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II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) (14/01/2018)

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Rabbì, dove dimori?

don Luciano Cantini

II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) (14/01/2018)

Fissando lo sguardo
Uno dei problemi del nostro tempo è il telefono cellulare su cui troppo spesso fissiamo lo sguardo assentandoci dal mondo che ci circonda; succede camminando sul marciapiede e anche attraversando la strada, andando in bicicletta e in motorino, quando si è fermi al semaforo e purtroppo anche guidando. Quando uno sguardo si fa fisso, concentrato si rischia di perdere una attenzione diffusa che invece ci è necessaria per percepire i pericoli o anche per mantenere le relazioni con gli altri.
Fanno tenerezza gli innamorati che guardandosi sono talmente concentrati l’uno all’altro ignari della vita che gli scorre accanto.
Quando si fa relazione lo sguardo è più loquace di tanti concetti espressi con le parole: con lo sguardo si cerca, si comunica affetto e simpatia, dolore e dispiacere, si rimprovera…
Questa pagina del vangelo sembra essere condotta da un susseguirsi e intrecciarsi di sguardi.
Il primo è di Giovanni che fissa lo sguardo su Gesù che passava. C’è quasi un contrasto tra la fissità dello sguardo e la mobilità del Signore, tra Giovanni che stava con due dei suoi discepoli, quasi immobile e il camminare sfuggente di Gesù, inseguito prima dallo sguardo del battista e poi da quello di suoi due discepoli.
Il secondo sguardo è di Gesù che, sentitosi pedinare, si voltò e osservò chi lo stava seguendo. È uno sguardo questo che chiede reciprocità: «Venite e vedrete»; così andarono con lui e videro dove egli dimorava.
È incredibile come questo scambio di sguardi abbia segnato la vita di questi uomini, tanto da cambiarla totalmente. È con lo sguardo della Fede che è necessario, ancora oggi, scoprire dove il Signore sta dimorando.
Di questo incontro non si dice nulla, non una parola, un insegnamento, un invito. Sembra che l’evangelista non sia interessato a ciò che è stato detto quanto al fatto di essere stati col Maestro, di aver condiviso con lui un tratto pur breve della vita.
Non stupisce che la Fede non abbia bisogno di dottrine annunciate con sapienza: Anch’io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso (1 Cor 2,1-2). Piuttosto è necessario fare esperienza del Suo sguardo di amore.

Erano circa le quattro del pomeriggio
Non è del tutto incredibile questa annotazione dell’orario, non si dice dove è avvenuto l’incontro, neppure con chi – l’evangelista parla di due discepoli, uno è Andrea, l’altro rimane nascosto nell’anonimato – non si racconta di quanto è accaduto mentre si dice che erano circa le quattro del pomeriggio (l’ora decima secondo il computo romano).
Non è raro incontrando una coppia di fidanzati chiedendo loro da quanto tempo “stanno insieme” di ricevere una risposta dalla precisione cronometrica. È la dimensione dell’amore che segna e dà corpo al tempo.
Questa indicazione d’orario messa lì, quasi un inciso, ci dice molto di più di qualsiasi dettaglio di quell’incontro, ci parla di una esperienza di profonda intimità e di comunione con quel Rabbì.
Anche l’espressione videro dove egli dimorava assumerà nel racconto evangelico tutte le sfumature che hanno origine in quell’ora pomeridiana e che troveranno pienezza in Dimorate in me e io in voi (Gv 15,4).
Cristo è il Verbo fatto carne che ha posto la sua dimora in mezzo a noi (cfr. Gv 1,14) perché la sua parola dimori in noi (Gv 8,31); lui è la dimora di ogni discepolo.

Lo condusse da Gesù
Se le indicazioni geografiche sono totalmente assenti da sembrare non soddisfatta la richiesta di partenza: «Rabbì, dove dimori?», il testo diventa ricco di nuovi incontri e di nuove dimore del Maestro, da Andrea a Simone, da Filippo a Natanaele (Gv 1,43-51). Il vangelo di oggi ci mostra una realtà dinamica in costante ricerca, ma ci dice anche che non c’è nessun luogo fisico un cui sia possibile stabilire una propria dimora, contrariamente ad una visione statica della vita che aspira a un posto fisso, ad una casa stabile. L’uomo si muove nel tempo e nello spazio nella instancabile ricerca di qualche cosa di meglio e concretizza la ricchezza degli incontri; dovremmo guardare con simpatia all’esperienza della migrazione perché ci aiuta a scoprire luoghi altri di incontro, a rimettere in moto la dinamica della fede.
L’unica vera dimora è Cristo Gesù.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 12 janvier, 2018 |Pas de commentaires »

Pater noster

paolo

Publié dans:immagini sacre |on 10 janvier, 2018 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI – SALMO 110 (109), IL RE MESSIA (2011)

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2011/documents/hf_ben-xvi_aud_20111116.html

BENEDETTO XVI – SALMO 110 (109), IL RE MESSIA (2011)

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 16 novembre 2011

Cari fratelli e sorelle,

vorrei oggi terminare le mie catechesi sulla preghiera del Salterio meditando uno dei più famosi “Salmi regali”, un Salmo che Gesù stesso ha citato e che gli autori del Nuovo Testamento hanno ampiamente ripreso e letto in riferimento al Messia, a Cristo. Si tratta del Salmo 110 secondo la tradizione ebraica, 109 secondo quella greco-latina; un Salmo molto amato dalla Chiesa antica e dai credenti di ogni tempo. Questa preghiera era forse inizialmente collegata all’intronizzazione di un re davidico; tuttavia il suo senso va oltre la specifica contingenza del fatto storico aprendosi a dimensioni più ampie e diventando così celebrazione del Messia vittorioso, glorificato alla destra di Dio.

Il Salmo inizia con una dichiarazione solenne:
Oracolo del Signore al mio signore: «Siedi alla mia destra
finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi» (v. 1).

