ATTI DEGLI APOSTOLI (COMMENTO) – I PARTE: ATTI 1,1-14;14,19-28

Parrocchia di Bazzano, Diocesi di Bologna; non c’è la firma dell’autore, ma tutti gli studi che ho letto di questa Parrochia sono non solo fatti molto bene, nel senso della spiegazione esegetica, ma anche con gusto e partecipazione, dal sito:

http://www.parrocchiadibazzano.it/catechesi/letturaq/Atti%20degli%20Apostoli.pdf

Commento alla Lettura Quotidiana

ATTI DEGLI APOSTOLI

Atti 1,1-14
Il “primo racconto” di cui parla l’autore degli Atti (la tradizione lo chiama Luca) è il “Vangelo secondo Luca”. Esso “racconta” Gesù: quello che “fece e disse”. “Fare e dire”, fare e tramandare è la sostanza del vangelo, anzi è il vangelo stesso! Luca inizia il suo libro col racconto della presenza “vivente” di Gesù in mezzo ai discepoli, dopo la risurrezione. Ad essi chiede di attendere il dono dello Spirito Santo, sintesi di tutte le promesse di Dio e “inizio” del regno. Un regno che si espanderà da Gerusalemme fino ai confini della terra. Il dono dello Spirito va atteso nella preghiera “unanime” di tutti i discepoli di Gesù: apostoli, donne, Maria madre di Gesù e fratelli di Gesù.
Atti 1,15-26
Coloro che sono “assidui e concordi” nella preghiera di attesa dello Spirito sono “fratelli”. Nella famiglia di questi fratelli c’è una “diaconia” o ministero da svolgere. Giuda, che aveva avuto questa sorte, con la sua morte violenta ha menomato la struttura portante o il segno originario del ministero. Occorre ricostituire in pienezza il segno originario. Lo Spirito deve scendere su un “collegio pieno” e non su dei singoli smembrati tra di loro. La condizione per ricevere il ministero? Essere stati sempre con Gesù. La funzione del ministero? Essere testimoni della risurrezione di Gesù. La sorte/dono, dopo la fiduciosa preghiera di tutti, “cade” su Mattia che viene “annoverato con gli undici apostoli”. Il segno originario e fondante del ministero apostolico ora c’è, ed è pronto per ricevere il dono dello Spirito.
Atti 2,1-13
Nel giorno della Pentecoste (“cinquantina” di Pasqua) si compie un fatto, così descritto. Una “voce/eco dal cielo”, simile al vento/spirito, riempie tutta la casa dove sono seduti i discepoli di Gesù. “Lingue”, simili la fuoco, si posano su ciascuno dei presenti. Cosa succede? Tutti sono riempiti di Spirito Santo. Lo stesso Spirito dà loro di esprimersi in “lingue” che i Giudei “stranieri” comprendono come la propria. La “voce” di questo evento crea stupore nei presenti a Gerusalemme. Essi infatti vengono da tutto il mondo e hanno loro lingue. Eppure odono proclamare “nelle loro lingue le grandi opere di Dio”. Cosa vuol dire questo? Sono forse degli invasati i discepoli di Gesù?
Atti 2,14-36
Quel “soffio”, quel “fuoco”, quelle “lingue” … cosa stanno ad indicare? Pietro, e gli Undici con lui, risponde così. E’ giunto il tempo che Dio aveva promesso, è giunto il suo regno (“ultimi giorni”). La verifica? Il dono dello Spirito su tutti! Per quale via è giunto il dono dello Spirito? Gesù di Nazaret, ucciso da voi Israeliti, è stato risuscitato da Dio, come affermano le Scritture (Salmo 16). E’ risorto e sta alla destra di Dio. Avendo ricevuto lo Spirito, lo dona, come voi “vedete e udite”. Ecco cosa è successo: Dio padre, mediante la risurrezione del suo Figlio, dona a tutti lo Spirito Santo. Conclusione e ammonizione solenne (“sappia con certezza tutta la casa d’Israele”): Dio ha costituito Gesù, che voi avete crocifisso, Signore (Dio) e Cristo/Messia (Inviato per la salvezza di tutti).
Santa Quaresima
Incominciamo la Santa Quaresima con l’umiltà che è verità. “Sei polvere, e in polvere ritornerai!”. Lo Spirito Santo rinnovi questo uomo di polvere e lo ricostruisca con le “opere di giustizia” comandate dalla parola di Dio. La prima “opera” sia la lettura costante, feconda, giornaliera della Sacra Scrittura.
Atti 2,37-48
