VITA DI SAN PAOLO APOSTOLO DI SAN GIOVANNI BOSCO

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VITA DI SAN PAOLO APOSTOLO DI SAN GIOVANNI BOSCO

S. Paolo è di nuovo messo in prigione – Scrive la seconda lettera a Timoteo – Suo martirio – Anno di Cristo 69-70.Sepoltura di s. Paolo e conclusione.
Con s. Paolo era eziandio venuto a Roma s. Pietro, che da 25 anni ivi teneva la sede della cristianità. Esso era eziandio andato altrove a predicare la fede, e come fu informato della persecuzione suscitata contro ai Cristiani ritornò tosto a Roma. Lavorarono di comune accordo i due principi degli Apostoli finchè Nerone indispettito per le conversioni che eransi fatte nella sua corte, e più ancora per la morte ignominiosa toccata al mago Simone (come raccontammo nella vita di s. Pietro) ordinò che fossero col massimo rigore ricercati s. Pietro e s. Paolo e condotti nella carcere Mamertina appiè del colle Capitolino. Nerone aveva in animo di far tosto condurre i due Apostoli al supplizio, ma ne fu distolto da affari politici e da una congiura tramata contro di lui. Di più egli aveva deliberato di rendere glorioso il suo nome tagliando l’istmo di Corinto che è una lingua di terra larga circa 9 miglia Questa impresa non si potè effettuare, ma lasciò un anno di tempo a Paolo per guadagnare ancora anime a Gesù Cristo.
Egli riuscì a convertire molti prigionieri, alcune guardie ed altri ragguardevoli personaggi, che per desiderio d’ istruirsi o per curiosita l’andavano ad ascoltare; perciocchè s. Paolo durante la sua prigionia poteva essere liberamente visitato, e scriveva lettere ove ne avesse conosciuto il bisogno. Egli è dalla prigione dì Roma che scrisse la seconda lettera a Timoteo.
In questa lettera l’ Apostolo annunzia vicina la sua morte, dimostra vivo desiderio che lo stesso Timoteo andasse a lui per assisterlo, essendo quasi da tutti abbandonato. Questa lettera si può chiamare testamento di s. Paolo; e fra le molte cose somministra eziandio una delle maggiori prove in favore della tradizione. Quello che tu hai udito da me, gli dice, procura di farlo intendere ad uomini religiosi e capaci d’inculcarlo agli altri dopo di te. Dalle quali parole apprendiamo che oltre la dottrina scritta vi sono delle altre verità non meno utili e certe che devono essere trasmesse da voce in voce con una successione non interrotta per tutti i tempi avvenire.
Dà poi molti utili avvisi a Timoteo per la disciplina della Chiesa, per conoscere varie eresie che si andavano seminando fra i Cristiani. E per mitigare la ferita che la novella di sua morte imminente gli avrebbe cagionato lo incoraggisce così: non ti contristare per me, anzi, se mi vuoi bene, rallegrati nel Signore. Io ho combattuto da buon soldato, ora ho terminato il mio corso, ho mantenuta a Cristo la fede. Nel resto nulla più mi rimane a desiderare se non la corona di gloria che il Signore Iddio giusto giudice mi renderà in quel’giorno, quando io consumato il sacrificio di mia vita, mi presenterò a lui. Tal corona non solo renderà a me, ma a tutti quelli che con opere buone si preparano a riceverla in quella sua venuta.
Paolo ebbe nella sua prigione un conforto da un certo Onesiforo. Essendo costui venuto a Roma ed avendo inteso che Paolo, suo antico maestro e padre in Gesù Cristo, era in carcere, io andò a trovare e si offerì di servirlo. L’Apostolo provò grande consolazione di così tenera carità e scrivendo a Timoteo gli fa molti elogi e gli prega da Dio larga ricompensa. «Faccia Dio, gli scrive, misericordia alla famiglia di Onesiforo, il quale lungamente mi ha servito, e non si recò a vergogna di vivere meco nelle catene; il Signore gli usi in quel gran giorno quella stessa misericordia che usò verso di me. Nè queste sono le sole sue opere buone; tu ben sai quanti servigi egli mi abbia già prima prestato in Efeso.»
