1. Paolo, missionario di Dio e di Cristo

La forte espressione di 1Cor 9,16: “Guai a me se non predicassi il Vangelo” ha ricevuto molteplici interpretazioni, ma tutte rivolte a spiegare l’affermazione che per Paolo predicare il Vangelo “non è un vanto, ma un destino”; la CEI ha tradotto un “dovere”. In ogni caso, il termine greco anánkç indica qualcosa di ineluttabile, contro il quale è inutile opporsi. At 26,14 l’ha tradotto con un’immagine: “Duro è per te ricalcitrare contro il pungolo”. È inutile voler dare spiegazioni deterministiche o psicologiche o anche teologico-profetiche. A me sembra che la letteratura paolina fornisca elementi più probanti per comprendere questo “dovere ineluttabile” che spinge Paolo ad essere “missionario del Vangelo”. Tutto parte da una convinzione di fede: Dio mi ha costituito “ministro della nuova alleanza” (2Cor 3,6) e da un grande amore: “L’amore di Cristo ci spinge al pensiero che uno è morto per tutti, … perché tutti quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro” (2Cor 5,14-15). Non è solo questione psicologica, ma questione teologico-esistenziale. Tutto parte da un’esperienza di amore, di elezione, di chiamata per nome: “Saulo, Saulo!”; “Chi sei, Signore?”. Da allora, Paolo ha considerato “tutto una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo …. Così, mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo”. Ecco il “dovere ineluttabile” di Paolo: un’amore senza limiti per colui che per amore l’ha scelto e lo ha reso “apostolo, missionario del Vangelo”. Egli vuol conoscerlo, condividerne i sentimenti, avere il cuore occupato da lui e dal suo progetto di salvezza, in una parola dal Vangelo. Tutto nasce da un’irruzione subitanea, da un’evento che in Damasco ha trasformato la vita di Paolo: da persecutore è divenuto un apostolo innamorato di Cristo.

1.1. Paolo, apostolo di Dio

Non è il caso, in questa sede, di risolvere il problema se “l’evento di Damasco” sia una “conversione” o una “chiamata”. Di sicuro, la terminologia della conversione: “metanoia” o “ritorno al Signore” non appare né in Gal 1,16 né nei tre racconti degli Atti degli Apostoli. D’altra parte, non mi sembra che nel caso di Paolo, “zelante di Dio”, si tratti di un passaggio dal male al bene; inoltre, essendo “un ebreo”, non si tratta di passare dagli idoli al Dio vero ed unico; anzi, essendo “zelante delle tradizioni dei Padri”, nell’evento di Damasco egli ha riconosciuto nel Cristo Gesù quel Messia atteso dai suoi Padri e quella Torà vivente, inscritta nel cuore, di cui parlano Geremia, Ezechiele e i libri sapienziali. In ogni caso, l’accento non cade sulla “conversione”, ma sulla “vocazione di Paolo”. La “missione di Paolo alle genti” è il punto decisivo verso cui tendono tutti i racconti di questa esperienza esaltante.
Paolo è “l’apostolo di Dio e di Cristo”. Quest’affermazione può sembrare strana, specialmente perché contiene una duplice specificazione: “di Dio e di Cristo”. Ma mettetevi nei panni dell’«ebreo Paolo» che deve annunciare il Vangelo agli ebrei e ai pagani, per i quali un profeta o un predicatore religioso è veramente tale se è “inviato da Dio”, e che nello stesso tempo deve farsi accreditare dai membri della Chiesa, per i quali “apostolo” è uno “chiamato da Cristo” e che ha avuto comunione con lui (cfr la regola petrina di At 1,21-22 riguardante la successione apostolica di S. Mattia). Paolo, in Gal 1,1, in un testo fortemente polemico, ha risolto brillantemente il problema scrivendo: “Paolo, apostolo non da parte di uomini, né per mezzo di uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti”. Paolo accomuna sotto un’unica preposizione la menzione di Gesù Cristo e di Dio Padre. Ciò significa che per Paolo, Gesù Cristo e Dio Padre stanno, almeno riguardo al suo apostolato, sullo stesso piano. Inoltre, dato che insiste sul fatto che il suo apostolato non è umano, sembra che nel riferirsi a Gesù Cristo Paolo pensi a lui nella sua qualità di Figlio di Dio. Ciò non significa, però, che Paolo faccia confusione tra “sorgente originaria” e “mediazione designante”, ma dal punto di vista da cui egli considera il fatto è indifferente precisare: Dio e Gesù Cristo sono autori e designanti del suo apostolato, anche se sul piano dell’attuazione ci può essere differenza. Egli è apostolo per mandato diretto di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti (cfr anche Rom 15,15-16). Egli è per volontà di Dio testimone del risorto.

