Archive pour décembre, 2017

“SE UNO È IN CRISTO, EGLI È UNA CREATURA NUOVA” (PAVEL EVDOKIMOV)

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“SE UNO È IN CRISTO, EGLI È UNA CREATURA NUOVA” (PAVEL EVDOKIMOV)

SPIRITUALITA ORTODOSSA

“Al principio”, nel tempo della prova decisiva per l’uomo, il fallimento clamoroso della sua opzione l’ha fatto cadere al di sotto del suo essere e l’ha immerso nella vita dei sensi e della materia; l’uomo è divenuto carnalmente e sensualmente ottenebrato. L’economia della salvezza lo innalza al di sopra del suo essere, fino al piano della nuova creatura. La dialettica di san Paolo ha qui il suo punto di partenza: “Quantunque l’uomo esterno si disfaccia, pure l’uomo interno si rinnova di giorno in giorno” (2Cor 4,16). “Avete svestito l’uomo vecchio coi suoi atti e rivestito il nuovo” (Col 3,9).
La vita spirituale si orienta da allora precisamente verso questa metamorfosi: “rivestire l’uomo nuovo”. Il “nuovo” di quest’uomo è nel fatto che egli non è più solo; più profondamente e al centro della sua trasformazione è l’ “uomo rivestito di Cristo”, “l’essere cristificato”.
I Padri prendono in un certo senso alla lettera il fatto di rivestire il Cristo e vedono in questo la proiezione, o più esattamente il prolungamento nell’uomo dell’incarnazione del Verbo, perpetuata anzitutto nel mistero eucaristico. Essi insegnano perciò non a “imitare” ma a “interiorizzare” il Cristo. Questa interiorizzazione non è una pura metafora, che forzerebbe i termini, ma ha radici profonde in Dio stesso. Se l’incarnazione riflette una certa antropomorfia di Dio (una misteriosa conformità originale la condiziona), essa rivela soprattutto e sicuramente la teomorfia dell’uomo. Da un punto di vista biblico l’incarnazione perfeziona la nostra natura fatta a immagine di Dio e rivela la struttura manifestamente cristologica della vita spirituale.
L’uomo percorre così una distanza vertiginosa all’interno del suo essere. San Paolo cita un inno della Chiesa primitiva che ha una carica dinamica esplosiva: “Risvegliati, o tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo t’inonderà di luce”. Una variante ne rafforza ancora il senso: “e toccherai il Cristo” (Ef 5,14). Questo passaggio dallo stato di morte allo stato di vita, dall’inferno al Regno, è esattamente l’itinerario della vita spirituale.
Lo spiritualismo moralizzante riduce la salvezza al perdono della disubbidienza. L’ontologia biblica, vigorosa ed esigente, conduce la catarsi (purificazione) morale verso la catarsi ontologica, e questo significa il mutamento dell’intero essere umano, anima, corpo e spirito. E’ anche l’affermazione più forte dell’esegesi patristica che sottolinea l’appello dell’evangelo alla metanoia: “Ravvedetevi perché il Regno dei cieli è vicino” (Mt 3,2).; sarebbe più esatto dire “trasformatevi”, perché si tratta di un pentirsi nel senso più forte, di un mutamento completo della mentalità e di tutto l’essere umano.
L’incontro con Dio non potrebbe aver luogo nello stato della natura decaduta; esso presuppone la restaurazione preliminare della natura nel sacramento del battesimo. Il battesimo è difatti, secondo i Padri, una vera e propria nuova creazione dell’essere redento. Il pentimento – la metanoia – nel suo senso più forte dev’essere portato fino alle radici di tutte le facoltà mentali, volitive ed affettive, fino al centro dell’essere intero: corpo e spirito. Nella sua famosa dottrina sulla ricapitolazione di tutta la natura in Cristo, sant’Ireneo segue da vicino san Paolo. Il quarto evangelo lo sottolinea quando parla della “seconda nascita”; i due termini, metanoia e nascita, esprimono in modo molto chiaro questa profonda modificazione dell’essere umano e indicano la sua