ATTI DEGLI APOSTOLI (COMMENTO) II PARTE: ATTI: 15,1-6; 28,23-31

Atti 15,1-6
Il vangelo è rivolto ormai a giudei e pagani. Ma qual è la via per essere salvati? Dicono alcuni “scesi dalla Giudea” (giudei osservanti, credenti in Gesù): “Dio vuole che i pagani convertiti si facciano circoncidere e osservino la legge di Mosè”. In questo “insegnamento” appare chiaro che la salvezza si ottiene per la via dell’appartenenza al popolo giudaico (circoncisione) e per la via delle opere (osservanza della legge). Che ne è allora della prassi della chiesa di Antiochia, secondo la quale è la fede in Gesù ad essere ritenuta “porta” di salvezza per ogni uomo? Contrasto grande! La controversia viene portata a Gerusalemme dove stanno “gli apostoli e gli anziani”, cuore autorevole della chiesa madre. Già lungo il viaggio o “salita” a Gerusalemme si avverte l’esito della controversia. Gli inviati di Antiochia
raccontano la conversione dei pagani, e questo suscita “grande gioia in tutti i fratelli”.
Atti 15,7-21
La parola/risposta della chiesa si richiama a quanto è già avvenuto. Dio ha concesso ai pagani di venire alla fede, e quindi di essere salvati, tramite l’annuncio dato loro da Pietro stesso. La certificazione di questo evento è il dono dello Spirito Santo che ha purificato i loro cuori e le loro esistenze: purificazione avvenuta per la fede in Gesù, e non per altra via. Dunque – dice Pietro -“noi crediamo che è per la grazia del Signore che siamo salvati, giudei e pagani”. La conclusione di Giacomo mostra l’accoglienza del disegno di Dio, quello già manifestato nelle Scritture: Dio vuole la salvezza di tutti i popoli. Ai pagani che si convertono non si debbono imporre pesi (circoncisione e legge). Si chiede loro soltanto di evitare scelte che possano turbare la vita fraterna e l’eucaristia.
Atti 15, 7-21
La parola/risposta della chiesa si richiama a quanto è “già” avvenuto. Cioè, Dio ha “già” concesso ai pagani di venire alla fede, e quindi di essere salvati, tramite l’annuncio dato loro da Pietro stesso. La certificazione di questo evento è il dono dello Spirito purificatore dei loro cuori e delle loro esistenze: purificazione avvenuta per la fede in Gesù, e non per altra via. Dice Pietro: “Noi crediamo che è per la grazia del Signore che siamo salvati, giudei e pagani”. La conclusione viene per bocca di Giacomo. Ed è l’accoglienza del disegno di Dio già manifestato nelle Scritture: Dio vuole la salvezza di tutti i popoli. Ai pagani che si convertono non si debbono imporre pesi (circoncisione e legge). Si chiede loro soltanto di evitare scelte che possano turbare la vita fraterna e specialmente la celebrazione di una unica eucaristia.
Atti 15,22-35
La chiesa intera esprime la conclusione della controversia. Gli apostoli e gli anziani “con tutta la chiesa” decidono di inviare persone ad Antiochia. Esse riferiscono “in parola” quanto è “in lettera”. Parola e Scrittura (lettera), Tradizione e Bibbia sono il veicolo sicuro per la diffusione del vangelo e per la sempre feconda conservazione della volontà di Dio. Dunque, ai fratelli pagani non è imposto nulla di più che credere in Gesù. Soltanto, i pagani convertiti dovranno guardarsi da quegli atti che mettono in discussione il vivere quotidiano con i giudei osservanti. E’ un invito ad esercitare la paziente carità! La lettera viene “letta” (come anche oggi la Scrittura!). Essa dona consolazione a chi ascolta, anzi fortifica (cfr Rm 15,4). “Paolo e Barnaba rimasero ad Antiochia, insegnando e annunziando, insieme a molti altri, la parola del Signore”.
