Archive pour septembre, 2020

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (20/09/2020)

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XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (20/09/2020)

Amico, io non ti faccio torto
Movimento Apostolico – rito romano

Comprendiamo la parabola degli operai mandati a lavorare nella vigna, se partiamo dalla verità del nostro Dio. Lui ha dato per la nostra salvezza non un denaro, ma il suo Figlio Unigenito: “Infatti, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi. Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. A maggior ragione ora, giustificati nel suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, grazie al quale ora abbiamo ricevuto la riconciliazione” (Rm 5,6-11). Il Figlio di Dio non è nel patto. Nel patto è la benedizione. Dio è andato infinitamente oltre nel suo amore. Dinanzi al dono di Cristo ci potrà essere un qualche uomo che pretende di più? Sarebbe solo stoltezza pensarlo. Nessuno si può lamentare, se Cristo è dato a tutti. Cristo è dono per gli Ebrei ed è dono per i Gentili. È Dono per chi è chiamato alla prima ora ed è dono per chi è chiamato all’ultima ora. Ricevere la salvezza è dono.
Insegna ancora San Paolo che Cristo Gesù è sempre dono. Vi aggiunge che in Cristo dono il Padre concederà ogni altra cosa: “Che diremo dunque di queste cose? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui? Chi muoverà accuse contro coloro che Dio ha scelto? Dio è colui che giustifica! Chi condannerà? Cristo Gesù è morto, anzi è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi! Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Come sta scritto: Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo considerati come pecore da macello. Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8,31-39). Non solo Gesù è dono, ma anche la chiamata a credere in Lui è dono del Padre, nello Spirito Santo. Il Paradiso è promessa, grazia, dono del Padre, per Cristo, nello Spirito Santo. Il grado di beatitudine eterna è dato però in relazione alla nostra obbedienza alla Parola di Gesù. Più noi cresciamo in obbedienza, più sulla terra ci rivestiamo di luce, e più luce porteremo in Paradiso. Vale anche per le tenebre. Più ci ricopriremo di tenebre e più triste sarà il nostro inferno. Nella carità del nostro Dio mai vi sarà ingiustizia. È carità.

Madre di Dio, Angeli, Santi, fateci obbedienti in ogni Parola di Gesù Signore.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 19 septembre, 2020 |Pas de commentaires »

Esaltazione della Santa Croce

paolo

Publié dans:immagini sacre |on 14 septembre, 2020 |Pas de commentaires »

OMELIA PER LA FESTA DELL’ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE -14 SETTEMBRE

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OMELIA PER LA FESTA DELL’ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE -14 SETTEMBRE

Oristano, Chiesa di S. Francesco, 14 settembre 2018
14-09-2018OMELIA PER LA FESTA DELL’ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE

