IN TUTTE LE TRIBOLAZIONI NOI SIAMO PIÙ CHE VINCITORI PER VIRTÙ DI COLUI CHE CI HA AMATI! (ROM 8,37)

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IN TUTTE LE TRIBOLAZIONI NOI SIAMO PIÙ CHE VINCITORI PER VIRTÙ DI COLUI CHE CI HA AMATI! (ROM 8,37)

A nessuno piace soffrire. E se qualcuno gode di soffrire, costui è malato, malato di masochismo o di autolesionismo.
E’ normale che gli uomini evitino la sofferenza, tanto normale che gran parte delle energie del mondo sono impiegate nella lotta contro la sofferenza.
Anche Pietro non voleva sentir parlare di sofferenza. Questa parola in bocca al suo Maestro lo ha messo in stato d’allarme: ha reagito con le solite frasi d’occasione: « no, a te non succederà… ». Credeva, con questi complimenti, di esprimere amore per Gesù. Riteneva che amore fosse augurare di non soffrire. Si faceva in tal modo portavoce del senso comune di tutti gli uomini che sono in continua lotta contro la sofferenza propria o altrui. La vedono come il principale nemico dell’uomo e dell’umanità.
Ma Gesù rispose decisamente a Pietro: Va’ via Satana! tu non pensi con la mentalità di Dio, tu porti in cuore le paure degli uomini!
Pietro aveva messo al centro dell’attenzione la sofferenza, cioè, in fin dei conti, l’uomo! L’uomo che bada a se stesso ha paura della sofferenza e della morte, e questa paura aumenta I , attenzione a se stesso. Così Dio rimane fuori gioco, fuori di ogni calcolo e ragionamento. L’uomo si ritrova nudo, come Adamo dopo il peccato, solo, in balia di se stesso, senza difese, senza protezione, ateo, senza relazione d’amore né con Dio (dimenticato) né con l’uomo (gli diventa nemico!).
L’uomo che rifiuta ad ogni costo la sofferenza si ritrova a rifiutare, alla fin fine, anche Dio.
L’adesione a Dio, alla Sua paternità, può comportare talvolta anche sofferenza: se la rifiuto in partenza posso rifiutare la mia figliolanza a Dio.
La sofferenza non deve stare al centro dell’attenzione, né deve essere elemento da prendersi in considerazione nelle decisioni. Non si può decidere qualcosa in base a maggiore o minore sofferenza, decidere quello che fa soffrire di meno o quello che fa soffrire di più! In questo caso la sofferenza diverrebbe idolo, qualcosa che sta al posto di Dio.
Al centro dell’attenzione lascerò Dio; Egli è degno di occupare il posto centrale, ed io sono figlio se decido ogni cosa in base ai Suoi progetti, alle sue chiamate.
E’ quanto ci mostra Gesù pregando nella notte nell’orto degli ulivi. « Non la mia, ma la tua volontà sia fatta ». In questo modo Egli allontana quella tentazione che gli era pervenuta anche tramite Pietro: distoglie gli occhi dalla sofferenza, « il calice amaro », per posarli sul Padre: Egli va amato, anche se quest’amore comporta grandi sofferenze.
Tre tipi di sofferenze
Si possono classificare le sofferenze dell’uomo?
Una semplice osservazione mi fa scoprire la differenza tra le sofferenze del corpo e quelle dell’anima e quelle dello spirito. Le sofferenze del corpo le chiamiamo dolore, e sono causate da privazioni e malattie, dalla fragilità delle nostre membra e dal loro esaurirsi!
Le sofferenze dell’anima sono più complesse e provengono in genere dalla rottura di rapporti affettivi o dalle loro esagerazioni, da accentuazioni d’importanza del proprio passato o del proprio futuro, da paure e incertezze di vario genere.
Le sofferenze dello spirito, talvolta nemmeno consciamente percepite, sono procurate dalla distanza da Dio, dal rifiuto del suo amore; e ciò porta nello spirito dell’uomo tensioni e ansie, confusioni e aberrazioni che lasciano una sofferenza tale che s’estende all’anima e pure – a lungo andare – al corpo.
Siccome poi anima e spirito e corpo sono un’unità inscindibile, la sofferenza che inizia in una parte può invadere tutta la persona. A meno che lo spirito non sia saldamente unito a Dio. Allora le sofferenze dell’anima e del corpo possono esser incanalate nell’offerta e nell’amore: così non danneggiano la persona, anzi, la fanno crescere interiormente fino alla somiglianza col Figlio di Dio che offre se stesso al Padre attraverso la croce.
Le cause
Ci sono sofferenze che incontriamo, direi, naturalmente. L’evolversi naturale della vita diviene causa di dolore già fin dalla nascita, sia per la madre sia per il figlio!
