Archive pour mai, 2019

DALLA LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO AGLI EFESÌNI -EF 4, 1-13 – RAGGIUNGERE LA MISURA DELLA PIENEZZA DI CRISTO.

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DALLA LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO AGLI EFESÌNI -EF 4, 1-13 – RAGGIUNGERE LA MISURA DELLA PIENEZZA DI CRISTO.

Fratelli, io, prigioniero a motivo del Signore, vi esorto: comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore, avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace.
Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti.
A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo. Per questo è detto: «Asceso in alto, ha portato con sé prigionieri, ha distribuito doni agli uomini». Ma cosa significa che ascese, se non che prima era disceso quaggiù sulla terra? Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per essere pienezza di tutte le cose.
Ed egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo.

Parola di Dio

Riflessione

Paolo si autodefinisce “prigioniero a motivo del Signore”… e sembra che ne sia pure molto fiero!!! A dire il vero non ha tutti i torti, perché lui non è schiavo di nessuno, la sua prigionia è accettata liberamente ed è stato lui stesso a consegnare la sua vita a Gesù. Quando siamo schiavi e prigionieri del mondo siamo veramente in prigione, mentre quando siamo prigionieri del Signore siamo veramente liberi.
E così Paolo, dopo questa presentazione un pochetto “particolare”, che a dire il vero non è molto promettente – non a tutti infatti verrebbe in mente di seguire i suoi consigli sapendo la fine che ha fatto lui: finire in prigione. Caro Paolo, non potevi iniziare la lettera in modo più soft?… Ad esempio: « Io, amico caro e speciale del Signore, vi esorto… ».
Comunque, nonostante l’inizio un po’ avventuroso, Paolo offre alcune indicazioni molto utili per vivere in pienezza il nostro battesimo, per uno stile di vita consono alla nostra vocazione: « Sforzati di presentarti davanti a Dio come un uomo degno di approvazione, un lavoratore che non ha di che vergognarsi, uno scrupoloso dispensatore della parola della verità » (2 Tim 2, 15).
Ognuno di noi è stato scelto da Dio e ognuno di noi ha l’onore di essere Suo figlio. Dunque, se vogliamo presentarci un giorno davanti a Lui « Santi e immacolati nell’amore », dobbiamo cercare di rigare diritto. Uno degli impegni più grandi di ogni vero cristiano, non è: fare, fare, fare… ma piuttosto « lasciarci fare », è pensare a quello che Dio ha fatto e continua a fare per noi, è guardare come ama Lui e non accontentarci di come non amiamo noi.
Per vivere bene alla presenza di Dio, Paolo elenca una serie di virtù che dovremmo coltivare nel giardino del nostro cuore: umiltà, magnanimità, dolcezza, pazienza e infine l’impegno per restare uniti. Non sono dunque ammissibili, l’orgoglio, la vanità, la pigrizia, la durezza, la maldicenza… tutte cose che minacciano l’unità della Chiesa portando discordia e divisione tra fratelli; così il disegno di Dio va in frantumi e non si rende a Lui una buona testimonianza.
Come ha detto Papa Francesco durante la Recita del Regina Cæli in Piazza San Pietro il 3/05/2015: “Ciascuno di noi è un tralcio dell’unica vite; e tutti insieme siamo chiamati a portare i frutti di questa comune appartenenza a Cristo e alla Chiesa. [...]Tutti, a seconda delle nostre vocazioni particolari, partecipiamo all’unica missione salvifica di Cristo ».
