Archive pour décembre, 2017

IMMACOLATA A PIAZZA DI SPAGNA – PAPA BENEDETTO (2008)

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2008/december/documents/hf_ben-xvi_spe_20081208_immacolata.html

ATTO DI VENERAZIONE ALL’IMMACOLATA A PIAZZA DI SPAGNA

DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria

Lunedì, 8 dicembre 2008

Cari fratelli e sorelle!

Circa tre mesi fa, ho avuto la gioia di recarmi in pellegrinaggio a Lourdes, in occasione dei 150 anni dalla storica apparizione della Vergine Maria a santa Bernadette. Le celebrazioni di questo singolare anniversario si concludono proprio oggi, solennità dell’Immacolata Concezione perché la “bella Signora” – come la chiamava Bernadette – mostrandosi a lei per l’ultima volta nella grotta di Massabielle, rivelò il suo nome dicendo: “Io sono l’Immacolata Concezione”. Lo disse nell’idioma locale, e la piccola veggente riferì al suo parroco quell’espressione, per lei sconosciuta e incomprensibile.
“Immacolata Concezione”: anche noi ripetiamo con commozione quel nome misterioso. Lo ripetiamo qui, ai piedi di questo monumento nel cuore di Roma; e innumerevoli nostri fratelli e sorelle fanno altrettanto in mille altri luoghi del mondo, santuari e cappelle, come pure nelle case di famiglie cristiane. Dovunque vi sia una comunità cattolica, là oggi si venera la Madonna con questo nome stupendo e meraviglioso: Immacolata Concezione. Certo, la convinzione circa l’immacolato concepimento di Maria esisteva già molti secoli prima delle apparizioni di Lourdes, ma esse giunsero come un sigillo celeste dopo che il mio venerato predecessore, il beato Pio IX, ne definì il dogma, l’8 dicembre del 1854. Nella festa odierna, così cara al popolo cristiano, questa espressione sale dal cuore e affiora alle labbra come il nome della nostra Madre celeste. Come un figlio alza gli occhi al viso della mamma e, vedendolo sorridente, dimentica ogni paura e ogni dolore, così noi, volgendo lo sguardo a Maria, riconosciamo in lei il “sorriso di Dio”, il riflesso immacolato della luce divina, ritroviamo in lei nuova speranza pur in mezzo ai problemi e ai drammi del mondo.
E’ tradizione che il Papa si unisca all’omaggio della Città recando a Maria un cesto di rose. Questi fiori stanno ad indicare il nostro amore e la nostra devozione: l’amore e la devozione del Papa, della Chiesa di Roma e degli abitanti di questa Città, che si sentono spiritualmente figli della Vergine Maria. Simbolicamente le rose possono esprimere quanto di bello e di buono abbiamo realizzato durante l’anno, perché in questo ormai tradizionale appuntamento tutto vorremmo offrire alla Madre, convinti che nulla avremmo potuto fare senza la sua protezione e senza le grazie che quotidianamente ci ottiene da Dio. Ma – come si suol dire – non c’è rosa senza spine, e anche sugli steli di queste stupende rose bianche non mancano le spine, che per noi rappresentano le difficoltà, le sofferenze, i mali che pure hanno segnato e segnano la vita delle persone e delle nostre comunità. Alla Madre si presentano le gioie, ma si confidano anche le preoccupazioni, sicuri di trovare in lei conforto per non abbattersi e sostegno per andare avanti.
O Vergine Immacolata, in questo momento vorrei affidarti specialmente i “piccoli” di questa nostra Città: i bambini, anzitutto, e soprattutto quelli gravemente malati, i ragazzi disagiati e quanti subiscono le conseguenze di pesanti situazioni familiari. Veglia su di loro e fa’ che possano sentire, nell’affetto e nell’aiuto di chi sta loro accanto, il calore dell’amore di Dio! Ti affido, o Maria, gli anziani soli, gli ammalati, gli immigrati che fanno fatica ad ambientarsi, i nuclei familiari che stentano a far quadrare il bilancio e le persone che non trovano occupazione, o hanno perso un lavoro indispensabile per andare avanti. Insegnaci, Maria, ad essere solidali con chi è in difficoltà, a colmare le sempre più vaste disparità sociali; aiutaci a coltivare un più vivo senso del bene comune, del rispetto di ciò che è pubblico, spronaci a sentire la città – e più che mai questa nostra Città di Roma – come patrimonio di tutti, ed a fare ciascuno, con coscienza ed impegno, la nostra parte per costruire una società più giusta e solidale.
O Madre Immacolata, che sei per tutti segno di sicura speranza e di consolazione, fa’ che ci lasciamo attrarre dal tuo candore immacolato. La tua Bellezza – Tota Pulchra, cantiamo quest’oggi – ci assicura che è possibile la vittoria dell’amore; anzi, che è certa; ci assicura che la grazia è più forte del peccato, e dunque è possibile il riscatto da qualunque schiavitù. Sì, o Maria, tu ci aiuti a credere con più fiducia nel bene, a scommettere sulla gratuità, sul servizio, sulla non violenza, sulla forza della verità; ci incoraggi a rimanere svegli, a non cedere alla tentazione di facili evasioni, ad affrontare la realtà, coi suoi problemi, con coraggio e responsabilità. Così hai fatto tu, giovane donna, chiamata a rischiare tutto sulla Parola del Signore. Sii madre amorevole per i nostri giovani, perché abbiano il coraggio di essere “sentinelle del mattino”, e dona questa virtù a tutti i cristiani, perché siano anima del mondo in questa non facile stagione della storia. Vergine Immacolata, Madre di Dio e Madre nostra, Salus Populi Romani, prega per noi!

