Archive pour décembre, 2017

Gesù si rivolge al Padre prima della Passione

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Publié dans:immagini sacre |on 12 décembre, 2017 |Pas de commentaires »

CUORE DI CARNE – GIANFRANCO RAVASI

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CUORE DI CARNE – GIANFRANCO RAVASI

Il termine che noi traduciamo con « cuore » è uno dei più usati nella Bibbia. Ma esso ha un significato molto più denso di quello che gli hanno attribuito il devozionalismo misticheggiante o quella sorta di sentimentalismo laico da « posta del cuore ».
La solennità del Cuore di Cristo, che si celebra il 27 Giugno, è una devozione che fu divulgata soprattutto in seguito alle rivelazioni avute tra il 1673 e il 1689 da una mistica francese dell’ Ordine della Visitazione (fondato da san Francesco di Sales), santa Margherita Maria Alacoque, nata nel 1647 e morta nel 1690 nel monastero di Paray-le-Monial (Saona e Loira).
Il cuore di Gesù è certamente un tema ormai classico della fede e della devozione cristiana e, in particolare, cattolica, ma esso affonda le sue radici nelle pagine bibliche che meritano di essere sfogliate al riguardo, proprio per togliere quella patina di pietismo popolare e di sacralismo liquoroso che sembra essergli attaccato dopo qualche secolo di devozionalismo.
Se ci affidiamo alla statistica lessicale, dobbiamo riconoscere che l’ebraico (e aramaico) leb e il suo equivalente lebab risuonano attorno alle 860 volte nell’Antico Testamento, attestandosi allo stesso livello di occorrenze della parola ‘ajin, « occhio », poco dopo il cinquantesimo posto nella lista dei termini più usati dalle Scritture sacre ebraiche.
Col termine kardíá del greco neotestamentario si giungerebbe a un migliaio di presenze testuali.
Un vocabolo significativo, quindi, e curiosamente applicato soprattutto all’ uomo: nell’ Antico Testamento solo 26 volte si parla antropomorficamente del cuore di Dio e nel Nuovo Testamento una sola volta in modo esplicito si presenta quel cuore di Cristo che poi avrebbe avuto così tanto rilievo nella pietà ecclesiale.
Ma la sorpresa è da cercare in particolare al livello dei significati. Basta, infatti, prendere tra le mani un qualsiasi dizionario biblico per trovare definizioni di questo genere: «Per noi occidentali, il termine « cuore » evoca soprattutto la vita affettiva. Un cuore può essere innamorato, ma anche sensibile, generoso, caritatevole o coraggioso. Un uomo può avere un cuore d’oro o un cuore di pietra, può essere senza cuore o avere il cuore in mano. Per la Bibbia invece, il cuore è una realtà più ampia, che include tutte le forme della vita intellettiva, tutto il mondo degli affetti e delle emozioni, nonché la sfera dell’ inconscio in cui affondano le radici tutte le attività dello spirito» (così M.Cocagnac in « I simboli biblici », Dehoniane, 1994).
Siamo, perciò, ben lontani dall’accezione a cui ci hanno abituati, da un lato, il sentimentalismo laico (la « posta del cuore ») e, d’altro lato, il devozionalismo misticheggiante.
Vorremmo ora, sia pure in modo molto semplificato, illustrare i significati vari del « cuore » biblico che, pur nella sua dominante simbolica, non perde il suo ancoraggio fisiologico.
Non manca, infatti, la descrizione di un infarto (o arresto cardiaco o emorragia cerebrale o apoplessia): «Il cuore gli si tramortì nel petto e diventò come pietra», si dice di un avversario di Davide, Nabal, che dieci giorni dopo muore (1Samuele 25, 37-38).
Il profeta Geremia per la sua sofferenza interiore sente scoppiare le pareti del cuore » (4, 19).
Anzi, in eraico si conia un verbo onomatopeico per descrivere il battito cardiaco, secharchar.
Ma il cuore è soprattutto un segno di interiorità.
Così il libro dei Proverbi è lapidario: «Il cuore intelligente cerca la conoscenza» (15, 14) e «il cuore saggio rende prudenti le labbra» (16, 23). Per questo il salmista prega Dio così: «Insegnaci a contare i nostri giorni e conquisteremo un cuore sapiente » (90, 12).
Curiosa è la locuzione «pensare in cuor suo/ loro», che sta semplicemente per un «pensarci», oppure «parlare al cuore» o «dire in cuor proprio», da intendere come il nostro «riflettere». «Rubare il cuore» di un altro significa «fargli perdere la testa, ingannarlo», Come la «mancanza di cuore» non è la crudeltà ma la stupidità.
Salomone, alla vigilia della sua intronizzazione, chiede a Dio «un cuore docile perché sappia rendere giustizia al popolo e sappia distinguere il bene dal male»; «al Signore piacque», commenta l’autore sacro, « che Salomone avesse domandato la saggezza nel governare» (1Re 3, 9-10).
Si ricordi, comunque, che l’intelligenza biblica non è mai mera attività intellettuale ma sapienza ed esperienza, conoscenza e moralità.
E’ facile, allora, comprendere come il cuore divenga anche la sede della volontà, delle decisioni e dell’etica.
Ancora una volta lapidario è il libro dei Proverbi: «Il cuore dell’uomo determina la sua vita» (16, 9). L’augurio che il salmista rivolge al re ebraico è questo: «Ti conceda (il Signore) quanto anela il tuo cuore e faccia riuscire ogni tuo progetto! »(20, 5).
