Archive pour mars, 2018

TERZA DOMENICA DEL TEMPO DI QUARESIMA – ANNO “B” – OMELIA

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TERZA DOMENICA DEL TEMPO DI QUARESIMA – ANNO “B” – OMELIA

“DISTRUGGETE QUESTO TEMPIO E IN TRE GIORNI LO FARÒ RISORGERE”

Carissimi fratelli e sorelle, siamo giunti più o meno a metà del nostro cammino quaresimale.

Il Signore Gesù dopo averci introdotto con Lui nell’esperienza del deserto e averci fatto gustare la vittoria sui nostri istinti e sul demonio, ci ha condotto in alto – domenica scorsa – per mostrarci qualcosa di Sé e quindi qualcosa di ciò che ognuno di noi è chiamato a realizzare in sé per opera di quello Spirito che ci è stato donato nel santo Battesimo e che incessantemente lavora in noi per trasformarci sempre più profondamente in veri e autentici figli e figlie di Dio ricolmi di bellezza, splendore, gloria e santità. Lavoro che non avviene magicamente ma nella continua nostra adesione e collaborazione in un intimo dialogo d’amore della nostra libertà e della Sua. Lo Spirito – infatti – poiché è Spirito di libertà non opera se noi non Gli permettiamo di agire.
Ecco, detto questo, oggi partecipiamo ad una scena che ci dà fastidio. Eh, sì talvolta i gesti o le parole di Gesù ci suonano male, ci danno fastidio. Bisognerebbe che facessimo maggior attenzione a questi momenti di fastidio, di turbamento, di perplessità perché sono i momenti di maggior rivelazione di Dio. Infatti, se tutto fosse scontato e pacifico dove sarebbe la novità? Che necessità ci sarebbe di una rivelazione se fosse tutto liscio e umanamente logico? Non è così perché i pensieri e le vie di Dio non sono le nostre (cfr Is 5,8) e una autentica conversione implica necessariamente uno sconvolgimento nei nostri schemi mentali e criteri di umano giudizio.
Convertirsi al vero Dio che risplende nell’Uomo-Dio Gesù Cristo significa anche correggere le immagini distorte di Dio che ciascuna persona si costruisce con la propria fantasia e con la proiezione dei propri desideri e dei propri pregiudizi e così Paolo ci ha detto nella seconda lettura che “i giudei chiedono miracoli e i greci cercano la sapienza” , cioè i giudei desiderano un Dio che si mostri glorioso e portentoso, i greci un Dio che soddisfi il loro modo di pensare e i loro gusti. Mentre Dio si mostra in Gesù come un Dio impotente e scandalosamente debole, un Dio che muore in croce beffeggiato e fallito che non realizza certamente i desiderata di giudei e greci, ma proprio in quella sua impotenza e suo fallimento c’è tutta la novità di Dio che si vuol far conoscere nella verità di Sé e cioè di un’essenza di amore talmente grande e immensa che travolge ogni nostra sua precomprensione.
Ebbene, proprio quando qualcosa di Gesù ci sembra strana e ci lascia alquanto perplessi, lì dobbiamo scavare per cercare di entrare nella comprensione della Rivelazione di Dio che non sarebbe tale se non ci superasse nella logica, nella mentalità, nei modi di vedere…
Oggi il Vangelo infatti ci mostra un Gesù che ribolle dentro, che esplode, che prende delle corde le unisce a mo’ di sferza e la usa con violenza per cacciare i mercanti dalla casa del Padre suo. Perché tutto questo? non poteva Gesù – semplicemente – mettersi a discutere con quella gente, non poteva semplicemente cercare di appianare gli eccessi?
Non è infatti questo suo modo di fare in contrasto con quell’immagine che talvolta ci siamo creati di un Gesù tutto dolce, tutto buono, tutto mite, tutto sorridente? Dov’è quel Gesù qui? Attenzione a non pensare di poter inscatolare ed etichettare Gesù a nostro gusto…!
