Archive pour septembre, 2018

BENEDETTO XVI – PAOLO – L’importanza della Cristologia: preesistenza e incarnazione

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BENEDETTO XVI – PAOLO – L’importanza della Cristologia: preesistenza e incarnazione

Piazza San Pietro

Mercoledì, 22 ottobre 2008

Cari fratelli e sorelle,

nelle catechesi delle scorse settimane abbiamo meditato sulla ‘conversione’ di San Paolo, frutto dell’incontro personale con Gesù crocifisso e risorto, e ci siamo interrogati su quale sia stata la relazione dell’Apostolo delle genti con il Gesù terreno. Oggi vorrei parlare dell’insegnamento che san Paolo ci ha lasciato sulla centralità del Cristo risorto nel mistero della salvezza, sulla sua cristologia. In verità, Gesù Cristo risorto, « esaltato sopra ogni nome », sta al centro di ogni sua riflessione. Cristo è per l’Apostolo il criterio di valutazione degli eventi e delle cose, il fine di ogni sforzo che egli compie per annunciare il Vangelo, la grande passione che sostiene i suoi passi sulle strade del mondo. E si tratta di un Cristo vivo, concreto: il Cristo – dice Paolo – « che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me » (Gal 2, 20). Questa persona che mi ama, con la quale posso parlare, che mi ascolta e mi risponde, questo è realmente il principio per capire il mondo e per trovare la strada nella storia.
Chi ha letto gli scritti di san Paolo sa bene che egli non si è preoccupato di narrare i singoli fatti in cui si articola la vita di Gesù, anche se possiamo pensare che nelle sue catechesi abbia raccontato molto di più sul Gesù prepasquale di quanto egli scrive nelle Lettere, che sono ammonimenti in situazioni precise. Il suo intento pastorale e teologico era talmente teso all’edificazione delle nascenti comunità, che gli era spontaneo concentrare tutto nell’annuncio di Gesù Cristo quale « Signore », vivo adesso e presente adesso in mezzo ai suoi. Di qui la caratteristica essenzialità della cristologia paolina, che sviluppa le profondità del mistero con una costante e precisa preoccupazione: annunciare, certo, il Gesù vivo, il suo insegnamento, ma annunciare soprattutto la realtà centrale della sua morte e risurrezione, come culmine della sua esistenza terrena e radice del successivo sviluppo di tutta la fede cristiana, di tutta la realtà della Chiesa. Per l’Apostolo la risurrezione non è un avvenimento a sé stante, disgiunto dalla morte: il Risorto è sempre colui che, prima, è stato crocifisso. Anche da Risorto porta le sue ferite: la passione è presente in Lui e si può dire con Pascal che Egli è sofferente fino alla fine del mondo, pur essendo il Risorto e vivendo con noi e per noi. Questa identità del Risorto col Cristo crocifisso Paolo l’aveva capita nell’incontro sulla via di Damasco: in quel momento gli si rivelò con chiarezza che il Crocifisso è il Risorto e il Risorto è il Crocifisso, che dice a Paolo: « Perché mi perseguiti? » (At 9,4). Paolo sta perseguitando Cristo nella Chiesa e allora capisce che la croce è « una maledizione di Dio » (Dt 21,23), ma sacrificio per la nostra redenzione.