entrata nel mondo dello Spirito, i cui principi sono opposti ai principi di questo mondo. Tra l’essere battezzato e il non battezzato si apre un abisso, la distanza infinita delle due nature. Per sottolineare il carattere dell’assolutamente nuovo, i Padri si servono di preferenza del miracolo delle nozze di Cana, del mutamento dell’acqua in vino. Il simbolismo di questa immagine fa convergere il battesimo nell’eucarestia; in realtà l’acqua battesimale ha il valore del sangue di Cristo, insegna Nicola Cabasilas, “essa distrugge una vita e ne riproduce un’altra: … noi lasciamo la tunica di pelle per rivestire un mantello regale”.
Si comprende ora fino a qual punto la vita spirituale operi una rottura completa. Non è la stessa vita alla quale si aggiungano uffici, letture e atteggiamenti pii, ma è essenzialmente una rottura, un combattimento, una violenza che prende d’assalto i cieli e s’impadronisce del Regno. Sulla soglia di questa vita risuona la parola di san Paolo: “Ecco, ogni cosa è nuova” (2Cor 5,17).
L’evangelo ricorda il potere tremendo del principe di questo mondo; san Paolo, chiamandolo “dio di questo mondo” (2Cor 4,4), sottolinea la condizione di alienazione dell’uomo a causa delle potenze demoniache, ed è questo potere di Satana che esige la rottura radicale. Ce lo mostra il simbolismo del sacramento del battesimo: l’immersione totale significa la morte vera e totale al passato colpevole, l’emersione, la vittoria definitiva, la risurrezione alla nuova vita. Tuttavia, la “promessa” del battesimo, la “grande professione battesimale”, di fede nella Trinità, presuppone un’operazione di purificazione e un atto personale dello spirito umano. La Chiesa prende molto sul serio il potere del male e la sua ira omicida; per questo i riti antichi pongono prima del battesimo – lavacrum – il rito dell’esorcismo e della solenne rinuncia al maligno.
Il sacerdote ripete l’atto divino, soffia sul volto del “morto” il soffio di vita, analogo al soffio di vita al momento della creazione dell’uomo. Di fronte all’Occidente, regno del principe di questo mondo, dove la luce del giorno scompare, il neofita rinunzia al passato, posto sotto la potenza del nemico. Egli mima simbolicamente la lotta che dovrà sostenere per tutto il corso della sua vita spirituale; volgendosi verso Oriente, dove il giorno appare, confessa la sua fede e riceve la grazia.
Questo rituale contiene in germe l’essenziale della nuova esistenza. Negativamente, è la lotta incessante; positivamente, è la metamorfosi chiesa nella preghiera finale del battesimo, dagli accenti così paolini: “O Dio, spoglialo del vecchio uomo, rinnovalo e colmano con la potenza del Tuo Spirito Santo, nell’unione con Cristo”.
E’ l’intenso sommario della vita spirituale, il so progresso non ha mai fine: “Chi mette la mano all’altro e poi riguarda indietro non è adatto al regno di Dio” (Lc 9,62). Ogni arresto è un regresso. Il carattere totalitario della consacrazione del battezzato è confermato e sottolineato dal rito della tonsura e lo pone nell’estrema tensione di ogni istante, nell’aspirazione a ciò che è ultimo, impossibile. Il rito della tonsura, parte organica del sacramento della confermazione nella Chiesa orientale è identico a quello dell’ingresso nell’ordine monastico. La preghiera del rito dice: “Benedici il tuo servitore che è venuto a offrirti come primizia la tonsura dei capelli del suo capo!”. Il senso simbolico è chiaro, è l’offerta totale della sua vita. Passando per la tonsura, il laico si ritrova monaco del “monachesimo interiore”, sottomesso alle esigenze assolute dell’evangelo. La fedeltà del neofita resisterà alla prova del tempo e all’assalto delle tentazioni, perché il Cristo combatterà in lui, con lui.