Atti 15,36-16,5
Barnaba aveva accolto Paolo e lo aveva introdotto nella vita della chiesa; aveva anche guidato il primo viaggio apostolico sperimentando l’apertura ai pagani. Ora ha un disaccordo con Paolo a motivo di Marco che si era precedentemente separato da loro. Barnaba si separa da Paolo e ritorna a Cipro, luogo delle sue origini. D’ora in poi l’autore Luca seguirà unicamente l’opera di Paolo (coadiuvato da altri: Sila, Timoteo incontrato a Listra, Tito …). Dunque, Paolo e Sila si propongono di “visitare i fratelli” dell’Asia proconsolare (Turchia meridionale). Comunicano loro le decisioni prese dalla chiesa di Gerusalemme riguardo al “convivere” di giudei credenti in Cristo e pagani convertiti. I fratelli accolgono le decisioni, e così “la chiesa si fortificava nella fede e cresceva di numero ogni giorno”. Come appare chiaro, la strategia di Paolo è quella della “visita ai fratelli”, visita che dà forza, sostiene e allarga a nuovi orizzonti.

Atti 16,6-15
In quello che è chiamato “secondo viaggio apostolico”, Paolo e Sila ripercorrono le città della provincia di Asia (Turchia centrale e meridionale). La loro intenzione è di andare al Nord verso la Bitinia, ma lo Spirito lo “impedisce”. E’ volontà di Dio che vadano in Macedonia (Europa). Si tratta di una grande chiamata/svolta. Commenta l’autore (che da questo momento sembra riferire sue testimonianze): “Ritenemmo che Dio ci aveva chiamati ad annunciare là (Grecia/Roma) la parola del Signore”. Filippi è una città romana, e Lidia è una donna non giudea. Dio le apre il cuore e lei “ascolta”, cioè crede nelle parole dette da Paolo. Viene battezzata assieme alla sua casa. Casa che è trasformata in una “ecclesia”: chiesa/comunità dove i discepoli “rimangono” fino a che non dovranno partire.
Atti 16,16-40
La presenza dell’apostolo è la presenza stessa di Gesù Cristo (il Nome) che libera il mondo dalla soggezione delle arti magiche: arti che fanno leva sulle paure di tanti, mentre creano guadagno a pochi! I “romani” si ribellano a questa novità e chiudono i discepoli in carcere. Ma Dio risponde alla preghiera dei prigionieri con una liberazione che ricorda la risurrezione di Gesù (terremoto!). E’ il momento della vita e non della morte (il carceriere stava per uccidersi!). Allora, cosa fare per avere la vita? “Credi nel Signore Gesù e sarai salvato”. E la via per credere? Accogliere l’annuncio della parola di Dio, servire i fratelli, farsi battezzare e salire nella casa per stare a tavola (eucaristia?) con gioia. Paolo poi pretende scuse ufficiali per uscire dal carcere. E’ un tocco di ironia nei confronti dei romani! Come si sono permessi loro (famosi per il diritto!) di violare pubblicamente il loro stesso diritto?
Atti 17,1-15
A Tessalonica e poi a Berea Paolo incontra le comunità giudaiche che si radunano ogni sabato nella sinagoga. Ai giudei, sulla base delle Scritture, dice sempre una cosa sola, declinata in due momenti espositivi: Le Scritture mostrano che il Messia (Cristo) doveva soffrire e risuscitare dai morti, e questo Messia (Cristo) è il Gesù che io vi annuncio. Dunque tutte le promesse o parole di Dio hanno il loro compimento in Gesù. Tale è l’insistenza su Gesù che le persone accusano Paolo di “lesa maestà”: mancanza di rispetto per l’unico imperatore. Gesù sarebbe un “altro re”! Di qui, ancora una volta, la persecuzione e la fuga. Là dove invece si crea un’apertura, è detto che “ogni giorno si esaminano le Scritture per vedere se le cose stanno davvero così”. Anche noi … “ogni giorno esaminiamo le Scritture” per conoscere il disegno di Dio, e cioè che Cristo (Messia) è quel Gesù che ci è stato annunciato.
Atti 17,16-34
Ad Atene Paolo incontra un popolo variegato. Va dai giudei ai pagani credenti in Dio, dai filosofi alle persone qualsiasi. Paolo freme perché “la città era piena di idoli”. Atene è una città religiosa, ma anche curiosa di sapere le ultime novità Quale sarà “l’ultima!”? Sentiamo
cosa dice Paolo. Dio ha creato l’uomo perché ci fosse una conoscenza/incontro. Non sono i templi la dimora di Dio, ma l’uomo stesso fatto a sua immagine. Ma l’uomo è vissuto nella “ignoranza/non conoscenza” di Dio. E’ giunto il momento della conoscenza/incontro di Dio. Come? Convertendosi, cioè credendo ad un uomo che Dio “ha garantito col risuscitarlo dai morti”. Ancora una volta Paolo proclama Gesù e la sua risurrezione (v. 18). Alcuni lo deridono, altri vogliono ascoltarlo di nuovo, altri poi credono e si uniscono a lui. Non succede sempre così quando viene annunciata la risurrezione?