Dio stesso intronizza il re nella gloria, facendolo sedere alla sua destra, un segno di grandissimo onore e di assoluto privilegio. Il re è ammesso in tal modo a partecipare alla signoria divina, di cui è mediatore presso il popolo. Tale signoria del re si concretizza anche nella vittoria sugli avversari, che vengono posti ai suoi piedi da Dio stesso; la vittoria sui nemici è del Signore, ma il re ne è fatto partecipe e il suo trionfo diventa testimonianza e segno del potere divino.
La glorificazione regale espressa in questo inizio del Salmo è stata assunta dal Nuovo Testamento come profezia messianica; perciò il versetto è tra i più usati dagli autori neotestamentari, o come citazione esplicita o come allusione. Gesù stesso ha menzionato questo versetto a proposito del Messia per mostrare che il Messia è più che Davide, è il Signore di Davide (cfr Mt 22,41-45; Mc 12,35-37; Lc 20,41-44). E Pietro lo riprende nel suo discorso a Pentecoste, annunciando che nella risurrezione di Cristo si realizza questa intronizzazione del re e che da adesso Cristo sta alla destra del Padre, partecipa alla Signoria di Dio sul mondo (cfr Atti 2,29-35). È il Cristo, infatti, il Signore intronizzato, il Figlio dell’uomo seduto alla destra di Dio che viene sulle nubi del cielo, come Gesù stesso si definisce durante il processo davanti al Sinedrio (cfr Mt 26,63-64; Mc 14,61-62; cfr anche Lc 22,66-69). È Lui il vero re che con la risurrezione è entrato nella gloria alla destra del Padre (cfr Rom 8,34; Ef 2,5; Col 3,1; Ebr 8,1; 12,2), fatto superiore agli angeli, seduto nei cieli al di sopra di ogni potenza e con ogni avversario ai suoi piedi, fino a che l’ultima nemica, la morte, sia da Lui definitivamente sconfitta (cfr 1 Cor 15,24-26; Ef 1,20-23; Ebr 1,3-4.13; 2,5-8; 10,12-13; 1 Pt 3,22). E si capisce subito che questo re che è alla destra di Dio e partecipa della sua Signoria, non è uno di questi uomini successori di Davide, ma solo il nuovo Davide, il Figlio di Dio che ha vinto la morte e partecipa realmente alla gloria di Dio. E’ il nostre re, che ci dà anche la vita eterna.
Tra il re celebrato dal nostro Salmo e Dio esiste quindi una relazione inscindibile; i due governano insieme un unico governo, al punto che il Salmista può affermare che è Dio stesso a stendere lo scettro del sovrano dandogli il compito di dominare sui suoi avversari, come recita il versetto 2:

Lo scettro del tuo potere stende il Signore da Sion:
domina in mezzo ai tuoi nemici!

L’esercizio del potere è un incarico che il re riceve direttamente dal Signore, una responsabilità che deve vivere nella dipendenza e nell’obbedienza, diventando così segno, all’interno del popolo, della presenza potente e provvidente di Dio. Il dominio sui nemici, la gloria e la vittoria sono doni ricevuti, che fanno del sovrano un mediatore del trionfo divino sul male. Egli domina sui nemici trasformandoli, li vince con il suo amore.
Perciò, nel versetto seguente, si celebra la grandezza del re. Il versetto 3, in realtà, presenta alcune difficoltà di interpretazione. Nel testo originale ebraico si fa riferimento alla convocazione dell’esercito a cui il popolo risponde generosamente stringendosi attorno al suo sovrano nel giorno della sua incoronazione. La traduzione greca dei LXX, che risale al III-II secolo prima di Cristo, fa riferimento invece alla filiazione divina del re, alla sua nascita o generazione da parte del Signore, ed è questa la scelta interpretativa di tutta la tradizione della Chiesa, per cui il versetto suona nel modo seguente:

A te il principato nel giorno della tua potenza
tra santi splendori;
dal seno dell’aurora, come rugiada, io ti ho generato.

Questo oracolo divino sul re affermerebbe dunque una generazione divina soffusa di splendore e di mistero, un’origine segreta e imperscrutabile, legata alla bellezza arcana dell’aurora e alla meraviglia della rugiada che nella luce del primo mattino brilla sui campi e li rende fecondi. Si delinea così, indissolubilmente legata alla realtà celeste, la figura del re che viene realmente da Dio, del Messia che porta al popolo la vita divina ed è mediatore di santità e di salvezza. Anche qui vediamo che tutto questo non è realizzato dalla figura di un re davidico, ma dal Signore Gesù Cristo, che realmente viene da Dio; Egli è la luce che porta la vita divina al mondo.
Con questa immagine suggestiva ed enigmatica termina la prima strofa del Salmo, a cui fa seguito un altro oracolo, che apre una nuova prospettiva, nella linea di una dimensione sacerdotale connessa alla regalità. Recita il versetto 4:

Il Signore ha giurato e non si pente:
«Tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchìsedek».