Pavel Evdokimov

Publié dans:CHIESA ORTODOSSA, MEDITAZIONI PER NATALE |on 19 décembre, 2017 |Pas de commentaires »

Natività

pens e paolo Copia

Publié dans:immagini sacre |on 18 décembre, 2017 |Pas de commentaires »

«DIO, COME BAMBINO, MENDICA, PER COSÌ DIRE, IL NOSTRO AMORE» PAPA BENEDETTO (2010)

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«DIO, COME BAMBINO, MENDICA, PER COSÌ DIRE, IL NOSTRO AMORE» PAPA BENEDETTO (2010)

Solennità del natale del Signore Messa di mezzanotte, Omelia di Benedetto XVI, Basilica Vaticana , 25 dicembre 2010

Cari fratelli e sorelle!
«Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato» – con questa parola del Salmo secondo, la Chiesa inizia la liturgia della Notte Santa. Essa sa che questa parola originariamente apparteneva al rituale dell’incoronazione dei re d’Israele. Il re, che di per sé è un essere umano come gli altri uomini, diventa “figlio di Dio” mediante la chiamata e l’insediamento nel suo ufficio: è una specie di adozione da parte di Dio, un atto di decisione, mediante il quale Egli dona a quell’uomo una nuova esistenza, lo attrae nel suo proprio essere. In modo ancora più chiaro la lettura tratta dal profeta Isaia, che abbiamo appena ascoltato, presenta lo stesso processo in una situazione di travaglio e di minaccia per Israele: «Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il potere» (9, 5). L’insediamento nell’ufficio del re è come una nuova nascita. Proprio come nuovo nato dalla decisione personale di Dio, come bambino proveniente da Dio, il re costituisce una speranza. Sulle sue spalle poggia il futuro. Egli è il detentore della promessa di pace. Nella notte di Betlemme, questa parola profetica è diventata realtà in un modo che al tempo di Isaia sarebbe stato ancora inimmaginabile. Sì, ora è veramente un bambino Colui sulle cui spalle è il potere. In Lui appare la nuova regalità che Dio istituisce nel mondo. Questo bambino è veramente nato da Dio. È la Parola eterna di Dio, che unisce l’una all’altra umanità e divinità. Per questo bambino valgono i titoli di dignità che il cantico d’incoronazione di Isaia gli attribuisce: Consigliere mirabile – Dio potente – Padre per sempre – Principe della pace (9, 5). Sì, questo re non ha bisogno di consiglieri appartenenti ai sapienti del mondo. Egli porta in sé stesso la sapienza e il consiglio di Dio. Proprio nella debolezza dell’essere bambino Egli è il Dio forte e ci mostra così, di fronte ai poteri millantatori del mondo, la fortezza propria di Dio.
Le parole del rituale dell’incoronazione in Israele, in verità, erano sempre soltanto rituali di speranza, che prevedevano da lontano un futuro che sarebbe stato donato da Dio. Nessuno dei re salutati in questo modo corrispondeva alla sublimità di tali parole. In loro, tutte le parole sulla figliolanza di Dio, sull’insediamento nell’eredità delle genti, sul dominio delle terre lontane (Sal 2, 8) restavano solo rimando a un avvenire – quasi cartelli segnaletici della speranza, indicazioni che conducevano verso un futuro che in quel momento era ancora inconcepibile. Così l’adempimento della parola che inizia nella notte di Betlemme è al contempo immensamente più grande e – dal punto di vista del mondo – più umile di ciò che la parola profetica lasciava intuire. È più grande, perché questo bambino è veramente Figlio di Dio, veramente «Dio da Dio, Luce da Luce, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre». L’infinita distanza tra Dio e l’uomo è superata. Dio non si è soltanto chinato verso il basso, come dicono i Salmi; Egli è veramente “disceso”, entrato nel mondo, diventato uno di noi per attrarci tutti a sé. Questo bambino è veramente l’Emmanuele – il Dio-con-noi. Il suo regno si estende veramente fino ai confini della terra. Nella vastità universale della santa Eucaristia, Egli ha veramente eretto isole di pace. Ovunque essa viene celebrata si ha un’isola di pace, di quella pace che è propria di Dio. Questo bambino ha acceso negli uomini la luce della bontà e ha dato loro la forza di resistere alla tirannia del potere. In ogni generazione Egli costruisce il suo regno dal di dentro, a partire dal cuore. Ma è anche vero che «il bastone dell’aguzzino» non è stato spezzato. Anche oggi marciano rimbombanti i calzari dei soldati e sempre ancora e sempre di nuovo c’è il «mantello intriso di sangue» ( Is 9, 3s). Così fa parte di questa notte la gioia per la vicinanza di Dio. Ringraziamo perché Dio, come bambino, si dà nelle nostre mani, mendica, per così dire, il nostro amore, infonde la sua pace nel nostro cuore. Questa gioia, tuttavia, è anche una preghiera: Signore, realizza totalmente la tua promessa. Spezza i bastoni degli aguzzini. Brucia i calzari rimbombanti. Fa’ che finisca il tempo dei mantelli intrisi di sangue. Realizza la promessa: «La pace non avrà fine» ( Is 9, 6). Ti ringraziamo per la tua bontà, ma ti preghiamo anche: mostra la tua potenza. Erigi nel mondo il dominio della tua verità, del tuo amore – il «regno della giustizia, dell’amore e della pace».