 

Publié dans:FESTE DI MARIA |on 7 décembre, 2017 |Pas de commentaires »

San Nicola di Bari o di Myra (Turchia)

paolo

Publié dans:immagini sacre |on 5 décembre, 2017 |Pas de commentaires »

SAN NICOLA DI BARI O DI MIRA – 6 DICEMBRE (M)

http://it.cathopedia.org/wiki/San_Nicola_di_Bari

SAN NICOLA DI BARI O DI MIRA – 6 DICEMBRE (M)

(Pàtara di Licia, 270 ca.; † Myra, 6 dicembre 343) è stato un vescovo turco di Myra in Licia (oggi Demre, nella parte anatolica della Turchia), è venerato come santo dalla Chiesa cattolica, dalla Chiesa ortodossa e da diverse altre confessioni cristiane.
Noto anche come san Nicola di Myra, san Nicola Magno e san Niccolò, è famoso anche al di fuori del mondo cristiano perché la sua figura ha dato origine alla moderna leggenda di Santa Claus (o Klaus), conosciuto in Italia come Babbo Natale[1].

San Nicola di Bari o di Mira (Pàtara di Licia, 270 ca.; † Myra, 6 dicembre 343) è stato un vescovo turco di Myra in Licia (oggi Demre, nella parte anatolica della Turchia), è venerato come santo dalla Chiesa cattolica, dalla Chiesa ortodossa e da diverse altre confessioni cristiane.
Noto anche come san Nicola di Myra, san Nicola Magno e san Niccolò, è famoso anche al di fuori del mondo cristiano perché la sua figura ha dato origine alla moderna leggenda di Santa Claus (o Klaus), conosciuto in Italia come Babbo Natale[1].
Indice [nascondi]
1 Biografia
2 La traslazione delle spoglie a Bari
3 La traslazione veneziana
4 Iconografia
5 Culto e tradizione
6 Galleria fotografica
Biografia
San Nicola nacque probabilmente a Pàtara di Licia, tra il 260 ed il 280, da Epifanio e Giovanna che erano cristiani e benestanti. Cresciuto in un ambiente di fede cristiana, perse prematuramente i genitori a causa della peste. Divenne così erede di un ricco patrimonio che impiegò per aiutare i bisognosi. Si narra che Nicola, venuto a conoscenza di un ricco uomo decaduto che voleva avviare le sue tre figlie alla prostituzione perché non poteva farle maritare decorosamente, abbia preso una buona quantità di denaro, lo abbia avvolto in un panno e, di notte, l’abbia gettato nella casa dell’uomo in tre notti consecutive, in modo che le tre figlie avessero la dote per il matrimonio.
Un’altra tradizione non fa riferimento alle figlie del ricco decaduto, ma narra che Nicola, già vescovo resuscitò tre bambini che un macellaio malvagio aveva ucciso e messo sotto sale per venderne la carne. Anche per questo episodio san Nicola è venerato come protettore dei bambini.