In negativo c’è «il cuore che trama progetti perversi »(Proverbi 6, 18). E’ in questa luce che nasce la curiosa e frequente immagine del cuore «ingrossato/ ingrassato o indurito» che è la rappresentazione dell’ ostinazione e della pertinacia nel male. E’ quindi necessario «circoncidere il cuore» e non solo il prepuzio (Deuteronomio 10, 16) perché è dal cuore – come notava Gesù – che «escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, suicidi, adulteri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza» (Marco 7, 21-22).
Al contrario, l’appello a decidere e a scegliere il bene è formulato così: «Tutto ciò che è nel tuo cuore va’ e mettilo in opera!» (2Samuele 7, 3). Il «cuore puro», invocato dal salmista (51, 12), è la volontà ferma che opta per la giustizia. E la scelta di vita esemplare in sede religiosa e morale è formulata dal famoso Shema’, il passo biblico usato quasi come emblema di fede dal giudaismo, in questi termini: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore e con tutta la tua anima e con tutte le tue forze» (Deuteronomio 6, 5), frase cara anche a Gesù che la varierà introducendo – forse su influsso greco dei redattori evangelici – anche la « mente »: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente» (Matteo 22, 37).
Il cuore è, dunque, espressione anche della cosciente determinazione e dedizione della volontà, ed è grazia divina avere un cuore aperto al bene e non « impietrito » nella decisione perversa. Suggestive le parole divine proclamate dal profeta Ezechiele: «Io darò loro un altro cuore … : toglierò dal loro petto il cuore di pietra e darò loro un cuore di carne» (11, 19).
Avere una religione del cuore allora, non significa entrare in una spiritualità sentimentale ed effervescente quanto piuttosto pensare, decidere e operare secondo verità e giustizia.
Questo, però, non esclude che il cuore biblico celi al suo interno anche la dimensione affettiva e passionale.
Stupenda è l’immagine di Isaia: «Il cuore freme come fremono gli alberi del bosco, agitati dal vento» (7, 2). Il cuore diventa molle e si scioglie come cera per la paura (Salmo 22, 15) o si dissolve in acqua per il terrore (Giosuè 7, 5). E’ roso dall’ invidia per il successo dei peccatori, osserva il libro dei Proverbi (23, 17) che ammira «il cuore calmo, vita di tutto il corpo, mentre quello agitato è tarlo per le ossa» (14,30), e che esalta «il cuore allegro che rischiara il volto», «il cuore contento che fa bene al corpo», mentre depreca «il cuore triste che indica uno spirito depresso» (15, 13; 17, 22).
L’innamoramento è così cantato dall’ amato del Cantico dei cantici: «Tu mi hai rapito il cuore, sorella mia, sposa, tu mi hai rapito il cuore con un solo tuo sguardo!» (41 9), mentre il giorno delle nozze diventa nel linguaggio semitico «il giorno della gioia del cuore».
Una gioia che è indotta più prosaicamente pure dal vino «che rallegra il cuore dell’ uomo» (Salmo 104, 15), anche se è in agguato il rischio dell’ offuscamento mentale: « Non guardare il vino quando rosseggia e scintilla nella coppa…. finirà col morderti come un serpente… e il tuo cuore dirà cose sconnesse » (Proverbi 23, 31-33).
In questa linea « passionale » il cuore si trasforma in simbolo del desiderio e della bramosia: « Non nutrire nel tuo cuore bramosia per la bellezza » della moglie del tuo vicino, ammonisce il sapiente (Proverbi 6, 2 5), pronto ad aggiungere anche una raffinata notazione di psicologia: « Un’ attesa troppo lunga fa male al cuore, mentre il desiderio soddisfatto è un albero di vita » (13, 12).
Vorremmo concludere questo nostro essenziale itinerario nel piccolo mondo del cuore, secondo la Bibbia, con un profilo più strettamente  » teologico ».
Sì, per la Bibbia anche Dio ha un cuore che, più o meno, ricalca al positivo le esperienze del cuore umano: « Il volere del Signore rimane in eterno, i pensieri del suo cuore di età in età » (Salmo 33, 11). Anche il cuore di Dio, perciò, pensa e vuole come fa quello della sua creatura. Anzi, prova gli stessi sentimenti e passioni, secondo quanto è attestato in quello stupendo soliloquio in cui Dio appare come padre pieno d’amore per il Figlio, soliloquio riferito dal profeta Osea: «Come potrei abbandonarti Israele …? Il mio cuore si commuove dentro di me, tutte le mie viscere fremono di passione … » (11, 8). E’ per questo che il Signore dichiara a Salomone: « I miei occhi e il mio cuore saranno lì di continuo» nel tempio di Sion, in mezzo all’ umanità (1 Re 9, 3).
Cristo entra in scena con questi sentimenti di amore e vicinanza nei confronti di chi lo cerca e di tutti coloro che lo circondano.
Ma è solo una volta che si fa esplicitamente menzione del suo cuore (anche nel celebre episodio del costato trafitto dalla lancia del soldato, l’evangelista Giovanni non usa il termine « cuore »).
E’ in un mirabile appello riferito solo da Matteo: « Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo, infatti, è dolce e il mio carico leggero» (11,28-30). Dio – si dice negli Atti degli Apostoli (1, 24 e 15, 8) – è kardiognóstes, cioè « conoscitore dei cuori », delle coscienze, dell’ intimo più segreto dell’ uomo. Cristo, invece, svela il suo stesso intimo all’umanità e lo rivela segnato dalla mitezza e umiltà, cioè dalla bontà e dalla tenerezza, dalla comprensione e dalla condivisione.