L’Apostolo contempla affascinato il segreto nascosto del Crocifisso-risorto e attraverso le sofferenze sperimentate da Cristo nella sua umanità (dimensione terrena) risale a quell’esistenza eterna in cui Egli è tutt’uno col Padre (dimensione pre-temporale): « Quando venne la pienezza del tempo – egli scrive -, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli » (Gal 4,4-5). Queste due dimensioni, la preesistenza eterna presso il Padre e la discesa del Signore nella incarnazione, si annunciano già nell’Antico Testamento, nella figura della Sapienza. Troviamo nei Libri sapienziali dell’Antico Testamento alcuni testi che esaltano il ruolo della Sapienza preesistente alla creazione del mondo. In questo senso vanno letti passi come questo del Salmo 90: « Prima che nascessero i monti e la terra e il mondo fossero generati, da sempre e per sempre tu sei, Dio » (v. 2); o passi come quello che parla della Sapienza creatrice: « Il Signore mi ha creato come inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, all’origine. Dall’eternità sono stata formata, fin dal principio, dagli inizi della terra » (Prv 8, 22-23). Suggestivo è anche l’elogio della Sapienza, contenuto nell’omonimo libro: « La Sapienza si estende vigorosa da un’estremità all’altra e governa a meraviglia l’universo » (Sap 8,1).
Gli stessi testi sapienziali che parlano della preesistenza eterna della Sapienza, parlano anche della discesa, dell’abbassamento di questa Sapienza, che si è creata una tenda tra gli uomini. Così sentiamo echeggiare già le parole del Vangelo di Giovanni che parla della tenda della carne del Signore. Si è creata una tenda nell’Antico Testamento: qui è indicato il tempio, il culto secondo la « Thorà »; ma dal punto di vista del Nuovo Testamento possiamo capire che questa era solo una prefigurazione della tenda molto più reale e significativa: la tenda della carne di Cristo. E vediamo già nei Libri dell’Antico Testamento che questo abbassamento della Sapienza, la sua discesa nella carne, implica anche la possibilità che essa sia rifiutata. San Paolo, sviluppando la sua cristologia, si richiama proprio a questa prospettiva sapienziale: riconosce in Gesù la sapienza eterna esistente da sempre, la sapienza che discende e si crea una tenda tra di noi e così egli può descrivere Cristo, come « potenza e sapienza di Dio », può dire che Cristo è diventato per noi « sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione » (1 Cor 1,24.30). Similmente Paolo chiarisce che Cristo, al pari della Sapienza, può essere rifiutato soprattutto dai dominatori di questo mondo (cfr 1 Cor 2,6-9), cosicché può crearsi nei piani di Dio una situazione paradossale, la croce, che si capovolgerà in via di salvezza per tutto il genere umano.
Uno sviluppo ulteriore di questo ciclo sapienziale, che vede la Sapienza abbassarsi per poi essere esaltata nonostante il rifiuto, si ha nel famoso inno contenuto nella Lettera ai Filippesi (cfr 2,6-11). Si tratta di uno dei testi più alti di tutto il Nuovo Testamento. Gli esegeti in stragrande maggioranza concordano ormai nel ritenere che questa pericope riporti una composizione precedente al testo della Lettera ai Filippesi. Questo è un dato di grande importanza, perché significa che il giudeo-cristianesimo, prima di san Paolo, credeva nella divinità di Gesù. In altre parole, la fede nella divinità di Gesù non è una invenzione ellenistica, sorta molto dopo la vita terrena di Gesù, un’invenzione che, dimenticando la sua umanità, lo avrebbe divinizzato; vediamo in realtà che il primo giudeo-cristianesimo credeva nella divinità di Gesù, anzi possiamo dire che gli Apostoli stessi, nei grandi momenti della vita del loro Maestro, hanno capito che Egli era il Figlio di Dio, come disse san Pietro a Cesarea di Filippi: « Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente » (Mt 16,16). Ma ritorniamo per essere così resi partecipi della sua divinizzazione.