«Maria diede alla luce il suo figlio primogenito» (Lc 2, 7). Con questa frase, san Luca racconta, in modo assolutamente privo di pathos, il grande evento che le parole profetiche nella storia di Israele avevano intravisto in anticipo. Luca qualifica il bambino come “primogenito”. Nel linguaggio formatosi nella Sacra Scrittura dell’Antica Alleanza, “primogenito” non significa il primo di una serie di altri figli. La parola “primogenito” è un titolo d’onore, indipendentemente dalla questione se poi seguono altri fratelli e sorelle o no. Così, nel Libro dell’Esodo (Es 4, 22), Israele viene chiamato da Dio «il mio figlio primogenito», e con ciò si esprime la sua elezione, la sua dignità unica, l’amore particolare di Dio Padre. La Chiesa nascente sapeva che in Gesù questa parola aveva ricevuto una nuova profondità; che in Lui sono riassunte le promesse fatte a Israele. Così la Lettera agli Ebrei chiama Gesù “il primogenito” semplicemente per qualificarlo, dopo le preparazioni nell’Antico Testamento, come il Figlio che Dio manda nel mondo (cfr. Eb 1, 5-7). Il primogenito appartiene in modo particolare a Dio, e per questo egli – come in molte religioni – doveva essere in modo particolare consegnato a Dio ed essere riscattato mediante un sacrificio sostitutivo, come san Luca racconta nell’episodio della presentazione di Gesù al tempio. Il primogenito appartiene a Dio in modo particolare, è, per così dire, destinato al sacrificio. Nel sacrificio di Gesù sulla croce, la destinazione del primogenito si compie in modo unico. In sé stesso, Egli offre l’umanità a Dio e unisce uomo e Dio in modo tale che Dio sia tutto in tutti. San Paolo, nelle Lettere ai Colossesi e agli Efesini, ha ampliato e approfondito l’idea di Gesù come primogenito: Gesù, ci dicono tali Lettere, è il Primogenito della creazione – il vero archetipo dell’uomo secondo cui Dio ha formato la creatura uomo. L’uomo può essere immagine di Dio, perché Gesù è Dio e Uomo, la vera immagine di Dio e dell’uomo. Egli è il primogenito dei morti, ci dicono inoltre queste Lettere. Nella Risurrezione, Egli ha sfondato il muro della morte per tutti noi. Ha aperto all’uomo la dimensione della vita eterna nella comunione con Dio. Infine, ci viene detto: Egli è il primogenito di molti fratelli. Sì, ora Egli è tuttavia il primo di una serie di fratelli, il primo, cioè, che inaugura per noi l’essere in comunione con Dio. Egli crea la vera fratellanza – non la fratellanza, deturpata dal peccato, di Caino e Abele, di Romolo e Remo, ma la fratellanza nuova in cui siamo la famiglia stessa di Dio. Questa nuova famiglia di Dio inizia nel momento in cui Maria avvolge il “primogenito” in fasce e lo pone nella mangiatoia. Preghiamolo: Signore Gesù, tu che hai voluto nascere come primo di molti fratelli, donaci la vera fratellanza. Aiutaci perché diventiamo simili a te. Aiutaci a riconoscere nell’altro che ha bisogno di me, in coloro che soffrono o che sono abbandonati, in tutti gli uomini, il tuo volto, e a vivere insieme con te come fratelli e sorelle per diventare una famiglia, la tua famiglia.

