Archive pour octobre, 2018

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – OMELIA “COSA VUOI CHE IO FACCIA PER TE?”

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XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – OMELIA “COSA VUOI CHE IO FACCIA PER TE?”

Carissimi fratelli e sorelle,

la Liturgia oggi accosta la guarigione di Bartimeo, il cieco di Gerico, al canto gioioso di Geremia – lui classicamente conosciuto come il profeta delle amare lamentazioni e della sventura – che profetizza il ritorno di un piccolo resto di esuli a Gerusalemme, resto formato da persone umili, povere, malate per le quali la bontà di Dio, a loro gioia, apre una strada nel deserto perché possano ritornare nella loro patria,.
La lettura continua che stiamo facendo in queste domeniche della Lettera agli Ebrei oggi ci regala questo passo in cui l’Autore, riflettendo sull’essenzialità del sacerdozio del Vecchio Testamento, ci parla della compassione che doveva avere il sacerdote verso il popolo perché rivestito lui stesso di debolezza in quanto povero uomo come tutti bisognoso anche lui della misericordia di Dio.
La compassione di Dio dunque che si manifesta oggi anche attraverso il miracolo di Bartimeo.
Quella di Bartimeo è una pagina importante di Marco, per comprenderla in pieno e nella sua giusta luce dobbiamo inquadrarla bene nell’insieme di tutto il suo Vangelo. Marco ha raccolto tutto il materiale riguardante la vita di Gesù e poi lo struttura, l’organizza in base a una sua idea teologica che sta alla base stessa di tutta la sua opera evangelica. Vedete, è come se ogni evangelista volesse comunicarci una foto di Gesù scattata da un’angolazione diversa, la visione globale delle quattro foto dei quattro evangelisti ci darà poi una visione piena, completa di Gesù. Ora, per comprendere questo miracolo di Bartimeo, dobbiamo entrare bene nell’angolo di visuale di Marco, nel suo intento teologico con cui tenta di comunicarci il mistero di Gesù, il Figlio di Dio.
Marco distende il suo Vangelo su un “viaggio”, un solo viaggio di Gesù da Nazareth a Gerusalemme, si tratta di una struttura letteraria più che storica in quanto ben sappiamo da Giovanni che Gesù fece più viaggi a Gerusalemme. Questo viaggio rappresenta anche il “viaggio della fede”, cioè attraverso le tappe fondamentali di questo viaggio siamo messi davanti al cammino di fede che Marco propone ai suoi lettori. Ora, in esso ci sono tre tappe fondamentali che segnano il cammino del credente. L’episodio di Bartimeo segna la conclusione della seconda tappa del cammino di fede del credente, per questo è un episodio molto importante, episodio chiave e simbolico, nel senso che il fatto storico del miracolo viene ad assumere anche altri significati nel quadro complessivo di questo Vangelo.
Vediamo insieme, velocemente, queste tappe. La prima parte di svolge dalla predicazione di Giovanni il Battista alla guarigione del cieco di Betsaida (Mc 1,1- 8,26), in essa assistiamo al racconto di come questo Gesù di Nazareth si fa conoscere, si manifesti come Messia forte e potente: parla con autorità, caccia i demoni, guarisce i malati, comanda alle forze della natura e fa risorgere anche i morti. Emerge qui quello che gli esegeti chiamano “il segreto messianico”: Gesù opera tutti questi portenti, ma c’è come un suo ritornello alquanto misterioso: “State zitti… non parlate di quello che ho fatto… non ditelo a nessuno…”. Perché se da una parte si manifesta con potenza di miracoli, dall’altra impone un silenzio che poi nessuno osserva? La risposta dovreste ormai saperla perché ne abbiamo già parlato in altre omelie (vedi omelie della IV e XXIV domenica del tempo ordinario). Gesù, infatti, è il Messia, sì, ma non quel Messia che tutti attendevano, glorioso e potente liberatore sociale e politico. Imponendo il silenzio dopo i suoi prodigi Gesù cerca di non incoraggiare quella visione sbagliata che avevano di Lui.
Dunque nella prima parte del Vangelo di Marco, Lui si fa conoscere, si manifesta e questa sua manifestazione si chiude con il racconto di uno strano miracolo, quello del cieco di Betsaida (Mc 8,22-26), vi ricordate? Quel cieco che viene guarito con due successivi tocchi di Gesù perché dopo il primo tocco non vedeva ancora bene: vedeva gli uomini come alberi che camminavano… di questo miracolato non si sa nulla oltre il fatto della guarigione difficoltosa: non si dice il suo nome, ma si dice che Gesù “lo rimandò a casa”, non seguì Gesù, se ne tornò a casa…Questo cieco guarito, ha un valore simbolico, egli rappresenta il cammino di fede del discepolo di Gesù che dopo averlo incontrato e conosciuto incomincia a vederci, cioè a credere, ma questa fede è ancora iniziale, incipiente, non è ancora una fede matura e forte: è la prima tappa del cammino di fede.