1.1.1. Apostolo per vocazione

Paolo lo afferma tra le righe in Rom 1,1: “Paolo, servo di Cristo, chiamato apostolo”, ma in maniera aperta sia in 1Cor 1,1 e 2Cor 1,1: “Paolo, chiamato apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio” sia in Gal 1,16: “Poi, quando colui che mi scelse dal seno di mia madre e mi chiamò per mezzo della sua grazia si compiacque di rivelare in me il suo Figlio affinché lo annunzi tra le genti”. In base a questi testi, il complemento di specificazione «di Dio» è un genitivo soggettivo: Colui che ha chiamato Paolo come apostolo è Dio. Notate una differenza significativa tra i due prescritti delle due lettere ai Corinti e quello ai Romani: in quest’ultima Paolo, come già in Fil 1,1, si proclama “servo di Cristo”, un titolo di onore che esprime un rapporto particolare tra Paolo e il suo Signore, tanto che Agamben, un filosofo ebreo italiano di stampo messianico, propone di tradurre: “Paolo, chiamato come schiavo di Gesù messia, separato come apostolo per l’annuncio di Dio”. Ma non c’è bisogno di fare tali spostamenti. In Rom 1,1a il titolo “servo di Cristo” è certamente messo in rapporto con la chiamata di Paolo ad apostolo e il suo essere separato per il vangelo, esprimendo così la completa appartenenza di Paolo a Cristo in vista di una missione. Si comprende così anche come in At 26,2-23 la vocazione di Paolo ad “apostolo delle genti” possa essere descritta sulla falsa riga di quella del “Servo sofferente di Jahwé”. Paolo appartiene totalmente a Cristo, è consacrato a Cristo, e tale consacrazione lo obbliga ad annunciare il messaggio affidatogli dal suo Signore, particolarmente ai credenti provenienti dalla gentilità.
Egli è “chiamato apostolo”. L’espressione greca klçtós apóstolos è stata alquanto tormentata dagli esegeti, ma dal punto di vista sintattico è semplice: è composta da un aggettivo verbale, equivalente al participio perfetto passivo, avente il senso di un passivo teologico: “chiamato da Dio”; a cui è aggiunto il predicativo del soggetto: “chiamato (da Dio) come apostolo”. In altre parole, colui che ha chiamato Paolo è Dio. La sua vocazione ad “apostolo” deriva da Dio, che lo ha designato quale apostolo dei gentili (cfr Gal 2,7-9). E tale vocazione diviene un’esigenza per Paolo che lo priva di ogni altra prospettiva che non sia quella di realizzare il progetto di Dio, lo spinge a proclamare al mondo l’amore profondo e misericordioso di Dio verso l’uomo (Rom 1,16-17). L’apostolo, infatti, non proclama se stesso, ma colui che lo ha inviato (cfr anche 2Cor 5,14-15) a proclamare il vangelo della misericordia di Dio.
“Apostolo”: è il titolo con cui Paolo nelle sue lettere qualifica se stesso (Gal 1,1; 1Cor 1,1; Ef 1,1; Col 1,1; cfr anche 1Tim 1,1; 2Tim 1,1). Ora, il termine “apostolo” è un aggettivo derivato dal verbo composto apostéllo, che rispetto al verbo semplice accentua la consapevolezza dello scopo e del proposito: sottolinea che l’invio è fatto con uno scopo ben determinato e che esiste un rapporto particolare tra colui che invia e colui che è inviato. Ciò è in consonanza con la possibile origine del termine “apostolo” dall’istituto giuridico rabbinico degli Shelûhîn, la cui radice shalah dà rilievo all’aspetto volontario e consapevole dell’azione di colui che invia e del suo scopo e la cui regola principale era: “L’inviato (shalûah) di un uomo è simile a questo medesimo” (Berachot 5,5). Paolo si trova in profonda sintonia con questo detto, quando in 2Cor 5,20 scrive: “Noi fungiamo da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro”. Così, l’apostolo è l’ambasciatore di Dio. In lui è Dio che parla, esorta ed agisce: “Come Dio ci ha trovati degni di affidarci il Vangelo, così lo predichiamo, non cercando di piacere agli uomini, ma a Dio, che prova i nostri cuori” (1Tes 2,4). L’apostolo annuncia “il Vangelo, potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede” (Rom 1,16), continua l’opera di Cristo chiamando tutti gli uomini all’obbedienza della fede, mediante la quale si ottiene la giustificazione, cioè la giustizia santificatrice di Dio (Rom 1,17).

