DOMENICA DELLA MISERICORDIA – ANNO “B” – OMELIA

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DOMENICA DELLA MISERICORDIA – ANNO “B” – OMELIA

“Pace a voi!”

Carissimi fratelli e sorelle,

ogni anno in questa Domenica dell’ottava pasquale ci incontriamo con questa pagina stupenda di Giovanni che ci racconta le prime due domeniche della cristianità in cui il Risorto appare agli Apostoli nel Cenacolo, la prima volta assente Tommaso, la seconda presente anche lui. È una pagina ricchissima di contenuti spirituali, cerchiamo, aiutati dallo Spirito Santo, di coglierne alcuni che possano fecondare di Vangelo vivo la nostra esistenza quotidiana. Vi propongo essenzialmente due punti di riflessione.

1. Primo punto: La Pace.
In così pochi versetti per tre volte il Risorto si rivolge ai suoi con l’augurio della sua pace.
La pace è il dono per eccellenza del risorto il quale è morto appunto perché ci fosse pace, anzi “Egli stesso è la nostra pace” e che ha realizzato la nostra pace sulla croce dove ha riconciliato in sé l’umanità e il Padre, “Egli è venuto ad annunziare la pace” (cfr. Ef 2,14-18).
Ma, attenti, come tutte le parole umane, anche questa, la pace, è soggetta ad equivoci e frainten-dimenti. Lui stesso ci aveva messo in guardia quando disse: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi” (Gv 14,27). La sua è una pace diversa, particolare, spirituale che solo le persone spirituali la capiscono, l’apprezzano, la amano, la custodiscono. Paolo parla dell’“uomo naturale” e dell’“uomo spirituale” (cfr. 1Cor 2,14), l’uomo naturale è quello i cui criteri di vita sono naturali, terra terra, l’uomo spirituale è l’uomo che innalzato dallo Spirito Santo alla figliolanza con Dio vede le cose con una luce diversa, spirituale che l’uomo naturale non ha perché l’uomo naturale non ha la fede, noi sì, quella fede di cui ci parla oggi Giovanni nella seconda lettura, fede “che vince il mondo”(1Gv 5,4), che vince cioè anche i giudizi del mondo, i falsi valori del mondo, le illusioni e le vanità dell’uomo naturale che confida e fonda la sua esistenza solo sulle cose materiali.
La pace del mondo è l’effimera pace identificata con la soddisfazione e l’appagamento delle proprie voglie e desideri, è la pace psichica risultante dall’armonia di una esistenza totalmente protesa a ricercare e soddisfare se stessi, a perseguire ogni piccolo desiderio della propria affettività e sensualità. È una specie di appagamento sensuale-affettivo che spinge la persona a fuggire ogni sacrificio, ogni impegno pesante e scomodità per scegliere sempre il più facile e comodo. Quando la persona si trova tutta orientata a soddisfare se stessa in tutte le sue dimensioni, sia intellettiva che affettiva che sensuale, vive così un’armonia, certamente si tratta di un’armonia falsa, negativa, ma la persona trova in quell’armonia una certa unificazione di sé che le dà pace, è una pace psichica, sentimentale, è un senso di quiete e di benessere che non ha nulla a che vedere con la pace di Gesù che viene appunto a distruggere questa falsa armonia, falsa pace. Infatti la pace di Gesù passa attraverso la lotta, l’impegno faticoso, lo sforzo, tutti elementi ripudiati dalla pace falsa che gode nel disimpegno e nella soddisfazione di sé. Sotto questa particolare angolazione possiamo quindi anche leggere Mt 10, 34: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada”.
La pace di Gesù non è quella del mondo, non è neanche lontanamente paragonabile a quella del mondo, la pace di Gesù è il dono dello Spirito strettamente legato alla remissione dei peccati, che ci perdona i peccati. La persona umana non può avere pace, pace in profondità, pace vera senza il perdono dei propri peccati. Il perdono dei peccati non è una riconciliazione della persona che si basa sulla cancellazione del ricordo del peccato, né si tratta di uno scusare il peccato minimizzandolo e coprendolo come fa una povera mamma nei confronti delle mancanze del figlio viziato. No, Dio non è una mamma che copre i nostri sbagli con la sua bontà. Il perdono di Dio è un atto creatore, si tratta di una nuova creazione, di una nuova, assolutamente nuova creatura che nasce come frutto del perdono, per cui il passato non gli appartiene più: “Le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove” (Is 43,18-19; Ap 21,4). Per questo la domenica di Pasqua apparendo ai suoi apostoli Gesù Risorto “alita” su di loro, gesto che chiaramente richiama l’atto creatore di Dio che creò l’uomo alitando sul fango (cfr. Gen 2,7). Questo dunque è un gesto solenne, cosmico, ricchissimo di significato.
Gli Apostoli quindi ricevono questo dono dei doni da amministrare: “a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, a chi non li rimetterete resteranno non rimessi” e con questo dono frutto della sua morte e risurrezione il Risorto dona agli Apostoli la capacità di edificare la Chiesa, l’insieme dei riconciliati, di coloro che hanno ricevuto il dono della pace e che quindi vivono una dimensione diversa di vita, quella dei figli di Dio. Ecco perché il S.P. Giovanni Paolo II volle che questa domenica fosse la Domenica della Misericordia, quella misericordia che in questi ultimi tempi aveva trovato in s. Faustina uno piccolo, ma efficacissimo strumento, per farla conoscere al mondo