Carissimi fratelli e sorelle, io credo che una chiave di comprensione di questa furia di Gesù la possiamo leggere nel versetto 19, quando Gesù risponde a chi gli chiede “giustamente” spiegazioni del gesto, gli chiedono un segno, un qualcosa che possa giustificarlo. E, – attenzione! – giustamente – giustamente! – gli chiedono spiegazioni di quel gesto, giustamente gli chiedono un qualcosa che possa provare l’autorità che Lui aveva per poter spaccare tutto. Infatti hanno visto un uomo tutto furioso che spacca tutto, spazza via tutto, che prende a frustate la gente: un vero pazzoide! Ebbene in quello che Gesù dice loro come risposta vi possiamo trovare una preziosa chiave di comprensione: “Distruggete questo Tempio e io in tre giorni lo farò risorgere”.
Giovanni spiega nei versetti seguenti che Lui parlava del Tempio del suo corpo. Qui c’è una grande luce di novità, qui c’è qualcosa di molto, molto importante. Gesù pone il suo gesto subito ad un livello che trascende la sua fisicità, in quel suo cacciare i mercanti c’è qualcosa di più profondo di quanto appariva agli occhi della gente che assisteva al fatto: il suo era un segno di un’altra realtà più profonda, cerchiamo insieme di scavare questo segno. Quello che voglio dirvi è che Gesù vedendo quella gente che aveva fatto di quel luogo sacro un mercato non si è adirato per il fatto in sé, quanto per quello che esso significava, rimandava, simboleggiava, rappresentava ai suoi occhi. Quella vista ha fatto scattare nel Cuore umano-divino di Gesù una furia, una passione d’amore sconvolgente, un’ira divina tremenda, un’amarezza profondissima e lacerante il Suo animo. Per capire cosa ha provocato tanta irruenza d’amore dobbiamo riflettere sulla Sua risposta: “Distruggete questo Tempio…”.
Cos’era il Tempio? Era il luogo d’incontro con Dio, segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Aveva avuto la sua origine in quella piccola cassettina di legno di acacia, l’ARCA DELL’ALLEANZA, che Mosè, su indicazione di Dio stesso, fece costruire durante il viaggio della liberazione e che conteneva le Tavole della Legge. Quella Legge che abbiamo ascoltato come nostra odierna prima lettura: i Dieci Comandamenti ritenuti dal popolo ebraico dono prezioso di Dio, la cui osservanza diventa segno di appartenenza a Lui.
L’Arca contenente i Dieci Comandamenti era portata a spalla dai membri della tribù di Mosè, i Leviti, le varie famiglie di questa tribù si preoccupavano di portare anche gli elementi della tenda o tabernacolo dove la cassettina dell’Arca dell’Alleanza veniva riposta quando il popolo si fermava nelle varie tappe nel deserto. Lì, in quella tenda il Signore scendeva nella nube e parlava “faccia a faccia” (Es 33,11) con Mosè. E quando Mosè usciva da quella tenda dopo aver parlato con Dio, doveva coprirsi il volto con un velo perché aveva il volto splendente di luce (cf Es 34,33-35).
Quando Giosuè introdusse il popolo nella terra promessa l’Arca vagava di tribù in tribù con grande gioia del popolo in mezzo al quale passava. Poi quando fu re Davide, questi voleva costruire un edificio stabile, un tempio per intronizzarvici l’Arca, ma Dio non volle che fosse lui a costrurGli un tempio perché le sue mani erano troppo sporche di sangue (cfr. 1Cr 22,8). Davide passò tutta la sua vita accumulando tesori e materiali che trasmise a suo figlio Salomone (cfr. 1Cr 22,1ss), questi costruirà finalmente il TEMPIO. Lo splendido, maestoso, ricco Tempio di Gerusalemme…