L’ascolto della predicazione di Pietro entra nel “cuore”, cioè nella mente o luogo delle decisioni vitali. Viene pertanto la domanda alla chiesa (“Pietro e gli altri apostoli”): “Cosa dobbiamo fare, fratelli?”. Riconoscete il vostro peccato (“pentitevi”) e fatevi immergere nella nuova realtà che Dio ha creato in Cristo risorto (“farsi battezzare”). Così ricevete il dono di Cristo, cioè lo Spirito Santo. Lasciatevi salvare da Dio! A voi, ai vostri figli e a tutti egli vuole donare questa salvezza nella comunità, in quello “insieme” che crea giorno dopo giorno. La nuova comunità è saldamente attaccata all’insegnamento degli apostoli e all’eucairstia celebrata nelle case. Vive “insieme”, unita. Ed esprime l’unità nella condivisione dei beni, secondo le necessità di ognuno. La promessa di Dio, dunque, ha raggiunto il suo compimento: nella comunità che vive unita nell’amore si sta realizzando il regno di Dio.
Atti 3,1-10
Un uomo storpio chiede a Pietro e Giovanni (figure della chiesa) un gesto d’amore (elemosina) per poter mangiare e vivere, e forse anche per poter far mangiare coloro che lo portano ogni giorno alla porta “Bella” del tempio. Pietro e Giovanni non hanno soldi! Hanno invece il “Nome”! Cosa significa? Sono uniti a Gesù, al suo essere nuovo, appunto al suo Nome: risorto e asceso alla destra di Dio, Gesù dona in continuità la sua potenza o il suo Spirito per la salvezza di crede in lui. La chiesa ha (deve avere!) questa unica ricchezza: proclamare Gesù e il suo “terapeutico” vangelo. Ogni “storpio” che crede in Gesù può stare in piedi, camminare, entrare nel vero tempio (corpo di Gesù) e lodare Dio.
Atti 3,11-26
Il “segno” compiuto sullo storpio dà modo a Pietro (e Giovanni) di far comprendere agli “uomini di Israele” il senso vero dell’accaduto. Pietro e Giovanni non sono possessori di poteri propri o di virtù magiche tali da salvare gli altri. E’ Gesù risuscitato che ha dato allo storpio di camminare e di essere aggregato ai discepoli. Pietro si esprime così: “E’ il Nome (Gesù risuscitato e vivente) che ha dato a questo uomo la guarigione perfetta (la salvezza)”. E aggiunge che per avere la salvezza occorre “la fede nel Nome”. La fede, poi, prende avvio dal “pentimento” che si cambiamento di vita. Questi sono gli “ultimi giorni”, giorni nei quali Dio mantiene le promesse! Infatti manda “un profeta” (Gesù risorto) per far “respirare” Israele; manda il “suo servo (Gesù risorto)” come benedizione e via di conversione. Gesù (ucciso, ma reso vivo dal Padre) è “benedizione” per Israele, se questi riconosce il proprio peccato. E’ l’inaudito disegno di Dio!
Atti 4,1-22
Cosa insegnavano/facevano gli apostoli? Insegnavano “in Gesù la risurrezione dai morti”. Vale a dire che la risurrezione compiutasi in Gesù era ed è “inizio del regno”, vita nuova per quanti credono in lui. Lo scontro con le autorità di Israele prende avvio dal prodigio operato sulle storpio. “Chi” ha compiuto questo prodigio? Non “noi”, dice Pietro, ma il Nome , cioè Gesù stesso, risorto e vivente presso il Padre. Così ha stabilito Dio. La forza degli apostoli (riconosciuti come “quelli che erano stati con Gesù”) è il Nome. E la loro strategia vincente è la predicazione del Nome. Basta proibire di “insegnare nel Nome” e tutto finirà! Ma gli apostoli non ascoltano quanto dice il Sinedrio, non per ostinazione, ma perché non possono tacere “quello che hanno visto e ascoltato”. Per loro, Cristo risorto non è un messaggio soltanto, ma vita di cui essi stessi vivono e vita che non possono non trasmettere.
Atti 4,23-37
La preghiera della Chiesa non è per ottenere immunità, ma per “annunciare con franchezza la parola del Signore”. In questo modo il Signore stesso (suo Nome) si fa presente e opera la salvezza, i cui segni sono “guarigioni, segni e prodigi”. Garante di questo cammino di salvezza è lo Spirito Santo, che viene su tutti quando la preghiera è unanime. Lo Spirito, poi, opera un duplice prodigio. Primo: rendere testimonianza con forza della risurrezione di