La seconda parte inizia con l’inchiesta che Gesù fa ai suoi discepoli (Mc 8,27), ricordate: “Chi dice la gente che io sia… e voi chi dite che io sia?” Da quel momento Gesù inizia a rivelarsi ai suoi più intimi, gli Apostoli, come il Messia sofferente. Questa parte viene scandita dai suoi tre annunci della prossima passione, ad ogni annuncio segue un atteggiamento negativo degli Apostoli che non capiscono questo linguaggio di Gesù perché sono tutti presi dalla loro idea di Messia glorioso e potente.
Bartimeo entra in scena subito dopo il terzo annunzio della Passione e chiude la seconda parte di questo Vangelo, come il cieco di Betsaida aveva chiuso la prima parte. Bartimeo rappresenta la controparte degli Apostoli che non capiscono e continuano a fare brutte figure. Egli rappresenta il discepolo che ha capito, il discepolo che di fronte ai tre annunci della passione del suo Signore ha capito che Lui è un Messia umile e mansueto e che seguirLo significa andare a morire con Lui! Quanta ricchezza nasconde questo Bartimeo, cerchiamo di entrarvi dentro.
Innanzi tutto il fatto che Marco dica il suo nome, è importante che venga ricordato per nome, del cieco di Betsaida invece non si diceva il nome, qui sì. Il nome della persona racchiude tutta la sua dignità e vocazione.
Il cieco di Betsaida fu condotto a Gesù da altre persone che pregarono Questi di guarirlo. Bartimeo, no, tutt’altro, nessuno lo porta da Gesù: è lui che grida a Gesù e quando lo vogliono zittire, lui grida più forte. Il discepolo di Gesù è una persona che ha con Gesù un rapporto personale, intimo: è chiamato per nome da Gesù e chiama per nome Gesù: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!” Non possiamo dirci discepoli di Gesù senza questo intimo e personale rapporto, non possiamo essere solo persone portate da Gesù e non coinvolte in questo intimo e personale rapporto con Gesù, portate da una certa cultura, portate da un certo ambiente in cui si fanno cose scontate che però scontate non dovrebbero essere, come è scontato che quando il bimbo nasce lo si battezza, quando cresce gli si fa fare la Prima Comunione e la Cresima, quando è ora un bel matrimonio in Chiesa e quando è un’altra ora si cerca il parroco per il suo funerale…
Bartimeo è li a terra lungo la strada, cieco, senza nessuno che possa aiutarlo a vederci. Ecco la condizione fondamentale per diventare discepoli del Salvatore: essere qualcuno che sa di essere bisognoso di salvezza, bisognoso di redenzione. Bartimeo si mise a gridare aiuto a Gesù perché lo salvasse, l’esperienza di essere salvati nasce dall’esperienza del bisogno di un Salvatore. Quante volte mi sono chiesto perché aspettare di essere sul fondo, perché aspettare di naufragare, perché aspettare di essere travolto dagli eventi della vita per capire che abbiamo bisogno di “Uno” che ci salvi? Perché quando stiamo bene e tutto ci va bene ci dimentichiamo di gridare a Gesù e di dirgli: “Gesù, salvami”? Ci sentiamo autosufficienti, autonomi, crediamo di non aver bisogno di nessuno, perché ci sentiamo forti, sani, belli e tutto ci va bene…, ma poi basta un piccolo male al pancino e ci ricordiamo che non siamo noi a darci la forza, la salute e la bellezza e ci mettiamo a gridare aiuto…mentre basterebbe un pizzico di buon senso per capire che sempre abbiamo bisogno di Lui, non solo quando stiamo male!
Bartimeo grida e vorrebbero farlo tacere perché disturba, ma Lui grida più forte… Cosa vorrà mai dire questo? Mi sembra di leggere un rimando alle nostre vite ordinarie di comunità cristiana, quanti alle volte vorrebbero avvicinarsi alla comunità, a Gesù, ma sono proprio quelle persone più vicine a Gesù ad impedirglielo? Alle volte noi di Chiesa formiamo come una muraglia cinese che impedisce a tanti ad avvicinarsi a Gesù perché con la nostra persona nascondiamo Gesù agli altri e li allontaniamo da Gesù, mentre Gesù li vorrebbe vicino, noi li allontaniamo. Questo con tutte le buone intenzioni, senza malizia, senza cattiveria, con buona coscienza ma con effetti deleteri.
Non erano forse in buona coscienza quelli che volevano far star zitto Bartimeo? “Sta disturbando il Maestro, facciamolo star zitto, così non lo disturberà più!” Ma Gesù desiderava essere disturbato, questo non l’avevano capito. Alle volte le nostre pastorali sono tranquille e serenamente chiuse, non prevedono dei disturbi, non prevedono dei fuori programma, chi segue veramente Gesù non può mai mettersi un programma in tasca, Gesù infatti è tutto un Fuori Programma e un Fuori Schema, perché Lui è essenzialmente Amore e l’Amore non si fa chiudere da niente perché trascende tutto.