Gianfranco Ravasi (biblista e teologo)
Articolo tratto dal mensile Jesus

 

Publié dans:c.CARDINALI, Card. Gianfranco Ravasi |on 12 décembre, 2017 |Pas de commentaires »

La Madonna di Guadalupe

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Publié dans:immagini sacre |on 11 décembre, 2017 |Pas de commentaires »

12 DICEMBRE: BEATA VERGINE DI GUADALUPE – PROTETTRICE DEL MESSICO (mf)

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12 DICEMBRE: BEATA VERGINE DI GUADALUPE – PROTETTRICE DEL MESSICO

L’apparizione, il 9 dicembre 1531, della “Morenita” all’indio Juan Diego, a Guadalupe, in Messico, è un evento che ha lasciato un solco profondo nella religiosità e nella cultura messicana. L’evento guadalupano fu un caso di “inculturazione” miracolosa: meditare su questo evento significa oggi porsi alla scuola di Maria, maestra di umanità e di fede, annunciatrice e serva della Parola, che deve risplendere in tutto il suo fulgore, come l’immagine misteriosa sulla tilma del veggente messicano, che la Chiesa ha di recente proclamato santo.
Che cosa era accaduto in quel lontano secolo XVI in Messico? La mattina del 9 dicembre 1531, mentre sta attraversando la collina del Tepeyac per raggiungere la città, un indio di nome Juan Diego e’ attratto da un canto armonioso di uccelli e dalla visione dolcissima di una Donna che lo chiama per nome con tenerezza. La Signora gli dice di essere “la Perfetta Sempre Vergine Maria, la Madre del verissimo ed unico Dio” e gli ordina di recarsi dal vescovo a riferirgli che desidera le si eriga un tempio ai piedi del colle. Juan Diego corre subito dal vescovo, ma non viene creduto.
Tornando a casa la sera, incontra nuovamente sul Tepeyac la Vergine Maria, a cui riferisce il suo insuccesso e chiede di essere esonerato dal compito affidatogli, dichiarandosene indegno. La Vergine gli ordina di tornare il giorno seguente dal vescovo, che, dopo avergli rivolto molte domande sul luogo e sulle circostanze dell’apparizione, gli chiede un segno. La Vergine promette di darglielo l’indomani. Ma il giorno seguente Juan Diego non può tornare: un suo zio, Juan Bernardino, è gravemente ammalato e lui viene inviato di buon mattino a Tlatelolco a cercare un sacerdote che confessi il moribondo; giunto in vista del Tepeyac decide perciò di cambiare strada per evitare l’incontro con la Signora. Ma la Signora è là, davanti a lui, e gli domanda il perchè di tanta fretta. Juan Diego si prostra ai suoi piedi e le chiede perdono per non poter compiere l’incarico affidatogli presso il vescovo, a causa della malattia mortale dello zio. La Signora lo rassicura, suo zio è già guarito, e lo invita a salire sulla sommità del colle per cogliervi i fiori. Juan Diego sale e con grande meraviglia trova sulla cima del colle dei bellissimi “fiori di Castiglia”: è il 12 dicembre, il solstizio d’inverno secondo il calendario giuliano allora vigente, e ne’ la stagione ne’ il luogo, una desolata pietraia, sono adatti alla crescita di fiori del genere.
Juan Diego ne raccoglie un mazzo che porta alla Vergine, la quale però gli ordina di presentarli al vescovo come prova della verità delle apparizioni. Juan Diego ubbidisce e giunto al cospetto del presule, apre il suo mantello e all’istante sulla tilma si imprime e rende manifesta alla vista di tutti l’immagine della S. Vergine. Di fronte a tale prodigio, il vescovo cade in ginocchio, e con lui tutti i presenti. La mattina dopo Juan Diego accompagna il presule al Tepeyac per indicargli il luogo in cui la Madonna ha chiesto le sia innalzato un