Gesù. Secondo (del tutto conseguente), la capacità di spogliarsi dei propri beni vendendoli e donandone l’importo agli apostoli. Con questo semplice (!) modo viene cambiato il mondo! Infatti se chi possiede vende i propri beni (quindi non sono più suoi!) e li mette a disposizione dei bisognosi, allora (ecco la conclusione di Luca) “non c’era alcun bisognoso tra loro”. Giuseppe, soprannominato Barnaba, è uno di quelli che si lasciano trasformare dall’annuncio della risurrezione: vende e consegna agli apostoli.
Atti 5,1-11
Giuseppe detto Barnaba è stato un segno della novità del vangelo. Anania e Safira invece sono segno di vecchiezza, di abitudini ipocrite, di non obbedienza allo Spirito, di inganno. Anania vende un possedimento, ma porta agli apostoli soltanto una parte del ricavato, dicendo che quello era il prezzo totale. Il peccato di Anania non è di avere trattenuto qualcosa per sé, ma di avere “mentito/ingannato”. Mentire agli apostoli/chiesa è mentire a Dio stesso. La comunità infatti è l’inizio del regno, è il segno della presenza di Dio. La morte di Anania e Satira vuole insegnare qualcosa di “nuovo”. Dice coi fatti (!) che Dio è presente negli apostoli/comunità. La chiesa appena germogliata non è una comunità “qualsiasi”, ma la presenza del regno in mezzo agli uomini. Davanti a lei si deve stare con “timore grande” (vv. 5.11), cioè con lo stesso atteggiamento che si tiene davanti a Dio. E allora, il problema vero non è se si vende o quanto si vende, ma se nel cuore si crede o meno che gli apostoli/comunità sono “presenza di Dio”.
Atti 5,12-21a
Luca vuole mostrare una comunità “unita nel portico di Salomone”. Siccome l’espressione ricorda l’attività di insegnamento (vv. 19.21 e Lc 19,47) vuol dire che la comunità è unita nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli, insegnamento che il suo “cuore” nella risurrezione di Gesù. Nella comunità non entrano “i restanti” (capi? sacerdoti? scribi?), mentre il popolo dice grandi cose dei discepoli. Intanto il Signore fa crescere la comunità. Le guarigioni dei malati e degli indemoniati sono viste come “segni e prodigi” che Dio fa attraverso gli apostoli, “luogo” della sua Presenza. La reazione dei Sadducei è di “gelosia”, tale che li fanno arrestare. Ma un “angelo del Signore” li libera e li invia a predicare “tutte le parole di questa vita”. “Questa vita” è Gesù, meglio ancora, la sua risurrezione, vero fondamento dell’insegnamento della chiesa.
Atti 5,21b-42
E’ detto ancora una volta che l’attività abituale degli apostoli è “insegnare nel Nome”, cioè in Gesù risorto (v. 28). “Insegnare” però è anche il capo d’imputazione contro di loro! Su questo, gli apostoli non recedono: “Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini”. Il compito degli apostoli è di condurre gli Israeliti alla “conversione”, vale a dire, al riconoscimento che Gesù, ucciso e risuscitato, è per Israele stesso “capo e salvatore”. E’ una posizione che non piace a Israele: mai ha accettato di convertirsi davvero! Per questo ha messo a morte i profeti (e Gesù). Per questo, ora, vuol mettere a morte gli apostoli.
Il consiglio di Gamaliele: “E se la cosa fosse da Dio?”. Sentenza finale del Sinedrio: “Non continuate a parlare nel Nome di Gesù” Effetto pratico: “Ogni giorno, nel tempio e nelle case, non cessavano di insegnare e portare l’evangelo (dicendo che) Gesù è il Cristo”. Bisogna obbedire a Dio! Atti 6,1-7. L’aumento dei discepoli crea una “mormorazione” degli Ellenisti (giudei di cultura greca) contro gli Ebrei (giudei di cultura ebraica). La mormorazione verte sul “servizio quotidiano delle vedove”: i poveri che appartengono al gruppo ellenista sono trascurati. Gli apostoli “convocano la moltitudine dei discepoli” e ribadiscono in modo solenne quale è il loro “servizio”: presidenza della preghiera comune e insegnamento (proclamazione della parola di Dio). “Sette uomini pieni di Spirito Santo e sapienza” presiederanno alla “distribuzione quotidiana”. C’è dunque un grande e fondante servizio nella chiesa: quello apostolico, consistente nel proclamare Gesù salvatore del mondo. Tale servizio genera (gli apostoli infatti “pongono le mani” sui Sette) il servizio dei