Melchìsedek era il sacerdote re di Salem che aveva benedetto Abramo e offerto pane e vino dopo la vittoriosa campagna militare condotta dal patriarca per salvare il nipote Lot dalle mani dei nemici che lo avevano catturato (cfr Gen 14). Nella figura di Melchìsedek, potere regale e sacerdotale convergono e ora vengono proclamati dal Signore in una dichiarazione che promette eternità: il re celebrato dal Salmo sarà sacerdote per sempre, mediatore della presenza divina in mezzo al suo popolo, tramite della benedizione che viene da Dio e che nell’azione liturgica si incontra con la risposta benedicente dell’uomo.
La Lettera agli Ebrei fa esplicito riferimento a questo versetto (cfr. 5,5-6.10; 6,19-20) e su di esso incentra tutto il capitolo 7, elaborando la sua riflessione sul sacerdozio di Cristo. Gesù, così ci dice la Lettera agli Ebrei nella luce del salmo 110 (109), Gesù è il vero e definitivo sacerdote, che porta a compimento i tratti del sacerdozio di Melchìsedek rendendoli perfetti.
Melchìsedek, come dice la Lettera agli Ebrei, era «senza padre, senza madre, senza genealogia» (7,3a), sacerdote dunque non secondo le regole dinastiche del sacerdozio levitico. Egli perciò «rimane sacerdote per sempre» (7,3c), prefigurazione di Cristo, sommo sacerdote perfetto che «non è diventato tale secondo una legge prescritta dagli uomini, ma per la potenza di una vita indistruttibile» (7,16). Nel Signore Gesù risorto e asceso al cielo, dove siede alla destra del Padre, si attua la profezia del nostro Salmo e il sacerdozio di Melchìsedek è portato a compimento, perché reso assoluto ed eterno, divenuto una realtà che non conosce tramonto (cfr 7,24). E l’offerta del pane e del vino, compiuta da Melchìsedek ai tempi di Abramo, trova il suo adempimento nel gesto eucaristico di Gesù, che nel pane e nel vino offre se stesso e, vinta la morte, porta alla vita tutti i credenti. Sacerdote perenne, «santo, innocente, senza macchia» (7,26), egli, come ancora dice la Lettera agli Ebrei, «può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio; egli infatti è sempre vivo per intercedere a loro favore» (7,25).
Dopo questo oracolo divino del versetto 4, col suo solenne giuramento, la scena del Salmo cambia e il poeta, rivolgendosi direttamente al re, proclama: «Il Signore è alla tua destra!» (v. 5a). Se nel versetto 1 era il re a sedersi alla destra di Dio in segno di sommo prestigio e di onore, ora è il Signore a collocarsi alla destra del sovrano per proteggerlo con lo scudo nella battaglia e salvarlo da ogni pericolo. Il re è al sicuro, Dio è il suo difensore e insieme combattono e vincono ogni male.
Si aprono così i versetti finali del Salmo con la visione del sovrano trionfante che, appoggiato dal Signore, avendo ricevuto da Lui potere e gloria (cfr v. 2), si oppone ai nemici sbaragliando gli avversari e giudicando le nazioni. La scena è dipinta con tinte forti, a significare la drammaticità del combattimento e la pienezza della vittoria regale. Il sovrano, protetto dal Signore, abbatte ogni ostacolo e procede sicuro verso la vittoria. Ci dice: sì, nel mondo c’è tanto male, c’è una battaglia permanente tra il bene e il male, e sembra che il male sia più forte. No, più forte è il Signore, il nostro vero re e sacerdote Cristo, perché combatte con tutta la forza di Dio e, nonostante tutte le cose che ci fanno dubitare sull’esito positivo della storia, vince Cristo e vince il bene, vince l’amore e non l’odio.
È qui che si inserisce la suggestiva immagine con cui si conclude il nostro Salmo, che è anche una parola enigmatica.

lungo il cammino si disseta al torrente,
perciò solleva alta la testa (v. 7).

Nel mezzo della descrizione della battaglia, si staglia la figura del re che, in un momento di tregua e di riposo, si disseta ad un torrente d’acqua, trovando in esso ristoro e nuovo vigore, così da poter riprendere il suo cammino trionfante, a testa alta, in segno di definitiva vittoria. E’ ovvio che questa parola molto enigmatica era una sfida per i Padri della Chiesa per le diverse interpretazioni che si potevano dare. Così, per esempio, sant’Agostino dice: questo torrente è l’essere umano, l’umanità, e Cristo ha bevuto da questo torrente facendosi uomo, e così, entrando nell’umanità dell’essere umano, ha sollevato il suo capo e adesso è il capo del Corpo mistico, è il nostro capo, è il vincitore definitivo (cfr Enarratio in Psalmum CIX, 20: PL 36, 1462).
Cari amici, seguendo la linea interpretativa del Nuovo Testamento, la tradizione della Chiesa ha tenuto in grande considerazione questo Salmo come uno dei più significativi testi messianici. E, in modo eminente, i Padri vi hanno fatto continuo riferimento in chiave cristologica: il re cantato dal Salmista è, in definitiva, Cristo, il Messia che instaura il Regno di Dio e vince le potenze del mondo, è il Verbo generato dal Padre prima di ogni creatura, prima dell’aurora, il Figlio incarnato morto e risorto e assiso nei cieli, il sacerdote eterno che, nel mistero del pane e del vino, dona la remissione dei peccati e la riconciliazione con Dio, il re che solleva la testa trionfando sulla morte con la sua risurrezione. Basterebbe ricordare un passo ancora una volta del commento di sant’Agostino a questo Salmo dove scrive: «Era necessario conoscere l’unico Figlio di Dio, che stava per venire tra gli uomini, per assumere l’uomo e per divenire uomo attraverso la natura assunta: egli è morto, risorto, asceso al cielo, si è assiso alla destra del Padre ed ha adempiuto tra le genti quanto aveva promesso … Tutto questo, dunque, doveva essere profetizzato, doveva essere preannunciato, doveva essere segnalato come destinato a venire, perché, sopravvenendo improvviso, non facesse spavento, ma fosse preannunciato, piuttosto accettato con fede, gioia ed atteso. Nell’ambito di queste promesse rientra codesto Salmo, il quale profetizza, in termini tanto sicuri ed espliciti, il nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo, che noi non possiamo minimamente dubitare che in esso sia realmente annunciato il Cristo» (cfr Enarratio in Psalmum CIX, 3: PL 36, 1447)
L’evento pasquale di Cristo diventa così la realtà a cui ci invita a guardare il Salmo, guardare a Cristo per comprendere il senso della vera regalità, da vivere nel servizio e nel dono di sé, in un cammino di obbedienza e di amore portato “fino alla fine” (cfr. Gv 13,1 e 19,30). Pregando con questo Salmo, chiediamo dunque al Signore di poter procedere anche noi sulle sue vie, nella sequela di Cristo, il re Messia, disposti a salire con Lui sul monte della croce per giungere con Lui nella gloria, e contemplarlo assiso alla destra del Padre, re vittorioso e sacerdote misericordioso che dona perdono e salvezza a tutti gli uomini. E anche noi, resi, per grazia di Dio, «stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa» (cfr 1 Pt 2,9), potremo attingere con gioia alle sorgenti della salvezza (cfr Is 12,3) e proclamare a tutto il mondo le meraviglie di Colui che ci ha «chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa» (cfr 1 Pt 2,9).
Cari amici, in queste ultime Catechesi ho voluto presentarvi alcuni Salmi, preziose preghiere che troviamo nella Bibbia e che riflettono le varie situazioni della vita e i vari stati d’animo che possiamo avere verso Dio. Vorrei allora rinnovare a tutti l’invito a pregare con i Salmi, magari abituandosi a utilizzare la Liturgia delle Ore della Chiesa, le Lodi al mattino, i Vespri alla sera, la Compieta prima di addormentarsi. Il nostro rapporto con Dio non potrà che essere arricchito nel quotidiano cammino verso di Lui e realizzato con maggior gioia e fiducia. Grazie.