tempio. Nel frattempo l’immagine, collocata nella cattedrale, diventa presto oggetto di una devozione popolare che si è conservata ininterrotta fino ai nostri giorni. La Dolce Signora che si manifestò sul Tepeyac non vi apparve come una straniera. Ella infatti si presenta come una meticcia o morenita, indossa una tunica con dei fiocchi neri all’altezza del ventre, che nella cultura india denotavano le donne incinte. E’ una Madonna dal volto nobile, di colore bruno, mani giunte, vestito roseo, bordato di fiori. Un manto azzurro mare, trapuntato di stelle dorate, copre il suo capo e le scende fino ai piedi, che poggiano sulla luna. Alle sue spalle il sole risplende sul fondo con i suoi cento raggi. L’attenzione si concentra tutta sulla straordinaria e bellissima icona guadalupana, rimasta inspiegabilmente intatta nonostante il trascorrere dei secoli: questa immagine, che non è una pittura, ne’ un disegno, ne’ è fatta da mani umane, suscita la devozione dei fedeli di ogni parte del mondo e pone non pochi interrogativi alla scienza, un po’ come succede ormai da anni col mistero della Sacra Sindone.
Nel 1936, il premio Nobel per la Chimica ha la possibilità di analizzare due fili, uno rosso e uno giallo, provenienti da frammenti della tilma di Juan Diego. I risultati delle analisi, condotte con le tecniche più sofisticate allora disponibili, sono incredibili: sulle fibre non vi è traccia di coloranti, né vegetali, né animali, né minerali.
Di tutte le cose incredibili che si possono dire sull’immagine miracolosamente impressa sulla tilma di Juan Diego, certamente la più sconvolgente è quella relativa agli occhi della Madonna. Una commissione di scienziati, applicando al dipinto il metodo di ingrandimento usato dalla Nasa, ha scoperto impresse nelle Sue pupille delle microscopiche immagini di persone, come se si trattasse di una fotografia: Juan Diego, il vescovo e altri ignoti personaggi che si trovavano stupefatti e in preghiera. Esattamente cio’ che vedevano in quel momento gli occhi della Madonna del dipinto durante il miracolo nella stanza del vescovo il 12 dicembre 1531. La presenza di queste immagini negli occhi è, innanzi tutto, la conferma definitiva dell’origine prodigiosa dell’icona guadalupana: è materialmente impossibile dipingere tutte queste figure in cerchietti di circa 8 millimetri di diametro, quali sono le iridi della Madonna di Guadalupe, e per di più nell’assoluto rispetto di leggi ottiche totalmente ignote nel secolo XVI.
Un altro studio scientifico che ha dato risultati molto interessanti è quello relativo alla disposizione delle stelle sul manto della Vergine, disposizione che sembra tutt’altro che casuale. Don Mario Rojas Sánchez ha identificato sulla tunica una “mappa” dei principali vulcani del Messico; quanto alle stelle, lo stesso sacerdote ha potuto accertare, grazie alla collaborazione di alcuni astronomi e dell’osservatorio Laplace di Città di Messico, che esse corrispondono alle costellazioni presenti sopra Città di Messico al solstizio d’inverno del 1531 – solstizio che, dato il calendario giuliano allora vigente, cadeva il 12 dicembre – viste però non secondo la normale prospettiva “geocentrica”, ma secondo una prospettiva “cosmocentrica”, ossia come le vedrebbe un osservatore posto “al di sopra della volta celeste”.
Nostra Signora di Guadalupe, che appare a Juan Diego in piedi, vestita di sole, non solo gli annuncia che è nostra madre spirituale, ma lo invita – come invita ciascuno di noi – ad aprire il proprio cuore all’opera di Cristo che ci ama e ci salva.