Publié dans:PAPA BENEDETTO XVI E SAN PAOLO |on 24 septembre, 2018 |Pas de commentaires »

Gesù e i bambini

imm la mia e paolo - Copia

Publié dans:immagini sacre |on 22 septembre, 2018 |Pas de commentaires »

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – UN BAMBINO: SINTESI DI CROCE, UMILTÀ E AMORE

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XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – UN BAMBINO: SINTESI DI CROCE, UMILTÀ E AMORE

padre Gian Franco Scarpitta

E’ necessario che Gesù proceda per Gerusalemme dove, dopo un ingresso trionfale di gloria e di esaltazione, dovrà subire l’umiliazione estrema e la condanna atroce.
Il testo del vangelo di oggi dice che i suoi discepoli non comprendono il suo linguaggio, ma il destino inesorabile del Messia è quello della sottomissione agli uomini, ai nemici e a quanti avversano la logica del Regno da lui predicato. Questi lo consegneranno agli aguzzini e lo uccideranno. La morte di croce non è tuttavia la parola definitiva: al terzo giorno la pietra ribaltata del sepolcro mostrerà i segni inequivocabili della sua vittoria sulla morte e della vita imperitura. Cristo risusciterà per non morire più e la morte non avrà più potere su di lui (Rm 6,8). Gerusalemme è quindi una tappa necessaria per l’ascesa del Messia verso la gloria e la croce diventa indispensabile perché si realizzi il disegno di salvezza impostato dal Padre. Ciononostante la croce assume un’importanza non secondaria già in se stessa, perché è la pedagogia più evidente della regalità come amore e come servizio. Dio in Cristo regna perché ama fino all’inverosimile, fino alla sottomissione, all’asservimento alla cattiveria degli uomini e fino a rinnegare se stesso. Nella croce ci viene rivolto l’invito alla costanza e alla pazienza nella sopportazione delle insidie altrui, come ci viene anticipato dalla Prima Lettura tratta dal Libro del Siracide: il giusto è il bersaglio delle insidie e delle trappole dei reprobi e dei persecutori e tale è il destino di chiunque si disponga a vivere appieno la fedeltà al Signore. Un altro passo eloquentissimo del Siracide afferma: “Figlio, se servi il Signore preparati alla tentazione” e in effetti nessuno è tentato più di chi voglia mettersi al seguito di Dio in una condotta irreprensibile e degna: anche prescindendo dalle insidie del maligno, la cattiveria umana è essa stessa fautrice di prove e di tentazioni nella persona di quanti si divertono a saggiare la nostra fede e la nostra perseveranza nel bene. C’è chi ci provoca appositamente per coglierci in fallo e per avere di che accusarci; chi tenta di farci deviare dalla sana condotta per trovare un pretesto utile per mettere in discussione la nostra credibilità; chi ci provoca alla lite e all’impazienza per avere motivo di accusa di controtestimonianza e che ama vedere litigi e alterchi fra chi ha abbracciato una posizione e chi marcia in senso opposto. Mi ricordo che agli esordi della mia vocazione, alla presenza di parenti e conoscenti che avversavano la mia scelta, a tavola certuni mi interpellavano con argomenti atti a scatenare discussioni fra me e i parenti suddetti, quasi a divertirsi nel vedermi in difficoltà. E’ inevitabile che chiunque si ponga seriamente al seguito del Signore, radicandosi unicamente nei valori e nei principi di fede e impuntandosi nel volerli realizzare, è destinato a subire persecuzioni e mancati riconoscimenti, anche all’interno della Chiesa stessa. Più di una volta mi è stato osservato: “Tu non farai carriera nella Chiesa perché sei troppo puro; non sei astuto e perverso come tanti altri.” E non stento a crederlo. E tuttavia la condizione di sofferenza del giusto sottomesso e vilipeso entra nel computo di chi si crocifigge. Accettare con pazienza le ingiustizie, sapere attendere e sperare l’intervento risolutivo di Dio senza darsi alle ripicche alle intemperanze vuol dire anche in questo configurarsi alla croce, di conseguenza significa in un certo qual modo cominciare ad amare. Proprio come Cristo che amava nello spasimo e nello sgomento di dover soffrire alla colonna e poi sulla croce.
Il supplizio di Gesù si insegna di conseguenza l’umiltà, la mansuetudine e la pazienza, indicandoci la via risolutiva dell’umiltà e della semplicità, che è caratteristica dei bambini.
Non coloro che si ergono sulla massa conseguiranno onori, non i potenti o i sapienti o i benestanti di questo mondo, ma chi abbracciando la croce riesce ad assumere l’umiltà e l’innocenza di un bambino e in effetti solamente i bambini sanno servire senza discussione, omettendo ogni sorta di arrivismo e di presunzione o ostentazione di se stessi.
Nel territorio della chiesa in cui mi trovo ad operare gravitano tanti bambini che giocano per strada e con i quali ho svolto (e continuo a svolgere) diverse attività assieme ad alcune catechiste; a prescindere dalla loro vivacità a volte ingestibile, mi ha sempre sorpreso che quasi tutte le volte si chieda loro di aiutarti in un determinato servizio o di prestarsi a un’opera anche minima, obbediscono prontamente, come raramente farebbero alcuni grandi. A questi bambini puoi chiedere che vadano a prendere la scopa, che spengano o accendano le luci, che raccolgano i foglietti in chiesa e mi edifica l’entusiasmo innocente con cui collaborano con prontezza. Forse il termine di paragone adoperato da Gesù non è fuori luogo: un bambino è capace di umiltà., sottomissione, apertura e confidenza più di un adulto e anche l’esortazione di Paolo è eloquente: “Siate fanciulli quanto a malizia, adulti nel giudicare”(1Cor 14, 20).
Lo spirito di semplicità di un bambino è l’unico adatto a scongiurare in noi le passioni e le perfidie condannate da Giacomo (Ii Lettura) che sono alla radice di ogni male e di ogni belligeranza, a vincere il desiderio spassionato di possesso e vano guadagno a danni del prossimo, a debellare accidia, inverecondia e infamia e tanti altri nei che viziano fino a corromperci. Solo umiltà e semplicità di vita sono apportatrici di amore intenso che si concreta nel servizio spassionato e sincero e nessun bambino, anche fra quelli riottosi e perfidi, ti userà mai l’arroganza e la protervia di tanti adulti che tendono insidie per affermata cattiveria. Se amare è servire nella semplicità e nell’umiltà di vita, solamente i bambini sono in grado di darne l’esempio.
Non è facile accettare la sottomissione e la croce e adottare queste come prospettiva esaltante dell’amore, tuttavia il farsi bambini lo rende possibile nell’immediato.