Icona russa di Gesù

la ia e paolo russian icons of jesus - Copia

Publié dans:immagini sacre |on 9 janvier, 2018 |Pas de commentaires »

BENEDIRE IL TEMPO

http://www.umanesimocristiano.org/it/details-articles/benedire-il-tempo/25796917/

BENEDIRE IL TEMPO

All’inizio di un nuovo anno è tradizione festeggiare, scambiarsi gli auguri, interrogarsi su quello che potrebbe capitare, affidandosi a previsioni tanto attese quanto mai del tutto garantite. Sappiamo quanto il tempo della vita non goda di sicuri bilanci preventivi. Sono difficili già quelli consuntivi, immaginiamo quelli preventivi nell’agenda della vita.
Quale allora l’atteggiamento di fronte ad un nuovo anno, a un nuovo tempo della nostra esistenza?
Alla luce della Parola di Dio che abbiamo ascoltato ci possono accompagnare in questa fine d’anno queste riflessioni.

La brevità del tempo
La prima riflessione che si impone riguarda la brevità del tempo. Era già il lamento del Salmista: “Tutti i nostri giorni svaniscono, finiamo i nostri anni come un soffio. Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, ma quasi tutti sono fatica e dolore; passano presto e noi ci dileguiamo” (Salmo 89, 9-10).
È lo stesso messaggio che ho trovato su di un antico orologio solare: “Omnes vulnerant, ultima necat. Tutte le ore della vita feriscono, l’ultima uccide!”.
La brevità di tempo di cui ci si lamenta per certi aspetti è una fatalità. Mette in evidenza il limite della vita umana. Ma la mancanza di tempo non è solo una fatalità. È anche il segno di uno stile di vita, di un costume diffuso, al limite di una povertà spirituale. Succede quando l’orologio che portiamo al polso ci dice che cosa fare, momento per momento. Ma non ci dice il ”perché”.
Il tempo che passa potrebbe farci diventare come gli orologi che compaiono in un film di Bergmann: enormi quadranti senza lancette, immagini paurose di vuoto, di non senso, di enorme spazio senza luce e senza vita. Il tempo potrebbe passare dentro la nostra vita e non mettere in moto nessun meccanismo interiore, non segnare nulla di significativo sul quadrante del nostro personale destino. Contro il non senso del tempo che passa, c’è una verità da riscoprire, una verità liberante. È la verità del Natale che abbiamo celebrato. Quale?

L’eterno nel tempo
Anzitutto questa verità. Il Santo Natale istituisce una sorta di inversione di tendenza nella considerazione del tempo. Prima di pensare che sia il tempo a sfociare nell’eternità è, al contrario, l’eternità a sfociare nel tempo. Ha scritto l’apostolo Paolo: ‘Fratelli, quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da una donna, nato sotto la legge, per riscattare quelli che erano sotto la legge’ (Gal 4,1). È come dire che Colui che era fuori dal tempo, è entrato nel tempo, nella nostra storia. Colui che è l’eterno, è entrato nella nostra vicenda provvisoria.
Quando non c’erano gli orologi meccanici, funzionavano le meridiane solari sui muri delle case o delle chiese. Era un sistema molto semplice: un’asta infissa nel muro che proiettava un’ombra indicante le ore del giorno. Era un sistema molto semplice di segnare le ore del giorno eppure molto ricco di significato. Gesù Cristo, come il sole, ha proiettato sul quadrante vuoto della nostra meridiana un segno, una misura, un ordine.
La nostra vita sarà labile come l’ombra che passa sulla parete di una casa, ma non passa invano, perché resta sempre agganciata a quel sole che si è aperto un varco tra le nubi del cielo. La nostra vita sarà provvisoria finché si vuole, ma resterà in rapporto con l’eterno. Siamo nel tempo e siamo nell’eterno di Dio. Soffriamo la precarietà dell’esistenza, e respiriamo già la vita eterna.

Il tempo si è ‘abbreviato’
C’è poi un’altra verità dimenticata da riscoprire alla luce del Santo Natale in ordine al senso del tempo. Non solo il Natale del Signore ha dato una svolta al tempo, inserendolo in una inversione di tendenza, ma ha dato una accelerazione al tempo. È quanto suggerisce il Vangelo: “In quel tempo i pastori andarono senza indugio e trovarono Maria e Giuseppe, e il bambino che giaceva nella mangiatoia”. Colpisce quell’avverbio “senza indugio”.
Chi, come i pastori, all’annuncio dell’Angelo ha trovato il senso ultimo del tempo nell’avvenimento che è Gesù di Nazareth è tutt’altro che una persona seduta, stanca, distratta nella vicenda della vita e della storia. Al contrario, diventa una persona sollecita, attenta e quasi frettolosa. Non è però la fretta di chi è in ritardo sull’orologio delle tante occupazioni della giornata, ma è la fretta di chi vuole essere in avanti sull’orologio della vita.
Era la fretta che sollecitava Paolo VI quando scriveva il suo pensiero alla morte: “Non più guardare indietro, ma fare volentieri, semplicemente, umilmente, fortemente il dovere risultante dalle circostanze in cui mi trovo, come Tua volontà. Fare presto. Fare tutto. Fare bene: Fare lietamente: ciò che Tu ora vuoi da me, anche se supera immensamente le mie forze e se mi chiede la vita”.
Sull’orologio della propria vita, della vita della Chiesa e della società, il tempo non è questione di numero di anni. Gesù non ha avuto un’esistenza ricca di anni. Poco più di trenta. Oggi, da questo punto di vista, si direbbe un’esistenza mancata, monca, dimezzata. Eppure nessun’altra esistenza fu più colma di vita. Il tempo fisico è importante, ma non è tutto.
E al di là del tempo fisico e psicologico, c’è un altro tempo, quello teologico. È questo il tempo segnato da Dio stesso, dal suo farsi storia, storia di un Amore che non cede, non si ritira davanti alla croce, ma “ama i suoi fino alla fine” (Gv 13,1). L’eternità di Dio è esattamente questo suo amare senza confini, senza pentimenti. E la nostra vita eterna, se ancora ci crediamo, è esattamente il dilatarsi del tempo di Dio, cioè della nostra capacità di amare fino alla fine.
Ami molto? Vuol dire che stai vivendo molto. Ami poco anche se tanti sono gli anni che hai vissuto? Vuol dire che hai vissuto poco.
Ama perciò nella preghiera, nell’amicizia, nel lavoro, nell’appassionata vicenda di ogni giorno e potrai dire, anche nel nuovo anno: In breve tempo, ho vissuto molto.
Vissuto così, nell’Amore, il tempo è come centuplicato, arricchito, in attesa del suo definitivo compimento in quell’incontro verso il quale è orientato il quadrante della nostra vita, dove sta scritto: “Omnes pulsant, ultima aperit: tutte le ore della vita bussano alla porta del tuo cuore, l’ultima apre!”.