Intanto Nerone ritornò da Corinto tutto indispettito perchè l’affare dell’istmo non era riuscito. Si pose con rabbia maggiore a perseguitare i Cristiani; e il suo primo alto fu di far eseguire la sentenza di morte contro a s. Paolo. Primieramente egli fu battuto colle verghe, e mostrasi ancora in Roma la colonna a cui era legato quando sostenne quella flagellazione. È vero che con essa egli perdeva il privilegio di cittadinanza romana, ma acquistava il diritto di cittadino del cielo, perciò provava la più grande gioia nel vedersi rassomigliato al suo divin maestro. Questa battitura era l’apparecchio per essere di poi decapitato.
Paolo era condannato a morte perchè aveva oltraggiato gli Dei; per questo solo titolo era permesso di tagliare la testa ad un cittadino romano. Bella colpa! essere riputato empio perchè in luogo di adorare i sassi ed i demonii si vuole adorare il solo vero Dio e il suo figliuolo Gesù Cristo. Dio gli aveva già prima rivelato il giorno e l’ora della sua morte; per la qual cosa provava una delizia già tutta celeste. Cupio, andava esclamando, cupio dissolvi et esse cum Christo. Desidero di essere svincolato da questo corpo per unirmi a Gesù Cristo Finalmente da una masnada di sgherri egli fu tratto di prigione e condotto fuori di Roma per la porta che dicesi di Ostia e facendolo camminare verso una palude lungo il Tevere, giunsero ad un luogo chiamato acque Salvie circe tre miglia lontano da Roma.
Raccontano che una matrona, chiamata Plautilla, moglie di un Senatore Romano, al vedere il santo Apostolo malconcio nella persona e condotto a morte si pose dirottamente a piangere. S. Paolo la consolò dicendole: non piangere, io ti lascierò tal memoria di me, che ti sarà molto cara. Dammi il tuo pannolino. Ella glielo diede. Con questo pannolino furono al Santo bendati gli occhi prima di essere decapitato. E per ordine del Santo fu da pia persona restituito sanguinoso a Plautilla che lo serbò come reliquia.
Giunto Paolo al luogo del supplizio piegò le ginocchia e colla faccia innalzata al Cielo raccomandò a Dio l’anima sua e la Chiesa; di poi chinò il Capo e ricevette il colpo della spada che glielo troncò dal busto. L’ anima sua volò a trovare quel Gesù che da tanto tempo bramava di godere.
Gli angeli lo accolsero e lo introdussero fra immenso giubilo a partecipare della felicità del cielo. Egli è certo che il primo a cui egli dovette render grazie fu santo Stefano al quale dopo Gesù era debitore della sua conversione e della sua salvezza.
Sepoltura di s. Paolo – Maraviglie operate alla sua tomba – Basilica a lui dedicata.
Il giorno che s. Paolo fu fatto morire fuori di Roma alle acque Salvie fu lo stesso in cui s. Pietro riporto la palma del martirio a pie del monte Vaticano il 29 giugno; essendo s. Paolo in età d’ anni 65. Il Baronio, che chiamasi padre della Storia Ecclesiastica, racconta come la testa di s. Paolo appena tagliata dal corpo grondò latte in luogo di sangue. Due soldati alla vista di tal miracolo si convertirono a Gesù Cristo La sua testa poi cadendo a terra fece tre salti, e dove toccò la terra zampillarono tre fonti di acqua viva. Per conservare viva memoria di questo glorioso avvenimento fu innalzata una chiesa le cui mura racchiudono queste fontane, le quali ancora oggidì chiamansi fontane di s. Paolo. V. Baronio an. 69-70.