San Nicola di Mira, protettore dell’Eparchia di Lungro
In seguito lasciò la sua città natale e si trasferì a Myra dove venne ordinato sacerdote. Alla morte del vescovo metropolita di Myra, venne acclamato dal popolo come nuovo vescovo. Imprigionato ed esiliato nel 305 durante le persecuzioni emanate da Diocleziano, fu poi liberato da Costantino I nel 313 e riprese l’attività apostolica. Non è certo se sia stato uno dei 318 partecipanti al Concilio di Nicea del 325, durante il quale avrebbe condannato duramente l’eresia dell’arianesimo, difendendo la fede cattolica, ma la tradizione ci tramanda che in un momento d’impeto prese a schiaffi Ario. Gli scritti di sant’Andrea di Creta e di san Giovanni Damasceno ci confermano la sua fede ben radicata nei principi dell’ortodossia cattolica.
Nicola si occupò anche del bene dei suoi concittadini di Myra: ottenne dei rifornimenti durante una grave carestia e ottenne la riduzione delle imposte dall’Imperatore.
Morì a Myra il 6 dicembre, presumibilmente dell’anno 343, forse nel monastero di Sion. Come si tramanda da secoli è descritto compiere miracoli in vita e in morte; tale tradizione si consolidò ulteriormente nel tempo, anche per il gran numero di eventi prodigiosi a lui imputati e che si diffusero ampiamente in Oriente, a Roma e nell’Italia meridionale. Le sue spoglie furono conservate con grande devozione di popolo, nella cattedrale di Myra fino al 1087. Grande è la venerazione a lui tributata dai cristiani ortodossi.
Quando Myra cadde in mano musulmana, Bari (al tempo dominio bizantino) e Venezia, che erano dirette rivali nei traffici marittimi con l’Oriente, entrarono in competizione per il trafugamento in Occidente delle reliquie del santo. Una spedizione barese di 62 marinai, tra i quali i sacerdoti Lupo e Grimoldo, partita con tre navi di proprietà degli armatori Dottula, raggiunse Myra e si impadronì delle spoglie di Nicola che giunsero a Bari il 9 maggio 1087.
Secondo la tradizione, le reliquie furono depositate là dove i buoi che trainavano il carico dalla barca si fermarono[2]. Si trattava in realtà della chiesa dei benedettini (oggi chiesa di San Michele Arcangelo) sotto la custodia dell’abate Elia, che in seguito sarebbe diventato vescovo di Bari. L’abate promosse tuttavia l’edificazione di una nuova chiesa dedicata al santo, che fu consacrata due anni dopo da Papa Urbano II in occasione della definitiva collocazione delle reliquie sotto l’altare della cripta. Da allora san Nicola divenne patrono di Bari e le date del 6 dicembre (giorno della morte del santo) e 9 maggio (giorno dell’arrivo delle reliquie) furono dichiarate festive per la città. Il santo era anche presente, fino al XIX secolo, sullo stemma della città tramite un cimiero.
La traslazione veneziana
I Veneziani non si rassegnarono all’incursione dei baresi e nel 1099-1100, durante la prima crociata, approdarono a Myra[3], dove fu loro indicato il sepolcro vuoto dal quale i baresi avevano trafugato le ossa. Qualcuno rammentò di aver visto celebrare le cerimonie più importanti, non sull’altare maggiore, ma in un ambiente secondario. Fu in tale ambiente che i veneziani rinvennero una gran quantità di frammenti ossei che i baresi non avevano potuto prelevare. Questi vennero traslati nell’abbazia di San Nicolò del Lido.[4] San Nicolò venne quindi proclamato protettore della flotta della Serenissima e la chiesa divenne un importante luogo di culto. San Nicolò era infatti il protettore dei marinai, non a caso la Chiesa era collocata sul Porto del Lido, dove finiva la Laguna di Venezia e cominciava il mare aperto. A San Nicolò del Lido terminava l’annuale rito dello sposalizio del Mare.
Il suo attributo è il baculo pastorale, tre sacchetti di monete (o anche tre palle d’oro) queste in relazione alla leggenda della dote concessa alle tre fanciulle. Tradizionalmente viene quindi rappresentato vestito da vescovo con mitra e pastorale. L’attuale rappresentazione in abito rosso bordato di bianco origina dal poema « A Visit from St. Nicholas » del 1821 di Clement C. Moore, che lo descrisse come un signore allegro e paffutello, contribuendo alla diffusione della figura mitica, folkloristica, di Babbo Natale.
Nella Chiesa ortodossa russa san Nicola è spesso la terza icona insieme a Cristo e a Maria col bambino nell’iconostasi delle chiese.
Culto e tradizione
San Nicola è uno dei santi più popolari del cristianesimo e protagonista di molte leggende riguardanti miracoli a favore di poveri e defraudati.
Il culto si diffuse dapprima in Asia Minore (nel VI secolo ben 25 chiese a Costantinopoli erano a lui dedicate), con pellegrinaggi alla sua tomba, posta fuori dell’abitato di Myra. Numerosi scritti in greco ed in latino ne fecero progressivamente diffondere la venerazione verso il mondo bizantino-slavo e in Occidente, a partire da Roma e dal Meridione d’Italia, allora soggetto a Bisanzio. Secondo la tradizione, Nicola aiutò tre ragazze che non potevano sposarsi per mancanza di dote, gettando sacchetti di denaro dalla finestra nella loro stanza, per tre notti. Per questo è venerato dalle ragazze e dalle donne nubili. Viene festeggiato il 6 dicembre.
Il santo oggi è patrono di marinai, pescatori, farmacisti, profumieri, bottai, bambini, ragazze da marito, scolari, avvocati nonché delle vittime di errori giudiziari. È patrono inoltre dei mercanti e commercianti e per questo la sua effigie figura nello stemma della Camera di Commercio di Bari.