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volto di Cristo in Croce

imm pens e paolo - Copia

Publié dans:immagini sacre |on 20 septembre, 2018 |Pas de commentaires »

L’UOMO, CREATO A IMMAGINE DI DIO – PAPA GIOVANNI PAOLO II

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L’UOMO, CREATO A IMMAGINE DI DIO – PAPA GIOVANNI PAOLO II

9 aprile 1986

1. La posizione singolare ed eccelsa dell’uomo. 2. Nella Genesi, narrazioni che si integrano. 3. «A nostra immagine e somiglianza». 4. «Dio creo l’uomo… maschio e femmina li creò». 5. Alcuni elementi essenziali dell’uomo. 6. Uomo e donna, pari dignità. 7. Creato per l’immortalità. 8. Il dominio sulle altre creature. 9. Gloria del Creatore. 10. «Figura di colui che doveva venire». 11. La pienezza del significato in Cristo.
1. Il Simbolo della fede parla di Dio «Creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili»; non parla direttamente della creazione dell’uomo. L’uomo appare, nel contesto soteriologico del Simbolo, in riferimento all’incarnazione, come è evidente in modo particolare nel Simbolo niceno-costantinopolitano, quando si professa la fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio, il quale «per noi uomini» e per la nostra salvezza discese dal cielo… e «si è fatto uomo».
Dobbiamo tuttavia ricordare che l’ordine della salvezza non soltanto presuppone la creazione, ma anzi prende inizio da essa. Il Simbolo della fede ci rimanda, nella sua concisione, all’insieme della verità rivelata circa la creazione, per scoprire la posizione davvero singolare ed eccelsa che è stata data all’uomo.
2. Come abbiamo già ricordato nelle catechesi precedenti, il libro della Genesi contiene due narrazioni della creazione dell’uomo. Dal punto di vista cronologico è anteriore la descrizione contenuta nel secondo capitolo della Genesi, è invece posteriore quella del primo capitolo. Nell’insieme le due descrizioni si integrano a vicenda, contenendo entrambe elementi teologicamente molto ricchi e preziosi.
3. Nel libro della Genesi 1,26 leggiamo che al sesto giorno Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra».
E significativo che la creazione dell’uomo sia preceduta da questa sorta di dichiarazione con cui Dio esprime l’intenzione di creare l’uomo a sua immagine, anzi «a nostra immagine», al plurale (in sintonia col verbo «facciamo»). Secondo alcuni interpreti, il plurale indicherebbe il «Noi» divino dell’unico Creatore. Questo sarebbe quindi, in qualche modo, un primo lontano segnale trinitario. In ogni caso la creazione dell’uomo, secondo la descrizione di Genesi 1, è preceduta da un particolare «rivolgersi» a se stesso, «ad intra», di Dio che crea.
4. Segue quindi l’atto creatore. «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» (Gen 1,27). Colpisce in questa frase il triplice uso del verbo «creò» («barà»), che sembra testimoniare una particolare importanza e intensità dell’atto creatore. Questa stessa indicazione sembra doversi trarre anche dal fatto che, mentre ogni giorno della creazione si conclude con l’annotazione: «Dio vide che era cosa buona», dopo la creazione dell’uomo, il sesto giorno, è detto che «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona» (Gen 1,31).
5. La descrizione più antica, la «jahvista» di Gen 2, non usa l’espressione «immagine di Dio». Questa appartiene esclusivamente al testo posteriore, che è più «teologico». Ciò nondimeno la descrizione jahvista presenta, anche se in modo indiretto, la stessa verità. E detto infatti che l’uomo, creato da Dio-Jahvè, mentre ha potere di «imporre il nome» agli animali [1] , non trova tra tutte le creature del mondo visibile «un aiuto che gli fosse simile»; e cioè constata la sua singolarità. Benché non parli direttamente dell’«immagine» di Dio, il racconto di Genesi 2 ne presenta alcuni elementi essenziali: la capacità di autoconoscersi, l’esperienza del proprio essere nel mondo, il bisogno di riempire la propria solitudine, la dipendenza da Dio.