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Adorazione dei Magi, Andrea Mantegna, The J. Paul Getty Museum, Los Angeles

Il Vangelo di Natale ci racconta, alla fine, che una moltitudine di angeli dell’esercito celeste lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini che egli ama» (Lc 2, 14). La Chiesa ha amplificato, nel Gloria, questa lode, che gli angeli hanno intonato di fronte all’evento della Notte Santa, facendone un inno di gioia sulla gloria di Dio. «Ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa». Ti rendiamo grazie per la bellezza, per la grandezza, per la tua bontà, che in questa notte diventano visibili a noi. L’apparire della bellezza, del bello, ci rende lieti senza che dobbiamo interrogarci sulla sua utilità. La gloria di Dio, dalla quale proviene ogni bellezza, fa esplodere in noi lo stupore e la gioia. Chi intravede Dio prova gioia, e in questa notte vediamo qualcosa della sua luce. Ma anche degli uomini parla il messaggio degli angeli nella Notte Santa: «Pace agli uomini che egli ama». La traduzione latina di tale parola, che usiamo nella liturgia e che risale a Girolamo, suona diversamente: «Pace agli uomini di buona volontà». L’espressione «gli uomini di buona volontà» proprio negli ultimi decenni è entrata in modo particolare nel vocabolario della Chiesa. Ma quale traduzione è giusta? Dobbiamo leggere ambedue i testi insieme; solo così comprendiamo la parola degli angeli in modo giusto. Sarebbe sbagliata un’interpretazione che riconoscesse soltanto l’operare esclusivo di Dio, come se Egli non avesse chiamato l’uomo a una risposta libera di amore. Sarebbe sbagliata, però, anche un’interpretazione moralizzante, secondo cui l’uomo con la sua buona volontà potrebbe, per così dire, redimere sé stesso. Ambedue le cose vanno insieme: grazia e libertà; l’amore di Dio, che ci previene e senza il quale non potremmo amarlo, e la nostra risposta, che Egli attende e per la quale, nella nascita del suo Figlio, addirittura ci prega. L’intreccio di grazia e libertà, l’intreccio di chiamata e risposta non lo possiamo scindere in parti separate l’una dall’altra. Ambedue sono inscindibilmente intessute tra loro. Così questa parola è insieme promessa e chiamata. Dio ci ha prevenuto con il dono del suo Figlio. Sempre di nuovo Dio ci previene in modo inatteso. Non cessa di cercarci, di sollevarci ogniqualvolta ne abbiamo bisogno. Non abbandona la pecora smarrita nel deserto in cui si è persa. Dio non si lascia confondere dal nostro peccato. Egli ricomincia sempre nuovamente con noi. Tuttavia aspetta il nostro amare insieme con Lui. Egli ci ama affinché noi possiamo diventare persone che amano insieme con Lui e così possa esservi pace sulla terra.
Luca non ha detto che gli angeli hanno cantato. Egli scrive molto sobriamente: l’esercito celeste lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli…» (Lc 2, 13s). Ma da sempre gli uomini sapevano che il parlare degli angeli è diverso da quello degli uomini; che proprio in questa notte del lieto messaggio esso è stato un canto in cui la gloria sublime di Dio ha brillato. Così questo canto degli angeli è stato percepito fin dall’inizio come musica proveniente da Dio, anzi, come invito a unirsi nel canto, nella gioia del cuore per l’essere amati da Dio. Cantare amantis est, dice sant’Agostino: cantare è cosa di chi ama. Così, lungo i secoli, il canto degli angeli è diventato sempre nuovamente un canto di amore e di gioia, un canto di coloro che amano. In quest’ora noi ci associamo pieni di gratitudine a questo cantare di tutti i secoli, che unisce cielo e terra, angeli e uomini. Sì, ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa. Ti ringraziamo per il tuo amore. Fa’ che diventiamo sempre di più persone che amano insieme con te e quindi persone di pace. Amen.