Publié dans:SANTI, SANTI (MEMORIA) |on 5 décembre, 2017 |Pas de commentaires »

San Giovanni Damasceno

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Publié dans:immagini sacre |on 4 décembre, 2017 |Pas de commentaires »

LA VOCE DI SAN GIOVANNI DAMASCENO CONTRO L’ICONOCLASTIA (mf 4 dicembre)

https://www.corrispondenzaromana.it/la-voce-di-san-giovanni-damasceno-contro-liconoclastia/

LA VOCE DI SAN GIOVANNI DAMASCENO CONTRO L’ICONOCLASTIA (mf 4 dicembre)

(di Cristina Siccardi)

Il più importante difensore della figurazione cristiana è il Padre e Dottore della Chiesa san Giovanni Damasceno (ricordato nel calendario Vetus Ordo al 27 marzo e al 4 dicembre in quello nuovo). I suoi scritti sono da rinfrescare per controbattere la dominante neoiconoclastia delle chiese dissacranti di oggi, costruite su progetti di architetti atei a cui si rivolgono impunemente le committenze ecclesiastiche.
Il monaco Giovanni, chiamato Damasceno dalla sua città natale, Damasco, in Siria, fu l’autore di tre fondamentali Discorsi apologetici contro coloro che calunniavano le sante immagini. Nacque verso il 650 da una famiglia prestigiosa in un Paese conquistato da poco dai musulmani; suo padre, Sergio, ricopriva la carica di sovrintendente dell’amministrazione fiscale, riguardante i sudditi cristiani. Giovanni collaborò in quella mansione e probabilmente succedette al padre, fino a quando gli islamici iniziarono una più pesante politica anticristiana. Entrò allora nel monastero di San Saba, presso Gerusalemme, intorno al 700, dove rimase per circa 50 anni, fino alla morte, dedicandosi alle pratiche monastiche, alla predicazione e alla composizione di molte opere, dedicate a più discipline: filosofia, teologia, apologetica, polemica dottrinale, esegesi biblica, agiografia, encomiastica, omiletica, poesia religiosa. La sua opera più poderosa risulta essere La fonte della conoscenza, facente parte di un corpus di studi con il quale egli si presenta come il primo grande teologo sistematico, non solo del mondo greco-bizantino, ma di tutta la cristianità.
Gli iconoclasti lo vilipesero e lo condannarono anche dopo la sua scomparsa, ma i Padri del II Concilio di Nicea nel 787 lo inclusero ripetutamente fra gli eroici campioni della Fede. La lotta iconoclasta si sviluppò a fasi alterne e sotto alcuni imperatori, a cominciare da Leone III, salito al trono di Costantinopoli nel 717. Furono due donne (nella Chiesa non è mai esistito antagonismo fra uomini e donne, a dispetto del pensiero femminista penetrato nelle maglie teologiche rivoluzionarie, sia protestanti che cattoliche) ad imporre il ritorno al culto delle immagini, prima l’Imperatrice Irene, vedova di Leone IV, reggente per il figlio minorenne, poi l’Imperatrice Teodora, vedova di Teofilo, restauratrice delle immagini sacre proprio nel 787. Venne così ristabilito il culto delle immagini, che fu ufficialmente annunciato nell’843. Per celebrare l’avvenimento fu tenuta la «festa dell’Ortodossia» e da allora la Chiesa greca la ripete ogni anno nella prima domenica di Quaresima per rimarcare con gaudio la vittoria sull’eresia iconoclastica, con la quale si smascherarono i nemici di Cristo e della sua Chiesa.