 

Publié dans:LITURGIA: TEMPO PER ANNUM |on 9 janvier, 2018 |Pas de commentaires »

Chiesa Ortodossa Russa

la mia  paolo Russian Christian Orthodox Church.

Publié dans:immagini sacre |on 8 janvier, 2018 |Pas de commentaires »

L’AVVENTO DI CRISTO NEL COMPIMENTO DEL TEMPO (Gal 4, 4)

http://www.oodegr.com/tradizione/tradizione_index/insegnamenti/avvencristotempo.htm

L’AVVENTO DI CRISTO NEL COMPIMENTO DEL TEMPO (Gal 4, 4)

Mario Rossi

Fratelli e sorelle in Cristo,
sono felice di trovarmi tra voi per esporvi come la Santa Chiesa Ortodossa vive e intende il passo di San Paolo ai Galati sul compimento del tempo e dell’attesa del popolo ebraico con la nascita di Cristo. Il mio intervento si articolerà nei seguenti punti:
a) una breve presentazione esegetica del passo paolino Gal 4,4;
b) l’importanza dei Padri della Chiesa quali testimoni e interpreti qualificati delle verità evangeliche;
c) l’interpretazione patristica del passo in oggetto;
d) il rapporto con Cristo: esperienza del divino;
e) il rapporto Cristo-legge nella vita della Chiesa;
f) l’esperienza di qualche santo ortodosso come attuale incarnazione del passo in esame.

a) Presentazione esegetica di Gal 4,4
Permettetemi innanzitutto di presentare, seppur brevemente, il contesto della lettera paolina dal quale è tratto il brano da me commentato.
San Paolo scrive questa lettera ai cristiani della Galazia, una regione dell’Asia Minore al centro dell’odierna Turchia, i quali dopo aver accolto con entusiasmo l’Apostolo ed aver abbracciato il Vangelo, hanno la tentazione di riprendere la Legge mosaica a causa delle prediche di alcuni cristiani giudaizzanti. Se essi avessero ceduto a questa tentazione avrebbero dovuto reintrodurre la circoncisione e con essa l’elaborato apparato di leggi al quale ancor oggi aderisce fermamente il pio giudeo.
L’apostolo Paolo, al quale non era estranea la tenerezza e l’affetto, davanti a questa prospettiva risponde con una forza e una fermezza che ci potrebbe meravigliare: “Se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà a nulla [... poiché] in Cristo Gesù non ha valore l’essere circonciso o incirconciso, ma vale la fede operante per mezzo dell’amore” (Gal 5,2; 5,6).
Cristo si pone, quindi, in alternativa alla Legge poiché essa non era altro che una preparazione alla sua persona, un pedagogo (Gal 3,24), una semplice pregustazione e un annuncio della pienezza futura similmente alla luce dell’alba che annuncia il sorgere del sole.
Tornare a confrontarsi con la legge significa non aver conosciuto la libertà di essere figli di Dio, significa essere lontani da Lui esattamente come chi, nel buio, necessita della luce d’una candela. Perciò l’Apostolo rivolto ai Galati conclude categoricamente: “Siete stati abbandonati da Cristo” (Gal 5,4).
L’avvento di Cristo nella pienezza del tempo ci pone immediatamente davanti ad un confronto di capitale importanza: la legge e il Figlio di Dio. È per questo che esaminerò le sfaccettature di quest’argomento cercando di mostrare, seppure non esaurientemente, le profonde implicazioni che esso ha per ognuno di noi e per la nostra epoca.