Ascoltiamo allora le parole di Gesù in Matteo 11, 29: « Imparate da me, che sono mite e umile di cuore ». Tutto ciò che siamo e che abbiamo, è un dono gratuito… impariamo allora a non sollevarci troppo da terra, a non cercare la gloria degli uomini, perché Gesù sa come farci scendere dal piedistallo, e a suo tempo lo farà… Impariamo ad accettare tutto ciò che ci capita senza lamentarci troppo, a sopportare le ingiustizie senza agitarci troppo e a portare “volentieri” – non sempre è facile – i pesi che gli altri ci scaraventano addosso. A questo punto può essere utile una semplice domanda: « Quanto mi sopporta Gesù? »… Me, TANTISSIMO!!! Allora anch’io devo sopportare gli altri!!!… « Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza; sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi » (Col 3, 12-13).
Chiediamo al buon Dio la fede e la forza di impegnarci a conservare l’unità dello Spirito con i fratelli, che Lui ci leghi con il vincolo della pace, che Lui ci renda attenti alla loro vita e i nostri rapporti siano veri e sinceri.
Molto spesso invece ci limitiamo a saluti e parole di convenienza… Ciao come va… Oh, mi dispiace… e adesso come farai… vedrai che tutto si sistemerà… Salutami tanto i tuoi… Io ti voglio bene anche se non ti chiamo… Io ti sono vicino… Se hai bisogno chiama… Terribile!!! Questa è pura indifferenza!!! La realtà è che siamo duri di cuore… Vediamo molto bene il nostro fratello in difficoltà, ma pretendiamo di sistemare la nostra coscienza con due parole caruccie e superficiali. Proviamo a riflettere su questo versetto (1 Cor 12, 26)… « Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui ».
Tutti noi siamo dei tasselli che, uniti insieme, formano il puzzle più bello del mondo… Ognuno di noi da un contributo alla crescita di questo puzzle. Ma se pensiamo di volerci sbarazzare di un pezzo che a noi sembra inutile, o che non ci piace, non porteremo mai a termine il lavoro per cui siamo stati chiamati da Dio… tutte le nostre buone intenzioni e fatiche rischiano di essere sterili, inutili, dannose…
Preghiamo ancora il buon Dio di purificare il nostro cuore per renderlo libero dal nostro « io », per renderlo aperto all’incontro con i fratelli, saremo così accolti nella gioia di Cristo risorto.
Vorrei concludere la mia povera riflessione con un pensiero di San Gregorio di Nissa preso “Dall’Omelia sul Cantico dei cantici”: “Gesù benedice i suoi discepoli, conferisce loro ogni potere e concede loro i suoi beni. Fra questi sono da includere anche le sante espressioni che egli rivolge al Padre. Ma fra tutte le parole che dice e le grazie che concede una ce n’è che è la maggiore di tutte e tutte le riassume. Ed è quella con cui Cristo ammonisce i suoi a trovarsi sempre uniti nelle soluzioni delle questioni e nelle valutazioni circa il bene da fare; a sentirsi un cuor solo e un’anima sola e a stimare questa unione l’unico e solo bene; a stringersi nell’unità dello Spirito con il vincolo della pace; a far un solo corpo e un solo spirito; a corrispondere a un’unica vocazione, animati da una medesima speranza”.
Pace e bene