San Giovanni Battista

imm la mia e paolo - Copia

Publié dans:immagini sacre |on 15 décembre, 2017 |Pas de commentaires »

III DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B) – GAUDETE (17/12/2017)

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Cercare e conoscere – don Luciano Cantini

III DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B) – GAUDETE (17/12/2017)

Giovanni rispose loro
Sono estremamente forti le parole del Battista che afferma: In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete. Possiamo limitarle al racconto del dialogo con i sacerdoti e leviti, come risposta contingente alla domanda dei suoi interlocutori: Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Più tardi Gesù sarà perentorio nei confronti dei farisei: «Voi non conoscete né me né il Padre mio; se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio» (Gv 8,19).
Forse però dobbiamo accoglierle come un messaggio universale che arriva fino a noi, oggi.
Questa affermazione non è una condanna senza via di uscita piuttosto un invito a cercare e conoscere.
Se noi andiamo verso la fine del Vangelo secondo Giovanni ritroviamo la stessa realtà affermata dal Battista che riguarda non un gruppo di ignoti farisei ma proprio gli apostoli, i suoi discepoli.

In mezzo a voi
Lo stesso giorno della risurrezione, Giovanni racconta dei discepoli rinchiusi nel Cenacolo pieni di paura mentre venne Gesù, stette in mezzo (Gv 20,19). Le parole utilizzate sono le stesse dell’affermazione del Battista. Nel divenire incerto dell’uomo l’evangelista racconta del cenacolo con una certa forza verbale – lo ripete due volte – la stabilità di Gesù che si pone “in mezzo”. Davvero Gesù è l’Emmanuele, il Dio con noi profetizzato da Isaia (7,14).
Questa affermazione diventa un invito a cercare in mezzo alle persone, siamo chiamati a mescolarci con la gente se vogliamo incontrare Gesù; se guardiamo bene è il contrario di quello che facciamo quando lo cerchiamo nell’oscurità di un santuario o nel chiuso della propria casa. Il ritirarci nella propria famiglia, nel proprio gruppo sociale, tra i nostri simili, nel circolo che ci siamo costruiti è limitante e privo di prospettiva. L’affermazione del Battista è un invito a guardare a coloro che stava battezzando: una folla variegata di peccatori, emarginati, cercatori di futuro. Siamo chiamati a mischiarci, metaforicamente, con il popolo lungo il Giordano per condividere da vicino le sofferenze di tanti.

Che voi non conoscete
Conoscere il Signore e Maestro è un cammino lungo che sembra non compiersi mai: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?» (Gv 14,9); averlo frequentato, ascoltato, aver mangiato con lui, osservato i suoi segni (miracoli) sembra non bastare. Nel cenacolo i discepoli fanno fatica a riconoscerlo, come lungo le rive del lago: E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore (Gv 21,12).
Gli apostoli sono meravigliati e sconcertati allo stesso tempo, vedono colui che hanno sempre visto come un uomo nuovo pur sapendo che è lo stesso di prima.
C’è in colui che sta in mezzo a noi qualcosa che conosciamo e che dobbiamo scoprire, c’è qualcosa che desideriamo imparare se vogliamo riconoscerlo. La ricerca che facciamo di Gesù molto spesso è dovuta a situazioni particolari; raramente è il frutto di una scelta per un cammino di fede fondato sulla conoscenza del Vangelo.

A lui io non sono degno
Il Battista sa bene qual è la differenza tra lui e Gesù: Io non sono… il Cristo, Elia, il profeta, ha preso coscienza di se stesso tanto da affermare a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo.
Nonostante il progredire della scienza e della conoscenza sembra che continuiamo a brancolare nel buio sulla nostra realtà umana malata di onnipotenza. Ma questa non è vita, verità, giustizia, sapienza, neppure umanità. Conoscere chi non si è ci permette di riconoscere colui che è via, verità e vita (Gv 14,6).