poveri. Questa famosa pagina prelude anche ad una apertura della chiesa. Al fatto, cioè, che la chiesa incominci a radicarsi in ambiente non strettamente giudaico (vedi la storia di Stefano). Molti sacerdoti vedono in questa “svolta” un fatto nuovo e “obbediscono alla fede”.
Atti 6,8-15
Stefano, primo tra “i sette”, percorre una via più ampia di quella del “servizio delle mense”.
Il fatto che egli “pieno di grazia e di potenza compia miracoli e segni in mezzo al popolo” lo pone in un ruolo singolare, simile a quello degli apostoli. La sua predicazione è volta al mondo ellenistico: a giudei di cultura greca. Le “parole blasfeme” di Stefano si riferiscono al modo “nuovo” di intendere la legge di Mosè e il culto nel tempio. L’atteggiamento degli avversari ricorda da vicino la vicenda di Gesù nella passione (Mt 26,62ss). Cosa affermava Stefano? Diceva semplicemente il vangelo, cioè che la novità era Gesù. Con la sua morte, risurrezione e dono dello Spirito, Gesù si è posto come via e luogo di salvezza per tutti gli uomini. La legge di Mosè e il tempio (culto) debbono fare i conti con Gesù, lui che è la vera legge e il vero tempio. Così dicendo, Stefano appare ai suoi avversari “come un angelo”, vale a dire come l’annunciatore e messaggero di Dio.
Atti 7,1-35
Discorso di Stefano davanti al Sinedrio, discorso di uno il cui volto è “come di angelo”. Il cammino di Dio verso l’uomo (dice Stefano) prende avvio “storico” dalla parola/chiamata che Dio rivolse ad Abramo in terra pagana (terra dei Caldei). Ad Abramo Dio non ha dato nulla, se non la promessa di una discendenza e di una terra da abitare. La discendenza, cioè, i patriarchi “furono gelosi” di Giuseppe e lo vendettero agli Egiziani. Ma fu proprio Giuseppe (il rifiutato e venduto!) a salvare i propri fratelli scesi in Egitto a motivo della carestia nella loro terra. Con l’andare del tempo la discendenza, ancora “fuori dalla terra”, diventò schiava in Egitto. Dunque, la discendenza è fuori dalla terra! A quando il realizzarsi della promessa? In quel tempo Dio fece sorgere Mosè, con lo scopo di dare salvezza alla discendenza schiava. Gli ebrei avevano rifiutato Mosè, costringendolo ad andare esule nel deserto. Ma Dio scelse proprio “colui che avevano rifiutato”. Lo scelse come “capo e giudice (liberatore)” del popolo. Luca, con questo inizio di discorso, vuole mostrare che il popolo d’Israele ha sempre rifiutato la scelta di Dio, rifiutando concretamente il suo Inviato.
Atti 7,36-54
Continua e si conclude il discorso di Stefano. Gli Israeliti hanno rifiutato Mosè e quindi l’opera di Dio. Al posto di Mosè (e di Dio) hanno innalzato un vitello d’oro, rallegrandosi della “opera delle loro mani”. Allora Dio li ha consegnati ad un culto idolatrico, per quarant’anni. Ma non li ha abbandonati. Nella tenda del deserto e poi nel tempio, Israele ha creduto di trovare la risposta alla domanda che Dio abiti in mezzo al popolo. Ma la promessa di Dio ad Abramo non si è realizzata con la costruzione di una “casa fatta da mani d’uomo”. Si è realizzata invece con l’invio del Giusto (Gesù). Voi però, conclude Stefano, l’avete rifiutato e ucciso. A questo punto del discorso, gli Israeliti avrebbero dovuto dire: Cosa dobbiamo fare, fratelli? (2,37). Invece si lasciano prendere da sdegno amaro e pensano all’uccisione di Stefano. D’altra parte Israele ha sempre ucciso “coloro che preannunciavano la venuta del Giusto”.
Atti 7,55-8,4