Publié dans:Lettera agli Efesini |on 24 mai, 2019 |Pas de commentaires »

San Paolo Apostolo

paolo

Publié dans:immagini sacre |on 22 mai, 2019 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – Il tramonto dell’apostolo (18.10.13)

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2013/documents/papa-francesco-cotidie_20131018_tramonto-dell-apostolo.html

PAPA FRANCESCO – Il tramonto dell’apostolo (18.10.13)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Venerdì, 18 ottobre 2013

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIII, n. 240, Sab. 19/10/2013)

Un pellegrinaggio singolare è quello indicato da Papa Francesco durante la messa celebrata stamane, venerdì 18 ottobre, a Santa Marta. È la visita alle case di riposo dove sono ospitati preti e suore anziani. Si tratta di veri e propri «santuari di apostolicità e di santità – ha detto il Vescovo di Roma – che abbiamo nella Chiesa» dove dunque vale la pena andare come «in pellegrinaggio». Questa indicazione è stata il punto di arrivo di una riflessione che ha preso spunto dal confronto tra le letture della liturgia del giorno: il brano del Vangelo di Luca (10, 1-9) — nel quale si racconta «l’inizio della vita apostolica», quando i discepoli sono stati chiamati ed erano «giovani, forti e gioiosi» — e la seconda lettera di san Paolo a Timoteo (4, 10-17) nella quale l’apostolo, ormai vicino al «tramonto della sua esistenza», si sofferma sulla «fine della vita apostolica». Da questo confronto si capisce, ha spiegato il Papa, che ogni «apostolo ha un inizio gioioso, entusiasta, con Dio dentro; ma non gli è risparmiato il tramonto». E, ha confidato, «a me fa bene pensare al tramonto dell’apostolo».
Il pensiero è quindi andato a «tre icone»: Mosè, Giovanni il Battista e Paolo. Mosè è «quel capo del popolo di Dio, coraggioso, che lottava contro i nemici e lottava anche con Dio per salvare il popolo. È forte, ma alla fine si ritrova solo sul monte Nebo a guardare la terra promessa», nella quale però non può entrare. Anche al Battista «negli ultimi tempi non vengono risparmiate le angosce». Si domanda se ha sbagliato, se ha preso la vera strada, e ai suoi amici chiede di andare a domandare a Gesù «sei tu o dobbiamo aspettare ancora?». È tormentato dall’angoscia; al punto che «l’uomo più grande nato da donna», come lo ha definito Cristo stesso, finisce «sotto il potere di un governante debole, ubriaco e corrotto, sottoposto al potere dell’invidia di un’adultera e del capriccio di una ballerina».
Infine c’è Paolo, il quale confida a Timoteo tutta la sua amarezza. Per descriverne la sofferenza, il vescovo di Roma ha usato l’espressione «non è nel settimo cielo». E ha poi riproposto le parole dell’apostolo: «Figlio mio, Dema mi ha abbandonato, avendo preferito le cose di questo mondo; Crescente è andato in Galazia, Tito in Dalmazia. Solo Luca è con me. Prendi con te Marco e portalo, mi sarà utile; portami il mantello che ho lasciato, i libri e le pergamene. E ancora: Alessandro, il fabbro, mi ha procurato molti danni. Anche tu guardati da lui, perché si è accanito contro la nostra predicazione». Il Papa ha proseguito ricordando il racconto che Paolo fa del processo: «nella prima difesa nessuno mi ha assistito, tutti mi hanno abbandonato, però il Signore mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annunzio del Vangelo». Un’immagine che, secondo il Pontefice, racchiude in sé il «tramonto» di ogni apostolo: «solo, abbandonato, tradito»; assistito soltanto dal Signore che «non abbandona, non tradisce», perché «Lui è fedele, non può rinnegare se stesso».
La grandezza dell’apostolo — ha sottolineato il Papa — sta dunque nel fare con la vita quello che il Battista diceva: «è necessario che lui cresca e io diminuisca»; l’apostolo è colui «che dà la vita perché il Signore cresca. E alla fine c’è il tramonto». È stato così anche per Pietro, ha fatto notare Papa Francesco, al quale Gesù ha predetto: «Quando tu sarai vecchio ti porteranno dove tu non vorrai andare».
La meditazione sulle fasi finali delle vite di questi personaggi ha così suggerito al Santo Padre «il ricordo di quei santuari di apostolicità e di santità che sono le case di riposo dei preti e delle suore». Strutture che ospitano, ha aggiunto, «bravi preti e brave suore, invecchiati, con il peso della solitudine, che aspettano che venga il Signore a bussare alla porta dei loro cuori». Purtroppo, ha commentato il Papa, noi tendiamo a dimenticare questi santuari: «non sono posti belli, perché uno vede cosa ci aspetta». Di contro però «se guardiamo più nel profondo, sono bellissimi», per la ricchezza di umanità che vi è dentro. Visitarli dunque significa fare «veri pellegrinaggi, verso questi santuari di santità e di apostolicità», alla stessa stregua dei pellegrinaggi che si fanno nei santuari mariani o in quelli dedicati ai santi.
«Ma mi chiedo — ha aggiunto il Papa — noi cristiani abbiamo la voglia di fare una visita — che sarà un vero pellegrinaggio! — a questi santuari di santità e di apostolicità che sono le case di riposo dei preti e delle suore? Uno di voi mi diceva, giorni fa, che quando andava in un Paese di missione, andava al cimitero e vedeva tutte le tombe dei vecchi missionari, preti e suore, lì da 50, 100, 200 anni, sconosciuti. E mi diceva: “Ma, tutti questi possono essere canonizzati, perché alla fine conta soltanto questa santità quotidiana, questa santità di tutti i giorni”».
Nelle case di riposo «queste suore e questi preti — ha detto il Papa — aspettano il Signore un po’ come Paolo: un po’ tristi, davvero, ma anche con una certa pace, col volto allegro». Proprio per questo fa «bene a tutti pensare a questa tappa della vita che è il tramonto dell’apostolo». E, concludendo, ha chiesto di pregare il Signore di custodire i sacerdoti e le religiose che si trovano nella fase finale della loro esistenza, affinché possano ripetere almeno un’altra volta «sì, Signore, voglio seguirti».