b) I Padri della Chiesa: riferimento imprescindibile
La Santa Chiesa Ortodossa fonda la sua identità principalmente su due elementi:
§ la Tradizione patristica intesa come la katholikì cioè universale e globale comprensione del messaggio dei Padri;
§ i sette Concili Ecumenici, luogo di ricezione e di approfondimento di alcuni temi della riflessione patristica stessa.
Ciò significa che se vogliamo sapere cosa dice la Santa Ortodossia sul passo scritturistico in oggetto, dobbiamo rivolgerci in primo luogo agli scritti patristici. Con questo atteggiamento siamo ben lungi da far archeologia. La Chiesa ortodossa non si è fermata o, come talora si sente dire, fossilizzata all’epoca patristica. Si riferisce fermamente agli scritti dei Padri che compongono la Tradizione ecclesiastica perché sà che sono importanti e imprescindibili. L’importanza dei Padri non deriva dal fatto che essi siano stati uomini di ingegno e di cultura ma dal fatto che essi, prima di tutto, erano uomini di fede e di preghiera, uomini così partecipi della Redenzione di Cristo da viverla come una profonda e quotidiana esperienza personale. Ciò che li ha resi importanti è stato proprio questo. Se l’elemento indispensabile è la santità di vita, ossia l’esperienza del divino, non meraviglia constatare che quasi tutti i Padri hanno trascorso un periodo o tutta la loro esistenza in monastero divenendo, a loro volta, fondatori di monasteri. Il monastero nella Tradizione ortodossa è il luogo “per eccellenza” dove si impara a pregare, dove si è avvantaggiati a concentrare la propria vita sul divino e si è quotidianamente immersi nella vita liturgica della Chiesa. Infatti già San Gregorio Magno ricordava che:
Quando mi trovavo in monastero, riuscivo a trattenere la lingua anche dalle parole oziose, e mantenere quasi ininterrottamente la mente fissa nell’orazione.
Quest’ambiente, indipendentemente dalla santità dei suoi membri, mette a disposizione di ognuno degli strumenti con i quali l’uomo, a poco a poco, si può liberare dalla schiavitù del proprio orgoglio e può sperimentare la presenza di Dio e la forza della Sua Grazia.
I Padri della Chiesa, dopo aver purificato il loro cuore dalle passioni, essersi liberati dalla dispersione dei vani pensieri (Lc 1, 51) e aver raggiunto un buon livello di pratica nella preghiera, hanno iniziato a scrivere perché le necessità della Chiesa lo richiedevano. San Gregorio Palamas riassume l’atteggiamento di tutti i santi Padri che lo precedettero quando dice che:
Noi scriviamo per un dovere inderogabile. È da molto che ho abbandonato la ricerca e l’ambizione letteraria. [...] Il fatto che non utilizzi [la perfezione stilistica], pur avendo disposizioni naturali per parlare piacevolmente, è da considerarsi una prova evidente che le mie parole sono dovute alla necessità e non al desiderio dell’ostentazione.
Così la santità della vita, non l’acutezza dell’ingegno e la sublimità dello stile, permette di considerare i Padri come i “pilastri” della Santa Chiesa. Tale titolo non è esagerato. Vivendo la mentalità evangelica ed essendo essi stessi divenuti un vangelo incarnato sono per tutti una roccia stabile, roccia a sua volta ancorata solidamente sull’unica roccia di fondamento: Cristo (Mc 12,10). I Padri sono, in tal modo, i testimoni della forza dello Spirito Santo che agisce nella storia e che permette anche a noi di avvicinarci, se lo vogliamo, alla sublimità del loro livello spirituale. Essi sono paragonabili ad una guida alpina. Come la guida può condurre altri perché si è resa affidabile grazie alla sua lunga esperienza e alla conoscenza personale di molti percorsi montani, così i santi Padri, dopo aver conosciuto le impervie vie dello spirito possono condurci lontano da inganni e abbagli verso la faticosa e agognata meta.

c) Il cristianesimo per i Padri: un evento personale
Proprio perché i Padri hanno vissuto la Parola e sono divenuti loro stessi un’incarnazione del Vangelo, nei loro scritti si riscontra una visione del cristianesimo opposta a quella di un’astratta filosofia o di un elenco di buone maniere. I Padri descrivono il cristianesimo come un modo di vita che offre la possibilità di un rapporto immediato con Dio. Essi si pongono sulla linea dell’Apostolo Paolo per aver sperimentato che la loro vita “è Cristo e morire è un guadagno” (Fil 1, 21). Non esiste e non potrebbe mai sussistere un rapporto formale ed esteriore con Dio perché ciò significherebbe concepire il divino come una realtà priva di vita, come un oggetto manipolabile. Ancor meno si può ammettere l’atteggiamento del pio fariseo il quale prende gloria dalla sua coerenza ed adesione legalistica. San Gregorio Palamas, a tal proposito, commenta:
Il fariseo si vanta di aver digiunato per due giorni della settimana, e non sa che queste virtù sono umane, ma che la superbia è demoniaca; perciò questa le rende vane e, mescolandosi ad esse, le manda in mille pezzi, anche se sono autentiche. Quanto più, se sono false!
Il cristianesimo non è dunque un codice di leggi e un galateo ma l’incontro con il Dio vivente. San Simeone il nuovo Teologo sottolinea in modo particolare che nessuno può vivere in Cristo senza avere al tempo stesso anche esperienza della presenza di Cristo in sè. Il credente, dunque, non è colui che coltiva la sapienza umana ma colui che si intrattiene con Dio nella preghiera per elevarsi nella misura in cui si rende umile e semplice.
Tutto ciò ci viene indicato dalla vita e dagli scritti dei Padri della Chiesa che ci donano il criterio con il quale ci dobbiamo accostare alla lettura delle Sacre Scritture: non per il gusto dell’erudizione ma per cambiare la nostra vita vestendoci di Cristo (Voi che siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo). Infatti Sant’Atanasio insegna che “il Verbo si è fatto carne per rendere l’uomo capace di ricevere la divinità”. I Padri dei Concili di Nicea e Costantinopoli hanno codificato nel simbolo di fede che Gesù Cristo “discese dal cielo per noi e per la nostra salvezza”. A quale altro frutto allude questa salvezza se non la ricezione della divinità nell’umanità del credente? E tutto ciò non implica un rapporto del credente con Dio? La stessa salvezza in Cristo alla quale il credente è chiamato è un fatto strettamente personale poiché nessuno può procurare la salvezza ad un altro. Solo il singolo può provvedere per se stesso rapportandosi liberamente e costantemente con Dio. È per consacrare questo nuovo modo di vivere la fede che Cristo non ha voluto chiamare i suoi discepoli servi ma amici (Gv 15,15) e ha sacrificato se stesso per riempire i credenti della stessa vita divina della quale si era svuotato sul legno della croce. Ne consegue che, come dice Clemente Alessandrino, il cristiano è “santo, portatore di Dio e portato da Dio”. La santità non costituisce dunque una questione etica, legata alla morale come se dipendesse da semplici sforzi ascetici, ma ontologica cioè legata all’essere. Il fedele diventa santo perché è membro di Cristo. La questione etica perciò non riguarda la conquista della santità, come si crede erroneamente, ma la sua conservazione.