Stefano, mentre rende testimonianza di Gesù, partecipa della “visione/incontro” di Gesù alla destra di Dio. Per lui “i cieli sono aperti”, vale a dire che per lui c’è comunione con Gesù, vittorioso sul peccato e sulla morte. Come gli apostoli, anch’egli proclama la signoria di Gesù. Gli avversari lo eliminano, come eliminarono Gesù! Stefano muore gridando che “Gesù è il Signore” e invocando il perdono per gli uccisori. La morte di Gesù infatti non chiede vendetta, ma perdono per il mondo. La vicenda di Stefano e la concomitante persecuzione mettono “in movimento” o in missione la chiesa! Da un alto Saulo infierisce “casa per casa (luoghi delle famiglie e dell’eucaristia!)” contro i discepoli di Gesù. Dall’altro “i dispersi” si trasformano in “disseminati”, cioè persone che … seminano la parola. Infatti “vanno per il paese evangelizzando la parola”.
Atti 8,5-25
Esempio di annuncio di Gesù da parte di Filippo, uno dei “sette” e uno di quelli che furono “dispersi” a causa della persecuzione contro la chiesa di Gerusalemme. Filippo “scende nella Samaria”. Come avevano fatto Stefano e gli apostoli in Gerusalemme, egli annuncia che Gesù è il Cristo. “Segni” di guarigione e di vita accompagnano la sua missione. Dove arriva Filippo col vangelo, arriva la gioia. Dove arriva Filippo viene sconfitta la potenza “Grande” che, con le sue magie seduce gli uomini, portandoli lontano da Dio. Ma sono gli apostoli, scesi da Gerusalemme, che donano la pienezza della vita. Essi conferiscono lo Spirito Santo (la vera potenza “Grande”) ai credenti in Cristo. Ma questa potenza non è disponibile per denaro (simonia).Lo Spirito Santo infatti è per eccellenza “il dono di Dio”. Gli apostoli ritornano a Gerusalemme evangelizzando molti villaggi della Samaria. Così aveva annunciato Gesù prima di salire in cielo (1,8).
Atti 8,26-40
Il Signore (“angelo del Signore”) guida la chiesa nell’opera di annuncio. Dice a Filippo: “Alzati, e va’ … sulla strada che scende da Gerusalemme”. Un giudeo, di ritorno dal culto celebrato a Gerusalemme, legge ad alta voce la Scrittura. Il profeta Isaia parla di una persona “la cui vita è stata recisa dalla terra … come pecora condotta al macello”. Cosa vuol
dire? Chi è questa persona? Ci vuole una guida per comprendere perfettamente le Scritture. Filippo si unisce a quell’uomo, e dà la buona notizia (vangelo) che le promesse di Dio (le Scritture) trovano il loro compimento in Gesù, salvatore del mondo. L’uomo crede in Gesù. Viene battezzato e poi “va per la sua strada, pieno di gioia”. Filippo continua ad “evangelizzare”, cioè a dire che Gesù è il salvatore del mondo.
Atti 9,1-19a
Itinerario di Saulo. Da “zelante” giudeo vuol mandare in rovina la chiesa. Per questo “entra nelle case (8,3), nelle sinagoghe e nelle città per condurre in catene quelli che “erano della via”: la via è certamente Gesù! Il cambiamento (conversione) della vita di Saulo consiste nel “conoscere/accettare” che il Signore (Dio) è quel Gesù che lui perseguita! Cosa fare? Occorre “vedere di nuovo”, cioè credere in Gesù; occorre “morire e risorgere”, cioè farsi battezzare; occorre “mangiare”, cioè celebrare il banchetto messianico nell’eucaristia. Tutto questo itinerario dona “forza/vita” che permette a Saulo di portare il Nome di Gesù a tutti i popoli. Ora egli è “apostolo” come gli altri apostoli: infatti ha visto e udito Gesù (1,21-22).
Atti 9,19b-30
Il cambiamento (conversione) di Saulo è tutto orientato da Gesù e a Gesù. La sua prima predicazione ai fratelli giudei non può essere che questa: “Gesù è il Figlio di Dio” (20), Gesù è Dio con noi! E ancora: “Gesù è il Cristo/Messia” (22). A Gerusalemme, dopo un momento di comprensibile “prova”, riceve lo statuto di discepolo, anzi di “apostolo”. Infatti (dice Barnaba di lui) ha visto il Signore, ha ricevuto la chiamata e ha predicato con franchezza nel Nome di Gesù (27). Conclusione: “Era con loro: andava e veniva a Gerusalemme, parlando con franchezza nel Nome del Signore”. Saulo parla agli ellenisti, giudei di lingua greca, come aveva fatto Stefano (all’uccisione del quale aveva consentito). Come Stefano, incomincia a sperimentare su di sé la persecuzione!
Atti 9,31-43