 

la peccatrice lava i piedi a Gesù

- Israel

Publié dans:immagini sacre |on 20 mai, 2019 |Pas de commentaires »

I VIZI E LE VIRTU’ SUPERBIA E UMILTA’ / 1

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Celebrazioni/2002-2003/9-Superbia_e_umilta-1.html

I VIZI E LE VIRTU’ SUPERBIA E UMILTA’ / 1

Il vizio della superbia è davvero la più brutta bestia di questo mondo, perché il superbo ha un comportamento di ribellione a Dio e di disprezzo verso il proprio simile. Tutti infatti lo condanniamo quando lo vediamo ben scolpito negli altri, mentre non osiamo scendere nel profondo del nostro cuore, né scrutare i nostri ragionamenti e comportamenti, quando si tratta di noi.
Cosa ci dice la Bibbia
Scelgo il Salmo 72 che, mettendo a confronto, davanti a Dio, le due categorie di persone, i superbi e gli umili, incomincia così:

Quanto è buono Dio con i giusti,
con gli uomini dal cuore puro!
Per poco non inciampavano i miei piedi,
per un nulla vacillavano i miei passi,
perché ho invidiato i prepotenti,
vedendo la prosperità dei malvagi (72,1-3).

Con questi accenti prega il pio israelita che confida in Dio. Anche noi, con lui, constatiamo, che non c’è sofferenza per i cattivi, almeno così appare, il loro corpo è sano e pasciuto, si vantano di se stessi e si rivestono di violenza, guardano gli altri dall’alto in basso e nutrono pensieri malvagi, scherniscono e minacciano, e osano sfidare il Signore dicendo: Dio non può conoscere ciò che pensiamo e facciamo, l’Altissimo non lo può sapere; questi sono gli empi (cf Sal 72,4-12).
I timorati di Dio continuano a domandarsi: Invano, Signore, ho conservato puro il mio cuore, invano mi sono pentito dei miei peccati? Sono colpito tutto il giorno, e la mia pena si rinnova ogni mattina. I miei pensieri vagano e non comprendo questa terribile differenza, tra buoni e cattivi. Ma quando entro nel santuario di Dio che è il mio cuore, e prego con fede, allora comprendo quale sarà la fine degli empi: lo spavento e la rovina li ghermirà, saranno distrutti e svaniranno.
Mi agito nel mio petto con mille pensieri ma ora ho finito di tormentarmi poiché tu, Signore, mi hai preso per la mano destra. Ecco tu mi guiderai con il tuo consiglio e mi accoglierai nella tua gloria. Fuori di te, mio Dio, non bramo nulla sulla terra, tu sei la mia sorte per sempre (cf Sal 72).