2. Secondo punto: L’incredulita’ di Tommaso
Alcuni flash.
Tommaso non era con gli altri e quando gli dissero che era venuto il Signore, non credette. L’allontanamento dalla comunità porta sempre come conseguenza un decadere della fede. La nostra fede ha bisogno per sostenersi della testimonianza degli altri.
Dov’era Tommaso quando venne Gesù? Cosa stava facendo di così importante? quante volte la storia di Tommaso si ripete nelle nostre vite, nelle nostre assenze che ci fanno perdere l’espe-rienza dell’incontro con il Risorto.
Tommaso vuole vedere per credere, non gli basta la testimonianza degli altri, vuole l’esperienza personale di mettere il suo dito nelle piaghe, l’avrà, il Signore gli concederà quest’esperienza e si mostrerà a lui, si manifesterà a lui perché possa credere. Quanto è vicino a noi questo Tommaso!
Gesù lo rimprovera dolcemente perché ha chiesto un segno e proclama beata la fede che non chiederà di vedere! Siamo “beati” quindi se non chiediamo “segni” e ancor più lo saremo se non andremo a caccia di segni strabilianti, ci basti il segno della Chiesa, la Chiesa è il vero segno di Gesù. Quanto più la Chiesa si rifà al suo modello apostolico che risplende nella prima lettura di oggi tratta dagli Atti degli Apostoli (4,32ss) e si edifica come comunità di fratellanza e di amore, quanto più essa è segno di Gesù Risorto.
Attenti però a sottovalutare la professione di fede di Tommaso. Pur avendo visto, la sua è una vera professione di fede, anzi è la più alta del Nuovo Testamento. Infatti in questa vita non ci è dato di vedere Dio senza morire (cfr. Es 33,20). La divinità non possiamo vederla in questa vita se non con la fede. Ed era sempre la fede quello che Gesù pretendeva dai suoi discepoli (cfr. Mc 4,40; 5,36; Gv 14,1; Lc 8,25; Gv 6,29). “Filippo, chi vede me vede il Padre, credi tu questo?” (cfr. Gv 14,8ss). Gli Apostoli non vedevano il Padre, vedevano Lui il Figlio, vedevano Gesù e venivano invitati a credere che vedendo Lui vedevano il Padre. L’umanità del Verbo incarnato è il segno visibile della sua divinità, ma la divinità in sé non si vede, non si vede, non si può vedere: neanche Tommaso vide la divinità di Gesù, vide il suo corpo risorto, non la sua divinità. La fede è vedere Dio senza vederlo, toccarlo senza toccarlo, per questo è sempre dono e lotta. Dono di Dio e lotta continua contro l’incredulità. Una fede che crede tranquillamente non esiste: la fede è sempre lotta contro l’incredulità.
Tommaso vede il Risorto, ma non vede Dio, Dio non si può vedere, per questo la sua è la più alta testimonianza di fede del Nuovo Testamento: “Mio Signore e mio Dio!”
Tommaso riconosce il Figlio di Dio nella fede vedendo il segno del suo Corpo Risorto. Gesù loda la fede di chi non ha bisogno di segni, ma questi segni sono un suo dono d’amore che viene incontro alla nostra debolezza e a tutti vengono dati segni sufficienti per credere.
Ognuno di noi se legge la propria vita troverà diversi momenti in cui ha potuto mettere “la sua mano nel costato e il suo dito nel posto dei chiodi”, dobbiamo custodire gelosamente quei momenti nella nostra memoria e nel continuo ricordo per poterci rinnovare nella stessa professione di fede di Tommaso: “Mio Signore e Dio della mia vita!”.
La Vergine Maria, Donna della Fede, che conservò integra la fede della Chiesa nelle ore buie del sepolcro e mai dubitò, venga in soccorso della nostra poca fede perché anche noi possiamo con Tommaso e tutti i credenti proclamare e acclamare il suo Figlio Gesù come nostro Signore e nostro Dio.

Amen.

j.m.j.

 

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