La chiesa conosce un tempo di pace: non è tanto la beata tranquillità, quanto un “essere edificati”, un “camminare e crescere col conforto dello Spirito Santo”. I confini si dilatano: Gerusalemme, Galilea, Giudea, Samaria. Proprio come aveva detto Gesù (vedi 1,8). Luca vuole mostrare che, nella persona di Pietro, è Gesù Cristo che opera. Infatti al malato Enea viene detto: “Gesù Cristo ti guarisce”. Come Gesù (Mt 4,23ss), anche Pietro “percorreva tutti questi luoghi”. Come Gesù (Mc 5,21ss), anche Pietro veniva chiamato per fare del bene. L’effetto “voluto” dei segni compiuti è sempre lo stesso: credere in Gesù, e quindi alzarsi e camminare in una vita nuova.
Atti 10,1-33
Racconto lento e solenne per mostrare la “via aperta” ai pagani, via di salvezza attraversala fede in Gesù. Cornelio è un centurione pagano, anche se simpatizzante del mondo giudaico. Lo si vede dal fatto che prega secondo le regole dei giudei e compie elemosine. Il “cielo aperto”, cioè Dio stesso mostra a Pietro che può andare “senza esitazione” nella casa del pagano. Il fatto non lo renderà “impuro” (secondo la Legge mosaica). La novità? E’ caduta (per volere di Dio) la divisione tra puro e impuro. La porta della salvezza non consiste più nel farsi giudeo. Cornelio, un “non giudeo” e quindi figura dei pagani, assieme ad altre persone è ormai pronto per la salvezza. Salvezza che viene attraverso l’ascolto. “Ascoltiamo parole da te … Siamo riuniti per ascoltare tutto ciò che dal Signore ti è stato ordinato”.
Atti 10,34-48
Pietro “comprende” che per essere in comunione con Dio (essere salvati), la via non è più l’appartenenza ad un popolo, ma “temere/onorare Dio e praticare la (sua) giustizia. Poco oltre, dopo aver dato la buona notizia/vangelo di Gesù, precisa che la via della salvezza è “credere in Gesù”: atto che ottiene “la remissione dei peccati per mezzo del suo Nome (lui stesso)”. Chiunque può partecipare a questo dono. La verifica è nel dono dello Spirito Santo. Le persone che ascoltano Pietro sono dei pagani. Attraverso l’ascolto giungono a credere in Gesù. E’ per la fede in lui (e non per altra via) che ricevono lo Spirito Santo (la salvezza piena). Allora sono battezzati: entrano nella chiesa e sono fratelli in Cristo. Grande è la meraviglia dei giudei che con Pietro si trovano nella “casa” di Cornelio!
Atti 11,1-18
Per il ministero dell’apostolo Pietro, i pagani hanno ricevuto lo Spirito Santo e il battesimo. Sono “fratelli” unicamente per aver creduto in Gesù! Bisogna rendere ragione alla chiesa di Gerusalemme di questa “svolta”. E’ una svolta voluta da Dio stesso. Pietro infatti l’accoglie a seguito di una rivelazione. Una “voce dal cielo”, cioè Dio stesso dichiara: “Quello che Dio ha purificato, tu non considerarlo profano”. E’ poi lo stesso Spirito Santo che dice a Pietro di andare nella casa dei pagani “senza esitazione o senza giudicare”. Ai pagani Pietro annuncia Gesù e immediatamente essi ricevono lo Spirito. Quindi la salvezza viene donata
in virtù dell’ascolto e della fede in Gesù. Finalmente la chiesa di Gerusalemme esclama, sorpresa e gioiosa: “Anche ai pagani Dio ha concesso la conversione alla vita”. Vale a dire, anche i pagani hanno incontrato la vita, che è Gesù!
Atti 11,19-30
L’apertura della chiesa a Cornelio, cioè ai pagani, è un “unicum” voluto da Dio stesso, fatto conoscere a Pietro per rivelazione. In realtà, la storia quotidiana della diffusione del vangelo procede più lentamente e faticosamente. Fino a questo punto il vangelo viene proclamato soltanto ai giudei che osservano strettamente la legge. Ad Antiochia (capitale dell’Asia proconsolare) il vangelo viene donato anche ad una cerchia di persone non appartenente in modo stretto al popolo dei giudei (Greci). Ad essi viene dta la buona/bella notizia (vangelo)
che Gesù, morto e risorto, è il Signore. Molti credettero a questa buona/bella notizia e furono “aggregati al Signore”. La chiesa di Gerusalemme si rallegra dell’allargamento della fede, ed esorta a perseverare nel cammino. Barnaba (da Gerusalemme) e Saulo (da Tarso) istruiscono le persone per un anno intero. La nuova situazione che si è creata d Antiochia fa sì che i discepoli di Gesù vengano qualificati e riconosciuti come “di Cristo”. Infatti “furono chiamati cristiani”. Il legame con la chiesa di Gerusalemme viene poi affermato dall’aiuto in denaro della chiesa di Antiochia. Essa manda Barnaba e Saulo per una “diaconia”. Gli abitanti della Giudea sono dei “fratelli” nel Signore.