Ma se il rapporto con Gesù è intimo e personale, non è mai intimistico, esso matura e cresce nella comunità, l’incontro personale con Gesù, il rapporto personale con Gesù si realizza nella comunità, e attraverso la comunità, Gesù infatti manda a chiamare Bartimeo: “Chiamatelo!” Ecco il compito della comunità cristiana, aiutare le persone a sentire la voce di Gesù che chiama, non portarle o trascinarle da Gesù, ma invitarle ad alzarsi dalle proprie situazioni di miseria per andare da Gesù.
Perché l’incontro con Gesù sia salvifico occorre però lasciare il mantello, cos’era il mantello per un povero al tempo di Gesù? Era la sua casa e il suo rifugio, era la sua unica sicurezza. Gesù non ci salva se abbiamo nascosti dei mantelli… Gesù non ci salva dal naufragio della nostra vita se noi stiamo attaccati a qualche spezzone di barca o a qualche salvagente… Gesù non ci salva se noi pensiamo di poter nuotare con le nostre forze…Gesù mi salva solo quando io ho ben capito che non so nuotare e che non ho salvagente, allora e solo allora, appena sentirà il mio grido di aiuto – “Signore salvami!” (Mt 14,30) – Lui mi afferrerà la mano e mi tirerà fuori da qualunque mare che voglia sommergermi, ma la sua mano non si stenderà verso di me se vedrà che io faccio affidamento – anche minimo – a qualcos’altro o a qualcun altro a cui aggrapparmi!
Lasciato il mantello, Bartimeo, si presenta da Gesù e questi gli chiede: “Cosa vuoi che io faccia per te?”
Poche righe prima di questa domanda a Bartimeo, Marco, ci aveva riportato la stessa identica domanda di Gesù fatta a Giovanni e Giacomo: “Cosa volete che io faccia per voi?” (Mc 10,36) – conosciamo la risposta: Sedere uno a destra e uno a sinistra nel suo regno. Bartimeo dà invece la risposta giusta: “Fa’ ch’io veda, Signore!” Ma – voi direte – che cosa avrebbe dovuto chiedere un cieco se non di vedere? Carissimi fratelli e sorelle quante volte nell’incontro sacramentale con le persone, il sacerdote si accorge, percepisce come non è proprio scontata questa risposta! Quante volte si va da Gesù nel sacramento della confessione a chiedere perdono per cose insignificanti che ci creano però enormi sensi di colpa e non si chiede perdono invece per enormi peccati che si son fatti e facciamo senza alcun senso di colpa o scrupolo?
Saper entrare dentro noi stessi con sincerità per scoprire qual è il nostro vero male, qual è la nostra cecità più profonda e presentarla a Gesù perché io ci veda! Gesù non guarisce se non quello che noi chiediamo che ci guarisca, Egli infatti è discreto e ci lascia nelle nostre cecità se a noi ci piacciono tanto, non ci forza, non ci viòla, Lui è sempre lì che ci invita a lasciare il mantello e ad andare da Lui per essere guariti da tutti i nostri mali, ma dobbiamo presentarglieli con fiducia e con consapevolezza.
“La tua fede ti ha salvato!” Bartimeo ha avuto fiducia in Gesù, Gli ha presentato la propria cecità ed è stato guarito, e – cosa importantissima! – ora “segue Gesù lungo la via”. Il cieco di Betsaida fu rimandato a casa, non seguì Gesù, Bartimeo sì, segue Gesù lungo la via. Ma dove porta quella via? A Gerusalemme, al Calvario a una Croce, ecco dove porterà quella via.
Ecco perché Bartimeo è una grande figura, un grande personaggio, perché lui ha capito quello che non avevano capito gli Apostoli e diventa quindi il simbolo d’ogni persona che capisce il linguaggio di Gesù, il cuore di Gesù, l’animo di Gesù e accetta nella propria esistenza l’Amore misterioso del Padre che c’invita ad entrare con Gesù nel mistero della sua Croce morendo con Lui per poter risorgere con Lui.
Bartimeo rappresenta quindi la figura del cristiano adulto, del discepolo fedele e maturo che è tale perché ha creduto in Gesù e si è lasciato guarire da Lui, ora Bartimeo non può riprendere la vecchia strada, ora ha capito qual è la sua strada: seguire Gesù “lungo la via”, la sua via è quella della Croce. Bartimeo è il fedele maturo che ha ben capito gli insegnamenti del Maestro, che non chiede di sedere con Lui nella gloria, ma di morire con Lui sulla Croce perché solo morendo con Lui si vive con Lui. Bartimeo quindi ci introduce alla terza definitiva tappa del “viaggio della fede” che Marco ci propone: Gesù che si rivela come Figlio di Dio sul trono della Croce, trono ben diverso di quello che si attendevano gli Apostoli per sedervici accanto! E sarà poi un centurione romano, non un Apostolo, a cogliere per primo come “Costui veramente era figlio di Dio!” (Mc 15,39)
La Vergine Maria ci aiuti in questa settimana a seguire Gesù come tanti Bartimei che hanno avuto la gioia di essere stati chiamati e salvati dal suo Figlio Divino.