Cari fratelli e sorelle,

il titolo liturgico della festa odierna è propriamente: “Esaltazione della Santa Croce”. La prima domanda che ci poniamo, allora, è se abbia un senso parlare di esaltazione della croce, cioè d’uno strumento crudelissimo di morte infame. Per un verso, la Scrittura parla della croce come luogo di morte riservato a chi è maledetto da Dio e dagli uomini (Gal 3, 13: “maledetto chi è appeso al legno.” Cfr. Dt 21, 23). Inoltre, nella storia umana tanti uomini sono stati crocifissi, uccisi con violenza inaudita, perché giudicati pericolosi per la società da parte del potere religioso e politico. Si pensi alla crocifissione inflitta agli schiavi dell’antichità, alla tortura nelle carceri delle diverse comunità politiche rette da ideologie e tiranni.
Per un altro verso, i Vangeli ci riferiscono che lo stesso Gesù parla della croce come d’una “necessità” per il compimento della sua missione di Redentore degli uomini. San Marco scrive che Egli cominciò a insegnare ai suoi discepoli “che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere” (Mc 8, 31). San Giovanni considera la passione di Gesù come evento di gloria, la crocifissione come intronizzazione del Messia: egli è “il re dei Giudei” (Gv 19,19). Nel suo colloquio notturno con Nicodemo, Gesù disse che, come nel deserto era stato innalzato da Mosè un segno di salvezza per Israele (cfr. Nm 21,4-9), così sarebbe stato innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque guardasse a lui con fede e invocazione potesse trovare la vita. Infine, alla folla giunta a Gerusalemme per acclamarlo Messia predisse: “quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me. Questo diceva per indicare di quale morte doveva morire” (Gv 12, 32).
In buona sostanza, quindi, la croce, per un verso, viene maledetta come strumento di supplizio, per un altro verso, viene esaltata come via di redenzione. Nell’insegnamento di Gesù, prevale il significato di via di redenzione e simbolo di amore supremo. Infatti, non è la croce ad aver dato gloria a Gesù, ma è Gesù che ha dato gloria alla croce, avendola vissuta come simbolo d’una vita offerta per amore “fino all’estremo” (Gv 13,1). Proprio, per far comprendere questa verità ai cristiani e per non confinare la croce all’interno di una visione dolorista, scrive Enzo Bianchi, la Chiesa ha sentito il bisogno di celebrarla anche in un giorno diverso dal venerdì santo, al fine di raccontare la gloria che, grazie a essa, Gesù ha mostrato: la gloria dell’amore. Così nel IV secolo a Gerusalemme è sorta questa festa che la Chiesa cattolica e quella ortodossa celebrano ancora oggi il 14 settembre.
Un’altra domanda che ci poniamo è se si possa evangelizzare e convertire la gente in nome della croce e con il simbolo della croce. In realtà, il comando di Gesù a prendere la propria croce per seguirlo ed essere suo discepolo, secondo Benedetto XVI, è uno dei passi evangelici meno compresi nella storia del Cristianesimo. “Questa affermazione radicale ha finito per alimentare una spiritualità doloristica che nulla ha a che vedere con la chiamata alla gioia che contraddistingue la “buona notizia”, e che svilisce la portata delle parole di Cristo riducendole a un banale richiamo a sopportare con rassegnazione le sventure della vita”. Nella disputa sulla necessità o la legalità dell’esposizione del Crocifisso negli edifici pubblici si è insistito molto nel ribadire che la croce è il simbolo dell’amore e, di conseguenza, non dovrebbe offendere nessuno. La risposta alla nostra domanda, però, sulla possibilità di evangelizzare con il simbolo della croce ce la da in modo particolare l’Apostolo Paolo.
Nei suoi viaggi apostolici San Paolo è arrivato ad Atene e, girando per le strade della città, aveva notato che abbondavano le edicole sacre e i monumenti alle divinità. Partendo da questa constatazione della religiosità degli ateniesi si presentò all’Aeròpago, il collegio delle supreme magistrature dello Stato che custodiva le leggi, la pubblica moralità e i culti cittadini. Ai membri illustri di questo collegio iniziò a presentare il cuore del cristianesimo: la risurrezione di Gesù dai morti, facendo affidamento sulla sapienza umana. Ma questa sapienza non era arrivata a capire la possibilità d’una risurrezione dai morti. Non era arrivata neppure a capire la possibilità di amare un nemico e perdonare l’offesa. Perciò, i sapienti di Atene non accettarono il messaggio rivoluzionario di Paolo. “Quando sentirono parlare di risurrezione di morti, alcuni lo deridevano, altri dissero: «Ti sentiremo su questo un’altra volta». Così Paolo abbandonò quella modalità di annuncio e decise di cambiare registro nella continuazione della sua missione. Scrivendo alla comunità di Corinto afferma: ”Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma a predicare il vangelo; non però con un discorso sapiente, perché non venga resa vana la croce di Cristo. La parola della croce infatti è stoltezza per quelli cha vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio. Sta scritto infatti: “Distruggerò la sapienza dei sapienti /e annullerò l’intelligenza degli intelligenti”.
“Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? Dove mai il sottile ragionatore di questo mondo? Non ha forse Dio dimostrato stolta la sapienza di questo mondo? Poiché, infatti, nel disegno sapiente di Dio il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini” (1Cor 1, 17-25).

Cari fratelli e sorelle,
esaltare la croce, in ultima analisi, vuol dire esaltare l’amore senza misura di Gesù. Questo amore viene esaltato, per esempio, da una mamma che dà la vita per il figlio, dalla moglie che cura il marito malato di sla, dal medico missionario che spende la vita per curare le malattie della gente povera, dal giovane che abbandona la carriera per il volontariato sociale. Lo esaltiamo anche noi quando ci segniamo con il segno della croce per aver scampato un pericolo, quando ci segniamo prima di intraprendere un viaggio o un nuovo lavoro, prima di prendere un pasto o di fare una preghiera. Quando facciamo il segno della croce è come se dicessimo: grazie o Gesù perché mi hai amato senza misura. Rendimi capace di amare come te amici e nemici, credenti e non credenti, buoni e cattivi. Fà che la croce non sia un distintivo identitario che divide e separa ma un simbolo del tuo amore che salva e unisce.
Amen