Atti 12,1-17
Anche la chiesa di Gerusalemme (non solo gli ellenisti) viene perseguitata. Giacomo, fratello di Giovanni, viene ucciso da Giulio Agrippa I, chiamato Erode. Anche Pietro, per fare cosa gradita ai giudei, viene arrestato e destinato alla morte. Ma la “notte/morte” si trasforma in “luce/vita” per una nuova missione. Le parole e i gesti che accompagnano la “Pasqua di Pietro” sono evocatori: luce, toccare i fianchi, alzarsi, catene che cadono, cintura, sandali, mantello … poi la chiamata finale “seguimi”. Pietro fa esperienza di “liberazione”. Non è questa la Pasqua? Ritorna nella casa/chiesa dove si stava pregando per lui. Alla chiesa “narra/annuncia” come è stato “tratto fuori dal carcere”. Lascia poi la custodia della chiesa di Gerusalemme a “Giacomo e ai fratelli” e va in una “altro luogo”. Certamente per rendere testimonianza del Signore risorto che lo ha liberato. La chiesa è liberata per annunciare il vangelo!
Atti 12,18-22
Cosa è accaduto a Pietro? Ricerche accurate non sciolgono l’inchiesta. Pietro infatti si trova in un “altro luogo”: fuori dalla giurisdizione di Erode, “liberato” da un angelo del Signore per poter ancora annunciare il vangelo. E cosa accade a Erode? Il popolo di Cesarea accoglie la sua “arringa” con questa ovazione: “E’ voce di Dio e non di uomo!”. In realtà Erode non è voce di Dio e men che meno è Dio! L’uomo, per quanto potente, non deve farsi Dio, piuttosto “dare gloria a Dio”. Che il “farsi Dio” sia la più grande stupidità di Erode, lo dimostra la sua morte improvvisa: “Spirò divorato dai vermi!”. Col capitolo 12 si conclude la prima parte del libro (1-12). L’affermazione che ascoltiamo è di grande e gioiosa solennità: “La parola di Dio cresceva e si moltiplicava”. La chiesa è stata, è, e sarà perseguitata, ma proprio in questo modo la parola di Dio cresce e si moltiplica. Muoiono i testimoni (Stefano, Giacomo …), Pietro poi è costretto ad andare in un “altro luogo”… Ma il regno di Dio cresce!
Atti 13,1-12
Dopo che Pietro va in un “altro luogo”, la chiesa di Antiochia (attuale Turchia meridionale) diventa il “luogo” che irraggia il vangelo nel mondo. In una liturgia accompagnata dal digiuno, lo Spirito Santo dice: “Riservate per me Saulo e Barnaba per l’opera alla quale li ho chiamati” (2). L’opera è l’annuncio del vangelo, anche ai pagani (14,26s). Digiunare significa accingersi all’opera affidandosi unicamente alla forza dello Spirito. Imporre le mani
significa invio e accompagnamento da parte della chiesa stessa. Saulo (da questo momento chiamato Paolo) e Barnaba portano con sé Marco. L’annuncio del vangelo inizia dall’isola di Cipro. Il primo frutto apostolico è la fede del proconsole Sergio Paolo, uomo che “cercava di ascoltare la parola di Dio, uomo colpito dal “insegnamento del Signore”. Nello stesso tempo il vangelo smaschera ogni menzogna e ogni travisamento dell’insegnamento del Signore (vedi la cecità improvvisa di Elimas).
Atti 13,33-53
Ad Antiochia di Pisidia (Turchia sud ovest) Paolo dà l’annuncio di Cristo a giudei e simpatizzanti: “Uomini d’Israele e voi timorati di Dio”. Lo fa con la “narrazione” dell’opera di Dio. Dio scelse un popolo, lo liberò dalla schiavitù, lo condusse per il deserto, concesse in eredità la terra, diede delle guide (i giudici), suscitò come loro re Davide. Dalla “discendenza” di Davide “condusse a Israele un salvatore, Gesù”. Gli abitanti di Gerusalemme e i loro capi hanno ucciso Gesù, ma Dio lo ha risuscitato dai morti, come affermano tutte le Scritture. Apparendo ad alcuni, Gesù risorto li ha resi “suoi testimoni”. Paolo conclude con questa bella notizia/vangelo: “Risuscitando Gesù, Dio ha compiuto la promessa fatta ai padri”. Infatti la risurrezione di Gesù realizza la remissione dei peccati e la giustificazione, cioè la vera comunione con Dio, per chiunque crede. E’ dunque giunto il tempo atteso, tempo del favore e della grazia di Dio. Non resta che “perseverare nella grazia di Dio”.