1.1.2. Separato per il vangelo

In altre parole, Paolo è stato designato o, come scrive lui in Rom 1,1, “separato per il Vangelo”. L’esegeta tedesco Schmidt pensa che Paolo si sia espresso così, in relazione al fatto di essere stato un fariseo, vedendo anche in ciò un atto provvidenziale. Questa intuizione, anche se debole, non è del tutto da rigettare: tutta la vita di un uomo è guidata dalla vigile provvidenza divina e nel caso di Paolo è sottolineato dal fatto di essere stato “messo da parte fin dal seno di sua madre”(cfr Gal 1,15 dove si rifà a Is 49,1 e Ger 1,5). Di più: nonostante il suo “fanatismo farisaico”, Dio ha scritto diritto anche su righe storte; inoltre, Paolo è stato “separato” per il Vangelo (Rom 1,1), cioè designato, scelto per un servizio totale ed esclusivo al vangelo. È una sottolineatura che accentua il dato dell’elezione e pone Paolo in rapporto con alcune “elezioni speciali” da parte di Dio: quella di Sansone a giudice (Gdc 16,17), del Servo di Jahwé (Is 49,1) e di Geremia (Ger 1,5). Ed è proprio a queste due ultime “chiamate” che Paolo, in Gal 1,15, in Rom 1,1c e in At 26,15-18, si richiama per descrivere la sua “vocazione” ad apostolo delle genti. Per essi è stato scelto “per annunciare il vangelo di Dio”, cioè “il vangelo che Dio ha affidato a Paolo e agli apostoli” (cfr Gal 2,7-9). Questo “Vangelo” è “potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede”, in quanto in esso sperimentiamo l’amore misericordioso di Dio (Rom 11,32) e la sua giustizia che ci dona salvezza e santificazione (1,16-17). D’altra parte, questo stesso “Vangelo” coincide con “il Vangelo di Cristo” (Rom 1,19), in quanto annuncia il Cristo (16,25), il Figlio di Dio (1,3.9), nel quale la salvezza diviene una realtà per noi. Di questo Vangelo Paolo è divenuto ministro per fortificare chiunque crede in esso; di esso non solo non si vergogna, ma afferma con il coraggio del testimone questo è “il mio vangelo” (Rom 2,16; 16,25), preannunciato dai profeti nelle Scritture sante (Rom1,2; 10,16) e che richiede obbedienza e ascolto di fede (Rom 10,16). In tal senso, Paolo non isola il “suo vangelo”, ma lo vede in continuità con quello di tutta la Scrittura santa. I profeti hanno predetto la salvezza, Paolo annuncia l’adempimento di tale salvezza nel Cristo Gesù, “potenza di Dio” (1Cor 1,24), “propiziatorio per la nostra giustificazione” (Rom 3,25), nostra “sapienza, giustizia, santificazione e redenzione” (1Cor 1,30).