Preghiera alla Madonna di Guadalupe
Vergine Immacolata di Guadalupe, Madre di Gesù e Madre nostra, vincitrice del peccato e nemica del Demonio, Tu ti manifestasti sul colle Tepeyac in Messico all’umile e generoso contadino Giandiego.Sul suo mantello impri­mesti la Tua dolce Immagine come segno della Tua presenza in mezzo al popolo e come garanzia che avresti ascoltato le sue preghiere e addolcito le sue sofferenze.Maria, Madre amabilissima, noi oggi ci offriamo a te e con­sacriamoper sempre al tuo Cuore Immacolato tutto quanto ci resta di questa vita, il nostro corpo con le sue miserie, la nostra anima con le sue debolezze, il nostro cuore con i suoi affanni e desidèri, le preghiere, le sofferenze, l’agonia.
O Madre dolcissima, ricòrdati sempre dei tuoi figli.
Se noi, vinti dallo sconforto e dalla tristezza, dal turbamento e dall’angoscia, dovessimo qualche volta dimenticarci di te, allora, Madre pietosa, per l’amore che porti a Gesù, ti chiediamo di proteggerci come figli tuoi e di non abbandonarci fino a quando non saremo giunti al porto sicuro, per gioire con Te, con tutti i Santi, nella visione beatifica del Padre. Amen.

Salve Regina

Publié dans:FESTE DI MARIA |on 11 décembre, 2017 |Pas de commentaires »

San Giovanni Battista

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Publié dans:immagini sacre |on 8 décembre, 2017 |Pas de commentaires »

II DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B) (07/12/2014

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Il deserto e il « quadrinomio »