Atti 18,1-11
Paolo lascia Atene e si reca a Corinto, città rinomata per il commercio e la corruzione morale. Qui, ogni sabato, frequenta la sinagoga. Nello stesso tempo lavora con le sue mani, assieme a due sposi giudei. Aquila e Priscilla. All’arrivo di Sila e Timoteo, Paolo si “dedica completamente alla parola”. E cosa testimonia al mondo giudaico? Testimonia (come sempre) che il Cristo/Messia è quel Gesù che egli annuncia. Al rifiuto della maggioranza dei giudei, avviene una nuova grande svolta. Paolo afferma in modo solenne: “D’ora in poi andrò dai pagani”. E va ad abitare presso un “non giudeo”. A Corinto si fermerà molto tempo: un anno e mezzo! Dio infatti “ha per sé” un popolo numeroso in quella città. E’ un popolo che nasce e cresce per la forza dell’insegnamento, per la forza della parola di Dio.
Luca 1,26-38
Rallegrati Maria, perché sei avvolta dal favore del Signore. Come si esprimerà (chiede Maria) il favore o l’amore gratuito del Signore? Nel donarti un figlio, Gesù. Egli sarà il figlio di Davide, quello atteso da sempre come Messia. Il suo regno non avrà fine. Come avverrà questo? Può mai nascere un dono così unico da un rapporto (conoscenza) normale con un marito? No, sarà lo Spirito Santo ad avvolgerti con l’ombra della potenza di Dio. Perciò il figlio che nascerà da te sarà il figlio di Dio. Credi nella parola di Dio e allora niente sarà impossibile. Credo, dice Maria, accolgo la tua parola. Sarò trasformata dalla parola e diventerò madre come hai detto.
Atti 18,12-22
Un modo “corretto” di esercitare la giustizia da parte dell’autorità civile. Gallione è proconsole dell’Acaia (Grecia). Capisce che il contenzioso tra Paolo e i giudei insorti contro di lui verte sulla predicazione, sul nome di Gesù e soprattutto sull’interpretazione della legge mosaica. “Vedetevela voi, dice; io non voglio essere giudice di queste faccende”. I viaggi apostolici di Paolo non perdono mai il loro punto di riferimento originario: la “chiesa madre” di Gerusalemme (egli “salì e salutò la chiesa”); e anche il loro punto di riferimento partenza/arrivo: la “chiesa missionaria” di Antiochia (“scese ad Antiochia”). C’è una chiesa madre e c’è una chiesa guida.
Atti 18,23-19,7
Nuovamente Paolo “esce”, attraversa Galazia e Frigia “fortificando tutti i discepoli”. Apollo, giudeo originario di Alessandria, diviene autentico discepolo. E’ uno “ferrato nelle Scritture, ardente nello Spirito e che soltanto il battesimo di Giovanni. I coniugi Aquila e Priscilla lo accolgono e lo introducono “più in profondo” nella via di Dio. A Corinto Apollo mostrerà sulla base delle Scritture (come sempre faceva Paolo) che il Cristo/Messia è Gesù. Un altro “approfondimento” avviene a Efeso, dove alcuni discepoli non conoscono e quindi non hanno esperienza dello Spirito Santo. Perché? Perché sono stati “immersi/battezzati nella immersione/battesimo di Giovanni”. Quando furono “immersi/battezzati nel nome del Signore Gesù” e su di loro Paolo ebbe imposto le mani, ricevettero lo Spirito Santo, cioè la pienezza dell’incontro con Dio (salvezza). La vita cristiana si compie gradualmente, con passaggi sempre più decisivi. E ci vogliono dei fratelli per giungere alla pienezza della vita.