6. Tra questi elementi, vi è pure l’indicazione che uomo e donna sono uguali quanto a natura e dignità. Infatti, mentre nessuna creatura poteva essere per l’uomo «un aiuto che gli fosse simile», egli trova un tale «aiuto» nella donna creata da Dio-Jahvè. Secondo Genesi 2,21-22 Dio chiama all’essere la donna, traendola dal corpo dell’uomo: da «una delle costole» dell’uomo. Ciò indica la loro identità nell’umanità, la loro somiglianza essenziale pur nella distinzione. Poiché tutti e due partecipano della stessa natura, hanno entrambi la stessa dignità di persona.
7. La verità circa l’uomo creato a «immagine di Dio» ritorna anche in altri passi della Sacra Scrittura, sia nella stessa Genesi [2] , sia in altri Libri Sapienziali. Nel libro della Sapienza (2,23) è detto: «Dio ha creato l’uomo per l’immortalità; lo fece ad immagine della propria natura». E nel libro del Siracide (17,1.3) leggiamo: «Il Signore creò l’uomo dalla terra e ad essa lo fa ritornare di nuovo… Secondo la sua natura li riveste di forza, e a sua immagine li formò».
L’uomo, dunque, è creato per l’immortalità, e non cessa di essere immagine di Dio dopo il peccato, anche se viene sottomesso alla morte. Porta in sé il riflesso della potenza di Dio, che si manifesta soprattutto nella facoltà dell’intelligenza e della libera volontà. L’uomo è soggetto autonomo, fonte delle proprie azioni, pur mantenendo le caratteristiche della sua dipendenza da Dio, suo creatore (contingenza ontologica).
8. Dopo la creazione dell’uomo, maschio e femmina, il Creatore «li benedisse e disse loro: « Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci… e sugli uccelli… e su ogni essere vivente »» (Gen 1,28). La creazione a immagine di Dio costituisce il fondamento del dominio sulle altre creature del mondo visibile le quali sono state chiamate all’esistenza in vista dell’uomo e «per lui».
Del dominio di cui parla Genesi 1,28 partecipano tutti gli uomini, ai quali il primo uomo e la prima donna hanno dato origine. Vi allude anche la redazione jahvista (Gen 2,24), alla quale avremo ancora occasione di tornare. Trasmettendo la vita ai propri figli, uomo e donna donano loro in eredità quell’«immagine di Dio», che fu conferita al primo uomo nel momento della creazione.
9. In questo modo l’uomo diventa una espressione particolare della gloria del Creatore del mondo creato. «Gloria Dei vivens homo, vita autem hominis visio Dei», scriverà sant’Ireneo [3] . Egli è gloria del Creatore in quanto è stato creato a immagine di lui e specialmente in quanto accede alla conoscenza vera del Dio vivente. In questo trovano fondamento il particolare valore della vita umana, come anche tutti i diritti umani (oggi messi tanto in rilievo).
10. Mediante la creazione a immagine di Dio, l’uomo è chiamato a diventare, tra le creature del mondo visibile, un portavoce della gloria di Dio, e, in un certo senso, una parola della sua Gloria.
L’insegnamento sull’uomo, contenuto nelle prime pagine della Bibbia (Gen 1), s’incontra con la rivelazione del Nuovo Testamento circa la verità di Cristo, che quale Verbo eterno, è «immagine del Dio invisibile», e insieme «generato prima di ogni creatura» (Col 1,15). L’uomo creato a immagine di Dio acquista, nel piano di Dio, una speciale relazione con il Verbo, eterna immagine del Padre, il quale nella pienezza dei tempi si farà carne. Adamo – scrive san Paolo – «è figura di colui che doveva venire» (Rm 5,11). Infatti, «quelli che… da sempre ha conosciuto (Dio Creatore) li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli» (Rm 8,29).
11. Così dunque la verità circa l’uomo creato a immagine di Dio non determina soltanto il posto dell’uomo in tutto l’ordine della creazione, ma parla già anche del suo legame con l’ordine della salvezza in Cristo, che è l’eterna e consostanziale «immagine di Dio» (2Cor 4,4): immagine del Padre. La creazione dell’uomo a immagine di Dio, già dall’inizio del libro della Genesi rende testimonianza alla sua chiamata.
Questa chiamata si rivela pienamente con la venuta di Cristo. Proprio allora, grazie all’azione dello «Spirito del Signore», si apre la prospettiva della piena trasformazione nell’immagine consostanziale di Dio, che è Cristo (cf. 2Cor 3,18). Così l’«immagine» del libro della Genesi (1,27) raggiunge la pienezza del suo significato rivelato.
_________________________________
[1] cf. Gen 2,19-20.
[2] «Ad immagine di Dio egli ha fatto l’uomo»: Gen 9,6.
[3] «Adversus haereses», IV,20,7.