Amen. j.m.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 26 octobre, 2018 |Pas de commentaires »

Icona ortodossa di Gesù Pantocrator

imm la mia e fr

Publié dans:immagini sacre |on 24 octobre, 2018 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – Con il lievito dello Spirito (19.10.18)

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PAPA FRANCESCO – Con il lievito dello Spirito (19.10.18)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Venerdì, 19 ottobre 2018

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVIII, n.239, 20/10/2018)

Pronti a correggersi quando si sbaglia, a rialzarsi quando si cade, a pentirsi quando si pecca, ma sempre avanti con «il lievito dello Spirito Santo», sempre gioiosi perché «è stata promessa una felicità molto grande»: ecco il profilo del cristiano — assai lontano dalla triste ipocrisia di chi pensa solo ad apparire bene — delineato da Papa Francesco nella messa celebrata venerdì 19 ottobre a Santa Marta.
«La liturgia di oggi ci fa vedere due persone diverse, che crescono in modo diverso: in modo opposto l’una all’altra» ha subito fatto presente il Pontefice. Francesco ha spiegato che «nel Vangelo, Gesù parla del lievito “che fa crescere”: ha usato questa parola in un altro passo del Vangelo, quando spiegava il regno di Dio». Infatti, ha ricordato il Papa riferendosi anche al brano liturgico di Luca (12, 1-7), «il lievito fa crescere la pasta, la farina per fare il pane, ma qui, si parla di un lievito cattivo, un lievito che invece di far crescere, manda in rovina. Fa crescere, ma verso l’interno».
«È il lievito dei farisei, dei dottori della legge di quel tempo, dei sadducei» ha chiarito il Pontefice. E infatti Gesù «dice alla gente: “state attenti, guardatevi bene dal lievito dei farisei, che è l’ipocrisia”». Perché «questa gente ha fatto un’azione di crescita ma non verso l’esterno: no, verso l’interno, chiusi in se stessi, custoditi dalle apparenze». Sono persone, ha insistito Francesco, che «si preoccupano per le apparenze, di come appaiono: devono vedermi bene e così faccio finta di soffrire quando digiuno — cosa che dice Gesù — e così, quando do una elemosina, faccio suonare la tromba».
Insomma, ha affermato Francesco, «la loro preoccupazione è custodire quello che hanno dentro: il proprio egoismo; che nessuno li disturbi; la sicurezza». E «quando c’è qualcosa che li mette in difficoltà, loro guardano da un’altra parte».
A questo proposito, il Papa ha suggerito di pensare, sempre riferendosi al Vangelo, «a quell’uomo che era stato ferito e lasciato mezzo morto dai briganti, sul cammino», e quelle persone «guardano da un’altra parte». Lo stesso atteggiamento che hanno «quando vedono un lebbroso: si allontanano al più presto per non diventare impuri». E così facendo «custodiscono quello che è dentro, e crescono verso l’interno, perché fanno delle leggi interne — tutto — e fuori sempre l’apparenza».
«Questo lievito — dice Gesù — è pericoloso. Guardatevi. È l’ipocrisia» ha proseguito Francesco. Infatti il Signore «non tollera l’ipocrisia: questo apparire bene, con belle forme di educazione pure, ma con cattive abitudini dentro». E «Gesù stesso dice: “dal di fuori voi siete belli, come i sepolcri, ma dentro c’è putrefazione o c’è distruzione, ci sono le macerie”». Dunque, ha rimarcato il Papa, «questo lievito che fa crescere verso l’interno è un lievito che fa crescere senza futuro, perché nell’egoismo, nel rivolgere su se stesso, non c’è futuro, non c’è futuro».
