III DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO C) (24/03/2019)

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III DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO C) (24/03/2019)

Tagliare gli alberi improduttivi della casa di Dio
padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa terza domenica di Quaresima ci impone una seria riflessione sulla nostra capacità di portare frutti abbondanti nella vigna del Signore con il nostro modo di agire ed operare per il bene nostro e degli altri. La nostra resistenza alla grazia di Dio all’invito alla conversione che il Signore ci rivolge continuamente mediante tanti segnali e circostanza, cade frequentemente nel vuoto al punto tale che non cambiamo mai e facciamo sempre le stesse cose. Gesù, nel brano del Vangelo di Luca, nel quale porta l’esempio di un albero improduttivo, invita a reciderlo se effettivamente sta li solo a fruttare il terreno senza dare segni di vitalità e produttività materiale. Spostando il ragionamento a livello spirituale ed ecclesiale ne viene da se la conclusione che chi in ambito spirituale ed ecclesiale non dice nulla e non produce nulla, è bene per lui che si faccia da parte e dopo un sincero e autentico ripensamento della propria vita, riprendere un cammino positivo e propositivo, uscendo dalle secche dell’aridità ed improduttività spirituale. Gesù mette in guardia chi come al suo tempo, ma anche quanti del nostro tempo, si ritengono più giusti degli altri per una sorta di osservanza esteriore della legge di Dio, che non dà garanzia e protezione alla longevità della vita, all’assenza di sofferenza o al rischio di una morte improvvisa e violenta. Non si può collegare, è questo il chiaro messaggio che viene dal vangelo, la morte, il dolore e la malattia come una punizione di Dio, perché si è più peccatori o meno degli altri, che non subiscono la morte improvvisa o violenta come è ricordato nel brano del vangelo in riferimento al fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici o quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise. Gesù risponde senza mezzi termini, precisando la questione nella sua sostanza e affermando che non bisogna credere al fatto che queste persone, secondo una falsa interpretazione della morte violenta, fossero più colpevole di tutti gli abitanti di Gerusalemme. Questi drammi dell’umanità sono inviti espliciti alla conversione, perché se non ci convertiamo periremo tutti allo stesso modo, cioè moriremo in peccato e lontani da Dio. Chi non li recepisce e soprattutto non li mette in atto e come l’albero che non produce frutto, anche aspettando più anni. Va reciso, perché non sfrutti il terreno inutilmente.
Su questa lunghezza d’onda spirituale e di rinnovamento si pone la prima lettura, dove è raccontata la visione del roveto ardente da parte di Mosè. Il Signore, nel brano di oggi del libro dell’Esodo si rivolge a Mosè dal Roveto, con queste parole di invito a conversione lui e il popolo al quale lo invia, perché scoprano qual è il vero nome di Dio e chi è il loro vero Dio: Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!». E disse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe». Mosè allora si coprì il volto, perché aveva paura di guardare verso Dio. Il Signore disse: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele». Mosè disse a Dio: «Ecco, io vado dagli Israeliti e dico loro: “Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi”. Mi diranno: “Qual è il suo nome?”. E io che cosa risponderò loro?». Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!». E aggiunse: «Così dirai agli Israeliti: “Io Sono mi ha mandato a voi”». Dio disse ancora a Mosè: «Dirai agli Israeliti: “Il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi”. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione».
Accogliere Dio nella vita è il primo atto di fede e di conversione che va attuato nella nostra vita. Spesso crediamo di credere, ma non crediamo affatto, perché la nostra fede è senza contenuti, è scialba e senza ossatura. La nostra cultura e il mondo di oggi ci distrae da Dio, ci porta lontano con la mente ed il cuore da Lui. La nostra conversione riparte dall’avvicinarsi al fuoco dell’amore di Dio, per attingere da esso la forza interiore per cambiare noi e il mondo in cui siamo.
Su questo tema ci fa riflettere anche Paolo Apostolo nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla sua prima lettera ai corinzi nella quale cita l’esperienza negativa dei padri d’Israele che con il loro modo di agire non furono graditi a Dio, al punto tale che la maggior parte di loro non fu gradita a Dio e perciò furono sterminati nel deserto. Ciò avvenne come esempio per noi, perché non desiderassimo cose cattive, come essi le desiderarono”. Considerato il cattivo esempio dei loro antenati, Paolo raccomanda di non mormorare, come mormorarono alcuni di loro, e caddero vittime dello sterminatore. Ed aggiunge che tutte queste cose accaddero a loro come esempio, e sono state scritte per nostro ammonimento, di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi. Quindi, chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere”. In poche parole, bisogna fortificarsi nella fede per non cadere sotto il peso dei peccati e delle proprie debolezze umane che allontano da Dio e ci fanno diventare nemici della croce di Cristo.
Chiediamo al Signore, in questa santa quaresima, in fase inoltrata, che converta il nostro cuore e diciamoGli dal profondo del nostro cuore: “Dio misericordioso, fonte di ogni bene, tu ci hai proposto a rimedio del peccato il digiuno, la preghiera e le opere di carità fraterna; guarda a noi che riconosciamo la nostra miseria e, poiché ci opprime il peso delle nostre colpe, ci sollevi la tua misericordia.

 

Publié dans : OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |le 22 mars, 2019 |Pas de Commentaires »

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