1.1.3 Apostolo per i gentili

Sia in Gal 2,7-9 che in Rom 1,5 Paolo afferma di aver “ricevuto mediante Cristo la grazia dell’apostolato in favore dei gentili”. L’azione è sempre di Dio: “Colui che ha agito in Pietro per l’apostolato tra i circoncisi ha agito anche in me per l’apostolato tra gli incirconcisi” (Gal 2,7), ma tale “grazia dell’apostolato” (Rom 1,5) gli è stata concessa (Gal 2,8) “mediante Cristo” (Rom 1,5). Così, la causa agente originante dell’apostolato di Paolo rimane sempre Dio, la causa agente ministeriale dello stesso apostolato è Cristo. Entrambi lo hanno inviato “per ottenere l’obbedienza della fede tra tutti gentili”. Il termine hupakoç, un termine astratto di azione, indica “l’ascoltare sottomettendosi”. Pertanto, “obbedire” non è tanto una sottomissione passiva e parziale, ma una sottomissione riflessa e totale della mente e della vita, che ci mette in relazione all’obbedienza di Cristo. I credenti, infatti, sono stati giustificati “mediante l’obbedienza di uno solo” (Rom 5,19), per questo Paolo esige dai gentili (Rom 15,18; 2Cor 7,15; Fm 21) «l’obbedienza», cioè l’ascolto che si sottomette “alla fede” (Rom 1,5; 16,26), “alla giustizia” (Rom 6,16), “a Cristo” (2Cor 10,5). Egli annuncia Cristo “tra tutti i gentili e in favore di tutti i gentili”, meglio, data la posizione predicativa dell’articolo, “di tutti e singoli i gentili di qualsiasi luogo e tempo”. Così, la missione di Paolo è universale come è universale il Vangelo di Cristo.

1.2. Paolo, apostolo di Cristo

Di più: il Vangelo è Cristo. Paolo lo afferma chiaramente in 1Cor 2,1-2: “Fratelli, quando sono venuto tra voi, non mi sono presentato ad annunziarvi la testimonianza di Dio con sublimità di parola o di sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso”. Allo stesso modo in Gal 3,1: “O stolti Gàlati, chi mai vi ha ammaliati, proprio voi agli occhi dei quali fu rappresentato al vivo Gesù Cristo crocifisso?”. Il contenuto essenziale ed esistenziale del Vangelo di Paolo è la “rivelazione di Cristo”. Infatti, egli stato “scelto per annunziare il Vangelo di Dio … riguardo al Figlio suo, nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, il Figlio di Dio costituito con potenza secondo lo Spirito” (Rom 1,4). Paolo, quindi, è apostolo di Cristo per “la rivelazione di Gesù Cristo”.

1.2.1.Per rivelazione di Gesù Cristo

In Gal 1,11-12, Paolo afferma che la sua predicazione non è “secondo l’uomo”, cioè non ha origine da un uomo né è “secondo la mentalità umana”, perché egli non l’ha ricevuta da un uomo né è stato istruito in esso da un uomo. L’origine del suo apostolato e del Vangelo che predica è totalmente divina: a lui il Vangelo è stato manifestato “mediante una rivelazione di Gesù Cristo”. In base a Gal 1,1, il genitivo è un genitivo soggettivo: Paolo è divenuto apostolo perché Cristo gli ha rivelato il Vangelo, egli è l’autore della rivelazione, che ha manifestato a Paolo il Vangelo e lo ha reso suo apostolo. Se, però, il genitivo “di Cristo” si interpreta in base a Gal 1,16, il genitivo è oggettivo e il senso diviene: Dio ha costituito Paolo apostolo rivelandogli il suo Figlio, per annunciarlo ai pagani. In questo senso, Gesù Cristo è il contenuto stesso del Vangelo e Paolo è l’apostolo che per volontà di Dio annuncia a tutti i gentili Gesù Cristo, crocifisso, morto e risorto per noi. Non bisogna distinguere troppo tra le due interpretazioni, dato che entrambi sono sostenute dal contesto. D’altra parte, si può affermare benissimo che Cristo è autore e contenuto del Vangelo, quindi rivelatore e contenuto della rivelazione; anzi, il Vangelo è Cristo, che sulla via di Damasco ha conquistato Paolo (Fil 3,4) e l’ha costituito apostolo del Vangelo tra i Gentili. Così, tale “rivelazione” è anticipazione dell’evento escatologico-salvifico di Cristo in favore dell’ufficio apostolico di Paolo. Egli, mediante questa rivelazione, è divenuto l’apostolo innamorato di Cristo, centro e senso della sua vita di apostolo. In quella “rivelazione”, Paolo conobbe Gesù, fu afferrato dal suo amore, nacque un legame che non era basato “sulla carne e sul sangue” (Gal 1,16), ma sulla potenza dello Spirito che gli permise di conoscere in profondità il mistero di Gesù.