«Invece un altro tipo di persona è quella che vediamo con un altro lievito, che è il contrario: che fa crescere verso l’esterno» ha spiegato il Pontefice. «Anzi, che fa crescere come eredi, per averne una eredità» ha aggiunto, in riferimento al passo della lettera di san Paolo agli Efesini (1, 11-14), proposta come prima lettura: «Fratelli in Cristo siamo stati fatti anche eredi, predestinati» e cioè, ha spiegato il Papa, «progettati verso l’esterno».
Dunque, ha affermato Francesco, «questa gente ha un lievito — non sappiamo ancora quale sia — che li fa crescere verso l’esterno». E se anche «a volte sbagliano, si correggono; a volte cadono ma si rialzano; anche a volte peccano, ma si pentono». Ma «sempre verso l’esterno, verso quella eredità, perché è stata promessa». Oltretutto, ha detto ancora il Pontefice, «questa gente è gente gioiosa, perché le è stata promessa una felicità molto grande: che saranno gloria, lode di Dio».
Secondo Paolo, ha proseguito Francesco, «il lievito di questa gente è lo Spirito Santo, che ci spinge a essere lode della sua gloria, della gloria di Dio: “avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo, che era stato promesso, il quale è caparra della nostra eredità”». Questo significa, ha spiegato, che «abbiamo la caparra, adesso andiamo verso la totalità e in attesa della completa redenzione».
Gesù, ha ribadito il Papa, «ci vuole così: sempre in cammino con il lievito dello Spirito Santo che mai fa crescere verso l’interno, come i dottori della legge, come gli ipocriti». Perché «lo Spirito Santo ti spinge fuori, ti spinge verso l’orizzonte». Ed è proprio così che il Signore «vuole che siano i cristiani: gente che va sempre avanti, con difficoltà, con sofferenze, con problemi, con cadute, ma sempre avanti nella speranza di trovare l’eredità, perché ha il lievito che è caparra, che è lo Spirito Santo».
«Due persone» dunque, ha riepilogato il Pontefice. La prima è «una che, guidata dal proprio egoismo, cresce verso l’interno: ha un lievito — l’egoismo — che la fa crescere verso l’interno e soltanto si preoccupa di apparire bene, apparire equilibrato, bene». In breve «che non si vedano le cattive abitudini che hanno: sono gli ipocriti, e Gesù dice: “guardatevi”» da loro.
L’altra persona invece è formata dai cristiani. O meglio, ha riconosciuto il Papa, «dovremmo essere i cristiani, perché anche ci sono cristiani ipocriti, che non accettano il lievito dello Spirito Santo». Proprio «per questo Gesù ci ammonisce: “Guardatevi del lievito dei farisei”». Non bisogna dimenticare infatti che «il lievito dei cristiani è lo Spirito Santo, che ci spinge fuori, ci fa crescere, con tutte le difficoltà del cammino, anche con tutti i peccati, ma sempre con la speranza». E «lo Spirito Santo è proprio la caparra di quella speranza, di quella lode, di quella gioia». Per tale ragione «nel cuore questa gente, che ha lo Spirito Santo come lievito, è gioiosa, anche nei problemi e nelle difficoltà». Invece «gli ipocriti hanno dimenticato cosa significhi essere gioioso».
«Il Signore ci dia la grazia — ha concluso Francesco — di andare sempre avanti con il lievito dello Spirito Santo, che ci spinge verso quell’eredità che il Signore ha preparato a tutti».