Atti 19,21-41
Volgendosi ai giudei Paolo dice: il regno di Dio che voi attendete è già presente e operante se voi accogliete il Messia, che è Gesù. Essi rifiutano l’annuncio di questa “via” di salvezza (è la terza volta che lo fanno con durezza di cuore!). Paolo allora si volge a giudei e greci con una intensa e lunga attività di proclamazione, alloggiando presso la scuola di un certo Tiranno. Nascono così le chiese dell’Asia: Colossi, Laodicea … (“tutti gli abitanti dell’Asia ascoltarono la parola del Signore”). La potenza del Nome (Gesù) opera prodigi “veri” sui malati e allontana gli spiriti maligni. Sconfigge anche ogni forma di strumentalizzazione di questo Nome (vedi gli esorcisti giudei) e di magia (vedi i tantissimi libri bruciati in pubblico). Il Nome va magnificato/esaltato “con timore” e non strumentalizzato per secondi fini.
Atti 19,21-41
“Tutti gli abitanti della provincia d’Asia, giudei e greci, ascoltarono la parola del Signore”. E anche: “La parola del Signore cresceva e si fortificava”. Questa “bella” situazione induce Paolo a completare il suo ”proposito”: visitare i fratelli della Macedonia e dell’Acaia, recarsi a Gerusalemme e andare a Roma. E’ scritto espressamente: “E’ necessario (volontà di Dio) che io veda anche Roma”. Roma dunque è il punto d’arrivo del proposito di Paolo, che è poi il proposito di Dio! A riguardo della “via” (così Luca chiama il cristianesimo nascente) succede un grande tumulto a Efeso. La predicazione di Paolo va contro gli interessi dei trafficanti di idoli, in particolare di chi opera nel mercato del tempio della grande dea Artemide, protettrice di tutta l’Asia. L’assemblea radunata nel teatro, furibonda contro i discepoli ma anche inconsapevole del perché della riunione, viene calmata e poi sciolta dall’intervento di una autorità civile che affronta la questione in modo “corretto”. Conclusione. I discepoli non hanno fatto nulla di male, né contro il tempio né contro la dea Artemide. Sempre così (sembra dire il testo) dovrebbe comportarsi l’autorità civile!
Atti 20,1-16
Il cammino di Paolo diviene sempre esortazione per i discepoli che hanno creduto in Gesù. In Grecia, però, viene a sapere di un complotto dei giudei. Preferisce non prendere la nave per la Siria, ma fare a ritroso il viaggio, in parte via mare, in parte via terra. A Troade, di domenica “primo giorno della settimana”, celebra la Pasqua con quanti sono “radunati al piano superiore”. In che modo? Si compiono tre eventi/doni. Il dono della parola/vangelo: “Proseguì il discorso fino a mezzanotte e poi … fino all’alba!”. Il dono del pane/eucaristia: “Spezzò il pane e ne mangiò”. Il dono della vita/risurrezione: “Non vi turbate, c’è la vita in lui!”. E tutti sperimentarono grande consolazione, frutto gioioso della “messa di Pasqua”! Paolo non si reca a Efeso, perché vuole arrivare a Gerusalemme per la Pentecoste (giudaica).
Atti 20,17-38
La vita dell’apostolo Paolo è riassunta così. Vita di prove per le “insidie dei giudei”. In pubblico e per le case ha predicato a giudei e greci di “convertirsi”, cioè di “credere nel Signore nostro Gesù”. Questo è il suo servizio: testimoniare la “buona notizia (vangelo) della grazia di Dio”. Come dire: Dio usa misericordia verso tutti! Paolo ha compiuto tutto questo nella povertà, nella fatica, nel lavoro quotidiano, nelle lacrime …. Ai vescovi (episcopi, cioè ispettori) dice di “vigilare” su se stessi e sulla chiesa che Dio si è acquistata col sangue “suo”, cioè del Figlio. Affida i presbiteri al Signore, in concreto alla parola del vangelo: parola che ha la capacità di costruire la comunità quale eredità del Signore. I discepoli accompagnano Paolo alla nave. Piangono perché sanno che non vedranno più il suo volto!
Atti 21,1-14
Le tappe di questa ultima “salita” a Gerusalemme vogliono sottolineare l’amore di Paolo per le comunità e il suo abbandono alla volontà di Dio. Sulla costa mediterranea della Siria Palestina Paolo ha modo di incontrare i discepoli e di rimanere un po’ con loro al fine di edificarli nella “prova”. Tiro, Tolemaide, Cesarea sono le tappe della “salita”: tappe belle, ma anche insidiose! Tutti infatti annunciano a Paolo che la “salita” a Gerusalemme costa una prigionia certa, e lo vogliono amorevolmente dissuadere. “Sono pronto a morire a Gerusalemme per il nome del Signore Gesù”. In questo cammino, Paolo è come Gesù, egli pure deciso a “salire” a Gerusalemme per dare la vita (Luca 9,51). I discepoli, uomini donne e bambini che in un primo momento vogliono trattenere Paolo, fanno “silenzio” e trovano pace. “La volontà del Signore (e non la nostra!) sia fatta”.