Publié dans:PAPA GIOVANNI PAOLO II |on 20 septembre, 2018 |Pas de commentaires »

Paolo a Roma

imm la mia e paolo

Publié dans:immagini sacre |on 19 septembre, 2018 |Pas de commentaires »

SAN PAOLO A ROMA

http://www.osservatoreromano.va/it/news/apostolo-e-artigiano

SAN PAOLO A ROMA

· Tra la Suburra e Trastevere resta ipotetica l’ubicazione della casa ·

17 marzo 2017

Pubblichiamo le conclusioni di un lungo studio apparso su «Anales Valentinos»

Secondo Atti 28, 16-30, una volta giunto a Roma, Paolo di Tarso ottenne dalle autorità romane il permesso di risiedere fuori dall’accampamento carcerario, in un locale affittato a sue spese. Così va inteso il termine utilizzato, µís??µa, secondo la versione latina conductum, casa affittata, che indica che siamo di fronte a una notizia tradizionale, anteriore alla redazione lucana, proveniente da circoli probabilmente romani o italici, che si distacca dal significato comune di salario o paga dei Settanta.
Ritratto dell’apostolo Paolo, cubicolo degli apostoli, catacomba di Santa Tecla (Roma)
A partire da ciò, abbiamo esaminato il tema in tre fasi. Nella prima abbiamo analizzato la possibilità che Paolo, dato il suo status sociale di civis romanus, e dato il motivo principale dell’accusa, di natura religiosa, al suo arrivo a Roma potesse ottenere una custodia blanda. Per giustificare la sua condizione di cittadino romano, al di là dei problemi posti dal testo degli Atti, siamo ricorsi ad alcuni dettagli delle sue lettere (ai Romani), da cui emerge la sua conoscenza previa della legge e delle istituzioni romane, tratto tipico di chi si muove nell’ambito della cittadinanza. Per sottolineare la motivazione religiosa, abbiamo avvalorato l’affermazione di Festo nelle sue litterae dimissoriae, in cui assicurava che Paolo era stato mandato a Roma per una causa religiosa: sosteneva che un uomo morto fosse ancora in vita (Atti 25, 18-19). Tale motivazione non fu considerata un pericolo per Roma, perciò gli imputati si potevano giudicare senza grande rigore. Si comprende allora la militaris custodia di Paolo, piuttosto che la custodia libera. Va inoltre tenuto presente che l’apostolo, ebreo e di Tarso di Cilicia, negli anni 56-60 dell’era cristiana, poté godere di condizioni favorevoli dinanzi alla corte imperiale perché gli ebrei avevano ottenuto la cittadinanza romana in quanto liberti e perché gli abitanti di Tarso avevano appoggiato la famiglia giulio-claudia nelle guerre civili. Poppea Sabina era favorevole ai primi e non distingueva ancora bene tra questi e quanti appartenevano alla nuova setta dei cristiani.
Nella seconda fase di studio, abbiamo esaminato i dati forniti dalle lettere autentiche scritte da Paolo durante la prigionia, soprattutto quelle ai Filippesi, osservando tra l’altro che vari temi salienti sono in comune con il finale degli Atti, come il coraggio (pa???sa) dell’apostolo e la libertà (?????t?a) nella missione cristiana, nonostante la prigionia. Ciò può aiutare ad avvalorare il carattere tradizionale paolino della narrazione lucana. In questa ottica si può comprendere meglio la custodia blanda che abbiamo appena esaminato.