Atti 13,44-52
Tutta la città (quindi non solo i giudei) “si radunò per ascoltare la parola di Dio”. Questo fatto nuovo crea nei giudei zelo sbagliato, ovvero gelosia escludente. Paolo e Barnaba vedono nella gelosia dei giudei un “rifiuto” del vangelo di Cristo, quale salvatore di tutti gli uomini. Pertanto si rivolgono a tutti i popoli, perché il disegno di Dio è questo: è necessario dare il vangelo prima ai giudei, ma non fermarsi ad essi se lo rifiutano e quindi andare ai popoli. “La parola di Dio si diffondeva per tutta la regione”. La gelosia dei giudei si trasforma poi in persecuzione. Ma “i discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo”.
Atti 14,1-18
Lo stile dell’apostolo Paolo è questo: andare di sabato nelle sinagoghe dei giudei e annunziare loro che Dio ha compiuto le promesse mandando Gesù, suo Figlio; la morte/risurrezione di Gesù è salvezza per tutti gli uomini, non solo per i giudei. E’ questa “la parola della grazia”, vale a dire la parola che porta agli uomini la grazia o il favore di Dio. I “segni e prodigi” che avvengono per mano dei discepoli manifestano tale “grazia”. I giudei che rifiutano Gesù, assieme ai pagani increduli, passano dallo scontro alla persecuzione violenta, sicché i discepoli fuggono in altre città. Così aveva detto di fare Gesù stesso. Ma chi sono questi discepoli? Sono semplici esseri umani che proclamano il vangelo. Chi li “ascolta”, ottiene salvezza. Il segno della salvezza ottenuta è lo “stare in piedi e camminare”. I discepoli non sono “dèi in forma umana”, ma annunciatori che Dio si è fatto uomo in Cristo Gesù, e quindi che a lui solo bisogna convertirsi.
Atti 14,19-28
C’è una grande diffusione della “parola della grazia”, vale a dire del vangelo a tutti gli uomini; ma c’è anche e sempre una continua opera di persecuzione da parte di persone che rifiutano il vangelo (giudei e folla). Paolo viene lapidato e poi trascinato fuori della città, creduto morto! La presenza dei discepoli lo fa “alzare/risorgere”, e così egli riprende la via dell’annuncio in altre città. Poi ritorna ad Antiochia. Avendo confermato ed esortato i fratelli, precedentemente incontrati, a “rimanere saldi nella fede”, dicendo: “E’ attraverso molte tribolazioni che entriamo nel regno di Dio”. Avendo costituito in ogni comunità anziani (presbiteri). Avendo affidato i fratelli al Signore nel quale avevano creduto. Giunti ad Antiochia (da dove erano partiti) “riunirono la chiesa e annunciarono tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro”, cioè, che “aveva aperto ai pagani la porta delle fede”. In altre parole, che la salvezza si ha attraverso la fede in Gesù. Dio li aveva chiamati appunto per questa “opera” (vedi 13,2 e 14,26).

Publié dans : ||le 14 avril, 2010 |2 Commentaires »

2 Commentaires Commenter.

  1. le 4 novembre, 2010 à 11 h 59 min Parrocchia di Bazzano écrit:

    Salve! solo una riga per informare che il commento, come quasi tutti quelli presenti sul nostro sito, è di don Franco Govoni, parroco di Bazzano.
    Vi informiamo anche che la pagina http://www.parrocchiadibazzano.it/catechesi/letturaq/index.php è stata aggiornata con i commenti più recenti.
    a presto, e grazie!

    Alessio per website http://www.parrocchiadibazzano.it

    Répondre

  2. le 4 novembre, 2010 à 19 h 14 min incamminoverso écrit:

    Buonasera Alessio,

    gli studi di Don Franco Govoni sono veramente molto belli, mi ricorderò di mettere il suo nome in futuro,
    grazie per avermi scritto e grazie per i bei testi,
    Gabriella

    Dernière publication sur In cammino verso Gesù Cristo, : Anastasis tou Kyriou

    Répondre

Laisser un commentaire

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01