Un bel ringraziamento a Dio
Rit. Grazie, Signore, perché tu solo sei grande.
O Dio, mio re, voglio esaltarti e benedire il tuo nome in eterno e per sempre. Rit.
Grande sei, Signore, e degno di ogni lode, la tua grandezza non si può misurare, una generazione narra all’altra le tue opere. Rit.
Stupenda è la tua potenza, tutti parlano della tua grandezza, la tua bontà è immensa. Rit.
(cf Sal 144).

Gesù sceglie per sé l’umiltà
L’eterno Figlio di Dio che tutto ha creato e tutto può fino alla perfezione, ha voluto sconfiggere il nostro orgoglio, la nostra superbia, facendosi uomo nel grembo di una donna, la Vergine di Nazaret.
Lui, che era Dio, ha scelto liberamente di non far prevalere la sua divinità. Non ha considerato la sua uguaglianza con Dio come una preda da difendere con tutti i mezzi e a tutti i costi, ma si è spogliato di se stesso, si è svuotato della sua potenza e della sua gloria. Lui che di diritto era Signore d’ogni cosa, si è fatto servo di tutti, si è fatto uomo come tutti noi, per condividere con noi tutte le debolezze della condizione umana, eccetto il peccato, fino a una morte ingiusta e ignominiosa, fino a morire ignudo, davanti a tutto il mondo, sulla croce.
Per questa sua volontaria umiliazione, il nostro Gesù fu sopraesaltato, risorgendo il terzo giorno, salendo alla destra di Dio Padre e prendendo il possesso del Regno Universale del cielo e della terra, il potere e il giudizio su tutti gli uomini, di ogni luogo e di tutti i tempi.

Come definire la superbia
La superbia è il vizio capitale che contamina maggiormente l’uomo, nel suo sapere e volere. Il superbo pretende, infatti, e ne è convinto, di essere di più di quanto gli sia concesso di essere come creatura. È peccato, appunto, perché in qualche modo, esplicitamente o no, il superbo non si sottomette a Dio, anzi vuol mettersi al di sopra del suo creatore, proprio come l’antico Serpente propose ad Adamo ed Eva: “Non morirete affatto. Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio” (Gn 3,4-5).
Già allora Dio, Padre di ogni misericordia, è venuto incontro alla debolezza umana dei nostri
Progenitori, promettendo un Salvatore.

Preghiera
Rit. Dall’orgoglio e dalla superbia liberaci, o Signore.
Quando ci allontaniamo da te e cerchiamo altrove quelle cose che tu solo ci puoi dare in abbondanza. Rit.
Quando ci insuperbiamo a motivo dei beni e delle doti che tu stesso ci hai donato. Rit.
Quando il desiderio di superiorità sugli altri è assolutamente esagerato e inopportuno. Rit.
Quando la nostra superbia vuole metterci in concorrenza con te che sei l’unico eccelso, al di sopra di tutte le cose. Rit.
Quando l’amore disordinato di noi stessi ci fa vivere in un mondo pieno di odio e di arrivismi. Rit.

Don Timoteo Munari

Publié dans:MEDITAZIONI |on 20 mai, 2019 |Pas de commentaires »

« amatevi gli uni gli altri »

paolo

Publié dans:immagini sacre |on 17 mai, 2019 |Pas de commentaires »

V DOMENICA DI PASQUA (ANNO C) (19/05/2019)

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V DOMENICA DI PASQUA (ANNO C) (19/05/2019)

