XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B) DIO, FORTE NELLA NOSTRA DEBOLEZZA

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XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B) DIO, FORTE NELLA NOSTRA DEBOLEZZA

Alvise Bellinato

È particolarmente suggestivo il tema che viene affrontato dalle letture di questa Domenica. Apparentemente sembra una contraddizione: Dio, il potente, è capace di manifestarsi nell’uomo anche attraverso la sua debolezza.
Nella prima lettura abbiamo ascoltato come il profeta Ezechiele viene mandato agli israeliti per proclamare la parola di Dio. Dio, però, fin dall’inizio, gli preannuncia che la sua parola non verrà accolta. Gli israeliti riserveranno al profeta lo stesso trattamento che hanno riservato al Signore: la non accoglienza della parola. Alla base di questa situazione di non accoglienza della parola di Dio c’è un atteggiamento di ribellione e di “sclerocardia” (indurimento del cuore). Il popolo è composto infatti da “figli testardi e dal cuore indurito”. Contro la testardaggine e l’irrigidimento nemmeno Dio può far nulla.
Verrebbe da domandarsi che senso abbia l’esercizio della funzione profetica, quando già si sa che la parola non verrà accolta. Ha un significato annunziare la volontà di Dio quando si sa già, in anticipo, che essa non verrà accettata? Non è questo un vano esercizio, una perdita di tempo? Il libro del profeta Ezechiele ci dice che anche nel rifiuto della verità, che è logica conseguenza del bene più prezioso che Dio ha donato all’uomo – la libertà – si manifesta un importante elemento della funzione profetica: essere testimoni di Dio.
Il profeta non annuncia la parola di Dio per “vincere” o per “avere ragione”. Il profeta è chiamato a svolgere la sua funzione nella libertà interiore, senza cercare il consenso e l’approvazione, senza puntare alla popolarità e all’accoglienza. La sua funzione è portare un messaggio che non è suo: è di Dio. Ci penserà Dio a realizzarlo. Dio rispetta la libertà dell’uomo, sa che l’uomo può rifiutare di accogliere il suo messaggio, ma lo comunica – attraverso i profeti – ugualmente, con la speranza che un giorno, dopo aver sperimentato le conseguenze della durezza di cuore e della ribellione, gli uomini, ripensando alle sue parole, possano ravvedersi.
Si rileva qui una funzione importante della profezia: il popolo conoscerà che un profeta è in mezzo a loro non tanto perché il profeta sarà potente, rispettato, accolto, ma – al contrario – perché sarà sconfitto e “perdente”. Ciò che conta, agli occhi di Dio, è lo svolgimento della propria vocazione. Dio è capace di conferire al profeta la sua identità, e di far sì che essa venga riconosciuta dal popolo, anche attraverso l’esperienza della debolezza e dell’umano fallimento.
Questa parola ci ricorda come sia importante, per i cristiani, essere testimoni della parola di Dio anche in contesti in cui difficilmente la testimonianza sarà accolta. L’esito della testimonianza non dipende da noi. Siamo servi inutili: quando abbiamo fatto ciò che ci è stato domandato, lasciamo che sia Dio a dare compimento e forza al suo progetto.
Una tematica simile è affrontata nella seconda lettura. Paolo si lamenta per una “spina nella carne” che lo tormenta e dalla quale vorrebbe essere liberato. Non sappiamo esattamente di cosa si tratti: certamente era qualcosa che lo disturbava e gli rendeva difficile la missione profetica. Per ben tre volte – ci dice – ha pregato il Signore che lo liberasse da questa spina. Ma egli si è sentito rispondere dal Signore qualcosa di veramente sorprendente: “La mia potenza si manifesta pienamente nella debolezza”.
Vengono in mente quelle pagine della Bibbia in cui Dio parla in questo modo: “Non vorrei che tu pensassi che grazie alla tua bravura hai vinto la battaglia (oppure: hai ottenuto il successo, ecc.)”. Per evitare che Israele monti in superbia e attribuisca a se stesso il merito di certe imprese, spesso Dio chiede qualcosa di strano: chiede di diminuire il numero di soldati in battaglia, di fare cose incomprensibili (umanamente prive di logica), affinché appaia chiaro che l’opera è di Dio e non dell’uomo.