 

Dio Padre misericordioso

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Publié dans:immagini sacre |on 23 octobre, 2018 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI – In Gesù Cristo il «sì» fedele di Dio e l’«amen» della Chiesa (2Cor 1,3-14.19-20) (2012)

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BENEDETTO XVI – In Gesù Cristo il «sì» fedele di Dio e l’«amen» della Chiesa (2Cor 1,3-14.19-20) (2012)

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 30 maggio 2012

Cari fratelli e sorelle,

in queste catechesi stiamo meditando la preghiera nelle lettere di san Paolo e cerchiamo di vedere la preghiera cristiana come un vero e personale incontro con Dio Padre, in Cristo, mediante lo Spirito Santo. Oggi in questo incontro entrano in dialogo il «sì» fedele di Dio e l’«amen» fiducioso dei credenti. E vorrei sottolineare questa dinamica, soffermandomi sulla Seconda Lettera ai Corinzi. San Paolo invia questa appassionata Lettera a una Chiesa che più volte ha messo in discussione il suo apostolato, ed egli apre il suo cuore perché i destinatari siano rassicurati sulla sua fedeltà a Cristo e al Vangelo. Questa Seconda Lettera ai Corinzi inizia con una delle preghiere di benedizione più alte del Nuovo Testamento. Suona così: «Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione! Egli ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui noi stessi siamo consolati da Dio» (2Cor 1,3-4).
Quindi Paolo vive in grande tribolazione, sono molte le difficoltà e le afflizioni che ha dovuto attraversare, ma non ha mai ceduto allo scoraggiamento, sorretto dalla grazia e dalla vicinanza del Signore Gesù Cristo, per il quale era diventato apostolo e testimone consegnando nelle sue mani tutta la propria esistenza. Proprio per questo, Paolo inizia questa Lettera con una preghiera di benedizione e di ringraziamento verso Dio, perché non c’è stato alcun momento della sua vita di apostolo di Cristo in cui abbia sentito venir meno il sostegno del Padre misericordioso, del Dio di ogni consolazione. Ha sofferto terribilmente, lo dice proprio in questa Lettera, ma in tutte queste situazioni, dove sembrava non aprirsi una ulteriore strada, ha ricevuto consolazione e conforto da Dio. Per annunziare Cristo ha subito anche persecuzioni, fino ad essere rinchiuso in carcere, ma si è sentito sempre interiormente libero, animato dalla presenza di Cristo e desideroso di annunciare la parola di speranza del Vangelo. Dal carcere così scrive a Timoteo, suo fedele collaboratore. Lui in catene scrive: «la Parola di Dio non è incatenata! Perciò io sopporto ogni cosa per quelli che Dio ha scelto, affinché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo, insieme alla gloria eterna» (2Tm 2,9b-10). Nel suo soffrire per Cristo, egli sperimenta la consolazione di Dio. Scrive: «come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così per mezzo di Cristo, abbonda la nostra consolazione» (2Cor 1,5).
Nella preghiera di benedizione che introduce la Seconda Lettera ai Corinzi domina quindi, accanto al tema delle afflizioni, il tema della consolazione, da non intendersi solo come semplice conforto, ma soprattutto come incoraggiamento ed esortazione a non lasciarsi vincere dalla tribolazione e dalle difficoltà. L’invito è a vivere ogni situazione uniti a Cristo, che carica su di sé tutta la sofferenza e il peccato del mondo per portare luce, speranza, redenzione. E così Gesù ci rende capaci di consolare a nostra volta quelli che si trovano in ogni genere di afflizione. La profonda unione con Cristo nella preghiera, la fiducia nella sua presenza, conducono alla disponibilità a condividere le sofferenze e le afflizioni dei fratelli. Scrive Paolo: «Chi è debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo, che io non frema?» (2Cor 11,29). Questa condivisione non nasce da una semplice benevolenza, né solo dalla generosità umana o dallo spirito di altruismo, bensì scaturisce dalla consolazione del Signore, dal sostegno incrollabile della «straordinaria potenza che viene da Dio e non da noi» (2Cor 4,7).
Cari fratelli e sorelle, la nostra vita e il nostro cammino sono segnati spesso da difficoltà, da incomprensioni, da sofferenze. Tutti lo sappiamo. Nel rapporto fedele con il Signore, nella preghiera costante, quotidiana, possiamo anche noi, concretamente, sentire la consolazione che viene da Dio. E questo rafforza la nostra fede, perché ci fa sperimentare in modo concreto il «sì» di Dio all’uomo, a noi, a me, in Cristo; fa sentire la fedeltà del suo amore, che giunge fino al dono del suo Figlio sulla Croce. Afferma san Paolo: «Il Figlio di Dio, Gesù Cristo, che abbiamo annunziato tra voi, io, Silvano e Timoteo, non fu “sì” e “no”, ma in lui ci fu il “sì”. Infatti tutte le promesse di Dio in lui sono “sì”. Per questo per mezzo di lui sale a Dio il nostro “amen”, per la sua gloria» (2Cor 1,19-20). Il «sì» di Dio non è dimezzato, non va tra «sì» e «no», ma è un semplice e sicuro «sì». E a questo «sì» noi rispondiamo con il nostro «sì», con il nostro «amen» e così siamo sicuri nel «sì» di Dio.
