Archive pour octobre, 2017

San Francesco D’Assisi

en e paolo - Copia

Publié dans:immagini sacre |on 4 octobre, 2017 |Pas de commentaires »

PAOLO VI – CELEBRAZIONI DEL 750° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI SAN FRANCESCO – 1976

https://w2.vatican.va/content/paul-vi/it/speeches/1976/documents/hf_p-vi_spe_19760929_anniversario-morte-san-francesco.html

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE PAOLO VI PER LE CELEBRAZIONI DEL 750° ANNIVERSARIO

DELLA MORTE DI SAN FRANCESCO

Mercoledì, 29 settembre 1976

Pace a voi, in Gesù Cristo nostro Signore!

A voi Figli e Figlie di San Francesco, convenuti in Assisi per celebrare insieme presso la tomba del vostro serafico Padre il settecentocinquantesimo anniversario della beata sua morte, e per risvegliare in voi lo spirito della beata sua vita.
Noi abbiamo ricevuto con commossa riconoscenza l’invito a noi rivolto di partecipare a cotesto esaltante e fatidico incontro; ma impediti di corrispondervi con la nostra personale presenza, vogliamo tanto più essere tra voi col nostro spirito mediante questa nostra Benedizione Apostolica.
Sì, Fratelli Ministri Generali e Provinciali delle quattro Famiglie Francescane del primo Ordine, e voi tutte rappresentanti del secondo Ordine, Figlie di Santa Chiara, e voi esponenti del terzo Ordine Francescano, e quanti nel nome di San Francesco siete riuniti per riviverne lo spirito, studiarne la storia, seguirne gli esempi, invocarne la protezione; tutti, sì, siate benedetti!
Benedetti per cotesto raduno commemorativo, che professa un’esemplare fedeltà di memoria e di amore all’incomparabile Santo, che proietta su di voi il suo nome e qualifica la vostra religiosa professione! Benedetti per la fraterna armonia, che codesta convocazione dimostra e conferma fra le vostre diverse ramificazioni dell’unica radice francescana! Benedetti per l’esemplare concordia e per la mutua collaborazione con cui le vostre differenti denominazioni francescane intendono vittoriosamente testimoniare ormai ai vostri rispettivi aderenti, alla santa Chiesa, al mondo la medesima palpitante carità francescana. E benedetti ancora per le sapienti intenzioni spirituali, penitenziali, apostoliche, che hanno mosso i vostri passi a recarvi ad Assisi per aprire insieme le celebrazioni commemorative del vostro antico e sempre ispirante Fondatore.