1.2.2. Nel Cristo Gesù

E l’amore ha fatto “correre” Paolo (Fil 3,14) per il mondo intero ad annunziare che “nel Cristo, morto e risorto per noi” si è manifestato l’amore misericordioso e gratuito di Dio per tutti gli uomini (Rom 11,32); lo “spingeva” (2Cor 5,14) verso orizzonti nuovi di incontro con Cristo senza i condizionamenti della legge o dei privilegi giudaici, ma totalmente aperto all’amore salvifico e giustificante di Dio; per amore “si è lasciato crocifiggere con Cristo”, “portava in sé le stimmate di Gesù”, così da poter dire: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”. Così, non fa meraviglia che la formula “nel Cristo” o “nel Cristo Gesù” ricorra continuamente e che in ogni rigo delle lettere paoline ci sia un riferimento a Cristo.
Ma, più che l’aspetto statistico, è il valore teologico della formula che può far comprendere la ricchezza contenutistica di essa e la sua centralità nel pensiero di Paolo. Per lui tutto è nel Cristo: il mondo visibile ed invisibile (Col 1,15-18), la Chiesa universale (1Tess 1,1), le chiese locali (1Tess 2,14; Gal 1,22), i singoli fedeli (1Cor 1,2; Gal 3,28; Ef 1,1; Col 1,1), la vita (Fil 1,21; Gal 2,20) e il ritmo della nostra vita: nascita, lavoro, impegno esistenziale e di fede, morte. Tutto è “nel Cristo”, perché Dio ha voluto ricapitolare in lui tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra (Ef 1,10). Ma ciò è vero soprattutto di noi, che, avendo creduto, sperato in lui (Ef 1,12-13) e avendo instaurato una comunicazione misteriosa e reale di influssi vitali tra noi e Cristo, formiamo in lui un solo corpo (1Cor 12,12-31), un solo uomo nuovo (Ef 2,15; 4,24; cfr 2Cor 5,17; Gal 6,15): in una parola, siamo “uno nel Cristo Gesù” (Gal 3,28). “Vivere in Cristo” è il centro del pensiero teologico di Paolo, è il dinamismo della vita cristiana, che si sviluppa in un rapporto sempre più intimo con Cristo.