Inoltre l’ambiente sociale riflesso nello scritto si esprime, da un lato nella guardia pretoriana e negli agenti carcerari (Filippesi 1, 13), e dall’altro, negli schiavi e nei liberti della Familia Caesaris (Filippesi 4, 22). Il raffronto con i nomi presenti in altre fonti, come i Clemente e Romani 16, 3-16, a partire da testimonianze epigrafiche, offre però pochi dati certi. Può essere stata una delle persone lì citate a offrire all’apostolo il locale in affitto. Tra l’altro va sottolineato che tra i cristiani della fine del i secolo c’erano già dei membri della casa dell’imperatore, con un certo prestigio nell’amministrazione. O che qualcuno di origine ebraica, come Erodione, poteva essere stato un schiavo appartenente alla casa erodiana a Roma, paragonabile all’altro Coetus Herodión, che divenne vilicus, mestiere legato alla custodia e all’amministrazione di immobili, tra i quali c’erano gli horrea. Il tema è però aperto a nuove indagini in futuro.
Infine, la terza fase è suddivisa in due parti. La prima si concentra sul ruolo che probabilmente svolsero i coniugi Aquila e Prisca — artigiani liberi, con un buon livello economico — nel garantire la sicurezza al prigioniero Paolo, fuori dal carcere, dinanzi alle autorità romane. Come avevano interceduto per lui a Efeso (Romani 16, 4), così potrebbero averlo fatto a Roma. Inoltre l’ambiente rarefatto delle chiese romane in quegli anni, con fazioni a favore o contro la predicazione e la persona di Paolo, come mostrano le lettere ai Romani e ai Filippesi, può aver contribuito a far sentire a Paolo il bisogno di trovare un luogo dignitoso e indipendente. In tal modo s’infondeva fiducia ai seguaci e si evitava la vergogna della prigione e di quelli che ritenevano che un prigioniero non si potesse presentare come evangelizzatore. Fu la casa affittata a conferirgli questa posizione sociale d’onore.
La seconda parte si concentra sul modo in cui Paolo trovò un locale in un horreum, dato fornito dalla versione greca dell’apocrifo Martyrium Pauli. L’informazione, nonostante le obiezioni di Rapske, è avvalorata da altri dati noti. Paolo era fabbricante di tende, come i suoi amici Aquila e Prisca. A Roma c’erano, in base a testimonianze epigrafiche, associazioni di questo mestiere (collegium tabernaculariorum) che tra l’altro appartenevano alla casa del Cesare. L’apostolo nelle sue lettere insiste sul bisogno di lavorare per guadagnarsi da vivere e ottenere una certa indipendenza rispetto ai suoi oppositori. Bisogna inoltre tener conto del ritrovamento di resti archeologici di comunità cristiane molto antiche che si riunivano in locali di horreum, come nel caso di santa Cecilia e san Clemente. Fu così quindi che, nell’ambito degli artigiani, Paolo poté affittare anche a Roma un locale al piano superiore o sul retro di un negozio, di una bottega o di un piccolo magazzino, dove si ammassavano le stoffe e il cuoio, molto comuni negli horrea. Poteva essere il locale più adeguato per guadagnarsi da vivere e al tempo stesso avere un’abitazione, che forse poteva anche fungere da luogo di riunione per alcuni cristiani.
Infine abbiamo cercato di localizzare la casa; se Paolo era un artigiano che lavorava il cuoio, probabilmente si trovava a Trastevere, antico quartiere ebraico, o, se lavorava il lino cilicio, forse stava nel popoloso quartiere della Suburra, per la sua vicinanza alla Castra Pretoria.
In ogni caso, la casa di Paolo a Roma continuerà a essere un mistero.

di Enrique Mena Salas

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