Nell’ATRIO del Tempio, al suo centro, vi era l’ALTARE DEGLI OLOCAUSTI, dove venivano immolate le vittime sacrificali, più avanti vi era poi il “MARE DI BRONZO”, una immensa vasca contenente l’acqua per i riti di purificazione. Poi all’interno, c’era il “SANTO” con un altare ricoperto d’oro dove veniva bruciato l’incenso e una mensa dove venivano appoggiati dei pani, i pani della proposizione, cioè offerti a Dio che potevano mangiare solo i sacerdoti. All’interno del “SANTO” separato da una spessa tenda vi era la parte più sacra del Tempio, “IL SANTO DEI SANTI”, luogo sempre buio che conteneva l’Arca dell’alleanza che poggiava su due cherubini a mo’ di trono. Lì entrava il sommo sacerdote, attraverso la tenda, solo una volta all’anno portando il sangue del capro espiatorio nel giorno dell’espiazione (Kippur)
Di questo Tempio non rimarrà pietra quando il paese verrà occupato e distrutto dai Babilonesi e il popolo deportato in Babilonia: 50 anni di schiavitù tremenda… Tempo però prezioso dove il popolo senza più il suo Tempio, le sue liturgie, il suo altare, in quel mare di umiliazione e di dolore comincia a capire che la vera liturgia si svolge nel cuore e che il cuore contrito e umiliato, il cuore umile e confidente è il vero altare dove si offre il vero sacrificio a Dio.
“Ora non abbiamo più né principe, né capo, né profeta, né olocausto, né sacrificio, né oblazione, né incenso, né luogo per presentarti le primizie e trovar misericordia. Potessimo esser accolti con il cuore contrito e con lo spirito umiliato, come olocausti di montoni e di tori, come migliaia di grassi agnelli. Tale sia oggi il nostro sacrificio davanti a te e ti sia gradito, perché non c’è confusione per coloro che confidano in te. Ora ti seguiamo con tutto il cuore, ti temiamo e cerchiamo il tuo volto”. – Dn 3,38-41
Poi ci sarà il ritorno e la ricostruzione del Tempio, non più grandioso e sfarzoso, ma ben modesto e umile Tempio di povera gente. Ormai l’Arca non c’è più, è andata distrutta, persa, nel luogo più sacro di esso non c’è più l’Arca, attraversata la spessa tenda che separa il “Santo” dal “Santo dei Santi”, ci sarà solo una piccola stanza buia e vuota.
I greci intorno al 150 a.C. dominavano la Palestina e fecero qualcosa che passò alla storia come “L’ABOMINIO DELLA DESOLAZIONE” mettendo la statua di Giove sull’altare degli olocausti all’interno dell’Atrio del Tempio, fu una profanazione terribile, umiliante, dissacrante. Quando poi in seguito alla rivolta dei Maccabei il Tempio fu purificato e riconsacrato nascerà la grande festa della Dedicazione del Tempio.
Intorno al 19 – 20 a.C. Erode il Grande fa iniziare la ricostruzione grandiosa di questo Tempio, la sua costruzione durerà – come abbiamo sentito nel Vangelo – 46 anni. Sarà in questo Tempio inaugurato da pochi anni che Gesù scaccerà i mercanti e insegnerà alle folle tra la gelosia e l’odio degli scribi, dei farisei, dei dottori della legge e dei sacerdoti.
Ora, dicendo Giovanni che Gesù “parlava del Tempio del suo corpo” ci fa capire come tutta quella lunga storia che abbiamo sintetizzato era tutta orientata verso Lui, verso Gesù e quello che Lui avrebbe realizzato: il nuovo splendente e bellissimo Tempio del Padre. Parlava del “suo corpo” – dice Giovanni – parlava cioè di Lui e di noi in Lui, perché noi in Lui e Lui in noi siamo il nuovo Tempio di Dio. Non a caso quando Gesù si immolò sulla croce, il velo del Tempio, quella tenda che separava il “Santo” dal “Santo dei Santi”, si squarciò in due (cfr. Mc 15,38)! Si squarciò perché Egli, Gesù, con la sua immolazione è entrato una volta per tutte nel santuario del cielo a presentare non sangue di agnelli e di tori, ma il suo sangue (cfr. Eb 6,19-20) per la nostra salvezza e santificazione.