Atti 21,15-26
Il gruppo che sale a Gerusalemme si ingrandisce sempre più e gode dell’ospitalità presso un “antico discepolo”. A Gerusalemme l’incontro coi fratelli è connotato da gioia grande. Anche Gesù, un giorno, fu accolto con gioia. Ma poi!…Paolo e i suoi fanno visita a Giacomo, guida della chiesa di Gerusalemme. A lui Paolo annuncia quanto era avvenuto tra i pagani, cioè come avevano accolto il Signore. La risposta della chiesa di Gerusalemme è un “rendere gloria a Dio” per la crescita dei discepoli, sia dal paganesimo che dal giudaismo. Ma c’è il grosso problema del rapporto tra i due gruppi. Per essere cristiani occorre fare atto di “apostasia” da Mosè? Alcuni attribuiscono questa affermazione a Paolo. La cosa non è vera. Paolo predica che la salvezza viene dalla fede in Gesù, ma non predica l’apostasia da Mosè. Lui stesso osserva la legge nel suo contenuto più profondo. Per questo si lascia quindi convincere a fare un gesto di osservanza della legge, un gesto “mediatico”. Così tutti “vedranno” e quindi sapranno che le informazioni sulla sua opera sono false. Ma la persecuzione dei giudei dell’Asia è in atto. Niente li può fermare!
Atti 21,27-40
Le accuse dei giudei dell’Asia (Efeso e dintorni) sono queste. Paolo è un apostata! Predica infatti contro la circoncisione che aggrega al popolo, contro la legge che è la vita del popolo, e contro il tempio che è l’unico luogo del culto a Dio. Le stesse accuse erano state rivolte a Gesù e a Stefano! La “scintilla” per la cattura è averlo visto nel tempio (dicono loro, ma non era vero) con un pagano divenuto cristiano. Alla luce della loro tradizione questo gesto profana il tempio. La sommossa che nasce giunge al linciaggio dell’apostolo. Interviene il tribuno romano che lo “salva” dalla folla … arrestandolo! Con questi particolari Luca vuole dire che Paolo è come Gesù. Come lui infatti subisce il grido di una folla inferocita e confusa: “Mettilo a morte!”. Ma Paolo non ha fatto nulla di male: né contro il popolo, né contro la legge, né contro il tempio. E nemmeno contro i romani.
Atti 22,1-29
Per la seconda volta viene narrato l’incontro di Gesù con Paolo sulla via di Damasco. “La grande luce” e “la voce” -termini che richiamano la gloria di Dio stesso -sono applicati a Gesù. Gesù che Paolo perseguita è il Signore della luce e della parola. Ora lo chiama al rinnovamento totale attraverso il battesimo. Avendo invocato il nome di Gesù (avendo creduto in lui) ed essendosi fatto battezzare, Paolo “vede di nuovo”, cioè è interiormente trasformato: appartiene a Gesù e al suo corpo che è la chiesa. Il Signore poi gli annuncia una nuova missione, proprio nel tempio di Gerusalemme! Andare in mezzo ai pagani. E’ questa missione che scatena la rabbia di tutti. Una rabbia che fa chiedere la morte! Ma Paolo, oltre a non essere un ribelle egiziano, è cittadino romano ed è in mano a romani. Per ora la morte è rimandata!
Atti 22,20-23,11
Paolo, sciolto dalle catene perché cittadino romano, è davanti al Sinedrio dei giudei per una discorso di autodifesa. Era accusato, tra l’altro, di insegnare “contro la legge”(21,28). Ebbene egli compie di gesti “secondo la legge”! Da un alto rimprovera il sommo sacerdote per avere comandato di percuoterlo “contro la legge”. Dall’altro chiede scusa per avere “senza saperlo” insultato il sommo sacerdote; e questo è “contro la legge”. Alla fine, i farisei dicono “Non troviamo nulla di male in quest’uomo” (La stessa cosa fu detta da Pilato nei confronti di Gesù). Ma qual è il vero motivo del contendere? E’ la speranza della risurrezione dei morti. In altre parole, è l’affermazione che Dio ha mantenuto la sua promessa risuscitando Gesù dai morti, e che risusciterà anche noi. E’ bello sapere che la risurrezione è la vera e definitiva testimonianza della fedeltà di Dio!