Dio perdona

paolo

Publié dans:immagini sacre |on 12 septembre, 2020 |Pas de commentaires »

OMELIA (13-09-2020)

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/50393.html

OMELIA (13-09-2020)

diac. Vito Calella
Ti perdono per due motivi

Invito a perdonare il prossimo.
La parabola che il Cristo risuscitato propone per noi oggi è una autorevole commento alla petizione della preghiera del «Padre nostro» e all’ammonizione che segue subito dopo, attestata solamente nel Vangelo secondo Matteo: «Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6, 11); «Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe» (Mt 6, 15-16). Fanno da eco altri passaggi della Parola di Dio, a partire dalla prima lettura ascoltata oggi: «Perdona l’offesa al tuo prossimo e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati. Un uomo che resta in collera verso un altro uomo, come può chiedere la guarigione al Signore? Lui che non ha misericordia per l’uomo suo simile, come può supplicare per i propri peccati? Se lui, che è soltanto carne, conserva rancore, come può ottenere il perdono di Dio?» (Sir 28,2-4); «Parlate e agite come persone che devono essere giudicate secondo una legge di libertà, perché il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà avuto misericordia. La misericordia ha sempre la meglio sul giudizio» (Gc 2,12-13).
Perdonare è difficile!
Viene spontaneo affermare che è difficilissimo perdonare, soprattutto quando le azioni malvagie rasentano l’assurdità e l’orrore. Addirittura ci viene da contestare l’idea che perdonare significa dimenticare gli orrori del male subito, come abbiamo ascoltato dal libro del Siracide: «Ricorda i precetti e non odiare il prossimo, l’alleanza dell’Altissimo e dimentica gli errori altrui» (Sir 28, 9). Bisogna cancellare la ?memoria? dell’olocausto degli ebrei, delle foibe, dei genocidi commessi nella storia umana in nome del perdono? È ingiusto. La mia dignità umana può essere annichilita dalla violenza e dall’abuso sfrenato del piacere egoistico dell’altro; per uno sbaglio da me commesso può ricevere il contraccambio con l’aggressività vendicativa di chi ha subito il torto; può essere violata dalla paura che l’altro ha di perdere le proprie sicurezze divenute idolatrie.
L’essere umano, unica specie capace di pensare e di controllare valutando coscientemente delle proprie azioni, rimane allibito di fronte alla potenza delle reazioni emotive e demoniache di chi serba rancore e medita vendetta per i danni subiti, di chi è schiavo dei propri impulsi di soddisfazione immediata dei suoi piaceri egoistici e di chi è disposto a tutto pur di non perdere le sicurezze materiali e terrene a cui ha inesorabilmente legato il suo cuore, soprattutto il patrimonio finanziario e materiale.
Ti perdono per due motivi.
Per superare lo scoglio della difficoltà di perdonare il nostro prossimo dovrebbero bastare due motivi, deducibili dalla nostra esperienza di vita.
Il primo: siamo più debitori che creditori.
Dopo il racconto del diluvio universale lo scrittore biblico mette in bocca a Dio le seguenti parole: «Non maledirò più il suolo a causa dell’uomo, perché ogni intento del cuore umano è incline al male fin dall’adolescenza» (Gen 8,21b).
Tutti siamo peccatori. Siamo più debitori che creditori perché ci lasciamo condizionare dalle nostre reazioni istintive e da comportamenti determinati da motivazioni inconsce, piuttosto che dalla nostra coscienza pensante.
Siamo più debitori che creditori perché quando ci sentiamo giusti e nel diritto di esigere dagli altri, in verità non ci rendiamo contro del male che provochiamo, assumendo stili di vita conformati ad una cultura dominante non rispettosa della dignità degli altri e del valore della natura.
