GALATI 4,4-7 – COMMENTO BIBLICO

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GALATI 4,4-7 – COMMENTO BIBLICO

Fratelli, 4 quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, 5 per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli.
6 E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!
Quindi non sei più schiavo, ma figlio; e se figlio, sei anche erede per volontà di Dio.

COMMENTO
Galati 4,4-7

La condizione di figli
La seconda sezione della lettera ai Galati (3,1 – 4,31) si apre con un rimprovero (3,1-5) a cui fa seguito la trattazione del tema biblico di Abramo (3,6-18), da cui l’Apostolo prende spunto per dichiarare la liberazione dalla legge (3,19-29). A questo punto Paolo può rivolgersi direttamente ai cristiani della Galazia per stimolarli a tirare le conclusioni di quanto ha detto e a rivedere la loro posizione. Egli lo fa mostrando anzitutto qual era la loro situazione prima della venuta di Cristo: allora essi erano come dei fanciulli che, prima di raggiungere la maggiore età, non sono trattati in modo molto diverso da quello degli schiavi; allora infatti essi erano sottomessi agli «elementi del mondo», cioè gli idoli che essi adoravano e tutte quelle realtà terrene alle quali attribuivano valore salvifico.
Inizia qui il testo liturgico nel quale Paolo delinea la svolta che si è verificata con l’avvento di Cristo: «Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli» (vv. 4-5). Con la venuta di Cristo tutto è cambiato. Essa coincide con la «pienezza del tempo», cioè con quel momento della storia che Dio, nella sua infinita sapienza, aveva fissato per la salvezza dell’umanità. Egli è stato «mandato» da Dio (cfr. Gv 3,17): per Paolo è chiaro, alla luce delle categorie sapienziali (cfr. 1Cor 1,24.30; 8,6), che Gesù è fin dall’eternità il «Figlio di Dio». Egli è nato non solo «da donna», assumendo così fino in fondo un’umanità limitata e sofferente, ma anche «sotto la legge», al punto tale da portarne in modo unico e drammatico la maledizione (cfr. Gal 3,13): la sua vita è stata dunque contrassegnata dalla solidarietà più piena con la situazione di tutta l’umanità, e in particolare con quella del popolo ebraico, in cui la legge, lungi dal procurare la salvezza, non aveva fatto altro che moltiplicare le trasgressioni (cfr. Gal 3,19).
In questo cammino di abbassamento Cristo però non ha mai cessato di essere il Figlio: se egli si è messo sullo stesso piano dell’umanità peccatrice lo ha fatto non per adeguarsi ad essa, ma per «riscattare» (exagoraô) coloro che erano «sotto la legge», cioè per portare a termine, come Dio un giorno aveva fatto con il popolo di Israele schiavo in Egitto (v. 5; cfr. Es 6,6), una grande opera di liberazione, i cui destinatari non sono soltanto i giudei ma anche i gentili.
Egli ha potuto raggiungere il suo scopo facendo sì che essi ricevessero «l’adozione a figli» (yiothesia), cioè diventassero partecipi della sua stessa qualità di Figlio. Il Figlio di Dio ha dunque manifestato pienamente la sua «potenza» quando, risuscitando dai morti, ha comunicato a tutti gli uomini la sua filiazione divina (cfr. Rm 1,3).
Viene poi sottolineata l’efficacia della missione del Figlio: «E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: Abbà! Padre!» (v. 6). La filiazione divina non è semplicemente un tema teologico, per quanto bello e affascinante, ma è soprattutto l’oggetto di un’esperienza diretta dei galati. Essa infatti comporta la presenza e l’opera dello Spirito, che viene designato come «Spirito del suo Figlio», cioè come quella potenza divina che emana da lui, e come tale è stato «mandato» da Dio «nei nostri cuori». L’invio del Figlio, di cui Paolo ha appena parlato, va dunque di pari passo con quello dello Spirito, il quale è il segno visibile della sua presenza costante nella chiesa. La filiazione divina dei credenti appare dal fatto che lo Spirito, presente in essi, grida «Abbà, Padre!»: per l’apostolo dunque è soprattutto nella preghiera che lo Spirito rivela la sua presenza in quanto è lui stesso che, in loro, si rivolge a Dio (cfr. Rm 8,26) con l’appellativo di Padre (cfr. Rm 8,15).
Il termine Abbà era normalmente usato dai bambini palestinesi per rivolgersi al loro «papà», mentre i giudei si rivolgevano a Dio con formule più solenni e rispettose, come Abì (Padre mio) o Abinû (Padre nostro) L’iniziativa di pregare Dio con l’appellativo di Abbà risale a Gesù stesso (cfr. Mc 14,36), il quale ha espresso così l’immediatezza e l’unicità del suo rapporto con lui. Egli poi ha dato ai suoi discepoli il comando di rivolgersi a Dio con la stessa invocazione (cfr. Lc 11,2), coinvolgendoli così nel rapporto che egli, in quanto unico Figlio, ha con il Padre: senza dubbio i cristiani facevano ciò fin dai tempi più antichi nella celebrazione della Cena del Signore (cfr. 1Cor 11,17-34), dove l’incontro con Dio e con Cristo era reso sensibile dal nuovo rapporto di fraternità che li legava l’uno all’altro.
Proprio in forza di questa esperienza il credente si rende conto della sua nuova situazione: «Quindi non sei più schiavo, ma figlio e, se figlio, sei anche erede per grazia di Dio» (v. 7). lo Spirito è dunque il segno visibile e permanente della nuova situazione in cui si trovano i credenti, ormai liberi dal peccato in quanto figli di Dio ed eredi delle promesse.

Linee interpretative
La svolta che Cristo ha portato riguarda in prima persona i galati, i quali farebbero un errore imperdonabile se, accettando di osservare la legge mosaica, ripiomberebbero in una religione in cui predomina, anche se in modi diversi, la dipendenza dagli elementi di questo mondo. Ma lo stesso cambiamento di prospettiva si estende a tutta l’umanità, la quale viene potenzialmente coinvolta nello stesso rapporto con Dio che caratterizza Gesù in quanto Figlio di Dio. La salvezza consiste dunque nel lasciarsi coinvolgere in quel rapporto che Gesù nella sua vita terrena ha instaurato con Dio.
Alla luce di questa intuizione, l’apostolo ha difeso il suo vangelo con tutti gli argomenti dell’esegesi biblica, convinto che la Scrittura, letta sullo sfondo del messaggio evangelico, non offre nessun appoggio alla pretesa di chi vuole imporre la pratica della legge come mezzo necessario per conseguire la salvezza. L’argomento principale resta però la presenza viva e dinamica dello Spirito, che i galati hanno sperimentato unicamente in forza della loro fede in Cristo. In questa condizione, un ripiegamento sulla pratica della legge rischia appunto di far loro perdere quanto di meglio hanno acquisito nel momento in cui sono diventati cristiani.

 

Publié dans : Lettera ai Galati |le 24 janvier, 2018 |Pas de Commentaires »

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