Atti 23,12-35
La vita di Paolo è oggetto di violenza omicida, per giunta alimentata da convinzioni religiose. Infatti “fecero voto di non mangiare … fino a che non lo avessero ucciso”. Ma la congiura viene vanificata dalla spiata di un ragazzo (!), figlio della sorella di Paolo. Il disegno di Dio si sviluppa nella storia, dentro ai giochi della politica. D’ora in poi, è in questi meandri che Paolo (da Gerusalemme a Roma) dà testimonianza del Signore Gesù. Non c’è mai un tempo morto per chi soffre con Gesù, per il suo Nome! L’autorità romana prepara una contromossa alla congiura dei giudei. Trasferisce, con ingente servizio d’ordine, Paolo da Gerusalemme a Cesarea, dove risiede il governatore Felice. Là è custodito in attesa che
arrivino i suoi accusatori.
Atti 24,1-21
Parla l’accusa. Paolo è una peste e un ribelle. E’ capo della setta dei Nazorei (uno dei primi nomi dei cristiani). Ha tentato perfino di profanare il tempio!… Parla la difesa, per bocca dello stesso Paolo. “Sono salito per adorare a Gerusalemme”. Nulla di quanto mi accusano corrisponde a verità. Chi sono allora? Sono uno che serve il Dio dei padri e crede a tutto quello che è scritto nella Legge e nei Profeti. Faccio tutto questo (però) “secondo la via che essi chiamano setta”. Ho la speranza, condivisa dai miei persecutori, che Dio farà risorgere tutti gli uomini. In concreto, sono andato a Gerusalemme per portare elemosine al mio popolo e per offrire sacrifici. Sono stati i giudei della provincia d’Asia a creare tumulti. Quindi, l’unico capo d’imputazione contro di me è una frase che ho detto nel Sinedrio: “A motivo delle risurrezione dei morti io vengo giudicato davanti a voi”. Il nucleo del “vangelo di Paolo” è dunque questo: Gesù crocifisso è risorto, e noi risorgeremo in lui. Paolo non è un malfattore, ma un testimone!
Atti 24,22-27
Il governatore romano Felice aveva una conoscenza molto accurata della “via”, cioè della nuova realtà dei cristiani. Prende tempo! Aspetta che il tribuno Lisia, di stanza a Gerusalemme, scenda a Cesarea per esaminare con lui la situazione. Nel frattempo, tiene Paolo in una specie di “custodia cautelare” in attesa di processo. L’apostolo è assistito dai discepoli. Drusilla, moglie di Felice, è giudea. Assieme al suo sposo ascolta Paolo a riguardo della fede in Cristo: cosa significa credere in Cristo ed essere suoi discepoli? Essere cristiani significa credere che Gesù perdona i peccati (giustizia) e che dobbiamo vivere in modo nuovo (continenza o castità). Così facendo sfuggiremo al giudizio futuro di Dio. Felice sta di fronte alla fede cristiana con un approccio soltanto culturale o estetico. In realtà conversa con Paolo (cfr anche Mc 6,20) sperando di ottenere, per il suo rilascio, una “pesante” cauzione! Fede vera e amore per il denaro non vanno d’accordo. Un giudice non dovrebbe fare così! Trascorrono due lunghi anni, senza che nulla succeda. Porcio Festo, nuovo governatore, tiene Paolo in carcere per fare cosa gradita ai giudei (cfr anche Lc 23,12.25). I tempi si allungano!
Atti 25,1-12
Lentezza dei tribunali civili, corruzione dei giudici, falsità degli accusatori e dei testimoni, odio omicida di alcuni giudei! E’ questa la situazione in cui si trova l’apostolo …. ormai da due anni! Festo, nuovo governatore, si comporta come Felice: temporeggia e “usa” Paolo come merce di scambio (favori!) coi giudei. Mentre l’apostolo afferma nel modo più assoluto: “Non ho commesso alcuna colpa, né contro la legge dei giudei (costumi o modi di vivere giudaici), né contro il tempio (Dio), né contro Cesare (autorità civile). Siccome l’autorità romana di Siria Palestina lo vorrebbe consegnare all’autorità giudaica (ricordiamo che Paolo è cittadino romano!), egli può e di fatto “si appella a Cesare”. Per vie contorte davanti agli uomini, ma chiare davanti a Dio, Paolo arriverà a Roma!