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 15 décembre, 2017 |Pas de commentaires »

Hannukkah, Menorah, Gerusalemme

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Publié dans:immagini sacre |on 13 décembre, 2017 |Pas de commentaires »

HANUKKAH – FESTA DELLE LUCI (12 sera 20 dicembre)

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HANUKKAH – FESTA DELLE LUCI (12 sera 20 dicembre)

Hanukkah è una festa ebraica stabilita dai Maestri del Talmud e ricorda un avvenimento accaduto in terra di Israele, nel 167 a.C. Le mire di ellenizzazione di Antioco Epifane di Siria – ottavo re della dinastia seleucide, erede di una piccola parte dell’Impero appartenuto ad Alessandro Magno – furono contrastate e impedite da Mattatia, un sacerdote della famiglia degli Asmonei che insieme ai suoi sette figli, diede avvio alla rivolta.
Si narra che al momento di riconsacrare il Tempio profanato, quando i sacerdoti si apprestarono ad accendere il lume, si accorsero che la quantità di olio puro in loro possesso non sarebbe stata sufficiente. A quel punto avvenne il miracolo e la piccola ampolla bastò per otto giorni.
Ancora oggi nelle case ebraiche, da Tel Aviv a New York a Torino, per la gioia di tutta la famiglia, al calare del sole vengono accese le luci del candelabro a nove bracci per otto giorni.
I bambini giocano con il dreidel – la trottola – di ogni tipo, colore e forma, su cui sono riportate le lettere ebraiche nun, ghimel, he e shin (“Nes, Gadol, Haya, Sham”, ovvero “Un grande miracolo è avvenuto là”) e le donne portano in cucina il “miracolo dell’olio”, preparando gustose ciambelle e frittelle salate e dolci.Gli ebrei italiani usano preparare le frittelle di mele, nell’est Europa si cucinano frittelle di patate salate e dolci, accompagnate da panna acida o marmellata, mentre gli ebrei dell’Europa centrale preparano i soffici Krapfen ripieni di crema, marmellata o cioccolata calda con un tocco di panna montata e lungo le coste del mediterraneo, i sefarditi mangiano latticini per ricordare l’eroina Giuditta che sconfisse Oloferne.

La musica di Hanukkah
Come tutte le feste ebraiche anche Hanukkah risuona di canti in famiglia. I più conosciuti e diffusi sono Mi yemallel, scritto, verso gli anni Trenta, da un personaggio abbastanza noto, Menashe Rabina. Nato nel 1899 in Ucraina, fece studi tradizionali nelle yeshivot ma anche studi laici e soprattutto musicali; dal 1924 si insediò a Tel Aviv; morì nel 1968. Musicista e musicologo impegnato, dette un grande impulso all’educazione musicale in Eretz Israel e alla crescita delle sue musiche, che contribuirono a creare l’atmosfera del paese. È stato autore di testi e melodie famose ma nel caso del Mi yemallel ha composto solo il testo, mentre la musica è “popolare”, sembra di origine inglese. Le prime parole sono legate al Salmo 106:2, solo che nel Salmo le prodezze sono quelle del Signore, mentre qui sono quelle di Israele.
È un canto legato a Eretz Israel e al sionismo, ma il canto stranamente si è diffuso, dopo la guerra anche a Roma e addirittura è stato eseguito nel Tempio pur non essendo un canto religioso. Fino a quel momento l’uso dei sefarditi e degli italiani si limitava al canto del Salmo 30, Mizmor shir chanukkat habayt leDavid.
Gli ashkenaziti invece hanno dal medioevo il famoso Ma’oz Tzur, che è un inno religioso, in quanto è preghiera di redenzione rivolta alla “Fortezza, roccia della mia salvezza”; un canto che riassume le storie di salvezza, che tra le righe contiene allusioni piuttosto dure alla fine dei nemici, e che conserva un certo carattere militaresco sottolineato dall’antica marcetta tedesca che tutti conoscono (ne esiste anche una variante italiana forse un po’ più dolce).
Nel secolo scorso i canti si sono moltiplicati, con testi nuovi e melodie talvolta nuove, talvolta riciclate (fino allo Judas Maccabaeus di Handel).
In Yemè haChanukkà il ritornello parla dei “miracoli e prodigi che hanno realizzato i Maccabei”.

Publié dans:EBRAISMO, EBRAISMO: LE FESTIVITÀ |on 13 décembre, 2017 |Pas de commentaires »
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