Anche oggi esiste l’eresia aniconica, che priva la Chiesa della sua peculiare mansione catechetica attraverso le immagini. Chiese vuote, gelide, senz’anima, senza Fede vengono edificate non più per dare gloria a Nostro Signore, ma per glorificare architetti ed artisti che si autocelebrano con le loro opere. La Sainte-Chapelle di Parigi venne innalzata da un collegio di architetti e di artisti anonimi perché, nel Medioevo, non si cercava la propria fama, ma si offriva un servizio a Dio e alla Chiesa per la verità, il bene e la bellezza, alle quali potevano attingere le anime.
Paul Claudel si covertì nel 1886 entrando in Notre-Dame de Paris e ascoltando il Magnificat durante la Santa Messa di Natale. Chi mai oggi potrebbe convertirsi entrando in una chiesa delle archistar Fuksas, Piano, Botta… mentre vengono strimpellati canti dissacranti? Nella Chiesa ecumenica e mondana, infatti, non c’è spazio per le conversioni, ma per gli inchini alle religioni aniconiche: ebraica, islamica, protestante.
San Giovanni Damasceno sentì, ad un cero punto, l’impellente necessità di parlare, di denunciare, di chiarire:
«Se io considerassi la mia indegnità di cui sono profondamente consapevole, io dovrei mantenere sempre il silenzio, rivolgendo costantemente a Dio la confessione dei miei peccati. Ma, mentre ogni cosa è giusta nel proprio tempo [cfr Qo, 3, 1], dall’altra parte io vedo che la Chiesa, costruita da Dio sul fondamento degli apostoli e profeti essendone la pieta angolare Cristo suo Figlio [cfr Ef 2, 20], è sbattuta da una tempesta del mare, ed è turbata e sconvolta dalla pesantissima furia degli spiriti malvagi. È strappata la tunica di Cristo che i figli degli empi osano dividersi [cfr Gv 19, 23] e fra opposte dottrine è lacerato il corpo di lui, cioè il popolo di Dio e la tradizione della Chiesa da antico tempo fiorente. Ho pensato che non fosse giusto tacere e porre un nodo alla mia lingua, temendo appunto la minacciosa sentenza che afferma: Se si tirerà indietro, l’anima mia non si compiacerà di lui e se vedrai venire la spada e non avvertirai il tuo fratello, a te chiederò il suo sangue (Ez 33, 6-8). […] Infatti, io ho dato ascolto a Davide, padre di Dio, che dice: Parlerò dinanzi ai re e non ne arrossirò [Sal 119 (118), 46] e da questo come un pungolo sempre di più sono spinto a parlare» (Difesa delle immagini sacre, Città Nuova Editrice, Roma 1983, pp. 29-30).
Parole redivive per la neoiconoclastia che sempre più mostra, con l’andar del tempo, il suo rugoso, deturpato e perverso volto, un volto annoiato e annoiante, che allontana ogni giorno di più i fedeli dalle chiese e non solo da quelle moderne, interpreti della cosiddetta architettura brutalista, ma anche da quelle antiche e bellissime, dove le barbare clave iconoclaste hanno fatto spazio agli adeguamenti liturgici, sia architettonici, che pittorici, che scultorei, che musicali… perché le rivoluzioni invecchiano e necessitano autorivoluzioni per sopravvivere nella loro tragica evoluzione, a differenza della sempre giovane Tradizione, mantenuta tale grazie ai principi eterni, sempre nuovi, sempre freschi, sempre divinamente attraenti e incantevoli, innestati nelle armonie e nelle sinfonie di volumi e forme e colori e suoni ispirati da Dio a degne maestranze che si pongono al servizio del culto Suo. 