1.2.3.Ricapitolare tutto in Cristo

Ma non si tratta solo di un sentimento intimistico di comunione con Cristo, ma di un progetto da dover realizzare, meglio di un “mistero”, il “mistero di Cristo” (Ef 3,5), da annunciare come “vita per Dio”. Per Cristo Paolo, il missionario itinerante di Dio e di Cristo, corre per il mondo intero, si affatica e soffre innumerevoli sofferenze “purché Cristo sia annunciato” (Fil 1,18) e la grazia misericordiosa e giustificante di Dio si diffonda ovunque, “secondo quel Vangelo che egli annunzia … per ordine dell’eterno Dio, a tutte le genti perché obbediscano alla fede” (Rom 16,25-26). Così, Paolo è il missionario che annuncia “la sapienza divina, misteriosa, che è rimasta nascosta, ma che Dio ha preordinato prima dei secoli per la nostra gloria” (1Cor 2,7). A lui è stata affidata la missione “di realizzare la sua parola, di far conoscere la gloriosa ricchezza del mistero, cioè Cristo in noi, speranza della gloria. È lui, infatti, che noi annunziamo, ammonendo e istruendo ogni uomo con ogni sapienza, per rendere ciascuno perfetto in Cristo” (Col 1,25-28). Così, Paolo si affatica e lotta con la forza che gli viene dalla sua convinzione di fede, da Cristo e da quella potenza dello Spirito che agisce in lui (1Cor 2,4-5; Col 1,29). Egli predica Cristo, la Parola eterna e vivente di Dio, che ha tolto il velo della nostra ignoranza, ha svelato “nell’amministrazione della pienezza dei tempi” il mistero del thélçma di Dio, il suo progetto eterno e misterioso: quello di “ricapitolare tutto in Cristo” (Ef 1,9-10).
L’iniziativa è del Padre, che nel suo amore ha concepito tale mistero, l’ha stabilito e ha orientato tutto verso la sua manifestazione e rivelazione (cfr Rom 16,25; 1Cor 2,1.7; Col 1,26.27; 2,2; 4,3). Tutto è avvenuto “nell’amministrazione della pienezza dei tempi”. Il termine greco oikonomía indica l’attività divina che guida i “tempi della grazia” fino al raggiungimento della pienezza del tempo (Gal 4,4), quando Dio manifesta all’uomo, per mezzo dei suoi apostoli, la pienezza del suo disegno d’amore nel Cristo. Anzi, nel disegno di Dio, Cristo è la pienezza dei tempi, perché porta a compimento ciò che essi hanno annunciato nel mistero, ed è anche il contenuto stesso del mistero, che quei tempi annunciavano. “Ricapitolare” non significa “riassumere”, ma orientare tutte le cose verso un centro, in modo che esse abbiano sussistenza, coesione e senso. Cristo è questo centro in cui tutte le coordinate dell’universo si incontrano e trovano unità. Dio fa convergere tutti i “tempi della salvezza” verso Cristo, il quale porta a compimento la benedizione ad Abramo in cui si manifesta la salvezza divina per tutte le genti (Gen 12,3; 18,18; 22,18), la benedizione annunciata per mezzo dei profeti in cui è stabilita la nuova alleanza di Dio con il suo popolo (Ez 34; 36; Ger 31,31-33), la liberazione dell’Esodo in cui il popolo di Dio è liberato dalla schiavitù e fatto partecipe dell’intimità con il suo Signore. Tutta la storia della salvezza converge verso Cristo, tutto il cosmo tende verso di lui per trovare in lui la sua unità essenziale, tutti gli esseri del cielo e della terra dipendono da lui che è il capo voluto da Dio per dare al suo popolo unità e salvezza. In lui giudei e gentili sono divenuti figli, partecipi della figliolanza divina e dell’eredità, sono segnati con lo Spirito promesso, che realizza in noi la promessa divina e la redenzione che ci rende proprietà di Dio a lode gloriosa della sua grazia.