Anche l’apostolo fa questa esperienza “per non montare in superbia a causa della grandezza delle rivelazioni”. Affinché Paolo non possa pensare che le conversioni suscitate dalla sua predicazione siano frutto della sua eloquenza o della sua capacità comunicativa, Dio gli pone una spina nella carne. In questo modo si realizza ciò che Dio vuole: appare chiaro che l’opera è di Dio e non dell’uomo.
Esiste un legame sottile tra l’esperienza di Ezechiele che, attraverso la sconfitta umana, viene riconosciuto come profeta del Signore, e Paolo, che attraverso l’esperienza del limite, diventa strumento della potenza di Dio. Entrambi sono solo mezzi e, in quanto tali, possono anche fare l’esperienza dell’inadeguatezza e della sconfitta. Paradossalmente, proprio grazie a questa inadeguatezza, saranno riconosciuti come strumenti di un messaggio che non è loro, ma di Dio.
Anche per noi cristiani vale questa regola: la testimonianza che dobbiamo portare al mondo non è nostra. Siamo solo portatori della Parola di un Altro. Dobbiamo farlo con coerenza e carità, facendo del nostro meglio perché questa Parola venga accolta, ma dobbiamo sempre lasciare l’esito a Dio, affinché la sua volontà sia fatta. Così agendo, potremo forse giungere anche noi a riconoscere: “Quando sono debole, è allora che sono forte”, che equivale a dire: quando sono solo uno strumento, Dio può passare in me.
Infine, il Vangelo recupera ancora l’argomento trattato dalle altre due letture. Gesù stesso, il figlio di Dio, fa l’esperienza di Ezechiele e Paolo. Nel suo caso il limite non è costituito da una aperta ribellione del popolo o da un problema o una limitatezza della sua persona, ma dal fatto di trovarsi nella sua patria, tra la sua gente. La gente lo conosce e commenta: “Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria?”.
È molto forte l’annotazione presente nel Vangelo odierno: “E si scandalizzavano di lui”. La parola “scandalo” deriva dal greco e significa “inciampo”. L’inciampo – umanamente parlando – per Ezechiele era stato il trovarsi in mezzo a una genia di ribelli, a gente dal cuore indurito. L’inciampo, per Paolo, era stato il constatare la propria limitatezza umana. L’inciampo, per Gesù, è il trovarsi in mezzo a persone che non riescono ad immaginare che proprio lui, il concittadino carpentiere, possa essere il figlio di Dio.
Questo atteggiamento del popolo genera l’incredulità, la scarsa disponibilità ad accogliere il dono presente nella persona Gesù. Contro questa incredulità nemmeno Gesù può intervenire: “E non potè operare nessun prodigio”. L’incredulità dell’uomo ha il potere straordinario di annullare l’onnipotenza di Dio. Come Ezechiele si era arreso davanti alla ribellione di Israele, come Paolo si arrende al proprio limite, così Gesù si ferma davanti all’incredulità.
La libertà, che si manifesti in opposizione, limite o mancanza di fede, è una caratteristica dell’uomo, creato a immagine di Dio. A volte non è proprio usata bene e non vale la pena chiamarla libertà, ma è sempre la capacità delle persone di fare le proprie scelte, anche in opposizione al piano di Dio.
Nell’atteggiamento di Gesù, rifiutato dal suo popolo, possiamo vedere quello di tanti cristiani, che sperimentano la difficoltà a testimoniare la loro identità, proprio all’interno della famiglia o nell’ambiente dove sono ben conosciuti. Anche Gesù ha conosciuto questo limite.
In conclusione, la liturgia odierna ci invita a compiere un atto di umiltà profondo. “Siamo servi inutili, abbiamo fatto solamente ciò che ci è stato chiesto”. Quando ci siamo sforzati di vivere in conformità al Vangelo, lasciamo l’esito nelle mani di Dio.

 

Publié dans : OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |le 6 juillet, 2018 |Pas de Commentaires »

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