Publié dans:SANTI (mf), TEOLOGIA |on 4 décembre, 2017 |Pas de commentaires »

1 Domenica di Avvento B

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Publié dans:immagini sacre |on 1 décembre, 2017 |Pas de commentaires »

I DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B) (03/12/2017)

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Signore, ritorna in mezzo a noi, c’è urgenza di pace vera

padre Antonio Rungi

I DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B) (03/12/2017)

Con questa prima domenica di Avvento, iniziamo il nuovo anno liturgico e il nuovo itinerario spirituale per l’anno che prende avvio da oggi e si concluderà il prossimo anno, con la solennità di Cristo Re.
Chi bene inizia è a metà dell’opera, ci ricorda la sapienza popolare che, in base all’esperienza, non sbaglia mai o quasi mai.
Noi vogliamo iniziare questo itinerario liturgico, prestando attenzione a quanto il Signore ci dirà, di giorno in giorno, di domenica in domenica tramite la proclamazione della sua parola nella celebrazione della santissima eucaristia.
Non c’è vero cammino di fede e di santità se non accogliendo la parola di vita e di verità che sono i testi sacri. Parimenti non possiamo non progettare questo cammino senza una lode perenne a Dio, mediante la preghiera della Chiesa e della liturgia delle ore, mediante il canto e quanto rende lode a Dio mediante la celebrazione dell’anno liturgico. Alla liturgia e alla preghiera si associa la carità personale ed ecclesiale, che traduce, in pratica, i nostri progetti di bene, che non rimangono così, solo pie intenzioni, ma si trasformano in concrete azioni di bene verso i nostri fratelli.
Questo triplice impegno dell’Avvento è richiamato con precisione dall’Apostolo Paolo nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla sua prima lettera ai Corinzi.
Preghiera, penitenza, rendimento di grazie e carità saranno costantemente davanti a nostri occhi e alle nostre scelte operative per preparare il Natale di Gesù e vivere, a seguire, tutti gli altri momenti significativi della vita di Cristo, della Beata Vergine Maria, dei Santi e delle ricorrenze più importati della vita cristiana.
E già da questa prima domenica di Avvento la strada del cammino che va percorsa fino alla fine. si apre davanti a noi chiara, come ci ricorda il bellissimo testo della prima lettura, tratta dal profeta Isaia che è riconosciuto, per antonomasia, il profeta tempi forti dell’anno liturgico. E con parole accorate il profeta invoca la venuta del Signore: “Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità”. Questa forte richiesta a Dio che scenda in mezzo al suo popolo, Isaia la rapporta a fatti drammatici da un punto di vista spirituale e religioso: “Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli. Siamo divenuti tutti come una cosa impura, e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia; tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento. Nessuno invocava il tuo nome, nessuno si risvegliava per stringersi a te; perché tu avevi nascosto da noi il tuo volto, ci avevi messo in balìa della nostra iniquità”. Il profeta denuncia apertamente lo stato di abbandono morale, spirituale e sociale di Israele. Soffre per questo stato di cose e vorrebbe una risposta immediata dal cielo, con la venuta di Dio sulla terra: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i monti…Tu, Signore, sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore. Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, cosi che non ti tema? Tu vai incontro a quelli che praticano con gioia la giustizia. Ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani. e si ricordano delle tue vie”.
Il profeta confida nell’intervento dall’alto, perché la situazione generale è deteriorata e il raccordo con la vera fede si è spezzato, causando una grave frattura interiore ed esteriore, personale e collettiva, religiosa e politica.