2. Paolo: linee teologiche dell’apostolato cristiano

In 1Tes 1,5-7, Paolo ha scritto: “Il nostro vangelo non si è diffuso fra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con potenza e con Spirito Santo e con profonda convinzione … E voi siete diventati imitatori nostri e del Signore, avendo accolto la parola con la gioia dello Spirito Santo anche in mezzo a grande tribolazione, così da diventare modello a tutti i credenti”. Lo stesso elogio viene fatto ai Filippesi: “Ringrazio il mio Dio ogni volta che io mi ricordo di voi, … a motivo della vostra coooperazione alla diffusione del Vangelo dal primo giorno fino al presente” (Fil 1,3.5). È possibile che il concetto di “apostolo” e di “apostolato” in Paolo indichi una funzione particolare all’interno della Chiesa, ma è indubitabile che l’apostolo tendeva a coinvolgere le persone a cui egli annunziava il Vangelo. In altre parole, tendeva a renderli “apostoli”. Così, come abbiamo parlato dell’apostolato di Paolo, in breve dobbiamo vedere alcune linee dell’apostolato in Paolo. Non si tratta di una teoria o di un insegnamento sistematico, ma di un modello trinitario dell’apostolato in funzione antropologica. Ogni cristiano deve annunciare il Vangelo: il “guai a me se non predico il Vangelo” non è valido solo per Paolo, ma per ogni cristiano che nella fede ha accettato il progetto di Dio a favore degli uomini, si è unito a Cristo salvezza dell’uomo e si lascia condurre dallo Spirito nella costruzione dell’uomo nuovo. “Tuttavia, a ciascuno di noi è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo” (Ef 4,7). Non siamo “apostoli” tutti allo stesso modo, ma ciascuno secondo “il proprio carisma” (1Cor 7,7), “secondo la vocazione ricevuta da Dio” (1Cor 7,17).

2.1. L’apostolo, inviato da Dio a favore degli uomini

E ogni carisma viene da Dio: “Vi sono diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito, vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. A ciascuno è data una manifestazione dello Spirito per l’utilità comune” (1Cor 12,4-5). Tutti siamo “apostoli”, perché tutti abbiamo ricevuto una “chiamata” che ci abilita ad annunziare il Vangelo, a testimoniare l’amore di Dio e di Cristo, ad edificare la Chiesa di Dio. “E’ lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4,11-13). Ogni forma di apostolato procede da Dio, ma tutte sono orientate alla salvezza dell’uomo. E il Vangelo è annunzio dell’amore di Dio che nel Cristo chiama tutti ad edificarci nell’amore. “Vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità” (Ef 4,11-16).