Atti 25,13-27
Il giudizio del governatore Festo nei riguardi del prigioniero Paolo. Ho trovato in cercare questo uomo contro il quale i giudei lanciano molte accuse. L’ho interrogato alla loro presenza e ho capito che si tratta di problemi inerenti la “loro religione”. Su un punto lo scontro è violento. I giudei dicono che un certo Gesù è morto e tutto è finito lì, mentre Paolo dice che Gesù è risorto e vive! Ora lo debbo mandare questo prigioniero all’imperatore di Roma perché si è “appellato a Cesare”. Cosa debbo scrivere all’imperatore? Da parte mia ho accertato che non ha commesso nulla che meriti la morte. Qualcosa però dovrò pur scrivere! Il re Agrippa (che è giudeo) e Berenice sua sorella, in visita a Festo, ascoltando Paolo potrebbero dare un aiuto al perplesso governatore! Con questo “ritorno” sul processo, Luca vuole dire due cose. Che Paolo è riconosciuto innocente
dall’autorità costituita, e che il motivo della scontro coi giudei è Gesù, precisamente la sua risurrezione.
Atti 26,1-18
Di fronte al re Agrippa, Paolo pronuncia la sua ultima difesa. Agrippa è un giudeo e quindi conosce bene le usanze della Legge e le questioni riguardanti il suo popolo. Paolo era cittadino romano, in quanto nato a Terso, ma la sua educazione avvenne a Gerusalemme. Qui diventò un “fedele giudeo”: fariseo e geloso della santità di Dio. Per questo lottò con tutte le forze e con tutti i sistemi “contro il nome di Gesù il Nazareno”. Ma Dio stesso lo chiamò. Sulla via di Damasco fu avvolto da una luce più splendida del sole: era Gesù, quel Gesù che egli perseguitava! Gesù lo chiamava ad essere testimone verso giudei e pagani della “speranza d’Israele”. Speranza, non quale orizzonte di un sogno, ma atto concreto che Dio ha compiuto risuscitando Gesù. La speranza di Israele, speranza contenuta nella Legge e nei Profeti, è dunque la risurrezione di Gesù. Quando questa “speranza” viene annunciata, l’uomo passa dalle tenebre alla luce: ottiene la remissione dei peccati e, credendo in Gesù, entra nella “eredità” che è il popolo santo di Dio.
Atti 26,19-32
Continua l’autodifesa di Paolo. Ciò che ha mutato la sua esistenza e la sua opera è stata “la visione celeste”, come dire, la rivelazione che Gesù è il Signore. Pertanto Paolo si sente debitore a Gesù (e in questo caso può dire: “non gli sono stato disobbediente”); ma si sente debitore anche di Gesù (e in questo caso può dire: “ho predicato di convertirsi ai giudei di ogni luogo e ai pagani”). E’ un testimone di Gesù al piccolo e al grande (Agrippa, Festo ….) dicendo semplicemente: Cristo doveva patire e risorgere dai morti per la salvezza (luce) del popolo giudaico e dei pagani. All’orecchio di Festo questo discorso sembra “delirio”, frutto di troppa scienza scritturistica! Ma Paolo conclude con un appello ad Agrippa: “Credi nei Profeti?”. Se credi, arriverai ad accogliere Gesù, non solo tu, ma anche tutti quelli che mi ascoltano “oggi”. La fede degli ascoltatori resta un mistero nelle mani di Dio, ma la conclusione che interessa a Luca, ancora una volta è questa: Quest’uomo non ha fatto nulla che meriti la morte o le catene”.
Atti 27,1-20
Per la prima volta nella Scrittura si fa menzione della nostra Italia! L’autore riprende la narrazione col genere “noi”. Evidentemente egli è compagno di viaggio di Paolo. Giulio, centurione romano, prende in custodia Paolo e i prigionieri. L’autore annota con piacere la “filantropia” di questo romano; stessa cosa aveva fatto col centurione del vangelo (Lc 7,1ss). Il racconto è un incalzare di eventi “sfortunati”. Tutto sembra congiurare contro il buon esito del viaggio. E’ chiaro che “le forze del male” rappresentate dal vento, dalla tempesta, dal buio (cui si aggiunge l’insipienza degli “esperti”) tentano in ogni modo di infrangere l’adempimento della volontà di Dio, secondo la quale: “Bisogna che tu mi renda testimonianza anche a Roma” (23,11). A motivo e per la presenza di Paolo, il prigioniero, il più insignificante della compagnia … “tutte le persone sulla nave saranno salvate”.