d) Il rapporto con Cristo: esperienza del divino
Il rapporto con Cristo implica la conoscenza di Dio. Essa non si realizza solo nell’ambito delle possibilità conoscitive dell’uomo ma anche al di là di esse. Dionigi Areopagita dice che:
Dio si conosce attraverso la conoscenza e attraverso la non conoscenza; c’è di lui e pensiero e parola e scienza e contatto e sensazione e opinione e fantasia e nome e tutte le altre cose ma non è pensato né detto né nominato.
L’uomo che non ha la forza di conoscere Dio, è conosciuto da Dio stesso che si rivela a lui come persona operante la sua salvezza e il suo rinnovamento. Così l’impotenza dell’uomo a conoscere Dio si converte, attraverso la rivelazione e la discesa di Dio all’uomo, in possibilità di comunione personale e di conoscenza. Questo nuovo genere di comunione e di conoscenza va oltre “ogni intelletto” e si compie all’interno del mistero della grazia di Dio. Tuttavia come si rivela ed è conosciuto Dio nel mondo e in che modo rimane ignoto e incomprensibile?
La dottrina ortodossa su questo tema è chiara. Iddio si rivela nel mondo attraverso le sue operazioni o energie (energeiai), mentre la sua essenza rimane inconoscibile ed incomprensibile. Questa distinzione dell’essenza di Dio dalle sue operazioni ha un’importanza capitale per la fede e per la vita cristiana. Infatti dall’accettazione o no di questa distinzione dipende la conservazione o l’abbandono del carattere esperienziale della fede cristiana come vita di comunione tra l’umano e il divino oppure il suo ingabbiamento in ambiti secolaristici. A una teologia che non sa fondarsi sulla profonda distinzione essenza-operazioni in Dio non può che rimanere una base filosofica. Al contrario la teologia dei Padri non si è basata sulla filosofia ma sulla Scrittura e sull’esperienza della Chiesa. E la scrittura interpretata con autorità e competenza dalla Chiesa insegna chiaramente che il trascendente ed inaccessibile Dio opera nel mondo la salvezza dell’uomo. Dal momento, poi, che l’operazione salvifica di Dio manifestata all’uomo è data gratuitamente prende il nome di Grazia. Attraverso la Grazia Dio dona se stesso all’uomo e lo rende quindi dio. Quest’affermazione non deve parere ardita. Con la nascita di Cristo sono stati compiuti il rinnovamento e la divinizzazione della natura umana. È da ciò che deve sorgere lo stupore per il Natale, uno stupore che proibisce di pensare tale evento come una festa per l’infanzia quasi che il mistero dell’Incarnazione non debba riguardare tutti e possa essere deformato ad una sdolcinata sagra di buoni sentimenti! Tale rinnovamento e divinizzazione sono stati compiuti perché potessero essere personalmente partecipabili da tutti i fedeli. Senza questa personale appropriazione dell’opera salvifica di rinnovamento del Cristo la sua venuta storica non sarebbe di alcuna utilità per l’uomo: “Quale utilità per me – dice Origene – se il Verbo è venuto nel mondo ma io non lo possiedo?”.
San Giovanni Crisostomo commentando il passo paolino sulla pienezza del tempo (Gal 4, 4) dice:
[L’Apostolo] indica qui due motivi e benefici dell’Incarnazione, vale a dire la liberazione dai mali e l’elargizione dei beni, il che non poteva riuscire a nessuno se non a Lui solo. Quali erano questi benefici? La liberazione dalla maledizione della legge e l’adozione a figli.
La porta attraverso la quale possiamo conoscere Dio è stabilita, dunque, dall’evento dell’Incarnazione con il quale Dio sposa la carne umana. È in questa prospettiva che si devono collocare le categoriche ed esclusive asserzioni di Cristo: “Senza di me non potete fare nulla” (Gv 15, 5), “Chi non raccoglie con me disperde” (Mt 12, 30), “Io sono la porta” (Gv 10, 9), “Chi vede me, vede Colui che mi ha mandato” (Gv 12, 45) …
Attraverso la porta rappresentata da Cristo il credente entra in comunione con la divinità la quale si manifesterà a lui “Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui” (Gv 14, 21).
A questo punto è bene puntualizzare rapidamente che la vera esperienza di Dio non ha e non può avere nulla a che fare con tutti quei fenomeni religiosi nei quali prevale l’affettività, la fantasia, il pietismo o la spettacolarità. I Padri vietano tassativamente ogni cosa del genere perché tutto ciò finisce per porre l’uomo davanti all’immagine di sè come se egli fosse davanti ad uno specchio. In questo caso non esiste relazione ma chiusura su se stessi, non apertura al mistero di Dio ma ricerca e amore di sé (filautia). Chiunque distribuisce consolazioni e sicurezze umane non fa crescere l’uomo né lo aiuta a comprendere che ci si può disporre in comunione con Colui che sostiene intimamente il cosmo. Chiunque chiude l’uomo narcisisticamente su stesso non può che attirarsi il monito di Cristo: “Guai a voi guide cieche!” (Mt 23,16). Solo spogliandosi dalle consolazioni e dalle sicurezze umane, nella preghiera e nella purificazione del cuore, l’uomo fa spazio alla Grazia divina che finisce per abitare in lui e per trasfigurarlo.
Le icone che vedete ogni volta che entrate in una chiesa ortodossa non sono fatte per essere belle, anche se lo fossero. Sono fatte per confessare una verità: la carne umana abitata dalla Grazia divina diviene splendente perché è illuminata da una luce che non è creata e che, di tanto in tanto, appare chiaramente sul viso dei santi. È per questo che i primi cristiani erano chiamati fotismoi, termine greco che significa “illuminati”.