Lo spuntare dei denti, compresi quelli del « giudizio », non fanno parte di un dolore naturale, inevitabile?
Così pure le sofferenze psichiche dell’adolescenza o di altri stadi della vita sono semplicemente attribuibili alla maturazione dell’uomo e ne divengono strumenti provvidenziali.
Un limite insito nella nostra carne, o meglio nella nostra natura ci rende costantemente vigilanti, prudenti e attenti a un’infinità di possibili nemici: freddo e caldo, malattie e ostacoli, cadute e incidenti.
Ma la capacità di peccare porta l’uomo a contatto con la sofferenza più indesiderata: quella che si trova ad essersi comprata con la propria disobbedienza. Che dire del mal di fegato dell’alcoolista? o delle gambe rotte dell’imprudente? o dei disastri ecologici che causano sofferenze a popolazioni intere?
Gesù, quando può – quando è favorito dalla fede dell’uomo toglie agli uomini le sofferenze del corpo e dell’anima e col perdono elimina quelle dello spirito. Le guarigioni, i miracoli, le risurrezioni, la moltiplicazione dei pani, il dominio del vento, il dono del vino agli sposi di Cana, ci fanno intuire che nessun tipo di sofferenza dell’uomo è gradito a Dio, né voluta da Lui. Non Dio vuole la sofferenza. Questa è conseguenza o della ribellione generale dell’umanità o del peccato di qualcuno o di qualche convivenza umana. Se Dio avesse voluto il male, Gesù non lo avrebbe tolto a nessuno. Egli, in piena unità col Padre, lo ha tolto a chi lo incontrava con fede: ciò significa che il male non è da Dio. E non era da Dio nemmeno in quelle ore e in quei giorni in cui ha toccato l’anima e il corpo di Gesù stesso.
Sofferenze benedette
Ma se le sofferenze non sono volute da Dio, io le posso però offrire a Lui! e allora, da segno del Male divengono strumento d’amore.
Talvolta le posso anche prendere come dono di Dio: il fatto che Dio le permette lo posso cogliere come suo dono. Se Egli non ne è mai la causa, Egli però non impedisce che arrivino a me. E ciò che Egli non impedisce non mi potrà far del male, benché mi possa far soffrire.
Colui che ha scritto la lettera agli Ebrei vede le sofferenze dei cristiani in questa dimensione: « è per la vostra correzione che voi soffrite ». La sofferenza è occasione con cui Dio – Padre premuroso – corregge quelli che ritiene suoi figli. Diviene segno dell’amore di Dio!
E S. Paolo scrivendo ai Corinzi interpreta quasi allo stesso modo una grossa sofferenza che lo tormenta: « perché non montassi in superbia mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di Satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia ».
Così egli professa che il male non è da Dio, ma che Dio glielo permette per un bene spirituale, per una sorta di prevenzione dall’orgoglio, dalla superbia! Paolo riceve questa sofferenza come Dono di Dio!
Altre volte le sofferenze possono diventare segnali, segni della Volontà di Dio. Sempre S. Paolo dice ai Galati: «sapete che fu a causa di una malattia del corpo che vi annunziai la prima volta il Vangelo!».
E anche noi conosciamo persone che – grazie alla malattia hanno conosciuto l’amore del Signore o ne hanno approfondito qualche aspetto. Forse a noi stessi è stata concessa questa grazia.
Molti Santi grazie alla « disgrazia » della sofferenza hanno conosciuto e accolto la Volontà di Dio!
E molti malati che vivono nelle nostre case, grazie alla sofferenza, divengono testimoni di Gesù. Dal modo con cui sopportano nella fede e accettano il dolore e dal modo con cui continuano ad amare si può vedere la bellezza e la forza dell’amicizia con Gesù!
Sofferenze d’amicizia
C’è un tipo di sofferenza che sembra assurdo. E trova la sua occasione nell’amicizia con Gesù! L’amicizia con Gesù è sempre fonte di gioia e serenità, di pace e fortezza, ma è pure l’occasione di grandi sofferenze.
Gesù stesso lo aveva compreso e non ne aveva fatto mistero ai suoi: « se hanno perseguitato me perseguiteranno anche voi » (Gv 15, 20).
Il mondo, cioè le persone che ci stanno attorno, qualche volta addirittura parenti o amici e conoscenti, mi rifiutano in quanto cerco di essere obbediente a Dio. 0 mi calcolano un poveretto da lasciar in disparte perché sono e voglio restare in amicizia con Gesù. Rientro in quella classe di emarginazione che non viene calcolata tra i classici emarginati della società. Un tipo di emarginazione che non rientra nelle attenzioni di chi vuole eliminare ogni emarginazione!