Molti viaggiatori (v. Cesari e Tillemont) si recarono sul luogo per essere testimoni di questo fatto, e ci assicurano che quelle tre fonti da loro vedute e gustate hanno un gusto come di latte. In quei primi tempi era grandissima la sollecitudine dei Cristiani per raccogliere e seppellire i corpi di coloro che davano la vita per la fede. Due donne chiamate una Basilissa, l’altra Anastasia studiarono il modo e il tempo di avere il cadavere del santo Apostolo, e di notte gli diedero sepoltura due miglia lungi dal luogo ove aveva sofferto il martirio, a distanza di un miglio da Roma. Nerone per mezzo delle sue spie conobbe l’ opera di carita di quelle pie donne e questo bastò perchè le facesse morire troncando loro le mani, i piedi, di poi la testa.
Quantunque i Gentili sapessero che il corpo di Paolo era stato seppellito dai Fedeli non poterono però mai saperne il luogo. Ciò era solamente nòto ai Cristiani, i quali lo tenevano segreto come il più caro tesoro, e gli rendevano quel maggior onore che potevano. Ma la stima che i Fedeli avevano di quelle reliquie giunse a tale che alcuni mercanti d’Oriente venuti a Roma tentarono di rubarle e portarsele nel loro paese come appartenenti ad un uomo del loro paese. Segretamente lo sotterrarono nelle catacombe due miglia distanti da Roma, aspettando tempo propizio per trasportarlo. Ma nell’atto che volevano compiere il loro disegno, si levò un orribile temporale con lampi e fulmini terribili, sicchè furono costretti di abbandonare l’impresa. Saputasi tal cosa, i Cristiani di Roma andarono a prendere il corpo di Paolo e lo portarono al suo primo luogo lungo la via di Ostia.
Al tempo di Costantino il grande fu fabbricata una basilica superba ad onore e sopra il sepolcro del nostro apostolo. In ogni tempo Re, e Imperatori, dimentichi della loro grandezza, pieni di timore e di venerazione si recarono a quel sepolcro per baciare la cassa che raccoglie le ossa del santo Apostolo.
Gli stessi Romani Pontefici non si accostavano nè sì accostano al luogo della sua sepoltura se non pieni di venerazione, e non mai permisero che alcuno spiccasse particella di quelle ossa venerande. Varii principi e re ne fecero vive istanze; ma niun Papa giudicò di poterli soddisfare. Questa grande riverenza era molto accresciuta dai continui miracoli che a quel sepolcro si facevano. S. Gregorio Magno ne riferisce molti e assicura che niuno entrava in quel tempio a pregare se non tremando. Quelli poi che avessero osato di profanarlo e tentato di trasportarne anche una piccola particella erano da Dio puniti con manifesta vendetta.
Gregorio XI fu il primo che in una pubblica calamità quasi costretto dalle preghiere e dalle istanze del popolo di Roma prese il Capo del Santo, lo levò in alto, lo mostrò alla moltitudine che piangeva di tenerezza e di divozione, e sull’istante lo ripose donde lo aveva tolto.
Ora il Capo di questo grande Apostolo è nella chiesa di S. Giovanni di Laterano, il rimanente del corpo fu sempre conservato nella basilica di S. Paolo lungo la via di Ostia un miglio da Roma.
Anche le sue catene furono soggetto di divozione presso i fedeli cristiani. Per contatto di quei ferri gloriosi si operarono molti miracoli, e i più grandi personaggi del mondo riputarono sempre reliquia preziosa il poter avere un po’ di limatura di quelle.
Ritratto di S. Paolo. – Immagine del suo spirito. – Conclusione.
Affinchè rimanga meglio impressa la divozione verso di questo principe degli Apostoli giova dare un’ idea del suo corpo e del suo spirito.