Come io ho amato voi
don Luciano Cantini

Un comandamento nuovo
Sul Sinai Mosè riceve le “dieci parole”, i comandamenti, come fondamento della Alleanza con Dio, meglio ancora come atto fondativo del popolo d’Israele; Gesù, nel cenacolo, dona un solo Comandamento come atto fondativo della sua Chiesa: Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli.
Leggendo bene Gesù non ci lascia un comandamento nel senso di legge (in greco si direbbe nòmos), ma nel senso di patto (entolè). È una alleanza che Gesù ci sta offrendo: nuova, non perché segue un’altra più vecchia (in senso cronologico in greco si sarebbe detto neòs), piuttosto perché diversa, altra (come il termine kainòs suggerisce), porta cioè una novità rispetto al passato, la sua qualità è tale che supera e sostituisce i patti e le alleanze precedenti. Se Gesù chiama la sua affermazione comandamento è per contrapporlo a quelli di Mosè: “la legge fu data per mezzo di Mosè, ma la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù” (Gv 1,17).
Che vi amiate gli uni gli altri
Nella alleanza sinaitica le prime tre “parole” delle Tavole riguardano Dio e la relazione con lui; nell’unico nuovo comandamento che Gesù lascia come costitutivo per la comunità dei credenti non c’è nulla che riguardi Dio ma comanda l’unica cosa che non può essere comandata ad un uomo: l’impegno di amore per gli uomini e tra gli uomini. Si può comandare di tutto, di obbedire, di servire, ma non di amare. L’amore è talmente connaturale all’uomo che parlarne può sembrare facile, ma è una realtà così complessa che è difficile analizzarne motivazioni e conseguenze. Una coppia è in difficoltà se si domanda il perché del loro amore; potranno raccontare la loro storia, ricordare attimi, esprimere sentimenti ma non dire il perché!
L’essere umano è dominato da istinti primordiali come la sopravvivenza o la continuità della specie eppure è la forza dell’amore che dà il contenuto alla storia e lo spessore della vita, eleva gli istinti alla sublimità spirituale.
Come io ho amato voi
Gesù pone l’amore tra gli uomini in relazione al suo: come io ho amato voi; non usa il futuro “amerò”, quindi sembra non intendere il dono totale e supremo che poi manifesterà sulla croce, piuttosto richiamare l’esperienza di lui che i discepoli hanno già fatto. Nel contesto della cena come non fare riferimento a Gesù che, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine (Gv 13,1), si è spogliato e come un servo si è messo a lavare i piedi.
È l‘amore che si esprime nel servizio, che diventa visibile attraverso il servizio: per mezzo dell’amore siate a servizio gli uni agli altri (Gal 5,13).
Quel come (kathòs) può anche essere tradotto perché: Amatevi perché io vi ho amati. Si tratta di restituire l’amore che abbiamo ricevuto da Cristo facendolo passare attraverso la nostra vita, la nostra esperienza; è indispensabile permettere all’amore di circolare tra noi: amare Dio attraverso il nostro prossimo, nel nostro prossimo (cfr Mt 25,35).
Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli
Il discepolo di Cristo è riconoscibile soltanto da come agisce verso gli altri: da questo tutti sapranno che siete miei discepoli.
L’amore è il segno distintivo, l’agàpe, l’amore fraterno, vicendevole, un amore accogliente, coinvolgente, contagioso! [Dall'inizio della cena troviamo usato il verbo agapaô (amare), e il sostantivo agapê (amore), che nel greco classico è piuttosto raro, nel NT, invece, è molto usato per esprimere l'amore gratuito e disinteressato di Dio, e conseguentemente la risposta dell'uomo].
Altro che sputarsi addosso, insultarsi con epiteti volgari, discriminare, additare chi è diverso, ferire, usare violenza, uccidere! Invece viviamo in una società intollerante, fatta di esclusione anziché di accoglienza, di odio anziché di amore: Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede (1Gv 4,20). Amare non è una astrazione, neppure contemplazione, ma la concretezza del sanare le ferite dell’anima di chi ci sta accanto, nel soccorre i deboli, confortare gli scoraggiati, a prescindere dalla condizione sociale, credo religioso, nazionalità, orientamento sessuale, amare incondizionatamente tutte e tutti perché siamo sorelle e fratelli fin quanto figlie e figli dello stesso Padre.

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