Atti 27,21-44
Il filo conduttore dell’appassionante racconto è nei termini di “perdita/salvezza”, “fame/sazietà”, “morte/vita”, “mare/terra”. Viene raccontata “la salvezza” di tutti coloro che sono nella nave con Paolo. Di più, viene detto che “a motivo di Paolo” Dio ha fatto grazia e ha salvato tutti. Il prigioniero, il più piccolo, il perseguitato diventa la vera guida del gruppo alla deriva. Infatti Paolo rimprovera “gli uomini” perché hanno fatto una scelta sbagliata. Esorta a stare di buon animo nella tragedia. Rende grazie e mangia il “pane spezzato” davanti a loro. Anche gli uomini prendono cibo e sono saziati. Da aggiungere che per essere salvi occorre “rimanere tutti nella nave”: è Dio che salva e non le nostre forze. Infine, come sempre, Dio si serve di piccoli strumenti per salvare: in questo caso del centurione che impedisce ai soldati di uccidere Paolo e i prigionieri.
Atti 28,1-10
Una volta “salvati” i nostri naufraghi ricevono un’accoglienza calorosa da parte dei “barbari (indigeni)”, abitanti dell’isola. Le insidie non sono finite. Una vipera morde Paolo! Sarà segno che quest’uomo è un omicida? Ma egli non ne ha alcun male (ricordiamo le parole di Gesù in Mc 16,18). Allora sarà segno che quest’uomo è un dio? Né omicida, né dio … Paolo è testimone di Dio. Attraverso di lui è Dio stesso che “salva”. I segni dell’opera di Dio sono la vittoria sulle malattie e su ogni male (cfr Mc 16,17ss) Anche Publio, un ricco possidente dell’isola, si dimostra benevolo e ospitale. Quello di Publio e quello dei “barbari” sono gesti che il Signore non dimenticherà (Mt 10,42).
Atti 28,11-22
Costeggiando l’Italia meridionale la nave arriva a Siracusa, poi a Reggio, poi a Pozzuoli. Poi, a piedi … “arrivammo a Roma!”. Questa conclusione tradisce una grande gioia, perché segna l’esito di tutta la narrazione degli Atti. A Roma, capitale del mondo pagano, c’è già una comunità di discepoli che lo accoglie! “Al vederli, rese grazie a Dio e prese coraggio”. Rimarrà agli arresti domiciliari, ma potrà vedere le persone con libertà. Prima di tutto, come sempre aveva fatto, convoca i giudei. Dice loro: “E’ a causa della speranza di Israele che sono legato da questa catena”. Come dire che … la speranza di Israele è Gesù! I giudei lo vogliono ascoltare con calma. Da parte loro, quanto sta nascendo (il cristianesimo) è visto come una “eresia”, una fazione interna al giudaismo: ovunque contestata!
Atti 28,23-31
Ecco l’ultima grande testimonianza di Paolo: ai giudei e ai pagani. Ai giudei dice che è giunto il regno di Dio, da essi sempre atteso. In base alle Scritture è Gesù, crocifisso e risorto, colui che ha realizzato e realizza il regno di Dio. E’ un chiaro appello a credere in Gesù. Alcuni credettero, altri no. Questi ultimi se ne vanno “discordi tra di loro”. Gesù resta un segno di contraddizione per Israele! Ma la salvezza di Dio non si ferma. “Sia noto a voi che questa salvezza di Dio viene rivolta ai pagani. Saranno essi (e voi?) ad ascoltare!” Il libro degli Atti si conclude con la nota della speranza evangelica. La chiesa (apostolo) è in catene, ma il regno di Dio si realizza! Nell’annuncio e nell’insegnamento riguardo al Signore Gesù Cristo viene costruita la chiesa, popolo santo del Signore. L’autore degli Atti non ha più nulla da aggiungere!

Publié dans : ||le 14 avril, 2010 |Pas de Commentaires »

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