Le scelte che uno opera in obbedienza al Vangelo lo mettono in situazione di esser rifiutato da molti.
E se annuncio il Vangelo senza tagli redazionali operati per incontrare il favore degli ascoltatori, mi ritrovo con qualche amico in meno e con sofferenze di vario genere.
< Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia, io ho vinto il mondo » (Gv. 16,33).
« Vi consegneranno ai supplizi e vi uccideranno e sarete odiati da tutti i popoli a causa del mio nome » (Mt. 24,9). Essere amici di Gesù comporta un prezzo alto di sofferenza! Quando il Signore chiama Paolo nella sua sequela, rivela ad Anania: « Io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio Nome! » (Atti 9,16). In questo modo l’amico partecipa alla missione dell’Amico!
Il significato della vita di Gesù viene partecipato a quelli che lo vogliono amare condividendone i compiti. Gesù permette che il principe di questo mondo possa metterlo alla prova.
Il principe di questo mondo non ha potere sulla sua vita, perché Gesù ama il Padre e non smette quest’amore. Gesù non vuole avere altra volontà che quella del Padre, non collabora ad altri programmi che a quelli del Padre. Ma come facciamo a saperlo? Non basta che Gesù lo dica. Le parole sono parole. Gesù dev’essere messo alla prova. Nel corso di tale prova risulta evidente, straordinariamente evidente, che Egli continua l’amore del Padre, che Egli non si lascia trascinare nel vortice di questo mondo. L’amore al Padre da parte di Gesù diventa tanto evidente sul Calvario che il centurione pagano se n’accorge e lo dichiara pubblicamente a tutte le generazioni: « Veramente quest’uomo è il Figlio di Dio! ».
Gesù aveva accolto la propria sofferenza come il punto culminante della sua missione di annuncio: « bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato ». L’accettazione della condanna e della morte in croce è l’annuncio più forte che Gesù diffonde nel mondo. La croce è il suo ambone più vero e più autorevole. Dal modo con cui Egli soffre si capisce la sua figliolanza di Dio e quindi la sua importanza per noi.
I cristiani che soffrono possono partecipare a questa missione di Gesù, e diffondere il suo annuncio, donandogli forza proprio con l’amore con cui accettano la prova del patire.
Quando i cristiani soffrono la prova, la privazione dei beni, quelli stimati dal mondo, come la libertà e la stessa vita terrena, e soffrono senza smettere l’amore e la gioia della loro salvezza, allora essi sono testimoni. Allora la loro croce diviene annuncio – silenzioso – di un’altra sapienza e di un’altra vita, annuncio della presenza di un Padre che merita obbedienza e di un Signore degno d’amicizia.
La croce non è perciò mai assente dalla storia del vero discepolo. « Tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati » (2 Tim 3,12). « Dovete attraversare molte tribolazioni per entrare nel Regno di Dio » (Atti 14,21).
« Soffri anche tu insieme con me per il Vangelo » (2 Tim 1, 8).
Ai due discepoli che Gli vogliono esser vicini, Gesù chiede semplicemente: « Potete voi bere il calice che io sto per bere? » (Mt 20, 23).
E sappiamo che in cielo trionfano « quelli che vengono dalla grande tribolazione »! (Ap 7,14).
Chi si fa figlio di Dio dona se stesso, poiché questa è la natura di Dio – Amore! Donare se stesso è perdere la propria vita.
La sofferenza della persecuzione è solo un modo « accettato » dal discepolo, un modo non cercato di donare se stesso, di rimanere amore fino alla morte, fino alla fine, un modo di partecipare al compito del Figlio di Dio.
Voler soffrire?
Il figlio di Dio sa che il Padre è amore che dona se stesso.
E sa che egli è per davvero figlio di Dio se dona se stesso, come il Padre. Egli cerca perciò il dono totale di sé, cerca il proprio morire.
Per questo lo Spirito Santo dice: « Preziosa agli occhi del Signore è la morte dei suoi fedeli » (Sal. 116, 15) perché la morte è il compiersi della vita del figlio di Dio, che ama donandosi del tutto. Col termine « morte » non s’intende certamente l’attimo del diventare cadavere, ma ogni attimo in cui la mia persona cede il posto, si rinnega, si mortifica per far spazio all’amore. Questa morte è cercata dal figlio di Dio, è cercata, non per il gusto di morire o di annullarsi, ma per fare spazio alla vita del Figlio, all’amore di figlio, alla vita quindi del Padre!
Il cristiano cerca la propria « morte » per amore, per portare a compimento l’amore a Dio e agli uomini.
Porta a compimento l’amore a Dio donandogli spazio in sé: « non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me » (Gal 2,20). « Il vivere è Cristo, il morire un guadagno» (Fil 1, 21).
