XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (12/07/2020)

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XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (12/07/2020)

Seme fecondo, raccolto traboccante
don Luca Garbinetto

Ormai è risaputo: Gesù non parla in parabole per rendere le cose più semplici. Certamente, lo comprendono i semplici, che però non sono quelli che si accontentano di poco, bensì coloro che osano le alte cime e rischiano le quote da vertigine. A loro si aprono le orecchie, dopo che sono rimaste tappate nella fatica della salita, per la pressione dell’aria o della folla, e per loro si spalancano orizzonti impensabili, che fanno dilatare gli occhi di stupore e di commozione. Per loro sono le parabole, meravigliosa alchimia di simbolo e realtà, toccante immersione nei “misteri del regno dei cieli” (v. 11), che invece rimangono oscuri a chi si accontenta dei calcoli e delle misure ovvie della vita.
Perché di questo, in fondo, si tratta: di misure… smisurate! A partire dalla parabola del seminatore, anzi, del seme sparso per ogni dove. Si tratta infatti di una delle rare parabole che Gesù stesso spiega ai suoi discepoli – perché tutti odono le parole di Gesù, ma non tutti ascoltano. I discepoli sono coloro che ascoltano, cioè comprendono e provano a mettere in pratica. La parabola spiegata si trasforma quasi in una analogia, un parallelismo tra l’agire di Dio, che semina la Parola nei cuori degli uomini, vari e differenti come i diversi terreni raggiunti dall’agricoltore, e l’operato del contadino. E tuttavia, ci si chiede giustamente: ma se Gesù spiega la parabola, che cosa rimane ancora da capire, da intendere, da scoprire? Dove sta lo stupore?
Sta proprio in fondo. Nell’ultimo versetto, ripetuto praticamente identico due volte: “dà frutto, il cento, il sessanta, il trenta per uno” (v. 8 e v. 23). Espressione che Gesù applica al campo e all’uomo, ma che non spiega. Perché è inspiegabile. È un dato smisurato, è un accumulo di cifre senza misura. Pur in scalare, vi è una sovrabbondanza da restare esterrefatti.
Un buon terreno agricolo, infatti, nel sistema produttivo palestinese dell’epoca di Gesù, quando andava alla grande poteva produrre fino a sei volte tanto quello che era stato seminato. Era un raccolto da far tornare a casa tra i canti di gioia, con i covoni sulle spalle a ricordare antichi salmi di liberazione dall’esilio. Una mietitura abbondante era sempre festa che non si limitava a garanzia di cibo, ma richiamava la fedeltà del Dio liberatore e provvidente. Come una manna nel deserto, insomma.
Ma qui siamo all’eccesso! Gesù parla di un frutto, quando va male, trenta volte maggiore del seminato. E se va tutto per il meglio, arriviamo perfino a cento. Che poi, lo sappiamo, il centuplo non è nemmeno tutto di quanto Egli ha promesso a coloro che si lasciano arare e preparare per la semina della Parola. Insomma, il terreno buono produce a dismisura, in maniera traboccante. È questa l’esuberanza del dono, la meraviglia del regno che si compie, incontenibile. C’è un di più, perfino esagerato, c’è un avanzo che rende inutili nuovi granai, incapaci di contenere lo straripare della grazia. Esce dal tempio e dalla casa, supera le barriere dei cuori. Un cuore buono, come un terreno fecondo, irrompe nella vita di altri cuori, a condividere e a spandere nuovamente ciò che è rimasto, come ceste di pane buono, senza trattenere nulla per sé.
È la logica dell’amore: chi più ne ha, più ne dona, e in questo modo si moltiplica. La ricchezza contenuta nel seme dell’Alleanza antica, fatto di premura e pazienza da parte del Dio della storia verso il proprio popolo, si moltiplica nel nuovo Patto, perché si trasforma in relazione intima, personale, penetrante. La Legge che metteva misure di passi lungo le strade, o limitava il raccolto risparmiando qualcosa per le spigolatrici povere, diventa ora solco scavato nell’interiorità di ciascuno dei discepoli che si lasciano trafiggere dalla lancia della passione. È Lui, infatti, il seme sparso, il Verbo innestato nella terra, e così pure nella ferita della nostra solitudine. Gesù entra dentro le piaghe toccando la profondità della nostra debolezza, e mette radici impossibili da sradicare. È il mistero della Nuova Alleanza, promessa dai profeti, intuita e desiderata dai giusti (cfr. v. 17; cfr. Ger 31,31-33) e finalmente compiuta in noi.
Eccoci, allora, colmi di stupore. Alla fine, l’ultima Parola illumina le restanti. Possiamo restare a lungo a verificare quali siano le magagne dei nostri terreni incolti o duri da lavorare; possiamo spendere tempi infiniti a lamentarci per le nostre miserie e l’incapacità di accogliere fedelmente il dono. Chissà, però, che così facendo non rendiamo ancor più arida la nostra anima, perché troppo preoccupati di sminuzzare da soli erbe buone e zizzania, dimenticandoci del seme gravido di vita che ci è stato riversato gratuitamente nel grembo.
Varrebbe la pena, probabilmente, partire dall’esuberanza del frutto. Che è promessa, che si compie in noi, per opera Sua, per la potenza insita nel seme stesso, per l’efficacia della Parola. Ma, sia chiaro, solo per la nostra coraggiosa ed attiva disponibilità a farci arare continuamente e ad accogliere la semina. Così il nostro terreno, misto e variegato, viene raggiunto nell’immancabile zolla di humus fertile e si trasforma irrimediabilmente in feconda e sovrabbondante produzione di amore.

Publié dans : OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |le 10 juillet, 2020 |Pas de Commentaires »

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