Ma, perché dunque quella sfuriata di Gesù con la frusta? È tutta l’esplosione dell’AMORE GELOSO DI DIO VERSO IL SUO POPOLO, (cfr. Nm 4,23-24) quel popolo sempre tentato di soppiantare l’adorazione e l’amore verso il vero Dio per costruirsi i suoi idoli, falsi ed effimeri: “Io sono il tuo Dio, l’unico Dio… non ti costruirai immagine di altri déi… non ti prosterai davanti a quelle cose… io sono un Dio geloso, io sono geloso di te!” (cfr. Dt 5,6ss)
È tutta la gelosia di Dio che esplode oggi in Gesù che caccia i mercanti! No, non si tratta di una semplice purificazione esteriore del tempio contaminato dalla presenza di quei commercianti, no, è qualcosa di più: è l’esplosione dell’amore geloso di Dio, di Dio che ci ama appassionatamente e che vedendo quei mercanti in quel Tempio vedeva i nostri cuori creati per Lui, per amare Lui per vivere per Lui, per adorare Lui, per essere la Sua dimora di grazia, di luce, di santità… vedeva l’Amore di Dio non riconosciuto…, vedeva l’Amore non amato!… Vedeva la profanazione in atto in tanti cuori dove Lui viene sostituito dagli idoli dell’AVERE, DEL POTERE, DEL GODERE che asservono buona parte dell’umanità e quanto spesso anche noi cristiani diciamo di credere in Lui, ma poi – di fatto – viviamo adorando il denaro…, adorando il successo…, il potere…, adorando le comodità e il piacere… dimenticandoci completamente di Lui e del Suo Vangelo.
Ecco il suo fu un gesto altamente profetico e simbolico straripante di amore, di tutto l’amore geloso di Dio che ci ama follemente, talmente follemente da aver voluto morire miseramente per ciascuno di noi di una morte ignominiosa e tremenda. Un amore così appassionato che non può sopportare la vista della profanazione dei nostri cuori.
La GELOSIA DI DIO…! Ecco, a metà Quaresima la Chiesa mi ricorda quest’amore geloso e appassionato di Dio per me, per te, per ciascuno di noi e ci invita ad una risposta di amore.
Quale risposta diamo oggi a Gesù di fronte a questo suo gesto? L’unica risposta valida è quella di permettere al suo Santo Spirito di purificare il nostro cuore……, il nostro cuore che è il “Santo dei Santi” dove Lui vuole abitare da Dio e non sopporta di condividere questa Sua dimora con altri ospiti. Permettiamo allo Spirito Santo di spazzare via dal nostro cuore tutto ciò che lo ingombra, perché lì, nel “Santo dei Santi”, può starci solo Lui, Dio Trinità di cui siamo dimora, dimora del Padre, dimora del Figlio, dimora dello Spirito Santo.
L’“Abominio della desolazione” di cui si fecero colpevoli i greci è solo un lontano segno di quell’abominio della desolazione che avviene nel santuario delle nostre persone quando in essa sono presenti quegli idoli che ci svuotano e ci rendono schiavi di ciò che non vale. Permettiamo allo Spirito del Signore di fare piazza pulita dei piccoli o grandi idoli che profanano il Tempio delle nostre persone.
Il “Santo dei Santi” era una stanza vuota e buia: ecco cosa deve diventare il nostro cuore: una stanza vuota che risucchi la presenza di Dio, una stanza buia, senza luci: è l’oscurità della Fede, di quella fede che mi fa vedere Dio senza vederLo, mi fa sentire Dio senza sentirLo, mi fa toccare Dio senza toccarLo: “Beati coloro che pur non vedendo crederanno” (Gv 20,29)
Nel centro del nostro cuore, in questo santuario delle nostre persone, nell’intimità del nostro “Santo dei Santi” ci sia solo il buio luminoso della FEDE e LUI, Dio, in essa creduto, conosciuto e amato.
La Vergine Maria che continua ad accompagnarci nel nostro itinerario d’amore ci aiuti a dare in ogni momento della nostra vita una degna accoglienza all’Ospite Divino che ci inabita, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo

Amen.

j.m.j.

 

Eucarestia

imm la mia e paolo - Copia

Publié dans:immagini sacre |on 1 mars, 2018 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO (DIO SI ARRANGIA PER ENTRARE) (2Cor 1, 1-7)

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2017/documents/papa-francesco-cotidie_20170612_chi-rovescia-le-beatitudini.html

PAPA FRANCESCO (DIO SI ARRANGIA PER ENTRARE) (2Cor 1, 1-7)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Lunedì, 12 giugno 2017

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.135, 13/06/2017)

Basta tenere la porta del cuore socchiusa che «Dio si arrangia per entrare», salvandoci dal finire nella schiera degli «in-meriscordi»: neologismo per intendere coloro che senza misericordia mettono in pratica le beatitudini al contrario. È proprio dalla tentazione «narcisista dell’autoreferenzialità» — l’opposto dell’«alterità» cristiana che «è dono e servizio» — che Papa Francesco ha messo in guardia nella messa celebrata lunedì mattina, 12 giugno, a Santa Marta.
Riferendosi al passo della seconda lettera di san Paolo ai Corinzi (1, 1-7), proposto dalla liturgia come prima lettura, il Pontefice ha fatto subito notare che in appena «diciannove righe per otto volte Paolo parla di consolazione, di lasciarsi consolare per consolare gli altri». La consolazione, dunque, «ricorre per otto volte in diciannove righe: è troppo forte, qualcosa vuol dirci». E «per questo credo — ha aggiunto — che questa sia un’opportunità, un’occasione per riflettere sulla consolazione: cosa è la consolazione della quale parla Paolo». Ma «prima di tutto dobbiamo vedere che la consolazione non è autonoma, non è una cosa chiusa in se stessa».
Infatti, ha fatto presente il Papa, «l’esperienza della consolazione, che è un’esperienza spirituale, ha bisogno sempre di un’alterità per essere piena: nessuno può consolare se stesso, nessuno». E «chi cerca di farlo, finisce guardandosi allo specchio: si guarda allo specchio, cerca di truccare se stesso, di apparire; si consola con queste cose chiuse che non lo lasciano crescere e l’aria che respira è quell’aria narcisista dell’autoreferenzialità». Ma «questa è la consolazione truccata che non lascia crescere, non è consolazione perché è chiusa, le manca un’alterità».
«Nel Vangelo troviamo tanta gente che è così» ha spiegato Francesco. «Per esempio — ha detto — i dottori della legge che sono pieni della propria sufficienza, chiusi, e questa è la “loro consolazione” tra virgolette». Il Papa ha voluto fare esplicito riferimento al «ricco Epulone, che viveva di festa in festa e con questo pensava di essere consolato». Però, ha affermato, sono forse le parole della preghiera del fariseo, del pubblicano, davanti all’altare, a esprimere meglio questo atteggiamento: «Ti ringrazio Dio perché non sono come gli altri». Insomma, quell’uomo «si guardava allo specchio, guardava la propria anima truccata da ideologie e ringraziava il Signore». È Gesù stesso che «ci fa vedere questa possibilità di questa gente che, con questo modo di vivere, mai arriverà alla pienezza» ma «al massimo alla “gonfiezza”, ossia vanagloria».
«La consolazione, per essere vera, per essere cristiana, ha bisogno di un’alterità» ha continuato Francesco, perché «la vera consolazione si riceve». Per questa ragione «Paolo Incomincia con quella benedizione: “Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione!”». Ed «è proprio il Signore, è Dio che ci consola, è Dio che ci dà questo dono: noi col cuore aperto, lui viene e ci dà». Questa è «l’alterità che fa crescere la vera consolazione; e la vera consolazione dell’anima matura anche in un’altra alterità, perché noi possiamo consolare gli altri». Ecco, allora, che «la consolazione è uno stato di passaggio dal dono ricevuto al servizio donato», tanto che «la vera consolazione ha questa doppia alterità: è dono e servizio».
«Così — ha rilanciato il Pontefice — se io lascio entrare la consolazione del Signore come dono è perché ho bisogno di essere consolato: sono bisognoso». Infatti «per essere consolato è necessario riconoscere di essere bisognoso: soltanto così il Signore viene, ci consola e ci dà la missione di consolare gli altri». Certo, ha riconosciuto Francesco, «non è facile avere il cuore aperto per ricevere il dono e fare il servizio, le due alterità che fanno possibile la consolazione».
«È proprio Gesù che spiega come posso fare che il mio cuore sia aperto» ha affermato il Papa: «Un cuore aperto, è un cuore felice e nel Vangelo abbiamo sentito chi sono i felici, chi sono i beati: i poveri». Così «il cuore si apre con un atteggiamento di povertà, di povertà di spirito: quelli che sanno piangere, quelli miti, la mitezza del cuore; quelli affamati di giustizia, che lottano per la giustizia; quelli che sono misericordiosi, che hanno misericordia nei confronti degli altri; i puri di cuore; gli operatori di pace e quelli che sono perseguitati per la giustizia, per amore alla giustizia». E «così il cuore si apre e il Signore viene con il dono della consolazione e la missione di consolare gli altri».
Ma ci sono però, ha avvertito Francesco, anche coloro che «hanno un cuore chiuso: non sono felici perché non può entrare il dono della consolazione e darlo agli altri». Non seguono le beatitudini, insomma, e «si sentono ricchi di spirito, ossia sufficienti». Sono «quelli che non hanno bisogno di piangere perché si sentono giusti; quelli violenti che non sanno cosa sia la mitezza; quelli ingiusti che vivono dell’ingiustizia e fanno ingiustizia; quelli “in-misericordi” — ossia senza misericordia — che mai perdonano, mai hanno bisogno di perdonare perché non si sentono con il bisogno di essere perdonati; quelli sporchi di cuore; quelli operatori di guerre, non di pace; e quelli che mai sono criticati o perseguitati perché lottano per la giustizia perché non importa loro le ingiustizie delle altre persone: questi sono chiusi».
Proprio di fronte a queste beatitudini al contrario, ha suggerito il Pontefice, «ci farà bene oggi pensare» a «come è il mio cuore: è aperto? So ricevere il dono della consolazione, lo chiedo al Signore, e poi so darlo agli altri come un dono del Signore e servizio mio?». E «così, con questi pensieri durante giornata, tornare e ringraziare il Signore che è tanto buono e sempre cerca di consolarci». Ricordando che Dio «ci chiede soltanto che la porta del cuore sia aperta o almeno un pochettino, così lui poi si arrangia per entrare».

 

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