La fede non è primariamente azione umana, ma dono gratuito di Dio, che si radica nella sua fedeltà, nel suo «sì», che ci fa comprendere come vivere la nostra esistenza amando Lui e i fratelli. Tutta la storia della salvezza è un progressivo rivelarsi di questa fedeltà di Dio, nonostante le nostre infedeltà e i nostri rinnegamenti, nella certezza che «i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!», come dichiara l’Apostolo nella Lettera ai Romani (11,29).
Cari fratelli e sorelle, il modo di agire di Dio – ben diverso dal nostro – ci dà consolazione, forza e speranza perché Dio non ritira il suo «sì». Di fronte ai contrasti nelle relazioni umane, spesso anche familiari, noi siamo portati a non perseverare nell’amore gratuito, che costa impegno e sacrificio. Invece, Dio non si stanca con noi, non si stanca mai di avere pazienza con noi e con la sua immensa misericordia ci precede sempre, ci viene incontro per primo, è assolutamente affidabile questo suo «sì». Nell’evento della Croce ci offre la misura del suo amore, che non calcola e non ha misura. San Paolo nella Lettera a Tito scrive: «È apparsa la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini» (Tt 3,4). E perché questo «sì» si rinnovi ogni giorno «ci ha conferito l’unzione, ci ha impresso il sigillo e ci ha dato la caparra dello Spirito nei nostri cuori» (2Cor 1,21b-22).
E’ infatti lo Spirito Santo che rende continuamente presente e vivo il «sì» di Dio in Gesù Cristo e crea nel nostro cuore il desiderio di seguirlo per entrare totalmente, un giorno, nel suo amore, quando riceveremo una dimora non costruita da mani umane nei cieli. Non c’è persona che non sia raggiunta e interpellata da questo amore fedele, capace di attendere anche quanti continuano a rispondere con il «no» del rifiuto o dell’indurimento del cuore. Dio ci aspetta, ci cerca sempre, vuole accoglierci nella comunione con Sé per donare a ognuno di noi pienezza di vita, di speranza e di pace.
Sul «sì» fedele di Dio s’innesta l’«amen» della Chiesa che risuona in ogni azione della liturgia: «amen» è la risposta della fede che chiude sempre la nostra preghiera personale e comunitaria, e che esprime il nostro «sì» all’iniziativa di Dio. Spesso rispondiamo per abitudine col nostro «amen» nella preghiera, senza coglierne il significato profondo. Questo termine deriva da ’aman che, in ebraico e in aramaico, significa «rendere stabile», «consolidare» e, di conseguenza, «essere certo», «dire la verità». Se guardiamo alla Sacra Scrittura, vediamo che questo «amen» è detto alla fine dei Salmi di benedizione e di lode, come, ad esempio, nel Salmo 41: «Per la mia integrità tu mi sostieni e mi fai stare alla tua presenza per sempre. Sia benedetto il Signore, Dio d’Israele, da sempre e per sempre. Amen, amen» (vv. 13-14). Oppure esprime adesione a Dio, nel momento in cui il popolo di Israele ritorna pieno di gioia dall’esilio babilonese e dice il suo «sì», il suo «amen» a Dio e alla sua Legge. Nel Libro di Neemia si narra che, dopo questo ritorno, «Esdra aprì il libro (della Legge) in presenza di tutto il popolo, poiché stava più in alto di tutti; come ebbe aperto il libro, tutto il popolo si alzò in piedi. Esdra benedisse il Signore, Dio grande, e tutto il popolo rispose: “Amen, amen”, alzando le mani» (Ne 8,5-6).
Sin dagli inizi, quindi, l’«amen» della liturgia giudaica è diventato l’«amen» delle prime comunità cristiane. E il libro della liturgia cristiana per eccellenza, l’Apocalisse di San Giovanni, inizia con l’«amen» della Chiesa: «A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza, nei secoli dei secoli. Amen» (Ap 1,5b-6). Così nel primo capitolo dell’Apocalisse. E lo stesso libro si chiude con l’invocazione «Amen, vieni, Signore Gesù» (Ap 22,21).
Cari amici, la preghiera è l’incontro con una Persona viva da ascoltare e con cui dialogare; è l’incontro con Dio che rinnova la sua fedeltà incrollabile, il suo «sì» all’uomo, a ciascuno di noi, per donarci la sua consolazione in mezzo alle tempeste della vita e farci vivere, uniti a Lui, un’esistenza piena di gioia e di bene, che troverà il suo compimento nella vita eterna.
Nella nostra preghiera siamo chiamati a dire «sì» a Dio, a rispondere con questo «amen» dell’adesione, della fedeltà a Lui di tutta la nostra vita. Questa fedeltà non la possiamo mai conquistare con le nostre forze, non è solo frutto del nostro impegno quotidiano; essa viene da Dio ed è fondata sul «sì» di Cristo, che afferma: mio cibo è fare la volontà del Padre (cfr Gv 4,34). E’ in questo «sì» che dobbiamo entrare, entrare in questo «sì» di Cristo, nell’adesione alla volontà di Dio, per giungere con san Paolo ad affermare che non siamo noi a vivere, ma è Cristo stesso che vive in noi. Allora l’«amen» della nostra preghiera personale e comunitaria avvolgerà e trasformerà tutta la nostra vita, una vita di consolazione di Dio, una vita immersa nell’Amore eterno e incrollabile. Grazie.