Gloria, sì, a S. Francesco!
E benedetti voi che ne celebrate la memoria e ne perpetuate l’ardua e gioconda scuola evangelica. Ancora il paradosso della cristiana Povertà, Egli il Poverello, seguace del Signore d’ogni ricchezza che per noi si è fatto povero, ancora, ancora oggi lo presenta e lo attualizza, raddrizzando l’asse della nostra umana mentalità, curva sul primato dei beni temporali, e lo rivolge al regno dei cieli, alla economia della carità, alla dovizia dello spirito (Cfr. 2 Cor. 8, 9). Poi Francesco, libero come uccello che ritrova lo spazio del cielo, veda dall’alto la bellezza innocente delle creature, che non più insidiano, ma sostengono il suo slancio celeste; e tutte egli saluta cantando con amica poesia, grande come il cosmo fratello, umile come ogni cosa terrena sorella. E pellegrino se ne va, e cammina, e sale . . .
E benedetti voi, seguaci della sua ascensione, che arrivate al monte della visione, dove Cristo crocifisso stampa le sue stimmate dolorose e gloriose nel privilegiato contemplante discepolo, ormai emblema della vostra eroica scuola di penitente dolore e di infiammato amore.
Benedetti voi, Figli di così singolare famiglia, che da secoli accompagna appassionatamente la storia sempre più turbinosa e mutevole, e ne tiene il rapido passo, senza stancarsi, senza fermarsi.
«Comprendete la vostra vocazione»! (1 Cor. 1, 26) vivendola ed annunciandola! Voi non rappresentate un ascetismo anacronistico in questo mondo moderno, che aspira come a sommità dello sforzo civilizzatore di convertire le pietre della terra in cibo per l’umana esistenza; ma voi siete gli alunni del Vangelo eterno, affrancati nello spirito per la primaria e da voi preferita ricerca del regno di Dio, da cui ogni necessario e giusto alimento temporale può derivare nell’abbondanza della giustizia e della carità.
Voi benedetti, Figli e Figlie di San Francesco, nell’abbigliamento regale della vostra umiltà e nell’aureola popolare della vostra letizia, ancor oggi saprete discendere in mezzo alle folle del mondo del lavoro e ancora oserete farvi amici i Poveri, i sofferenti, i diseredati, gli orfani, i carcerati, i dispersi nei vicoli marginali degli splendidi ed infelici viali della ricchezza e del piacere. Voi benedetti, evangelisti della Parola di Cristo, voi maestri della sapienza cristiana, voi modelli delle virtù di preghiera e di sacrificio, che fanno santa la Chiesa, difendete il silenzio e l’isolamento dei vostri rifugi conventuali; e poi uscite ancora a salutare e a convertire il mondo annunciando ancora e sempre il vostro «Pace e bene», portando con voi l’immortale San Francesco, con Ia nostra Apostolica Benedizione.

Via Crucis

en paolo - Copia

Publié dans:immagini sacre |on 2 octobre, 2017 |Pas de commentaires »

ROMANI 5,1-5 – COMMENTO

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Romani%205,1-5

ROMANI 5,1-5 – COMMENTO

Fratelli, 1 giustificati per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo; 2 per suo mezzo abbiamo anche ottenuto, mediante la fede, di accedere a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio.
3 E non soltanto questo: noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata 4 e la virtù provata la speranza. 5 La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito santo che ci è stato dato.