Intervento dall’alto e risposta dal basso, con il coinvolgimento della base di quanti hanno fede in Dio e in Cristo.
Il Vangelo di oggi, tratto dal testo di Marco, è un esplicito invito a vegliare per vivere nell’attesa del Signore, senza starsene con le mani in mano, ma facendosi operosi in tutte le situazioni che possono portare beneficio alla propria vita spirituale: «Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento…quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati”.
Qui il riferimento è alla venuta del secondo e definitivo avvento di Cristo sulla Terra, per giudicare i vivi e i morti, ma è anche un preavviso temporale a valorizzare gli anni che il Signore ci sta concedendo come preparazione immediata alla sua venuta per ciascuno di noi, nell’ora della nostra morte.
La duplice raccomandazione di “fare attenzione”, cioè di non distrarsi in cose che portano lontani da questa sicura venuta, e di “vigilare”, cioè agire con prudenza e serietà, non fa altro che immetterci in quel clima di responsabilità soggettiva di fronte alla vita cristiana che dobbiamo menare nel rispetto dei principi morali che sono la base essenziale del credo che professiamo. E non a caso, Gesù tiene a precisare che questo monito non riguarda solo qualcuno, ma tutti. Infatti ci rammenta il testo di Marco, mettendo le parole sulle labbra di Gesù: “Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!». Qualcuno, tra i cristiani, che si ritiene ormai alle soglie della santità e al gradino più alto della spiritualità, potrebbe abbassare la guardia e ritenersi al sicuro da ogni attacco o possibile errore. Sbaglierebbe se la pensasse così. Nessuno è immune da debolezze e peccati, da cadute e perdita di credibilità nel suo operare, fosse pure chi sta in punto di morte e sta per spirare.
La vigilanza non riguarda una stagione precisa della nostra vita, ma investe tutto il tempo della nostra esistenza. Noi dobbiamo essere vigilanti sempre, ma con saggezza e senza ansia di alcun genere.
La vigilanza non è aver paura di Cristo che sta per venire, ma è autocontrollo sul nostro proprio agire, che deve corrispondere alla nostra scelta di vita e specialmente a quella fondamentale della vita cristiana che abbiamo fatta nel giorno del nostro battesimo.
Le promesse fatte il quel giorno, vanno attuate tutti i giorni.
Credere al bene e farlo sempre e rinunciare al male in ogni momento. Questa è la strada maestra che porta al cielo e che ci fa attendere Gesù che viene nel modo migliore per chi ha fede e crede davvero.
Sia questa la nostra preghiera all’inizio dell’Avvento e per tutto il tempo che ci resta davanti a noi per accogliere Gesù Cristo che viene e si incarna per amore:
Ti aspettiamo, Gesù,
con la stessa ansia spirituale
degli antichi profeti,
che avevano annunciato, ripetutamente,
il tuo imminente primo avvento,
e che con i loro insegnamenti
avevano dissodato il terreno
per la tua discesa sulla terra.
Ti attendiamo, o Gesù,
con lo stesso spirito di Maria e Giuseppe,
tuoi stretti collaboratori
nel piano della redenzione.
Ti accogliamo, o Gesù,
con la stessa semplicità e laboriosità
dei pastori di Betlemme,
intenti a pascolare i loro greggi,
ma aperti ad accogliere
il tuo umile e silenzioso
ingresso nella storia e nel tempo.
Ti annunciamo, O Gesù,
con lo stesso coraggio
di Giovanni Battista, tuo precursore,
nella venuta del Regno di Dio in mezzo a noi,
invitando tutti alla conversione
e alla purificazione del loro cuore.
Vieni, Gesù,
Figlio di Dio e di Maria Santissima,
in questo nuovo Avvento liturgico,
tempo di attesa, speranza
e rinnovamento spirituale per tutti,
capace di cambiare il volto
di questa umanità,
per renderla giardino di pace
e di fraternità universale.
Vieni Signore, non tardare!
Noi di certo ti aspettiamo,
nell’attesa di glorificarti in eterno,
dove Tu sei il Dio per sempre,
tra tutti gli eletti. Amen.

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