Ciascuno di noi può accumulare un debito immenso di fronte al Padre unito al Figlio nello Spirito Santo a causa delle sue azioni contro la dignità dell’altro, soprattutto nella tessitura delle proprie relazioni umane, ma anche nella tessitura delle relazioni con specie animali, vegetali e con le cose stupende del creato.
Siamo più debitori che creditori.
Pensando alle nostre relazioni umane siamo consapevoli che la forza brutale della rabbia e del rancore è davvero pericolosa. Essa oggi viene smascherata dall’insegnamento divino della sapienza di Ben Sira. Da buon padre spirituale ci invita a riflettere: «Rancore e ira sono cose orribili, e il peccatore le porta dentro» (Sir 27,30).
Nel nostro cuore si annida il demonio della collera, può covare lo spirito di vendetta.
Dopo la morte di Caino, attestata nel libro di Genesi, troviamo due passaggi drammatici che ci mettono in guardia di fronte al pericolo della vendetta che può subire una escalation e superare ogni limite di equità e ragionevolezza della legge ?occhio per occhio, dente per dente?: «Ma il Signore gli disse: « Ebbene, chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte! ». Il Signore impose a Caino un segno, perché nessuno, incontrandolo, lo colpisse» (Gen 4,15). Continuando la lettura del testo, Lamech, discendente di Caino, dice: «Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamec settantasette» (Gn 4,24). Siamo più debitori che creditori.
Pensando alle nostre relazioni umane: quante discordie nascono a causa del possesso dei beni materiali, per la divisione di un’eredità familiare, per la difesa del patrimonio e del proprio capitale finanziario?
La parabola raccontata da Gesù ha per oggetto la questione economica del debito. Il creditore rivendica al debitore il suo capitale. Per giuste questioni di soldi si rompono facilmente relazioni di comunione radicate da anni.
Siamo più debitori che creditori.
Il secondo motivo per perdonare il prossimo: siamo peccatori (debitori) già perdonati dal Padre!
La parola di Dio oggi ci chiede di fermarci e considerare quale debba veramente essere il vero possesso e investimento del nostro cuore: Cristo Signore! Egli è morto e risuscitato per comunicarci e donarci l’immensità della misericordia del Padre, per la sua eterna fedeltà all’ alleanza di comunione con noi. Gesù è morto in croce ed risuscitato per noi e per la nostra salvezza. L’eucaristia è memoriale di questo incalcolabile dono di salvezza. Conoscere lui e il Padre che lo ha mandato è la vita eterna (Gv 17,3), che possiamo già pregustare nella tessitura delle nostre relazioni quotidiane di ogni giorno investendo il capitale di «diecimila talenti» che sta in noi, cioè l’amore divino dello Spirito Santo, effuso gratuitamente nei nostri cuori. Non sperperiamo l’immenso dono che il Padre ci ha fatto del suo Figlio, il Cristo risuscitato, per mezzo del quale abbiamo ricevuto i «diecimila talenti» dello Spirito Santo! Viviamo di gratitudine ricordando le parole del salmo che abbiamo pregato: «Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore» (Sal 103,8). Non lasciamo passare invano le parole ispirate dell’apostolo Paolo: «Fratelli, nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore» (Rm 14, 7-8). Solo quando avremo fatto esperienza di essere peccatori già perdonati dal Padre unito al Figlio nello Spirito Santo avremo la forza di deciderci sinceramente per la scelta di perdonare i nostri debitori, nonostante la gravità del male subito, confidando che solo Dio può scrivere diritto sulle linee storte della storia umana contrassegnata da tante ingiustizie. Possiamo imparare a perdonare sempre: «settanta volte sette».
Accogliamo dunque le esortazioni che ci vengono da altri testi della Parola di Dio, illuminanti in questo giorno in cui siamo invitati a perdonare il nostro prossimo:
«Siate benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo» (Ef 4,32); «Scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi dunque di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi» (Col 3,12-13).