e) Cristo e la Legge
Da quanto abbiamo appena detto risulta evidente che non è possibile concepire ideologicamente il cristianesimo perché ciò che si sacrifica è proprio il rapporto del credente con Cristo. Una simile concezione riduce la teologia a filosofia e fa decadere la Chiesa ad una realtà alienante. Per San Giovanni Crisostomo la Chiesa è un ospedale spirituale. Se i presupposti ecclesiali vengono alterati, la Chiesa diviene un luogo dove ci si illude e ci si ammala. L’eccessiva attenzione alla norma trasforma il cristianesimo in una macchina perfettamente organizzata ma finisce per penalizzare la vita mistica intesa come il rapporto personale tra Dio e il credente. Quando prevale l’ideologia, tutto ciò che è secondario e che esiste solo in funzione di uno scopo essenziale, diviene centrale e le istituzioni ecclesiastiche divengono fine a loro stesse. Procedendo in questa direzione il cristianesimo si secolarizza. La secolarizzazione del cristianesimo è riscontrabile quando all’interno della Chiesa appaiono e si impongono dei modi di vita che non hanno a che fare con la Chiesa stessa ma sono esclusivi di club se non proprio di aziende o di società per azioni. La testimonianza ne patisce, i costumi si rilassano e la presenza di Dio nel nostro mondo viene solo affermata, non cercata o contemplata.
L’adesione legalistica pone l’uomo di fronte alla sua giustizia, davanti al suo criterio individuale con il quale si giustifica condannando chi non è come lui. In questa situazione l’uomo decade come persona, cioè come essere di relazione, divenendo individuo poiché distoglie il suo sguardo da Dio e se ne allontana. Un cristianesimo individualista a sua volta non è più cristianesimo perché non riflette nella vita il mistero trinitario dell’unità divina nella trinità delle Persone. Non è dunque eccessivo che l’Apostolo Paolo dica “Siete stati abbandonati da Cristo” (Gal 5,4). Lontano da Cristo l’uomo miete una ricompensa che è esclusivo frutto delle sue mani: “Io non sono come gli altri uomini!” (Lc 18, 11) afferma il fariseo con un atteggiamento che possiamo benissimo avere anche noi. Eppure alla fine della vita tutta la pietà di uomini come costui si rivelerà empia dal momento che Dio dirà: “Che volete da me? Avete già avuto la vostra ricompensa!” (cfr. Mt 6, 16).
Tutto ciò spiega perché la legge venga considerata come un’introduzione, come un pedagogo a Cristo e spiega, altresì, la fatale pericolosità di farla coesistere e prevalere su Cristo stesso. Infatti, con l’avvento di Cristo, la Grazia dello Spirito è stata diffusa nel cuore dei credenti. La vecchia legge è stata abolita proprio perché è lo Spirito stesso che ci “insegnerà ogni cosa” (Gv 14, 26).

f) L’attualizzazione del Vangelo nell’esperienza dei santi
Il fatto che lo Spirito Santo insegni ogni cosa non vuole consacrare il soggettivismo o l’anarchia. Con ciò ricadremo in un cristianesimo individualista. La retta comprensione del passo evangelico la otteniamo se osserviamo la testimonianza dei santi nella Chiesa. I Santi vengono anche detti theofori cioè “portatori di Dio”, non perché sono stati più bravi di noi ma perché sono stati più generosi. Essi hanno offerto loro stessi e, in cambio, hanno ricevuto Dio stesso. “Dai il sangue e ricevi lo Spirito” commenta a tal proposito un eloquente detto ecclesiastico. Solo attraverso questa spoliazione, questa kenosis, è stato possibile realizzare lo straordinario miracolo di ignoranti trasformati in dotti e di semplici divenuti consiglieri di uomini molto importanti. In tempi recenti abbiamo rivisto questo miracolo nella persona di padre Paisios del Monte Athos un uomo che per molti versi ricorda San Seraphim di Sarov.
Come San Seraphim, Paisios era un uomo semplice e ignorante. Come San Seraphim, egli era un uomo che per Cristo non conosceva mezze misure. Dando se stesso nella preghiera e nell’esigente obbedienza monastica è pian piano entrato in intimità con Dio e Dio stesso si compiaceva di manifestarsi attraverso l’umile carne d’un semplice povero monaco. Verso gli ultimi anni della sua vita riusciva a stento a trovare un po’ di tranquillità perché molte persone desideravano parlargli e vederlo. Diverse testimonianze ci riportano che la sua presenza infondeva una profonda e indescrivibile sensazione di pace e la sua parola illuminava. Non di rado egli indovinava la storia di chi aveva di fronte o prevedeva fatti futuri. Talora egli diceva: “… per poter accogliere in noi la conoscenza divina bisogna abolire la conoscenza secondo il mondo. Bisogna diventare semplici come bambini, non vantarsi della propria conoscenza perché la conoscenza gonfia”. In padre Paisios come in San Seraphim di Sarov lo Spirito “insegnava ogni cosa” perché le radici dell’esistenza di questo monaco si affondavano in una sorgente di vita perenne, non in un arido schema di leggi.

Epilogo
Quanto è stato fin ora esposto mi pare commenti sufficientemente il passo paolino in oggetto. Dicendo che Cristo nella pienezza del tempo nasce sotto la legge per riscattare quelli che stanno sotto la legge significa che ogni uomo viene portato dalla promessa ad una concreta possibilità di salvezza: il peccato e la morte sono superabili nella persona di Cristo e grazie a Lui. L’esortazione di San Paolo ai Galati non è quindi un problema di quasi duemila anni fa ma ci riguarda intimamente. Quello che è in questione non è più l’alternativa tra la legge mosaica o Cristo ma i nostri ricorrenti tentativi di trasformare il cristianesimo in un elenco di norme e comportamenti esteriori per sottrarci dal nostro quotidiano impegno di conversione al Dio vivente. Nella misura in cui, lungo la storia, abbiamo posto eccessiva confidenza nelle nostre forze e nelle nostre organizzazioni abbiamo fatto prevalere la legge e i nostri criteri umani al riconoscimento dell’attiva presenza di Dio. I santi e i Padri della Chiesa ci scuotono dal nostro torpore e ci aprono alla speranza invitandoci ad accogliere quella vita divina che è pegno e promessa della futura gloria di cui possiamo pregustare la dolcezza già su questa terra, dolcezza della quale i santi sono i fedeli arladi e custodi.

Grazie.

Publié dans:Lettera ai Galati |on 8 janvier, 2018 |Pas de commentaires »
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