« Voi siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio » (Col 3,3).
Porta a compimento l’amore agli uomini per essere un dono per loro, un dono di Dio, il dono migliore.
Il figlio di Dio cerca perciò la morte ogni giorno nei modi che gli sono possibili: muore ai propri desideri, al proprio gusto, ai propri progetti e abitudini, ai propri sentimenti e impulsi. Si serve dei contrattempi, delle ostilità, delle volontà dei fratelli, della propria attenzione agli altri: accettandoli muore a se stesso. Cerca la vittoria sui primi moti del cuore per far posto ai suggerimenti dello Spirito Santo.
La sofferenza diventa una strada, una strada maestra! L’uomo non cerca certamente la sofferenza, ma la percorre come si percorre la strada quando si vuol giungere alla meta. L’uomo cerca il Signore, cerca di collaborare con Lui, di fargli posto e perciò cerca di morire a se stesso, per offrirgli spazio in sé. E’ l’amore al Padre e al Figlio che fa sì che il cristiano cerchi anche la sofferenza della morte di se stesso.
Gesù ha avuto parole sufficientemente chiare in proposito:
« Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua ».
« Chi perderà la propria vita per me, la salverà » (Lc 9,23).
« Se uno non odia … perfino la propria vita…. » (Lc 14,26s). Mortificate quella parte di voi che appartiene alla terra (Col 3, 5).
In tal modo l’uomo si prepara alla testimonianza di Gesù anche nella persecuzione che – poco o tanto – c’è per tutte le generazioni cristiane. Gli apostoli non ci lasciano illusioni né ci vogliono ingannare.
« E’ una grazia, per chi conosce Dio, subire afflizioni soffrendo ingiustamente.
Se, facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza ciò sarà gradito davanti a Dio.
A questo siete stati chiamati, perché anche Cristo patì per voi . . . » (I Pt 2, 19).
« Se anche doveste soffrire per la giustizia, beati voi»! (3, 14). « I vostri fratelli sparsi nel mondo subiscono le stesse sofferenze di voi » (5,9).
« Noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata, e la virtù provata la speranza! » (Rom 5, 3-5). « Mi compiaccio nelle mie infermità … nelle angosce sofferte per Cristo » (2 Cor 12, 10).
« Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove, sapendo che la prova della vostra fede produce la pazienza » (Gc 1, 2-4).
Sofferenza di vocazione
Quando non c’è la persecuzione aperta contro il cristiano, egli vigila ancora di più, per non esser sopraffatto nello spirito. Quando è cessata l’epoca dei martiri, nella Chiesa è iniziata l’epoca degli anacoreti, degli eremiti – asceti, di coloro che per amore del Signore rinunciavano a tutto, sottoponendosi a privazioni d’ogni genere: e così ricordavano a tutti che non c’è sequela di Gesù senza croce.
S. Antonio abate con i suoi discepoli, S. Pacomio, S. Benedetto,
S. Romualdo, S. Francesco e un’infinità di altri testimoni hanno
volutamente e consciamente continuato la vita di Gesù crocifisso, secondo la parola dell’Apostolo: « Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo » (Col 1, 24) e « mi affatico e lotto, con la forza che viene da Lui » (1, 26).
Egli, l’apostolo Paolo, continua la sofferenza della lotta contro impulsi interni ed esterni: « nelle mie membra vedo un’altra legge che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo … » (Rm 7,23s). « Tratto duramente il mio corpo, e lo trascino in schiavitù perché non succeda che, dopo aver predicato agli altri, venga io stesso squalificato » (1 Cor 9,27).
Questa durezza con se stesso è il risultato dell’esperienza che se non c’è il dominio di sé, anche a costo di soffrire, l’uomo precipita nella schiavitù delle proprie passioni, e si allontana dalla somiglianza a Dio.
Il cristiano perciò accoglie nella propria vita spirituale di penitenza, di ascesi, cerca talvolta sofferenze volontarie quali il digiuno o altre forme – nascoste – di dominio e sottomissione della propria voglia di comodità.
Non cerca modi di vita eroica, né fa eventuali penitenze per il gusto di diventare « perfetto », cioè per amor proprio.
Se lo fa, lo fa solo per amore, per dire all’Amato la propria volontà di morire per Lui, di cedergli il posto della propria vita.
Ed allora succede che questa sofferenza genera gioia! quando l’uomo raggiunge il culmine dell’amore e il suo cuore si riempie! Proprio così ebbe a scrivere S. Pietro: « Voi esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la meta della vostra fede»! (1 Pt 1, 8).

 

Publié dans : Lettera ai Romani |le 12 novembre, 2018 |Pas de Commentaires »

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