COMMENTO
Romani 5,1-5
La speranza cristiana
L’appartenenza del c. 5 o almeno dei vv. 1-11 alla prima parte della lettera (cc. 1-4), in cui si tratta il grande tema della giustificazione mediante la fede è molto probabile. Sembra infatti che l’apostolo porti qui a termine il discorso riguardante appunto la giustificazione, riservando ai capitoli seguenti la soluzione di alcuni problemi che questa dottrina solleva. In 5,1-11 l’apostolo mette in luce la prospettiva escatologica della giustificazione, nei successivi vv. 12-21 tratta il tema della vittoria sul peccato che essa comporta. nel primo di questi due brani egli sostiene anzitutto che di fronte alle dolorose tribolazioni della vita il credente è sostenuto oltre che dalla fede, anche dalla speranza e dall’amore (vv. 1-5). In un secondo momento mostra come l’esperienza attuale della riconciliazione con Dio sia garanzia della salvezza finale (vv. 6-11).
La giustificazione mediante la fede non è una semplice teoria, ma ha un profondo impatto nella vita di coloro che l’hanno ottenuta: «Giustificati dunque per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo» (v. 1). La frase inizia con il participio aoristo passivo «giustificati» (dikaiôthentes), con cui si indica chiaramente un evento avvenuto nel passato e ormai acquisito: per i destinatari della lettera, così come per lo stesso Paolo, la giustificazione mediante la fede rappresenta ormai un dato di fatto che ha cambiato radicalmente la loro vita. Egli prosegue perciò affermando che ormai «siamo in pace» (eirênên echomen, abbiamo pace) nei confronti di (pros) Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore. Questa frase potrebbe anche essere intesa come un’esortazione: ma da tutto il contesto risulta che con essa si vuole semplicemente sottolineare la nuova realtà che si è verificata nel credente.
Il termine «pace» indica l’esatto opposto della situazione che precede la giustificazione, quella cioè caratterizzata dalla manifestazione dell’ira di Dio. Nel linguaggio biblico la pace rappresenta un’armonia profonda dell’uomo con Dio, che comporta la pienezza di tutti i beni materiali e spirituali. Alla fine dei tempi il pellegrinaggio di tutti i popoli al monte del tempio del Signore alla ricerca della parola di JHWH comporterà l’eliminazione della guerra e una pace universale (Is 2,2-5). Questa pace viene presentata come opera di un discendente di Davide, il quale verrà a consolidare e rafforzare il regno con il diritto e la giustizia (Is 9,5-6). Non solo l’umanità, ma anche tutto il cosmo sarà coinvolto in essa (Is 11,6). Infine è significativo che la pace, strettamente collegata con la giustizia, sia presentata come un dono dello Spirito (Is 32,15-17). Per l’apostolo questa pace è il dono più grande di Cristo.
La pace che i credenti hanno ottenuto porta con sé altri doni: «Per suo mezzo abbiamo anche ottenuto, mediante la fede, di accedere a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio» (v. 2). La grazia (charis) a cui hanno accesso i credenti è Dio stesso in quanto si è donato pienamente a loro in Cristo. A differenza di quanto accadeva al sommo sacerdote, il quale solo una volta all’anno poteva venire a contatto con Dio quando entrava nel Santo dei santi in occasione della festa dell’Espiazione (Kippur), essi sono sempre al cospetto di Dio. La giustificazione, è vero, non ha ancora conferito il pieno possesso di quella «gloria di Dio», di cui l’umanità era stata privata a causa dei suoi peccati (cfr. Rm 3,23), ma dà la «speranza» (elpis) di poterla conseguire un giorno. Di questa speranza possono «vantarsi» (kauchaomai), perché si tratta di un dono di Dio, mentre non possono vantarsi delle opere della legge intese come mezzo per diventare giusti (cfr. 3,27; 4,2). Il «già» e il «non ancora» caratterizzano dunque l’esistenza terrena del credente.
Il credente si vanta non solo della sua speranza, ma anche di altre realtà che solitamente non sono collegate con essa: «E non soltanto questo: noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza» (vv. 3-4). Paolo si riferisce alle «tribolazioni» (thlipseis) della vita, che ora non sono più ostacoli da evitare, ma momenti di crescita e di maturazione nella fede. La tribolazione volontariamente accettata produce infatti la «pazienza» (ypomonê), cioè la capacità di resistere coraggiosamente ai colpi destabilizzanti della prova; questa pazienza si trasforma in una «virtù provata» (dokimê), la quale non è altro che la capacità ormai consolidata di far fronte alle difficoltà della vita, senza perdere l’orientamento verso la meta finale. Da questa virtù provata, o meglio in sintonia con essa, si sviluppa una «speranza» ancora più forte. Il venir meno dei puntelli umani fa sì che il credente riponga sempre più la sua speranza in Dio.
La speranza comporta ulteriori sviluppi nella vita del credente: «La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (v. 5). La speranza non può deludere perché non si limita a provocare l’attesa delle realtà future, ma ne dà un’esperienza anticipata mediante l’esercizio dell’«amore» (agapê) che lo Spirito santo «riversa» (ekcheô) nei loro cuori. Nella Bibbia l’amore è anzitutto un attributo di Dio in forza del quale egli sceglie Israele come suo popolo, liberandolo dai suoi nemici e introducendolo nella terra promessa (cfr. Os 11,1; Dt 7,7-8); in forza dell’alleanza Dio esige che Israele lo ami con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze (Dt 6,5), lasciandosi così coinvolgere pienamente nel suo progetto di salvezza (clausola fondamentale). Ciò comporta che ogni israelita sia disposto ad «amare il prossimo suo come se stesso» (Lv 19,18), osservando i comandamenti del decalogo che riguardano la pratica della giustizia nei rapporti vicendevoli.
Ma siccome il cuore degli israeliti si è indurito, diventando incapace di amare, Dio promette di intervenire su di esso per trasformarlo e rinnovarlo. Secondo le profezie escatologiche Dio scriverà su di esso la sua legge (Ger 31,33), sostituirà il cuore di pietra con un cuore di carne e porrà dentro di esso il suo Spirito affinché possano osservare le sue leggi (Ez 36,27); infine applicherà sul loro cuore il segno della circoncisione affinché possano amare il loro Dio (Dt 30,6).
L’apostolo si serve di queste profezie, fondendo insieme soprattutto Ez 36,27 e Dt 30,6, per delineare una prerogativa essenziale dei credenti. L’«amore di Dio» che lo Spirito Santo effonde nei cuori è l’amore con cui Dio ama, operando nel cuore del credente la risposta dell’amore, che necessariamente avrà come termine Dio stesso e il prossimo. In questo brano l’espressione «amore di Dio» è dunque molto ricca, perché indica un amore che, una volta donato e ricevuto, non può che diventare il principio di una vita vissuta nell’amore. Il ruolo che in questo processo compete allo Spirito verrà illustrato successivamente (cfr. 8,1-27).
La giustificazione dunque, eliminando il peccato dell’uomo, lo pone in un rapporto nuovo con Dio, caratterizzato da un dinamismo interiore che si manifesta come fede vissuta, che genera speranza e amore. Con questa ricca dotazione il credente può camminare spedito verso il compimento finale, senza perdersi d’animo a motivo delle tribolazioni che ancora lo aspettano.