2.2. L’apostolo, inviato per offrire Cristo salvezza dell’uomo

L’apostolo cristiano “non si vergogna del Vangelo” (Rom 1,16a), ma annuncia “Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; … ma per chi crede potenza di Dio e sapienza di Dio” (1Cor 1,24). In questa dichiarazione non c’è solo l’eloquenza del retore che vuol fare proselitismo a qualunque costo, ma l’amore di chi nella via di Damasco ha incontrato Cristo, vive per Cristo suo Signore e nell’amore può affermare “non è per me un vanto annunciare il Vangelo, ma un dovere ineluttabile; guai a me se non predicassi il Vangelo” (1Cor 9,16). L’apostolo cristiano deve «vivere in Cristo e per Cristo» e offrire Cristo, “potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede” (Rom 1,16). Bisogna che conosca profondamente “Cristo e la potenza della sua resurrezione e la comunione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte” con la speranza di giungere alla resurrezione dai morti”. La sua testimonianza, in un mondo che rifiuta in ogni modo la Croce di Gesù e ha fatto dell’edonismo la propria ragione di vivere, deve poter dire insieme a Paolo: “Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo a favore del suo corpo che è la Chiesa”. L’apostolo di Cristo non desidera il dolore, non è un masochista, ma un uomo che vive la carità di Cristo: “se un membro soffre, tutto il corpo soffre” (1Cor 12,26); “si rallegra con quelli che sono nella gioia e piange con quelli che sono nel pianto”. In ogni caso, non rifiuta il dolore che lo purifica e lo redime, perché sa con certezza, quella certezza che viene dalla fede, “che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi” (Rom 8,18). In tutto ciò, il suo atteggiamento non è quello di piacere agli uomini, ma quello di essere “servo di Cristo”. Infatti, se volesse piacere agli uomini, non sarebbe più apostolo di Cristo crocifisso, potenza di Dio e salvezza di Dio per ogni uomo che crede.
Nessuno creda che Paolo parli in maniera astratta delle difficoltà della vita apostolica. In un testo, alquanto autobiografico come quello di 2Cor 4,7-12, parlando del suo apostolato, ha parlato con grande realismo della sua partecipazione alle “sofferenze apostoliche di Cristo”. “Siamo tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. … Per questo non ci scoraggiamo, … perché il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria”. Paolo è cosciente di portare questa grande grazia dell’apostolato in un “vaso di creta” (2Cor 4,7). Ed è talmente cosciente da poter dare, nella sua grande fede, la risposta al nostro poco coraggio apostolico: “Egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la mia potenza si manifesta pienamente nella debolezza». Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie difficoltà … sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte” (2Cor 12,9-10).
L’apostolo, inviato per rinnovare l’uomo mediante lo Spirito
Forse qualcuno pensa alla maniera di “don Abbondio” dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni: “Se uno il coraggio non ce l’ha, mica se lo può dare”. Per questi apostoli poco coraggiosi Paolo scrive: “Io venni in mezzo a voi in debolezza e con molto timore e trepidazione; e la mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio” (1Cor 2,3-4). Il “coraggio” dell’apostolo cristiano è lo Spirito Santo, lo Spirito di Dio e di Cristo. Pertanto, nella vita cristiana in genere, ma in particolare nell’esercizio dell’apostolato, la cosa più importante non è possedere questo o quell’altro carisma. Essi sono manifestazioni dell’unico Spirito e forme concrete di apostolato e pertanto ciò che conta è “avere lo Spirito di Cristo”, essere sempre in sintonia con lui, in modo da produrre sotto la sua guida l’amore. Ogni manifestazione dello Spirito è azione pastorale per il bene comune: ciascuno, pur nella diversità dei carismi e della propria storia personale, deve contribuire ad edificare l’uomo nuovo “nel Cristo Gesù” (Gal 3,28; Ef 2,14-16): “in lui l’intero edificio, ben compaginato, cresce in tempio santo nel Signore, … abitazione di Dio in virtù dello Spirito” (Ef 2,21-22). Paolo enumera una lunga serie di manifestazioni dello Spirito: a) i carismi della scienza, per penetrare e annunciare la sapienza del “mistero di Dio”, che si manifesta nella Croce di Cristo (1Cor 1,18-24), per illustrare alla comunità il contenuto essenziale della fede nella paradosis e nella catechesi, “per la preparazione dei santi all’opera del ministero” (Ef 4,12; Rom 12,7-8); b) i carismi della potenza, che manifestano nella comunità e fuori di essa l’agire potente di Dio a favore del suo popolo: essi sono i carismi della fede potente che smuove le montagne, delle guarigioni, dei miracoli; c) i carismi del servizio comunitario: i doni dell’assistenza, del governo che rendono idonei i fratelli a servire Cristo con amore (1Cor 12,28; Rom 12,6-8); d) i carismi profetici: la profezia e il discernimento degli spiriti (1Cor 12,10.28; 14,1; Rom 12,6). Non è importante la lista precisa dei carismi. Paolo stesso ne enumera tanti, ma non sempre allo stesso modo. Importante, invece, per lui è che la fede di ogni apostolo sia fondata sulla manifestazione dello Spirito di Dio e non sulla sapienza umana. Non che Paolo suggerisca di rigettare la sapienza umana, ma di avere come guida lo Spirito Santo in ogni occasione della nostra esistenza. Paolo l’ha capito benissimo, tanto che ha potuto scrivere in Col 4,5-6: “Comportatevi saggiamente con quelli di fuori; approfittate di ogni occasione. Il vostro parlare sia sempre con grazia, condito di sapienza, per sapere come rispondere a ciascuno” e in Fil 4,8: “Fratelli, tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri”. Il dialogo è possibile: i Padri della Chiesa l’hanno fatto coniugando la sapienza dell’ellenismo greco con la sapienza della Croce. Importante, in ogni caso, è sempre rimanere fedeli a Cristo Crocifisso, sapienza e potenza di Dio, conoscere lui e la potenza del suo amore e mediante l’azione dello Spirito rivestirsi di Cristo, l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera (Rom 13,14; Ef 4,20-24).

Publié dans : ||le 26 janvier, 2009 |Pas de Commentaires »

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