Paolo era di aspetto e di presenza non molto avvenente, siccome dice egli stesso. Era di statura piccolo, di complessione forte e robusta, e ne diedero prove le lunghe e gravi fatiche da luii sostenute nella sua carriera, senza essere mai stato ammalato ad eccezione dei mali cagionatigli dalle catene e dalla prigionia. Solamente sul finire de’ suoi giorni camminava alquanto curvo. Egli aveva la faccia bianca, la testa piccola e quasi del tutto calva. Il che dimostrava un carattere sanguigno e focoso. Aveva la fronte larga, sopracciglio nero e abbassato, naso aquilino, barba lunga e fitta. Ma gli occhi suoi erano al sommo vivaci e brillanti, con un’ aria dolce che temperava l’impeto de’ suoi sguardi. Questo è il ritratto del suo corpo.
Ma che diremo del suo spirito? Noi lo conosciamo da’ suoi scritti medesimi. Egli aveva un ingegno acuto e sublime, animo nobile, cuore generoso. Era tale il suo coraggio e la sua fermezza che traeva forza e vigore dalle stesse difficoltà e dai pericoli. Egli era versatissimo nella scienza della religione Ebrea. Era profondamente erudito nelle sacre scritture, e tale scienza aiutata dai lumi dello Spirito Santo e dalla carità di Gesù Cristo lo rese quel grande Apostolo che fu soprannominato il dottore dei Gentili. S. Giovanni Grisostomo divotissimo del nostro santo desiderava grandemente di poter vedere S. Paolo dal pulpito, perchè, egli dice, i più grandi oratori dell’antichità sarebbero apparsi languidi e freddi in paragone di lui. Non occorre dire alcuna cosa delle virtù di lui, giacchè quel tanto che abbiamo finora esposto non è altro che una tessitura delle virtù eroiche, le quali in ogni luogo, in ogni tempo, e con ogni genere di persona egli fece risplendere.
Per conclusione però di quanto abbiamo {163 [329]} detto di questo gran santo merita di essere notata una virtù che egli ha fatto sopra ogni altra risplendere, la. carità verso il prossimo e l’ amor verso Dio. Egli sfidava tutte le creature a separarlo dall’amore del suo Divin Maestro. Chi mi separerà, andava egli esclamando, dall’amor di Gesù Cristo? forse le tribolazioni o le angustie, o la fame, o la nudita, o i pericoli, o le persecuzioni? No certamente. Io son certo che nè la morte nè la vita, nè gli Angeli, nè i principati, nè le virtù, nè il presente, nè l’avvenire, nè alcuna creatura ci potrà separare dall’ amore di Dio che è fondato nel nostro Signor Gesù Cristo Questo è il carattere del vero cristiano: essere disposto a tutto perdere, a tutto patire piuttosto che dire o fare la minima cosa che sia contraria all’ amor di Dio.
S. Paolo passò più di 30 anni di sua vita nemico di Gesù Cristo; ma appena fu dalla sua celeste grazia illuminato, si diede tutto a lui, nè mai più da lui si separò. Impiegò di poi oltre 36 anni nelle più austere penitenze, nelle più dure fatiche, e ciò per glorificare quel Gesù che aveva perseguitato.
Cristiano lettore! forse tu che leggi ed io che scrivo, avremo passato una parte della vita nell’offesa del Signore! Ma non perdiamoci di animo: avvi ancora tempo per noi; la misericordia di Dio ci attende. Ma non differiamo la conversione perchè se noi aspettiamo a domani ad aggiustare le cose dell’ anima, corriamo grave rischio di non aver più tempo. S. Paolo faticò 36 anni nel servizio del Signore; ora da 1800 anni gode l’immensa gloria del cielo, e la godrà per tutti i secoli. La medesima felicità è parimenti preparata per noi; purchè ci diamo a Dio mentre abbiamo tempo e purchè siamo perseveranti nel santo servizio sino al fine. È nulla quello che si patisce in questo mondo, ma è eterno quello che godremo nell’ altro. Così ci assicura lo stesso S. Paolo.

Fonte: http://www.donboscosanto.eu/

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