Linee interpretative
Dio poteva pretendere una pesante riparazione da parte dell’uomo peccatore, invece è intervenuto lui stesso per riconciliarlo gratuitamente con sé, trasformandolo da nemico in amico. Il dono più grande che la giustificazione comporta è proprio questa trasformazione interiore, che pone l’uomo in un rapporto nuovo non solo con Dio, ma anche con i suoi simili. Su ciò si basa la fiducia che deve accompagnare il credente nella sua nuova vita: egli infatti può ormai vantarsi non solo in Dio, ma anche nelle tribolazioni che lo attendono, in quanto già fin d’ora assapora in modo anticipato la gloria stessa che un giorno Dio gli conferirà in modo pieno.
La forza del messaggio cristiano sta per Paolo soprattutto nella sua capacità di toccare il cuore dei credenti, trasformando i loro sentimenti, desideri e aspirazioni, in pratica tutta la loro visione del mondo e della vita. L’uomo non diventa giusto per una costrizione esterna o per una decisione personale, ma perché è trasformato interiormente dalla grazia di Dio. I suoi doni non presuppongono la buona volontà dell’uomo che per definizione è peccatore, ma la creano, dandogli così la possibilità di vivere spontaneamente secondo la sua volontà. Colui che è stato giustificato va verso una pienezza di gioia e di realizzazione personale di cui fin d’ora percepisce i segni anticipatori. La speranza cristiana non si basa infatti su un fideismo cieco, ma sulla gioia interiore che emerge quotidianamente nel confronto con le tribolazioni e nell’esercizio di un amore che sgorga spontaneamente dal cuore.
In questo brano appare chiaramente che il cristianesimo non consiste in un complesso di dogmi o di norme morali da accettarsi ciecamente, ma è piuttosto una scuola di vita in cui l’uomo è educato, mediante la fede, all’amore e alla speranza. Il titolo più grande che compete a Gesù è dunque quello di «Maestro». Un Maestro che, sebbene fisicamente assente, porta continuamente a termine la sua opera mediante lo Spirito santo, che rappresenta la personificazione di quella potenza divina che sgorga dal suo esempio e porta i discepoli ad immedesimarsi con lui.

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