 

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morte di San Paolo

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Publié dans:immagini sacre |on 10 septembre, 2020 |Pas de commentaires »

COME MORÌ DAVVERO SAN PAOLO? DELLA STORIA DEL MARTIRIO DELL’APOSTOLO DELLE GENTI NON VI È TRACCIA NEL NUOVO TESTAMENTO

https://it.zenit.org/2015/06/30/come-mori-davvero-san-paolo/

COME MORÌ DAVVERO SAN PAOLO? DELLA STORIA DEL MARTIRIO DELL’APOSTOLO DELLE GENTI NON VI È TRACCIA NEL NUOVO TESTAMENTO

GIUGNO 30, 2015
Testo tratto dalla conferenza Il martirio di Paolo del prof. Germano Scaglioni (OFMConv), tenuta alla Pontificia Facoltà Teologica “San Bonaventura” Seraphicum il 27 giugno 2015

***
Per quanto possa apparire sorprendente, la notizia della morte dell’apostolo Paolo non trova riscontro nelle pagine del Nuovo Testamento. Le informazioni circa l’epilogo della sua vita terrena ci sono consegnate da antiche tradizioni cristiane, concordi nel situare a Roma il luogo del suo martirio.
L’autore del libro degli Atti degli Apostoli, solitamente molto attento alle vicende di Paolo, conclude la sua opera con un “sommario”, in cui descrive la situazione dell’Apostolo a Roma, detenuto in regime di custodia militaris, ma libero di predicare: «Paolo trascorse due anni interi nella casa che aveva preso in affitto e accoglieva tutti quelli che venivano da lui, annunciando il regno di Dio e insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza e senza impedimento» (At 28,30-31).
Per motivi che non si conoscono, Luca preferì tacere su ciò che accadde in seguito. Secondo le ipotesi di alcuni interpreti, il processo si concluse con l’assoluzione di Paolo, forse perché nessuno dei suoi accusatori si presentò al processo o a motivo di un atto di clemenza da parte dell’imperatore. In seguito si recò in Spagna, realizzando così un suo progetto (Rm 15,24.28), poi fece ritorno verso le regioni del Mar Egeo, ma a Nicopoli fu arrestato (Tt 3,12). Ricondotto a Roma e sottoposto a un nuovo processo, fu condannato a morte e infine giustiziato. Altri ritengono piuttosto che già il suo “primo” processo romano si fosse concluso con la sua condanna alla pena capitale, eseguita non molto tempo dopo.
Della morte dell’Apostolo si ha la prima notizia ufficiale in uno scritto risalente alla metà degli anni 90, all’incirca una trentina d’anni dopo la sua esecuzione. Il vescovo di Roma dell’epoca, Clemente I, in una lettera indirizzata alla comunità cristiana di Corinto ricorda che l’Apostolo «per la gelosia e la discordia, dopo aver predicato la giustizia a tutto il mondo […] sostenne il martirio davanti ai governanti» (1Clem 5,2).
Altre informazioni riguardanti il martirio di Paolo, associato a quello di Pietro, provengono da uno storico dei primi secoli del cristianesimo: Eusebio di Cesarea (265-340). «Durante il regno di Nerone – annota Eusebio – Paolo fu decapitato proprio a Roma e Pietro vi fu crocifisso. Il racconto è confermato dal nome di Pietro e di Paolo, che è ancor oggi conservato sui loro sepolcri in questa città» (Hist. eccl., 2,25,5).
Anche la letteratura apocrifa si interessò alla morte di Paolo. Negli Atti di Paolo (fine II secolo), si afferma che il martirio dell’Apostolo avvenne in seguito alla sua condanna a morte per decapitazione, decretata da Nerone. Sulle circostanze del martirio si sofferma lo Pseudo Marcello (V secolo) negli Atti di Pietro e Paolo, per il quale alla “decollazione” dell’Apostolo si verificarono due prodigi: la fuoriuscita del latte dal collo reciso e lo sgorgare di tre sorgenti al triplice rimbalzo della testa sul terreno. Ciò spiegherebbe il nuovo toponimo per il luogo del martirio: non più “Aquae Salviae”, ma l’attuale “Tre Fontane”.
Circa il luogo della sepoltura, si ha una duplice testimonianza. La prima è quella di Gaio, un presbitero romano del II secolo, il quale dichiara: «Io ti posso mostrare i trofei [= monumenti sepolcrali] degli apostoli: se andrai al Vaticano o sulla via Ostiense vi troverai i trofei dei fondatori della Chiesa» (Hist. eccl. 2,25,6-7). La seconda proviene da uno scritto dello Pseudo Abdia, Passione di Paolo, opera apocrifa del VI secolo, in cui si dichiara che la sepoltura delle spoglie mortali dell’Apostolo è avvenuta fuori della città, al secondo miglio sulla Via Ostiense, nel podere di Lucina, una facoltosa matrona romana cristiana, sulla cui casa sorge l’attuale chiesa di San Lorenzo in Lucina.
Anche sulla data della morte dell’Apostolo le opinioni sono discordanti. Per alcuni Paolo sarebbe morto nel 64, durante le persecuzioni anticristiane seguite all’incendio di Roma; Eusebio di Cesarea e san Girolamo individuarono il 67, l’anno quattordicesimo del regno di Nerone, mentre secondo altri la morte dell’Apostolo sarebbe avvenuta qualche anno prima, fra il 56 e il 58. La questione è tuttora dibattuta.

 

Publié dans:SAN PAOLO APOSTOLO |on 10 septembre, 2020 |Pas de commentaires »
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