padre Gian Franco Scarpitta

II DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B) (07/12/2014

Figura molto significativa quella di Giovanni il Battezzatore, che mentre procede nel deserto geografico che separa la Palestina da Babilonia, invita tutti ad abbandonare il proprio deserto di immondezza peccaminosa e di perversione ostinata al male. L’aspetto di Giovanni è quello di un penitente irsuto e sciatto nel vestire, la cui sopravvivenza neurovegetativa è garantita da cibi precari come locuste e miele selvatico. Potremmo paragonarlo a uno degli anacoreti delle origini della vita eremitica in Egitto, i cosiddetti Padri del deserto. Il suo messaggio e le sue esortazioni richiamano quelli dell’Antico Testamento, in modo particolare i profeti della novità di una « strada nuova che attraversa il deserto » (Is 43, 19), rendendo questo luogo solitario e desolato un territorio percorribile. Il deserto è il luogo dell’assoluta mancanza e anche nell’accezione latina (de – serere) indica il vuoto, lo svuotamento, ciò che è stato tolto. Come si diceva, nell’ottica di Giovanni non ha solamente un significato topografico, ma si configura come la perdizione personale dell’uomo in conseguenza del suo peccato, lo stato di inopia spirituale e di aridità, la lontananza dell’uomo da se stesso per il rifiuto di Dio. Sulla scia del profeta Isaia, Giovanni ci si presenta come la « voce » di Colui che invita gli uomini a preparare la strada del Signore in una situazione di « deserto », cioè di peccato: « Raddrizzate i vostri sentieri ». Il che significa predisporre se stessi alla novità del Verbo che entra a far parte di questa condizione di bruttura morale per poterla radicalmente capovolgere. Preparare la via del Signore significa infatti optare per la conversione decisa, per il mutamento interiore e il rinnovamento radicale di se stessi in direzione di nuovi costumi e di nuove mentalità. Occorre insomma convertirsi, convincersi della vacuità a cui il peccato ci ha sempre condotti, della miseria e dell’inconsapevole insoddisfazione che apporta la via del male e dell’ingiustizia, convincersi dell’amore di Dio e della sua salvezza. Convertirsi vuol dire di conseguenza conformare la propria condotta secondo Dio, fermi nella deliberazione piena di dover fare esclusivamente la Sua volontà. Questo è il messaggio del Battista che ricalca le parole del profeta Isaia: nella solitudine e nello smarrimento, convertitevi e cambiate forma mentis e convinzioni personali, aprite il cuore a Dio. Se farete questo, Dio potrà avere il dovuto spazio in voi e « ogni uomo vedrà la salvezza di Dio ». L’episodio, che presenta un Battista quasi coetaneo di Gesù (secondo la cronologia) è meglio pertinente in tempo di Quaresima, visto che esalta appunto la necessità della conversione per il conseguimento della gloria pasquale cristiana, ma anche il presente tempo di predisposizione al Natale (l’Avvento) ci invita al mutamento radicale di noi stessi perché la bellezza e il fascino del Dio Bambino non possono che richiedere conversione e radicalità da parte nostra. Preparare la strada del Signore e spianare il suo ingresso nella nostra vita è un’allegoria per cui siamo chiamati a predisporre il Natale mentre percorriamo gli spazi e i tempi dell’Avvento: Colui che viene è Colui verso il quale si va incontro.
Nella sua attività di predicazione, Giovanni amministra un Battesimo, che è solamente un rito esteriore di infusione di acqua su quanti, pentiti, confessano i propri peccati per ottenere il perdono di Dio. Il bagno in acqua ipotizza il pentimento sincero ma impegna l’adepto a cambiare vita e a farla finita con il peccato, senza comportare automaticamente l’estinzione di esso. Il Battesimo amministrato da Gesù avverrà non soltanto in acqua ma soprattutto in Spirito Santo e sarà esso stesso a lavare ciò che è sordido nell’uomo, mondando interamente il soggetto dalla putredine del peccato. Il battesimo di Giovanni prepara e annuncia quello del Signore Gesù Cristo e attesta alla necessità di conversione e di ravvedimento. Ma soprattutto, costituisce un invito alla trasformazione e al ravvedimento di noi stessi in vista della novità del Dono che in Cristo Dio farà di se stesso.
Ammettere le proprie colpe responsabilizzandosi davanti a Dio è davanti agli uomini è l’inizio del processo di conversione; esso però non ha luogo se non in conseguenza di una virtù preventiva che si rende capaci di dissolvere davvero noi stessi in Dio: l’umiltà e la mansuetudine. Esse allontanano presunzione e orgoglio, scongiurano il pericolo di nefaste autoesaltazioni e inani attitudini alla superbia e per ciò stesso conducono a che il concetto di noi stessi non sia talmente esagerato da metterci al centro dell’attenzione. Senza l’umiltà non vi è conversione, senza conversione non avrà mai luogo la fede e la salvezza sarà una meta irraggiungibile.
Umiltà – Conversione – Fede – Salvezza. E’ questo il quadrinomio che leggiamo nell’invito che ci viene rivolto dal Battista, che mentre ci addita il Signore di cui egli è il Precursore ci dischiude anche un irrinunciabile itinerario in direzione di noi stessi e degli altri. Che cosa ci consegue infatti questo quadrinomio se non la pace interiore e la serenità di spirito, la costanza e la fiducia nella prova e nelle avversità? Che cosa comporta se non la gioia che sperimenteremo nel dare anziché ne ricevere (At 20, 21), il coraggio e la forza per trovare in Dio la felicità che invano cerchiamo in noi stessi e nelle nostre presunte prerogative. Cogliamo allora l’Avvento come una ricca opportunità che verte a vantaggio di noi stessi, purché ci decidiamo a uscire dal deserto che caratterizza da sempre la nostra vita.

Immacolata Concezione di Maria

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Publié dans:immagini sacre |on 7 décembre, 2017 |Pas de commentaires »
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