 

chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore…

imm pensieri e paolo - Copia

Publié dans:immagini sacre |on 19 octobre, 2018 |Pas de commentaires »

XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO GESÙ, OVVERO UN ALTRO MODO DI ESSERE LEADER

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XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO GESÙ, OVVERO UN ALTRO MODO DI ESSERE LEADER

don Giacomo Falco Brini

Ho appena finito di leggere il vangelo. Nasce spontaneo parafrasare quello di domenica scorsa: quanto è difficile vivere cercando di fare la volontà di Dio invece che la propria! E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che qualcuno viva facendo la volontà di Dio invece che la propria. E gli apostoli incamminati da tempo alla sequela di Gesù ne sono la prova: vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo (Mc 10,35), gli sussurrano i due figli di Zebedeo. Sono stati già apostrofati per bene più di una volta, ma eccoli qui avanzare ancora pretese. Riemerge quella smisurata voglia di primeggiare (Mc 10,37), quel virus diabolico che spesso infetta le nostre intenzioni e le nostre opere, ergo il nostro seguire il Signore. Cosa fare? C’è qualcosa che può immunizzarci? Come verificare se la nostra sequela è mossa da questa segreta ambizione, oppure da amore vero per Gesù?
La cosa sorprendente è che il Signore ascolti mite e paziente questo tipo di richieste. Non si indigna come gli altri (Mc 10,41) anzi, sembra inizialmente accordarle (Mc 10,36). Poi la precisazione: voi non sapete quello che chiedete (Mc 10,38). Non lo sanno semplicemente perché non sanno ancora chi è il Maestro che li guida. Pensateci bene. Vivere gomito a gomito da tempo con qualcuno e non conoscerlo, qualcosa che può avvenire e avviene di fatto nelle umane relazioni. Gesù allora parla di un calice e di un battesimo, e chiede ai suoi discepoli se siano in grado di assumerli. I due discepoli annuiscono convinti di sapere (Mc 10,39). Il Maestro non gli rinfaccia l’ignoranza, conferma che in futuro faranno esperienza del suo calice e del suo battesimo (quando avranno compreso di cosa si tratta!…); invita i due a non voler penetrare con la propria richiesta la conoscenza di cose che sono riservate ai disegni misteriosi di Dio (Mc 10,40). Però gli altri apostoli stavano origliando: ed ecco impennarsi l’indignazione con Giacomo e Giovanni (Mc 10,41).
Una lezione da portare a casa come cristiani ma non solo: riconoscere che se ci si indigna troppo quando nella chiesa si vedono fratelli occupati ansiosamente in una arrampicata ai vertici (qualsiasi sia il vertice cui si aspira), vuol dire che si soffre dello stesso problema: la smania di essere tra i primi di cui abbiamo già accennato. Lo dico tante volte a quelli che si lamentano del tale o della tale perché li si vede intenti a primeggiare in parrocchia. La nostra norma è sempre Gesù: nel suo atteggiamento scopriamo che Egli non si sente affatto scavalcato e che il fatto che qualcuno vuole arrivare tra i primi non gli fa temere di perdere il primato. Lezione di autentica leadership umana: una denuncia indiretta alla razza di presunti leader da cui oggi siamo guidati, e non parlo solo a livello politico! Qualche giorno fa ricordavo ad alcuni collaboratori un pensiero espresso da Alcide De Gasperi pochi giorni prima di morire, lo lessi molti anni fa ma non ricordo dove. Non potei fare a meno di trascriverlo: “ho fatto tutto ciò ch’era in mio potere, la mia coscienza è in pace. Il Signore ti fa lavorare, ti permette di fare progetti, ti dà energia e vita. Poi, quando credi di essere necessario e indispensabile, ti toglie tutto improvvisamente. Ti fa capire che sei soltanto prezioso e utile, ma poi ti dice: ‹‹ora basta, puoi andare››. E tu non vuoi, vorresti presentarti al di là col tuo compito ben finito e preciso. La nostra piccola mente umana non si rassegna a lasciare ad altri l’oggetto della propria passione incompiuto”. Siamo in un altro mondo, un altro spessore spirituale della vita!
Ci vuole un’altra chiamata (Mc 10,41a). Perché in fondo il cammino della vita nuova in Cristo è un susseguirsi di nuove chiamate da parte del Signore, vista la caparbietà del nostro udito interiore. Voi sapete che coloro che governano le nazioni dominano su di esse…le opprimono (Mc 10,42b). Questo sì che lo sappiamo bene. Lo sappiamo fare bene tutti, anche se poi normalmente ce la prendiamo solo con i capi. Dominare e opprimere. Un verbo segue l’altro, come allo scoccare dell’arco parte una freccia. Se la logica delle tue relazioni è quella di dominare, ovvero controllare gli altri, alla fine opprimerai la loro vita oltre che la tua. Se invece si frequentano spesso le parole di nostro Signore Gesù Cristo, la logica delle tue relazioni poco a poco diventa un’altra. Ci si avvia a scoprire un nuovo modo di vivere che ci fa veramente liberi, veramente umani, veramente grandi. Vuoi essere il primo tra tutti? Benissimo, ma colui che si è deciso per Gesù lo sarà solo servendo gli altri, guardando ogni giorno Lui, che finisce i suoi giorni lavando i piedi dei suoi! Non c’è un altro modo di essere primi davanti a Dio.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 19 octobre, 2018 |Pas de commentaires »
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