Archive pour octobre, 2017

PAOLO VI E LA TRANSIZIONE VERSO LA DEMOCRAZIA

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PAOLO VI E LA TRANSIZIONE VERSO LA DEMOCRAZIA

L’amico della Spagna

di Vicente Cárcel Ortí

Nei quindici anni di pontificato di Paolo VI era frequente leggere su determinati giornali: « Il Papa chiede fedeltà agli spagnoli », « Il Papa promuove il rinnovamento del cattolicesimo spagnolo ».
Entrambe le cose erano vere, ma forse entrambe erano diverse facce della stessa verità. Di fatto chi seguiva con serietà il pensiero di Paolo VI sulla Spagna sapeva molto bene che non si poteva ridurre alla sola parola « fedeltà », ma che bisognava aggiungere « rinnovamento ». Sapeva, invece, che questo messaggio poteva essere abbastanza ben riassunto nella frase: « rinnovamento sulla fedeltà ».
Si direbbe che Paolo VI si preoccupasse di sottolineare il suo amore per la Spagna e per gli spagnoli. Forse perché conosceva le stupide falsificazioni e le presentazioni unilaterali di alcuni fatti – sebbene confusi – che plasmarono in milioni di spagnoli l’immagine di un « Montini antispagnolo »? Forse. Quel che è certo è che nelle sue parole, nei suoi gesti e nelle sue dimostrazioni di interesse, Paolo VI non risparmiò mai toni di affetto: « Dite al popolo spagnolo quanto lo amiamo, con quanta benevolenza lo benediciamo »; « Sentiamo un affetto profondo, sincero, cordiale, paterno per il popolo spagnolo ». Queste furono alcune delle sue affermazioni.
Paolo VI esortò a conservare i valori profondi della tradizione spagnola. Questo mandato non poteva essere più radicale provenendo da Paolo VI: non c’è vero rinnovamento laddove non si costruisce su una tradizione; rinnovare non è rompere con il passato. Paolo VI lo disse mille volte di fronte a tutta la Chiesa e lo ribadì agli spagnoli affermando che il compito postconciliare doveva partire dal « non rinnegare il passato storico e neppure rompere con le tradizioni in quel che esse hanno di essenziale e di venerando ».
Paolo VI sottolineò che oltre a mantenere la tradizione bisognava anche aggiornarla, e non esitò un attimo nel rendere « omaggio a tali tradizioni », ricordando subito dopo che « per renderle fattibili, per conservarle nella loro efficacia, bisogna liberarle da ciò che di transitorio e di caduco vi è in esse ». Sottolineò anche che bisognava « unire alla custodia del patrimonio tradizionale la ricchezza dei nuovi sviluppi ».
L’ambasciatore Garrigues raccontò sul giornale madrileno « Ya » dell’8 agosto 1978 che Paolo VI voleva visitare la Spagna, e se non lo fece fu per motivi politici generati dal regime spagnolo di allora. L’errata identificazione Spagna-Governo fatta da alcuni fece sì che le difficili relazioni fra la Santa Sede e il governo venissero interpretate come inimicizia del Papa con la Spagna.
Il primo ministro degli Affari esteri della democrazia José María de Areilza, riferisce nelle sue memorie che un cattolico integralista, ispiratore della resistenza a Paolo VI, gli diceva di tanto in tanto: « Non illuderti, finché Montini sarà Papa non ci sarà concordia ».
Per quarant’anni fu chiamato « nemico della Spagna » chiunque in qualche modo dissentiva dal regime. Uno dei « nemici ufficiali della Spagna » fu Paolo VI, o Montini, come dicevano con disprezzo i media politici. L’aspetto grave della questione fu che percentuali altissime del popolo spagnolo credettero alla storia; una storia assurda e ridicola perché l’amicizia e l’amore di Paolo VI per la Spagna, per tutta la nazione, fu, naturalmente, grande e innegabile, come le sue riserve riguardo al regime.
Grazie a Paolo VI cominciò la « transizione della Chiesa » con una lunga e complessa operazione che passò per un profondo rinnovamento dell’episcopato per far sì che, fedele alla sua tradizione, la Chiesa potesse lentamente liberarsi di un passato storico che le impediva di agire in sintonia con i tempi e di prepararsi a un futuro pieno di incognite.
Il destino di Paolo VI – nato in un tempo di grandi divisioni – fu di essere « dilaniato » dagli uni e dagli altri. E se ciò era una falsificazione per qualunque uomo, lo era ancora di più per un uomo che, per la sua vocazione di Padre di tutti, sembrava aver scelto come motto della sua vita il desiderio di equilibrio.
Paolo VI fu tenacemente promotore del rinnovamento conciliare della Chiesa, l’ispiratore della progressiva separazione fra la Gerarchia e lo Stato e il rinnovatore attento dei membri che componevano l’episcopato, in una direzione non politica, bensì pastorale.
Paolo VI seguì con passione il cammino delle diocesi spagnole; soffrì per la crisi dell’Azione Cattolica – definì una « tragedia » le dimissioni forzate dei consiglieri nel 1966 – e si rallegrò di tutte le notizie che gli pervenivamo sulla positiva applicazione del Concilio. Credette sempre radicalmente nella profondità del cattolicesimo ispanico, che era, per lui, uno dei più radicati – se non il più radicato – dell’Europa e anche del mondo. Soffriva sapendo che la Spagna ufficiale non lo amava e avrebbe fatto qualunque cosa per evitare ciò. Progettò vari viaggi in Spagna; lo trattenne dal compierli solo la paura che la sua visita fosse strumentalizzata politicamente.
La prosecuzione del concilio Vaticano ii, prima decisione importante presa dal nuovo Pontefice, ebbe profonde ripercussioni sulla politica spagnola. Il 29 settembre 1963 Paolo VI inaugurò la seconda sessione conciliare « con un discorso importante e abile. Era evidente – commentò l’allora ministro Manuel Fraga – che ciò avrebbe influito profondamente su un regime come quello nostro di allora ». In effetti, l’applicazione del messaggio conciliare all’indipendenza della Chiesa dal potere temporale provocò forti tensioni fra lo Stato da una parte e la conferenza episcopale dall’altra, poiché non era possibile mantenere più a lungo la simbiosi che si era creata dalla fine della guerra civile (1936-1939). E sebbene negli ambiti governativi c’erano persone sinceramente disposte a collaborare al rinnovamento ecclesiale, queste molto presto rimasero isolate perché il regime si oppose alle aperture che riteneva pericolose per la propria sopravvivenza.
Lo stesso avvenne negli ambiti ecclesiastici dove quanti si opponevano alla nuova mentalità del Vaticano ii si ritrovarono sempre più ridotti a una minoranza « integralista », con scarsa influenza sociale – sebbene con un grande sostegno ufficiale – minoranza alla quale fece da contrappeso l’estremismo « progressista » dei chierici che perseguivano obiettivi politici protetti dai privilegi concordatari, dei quali abusavano. Ma questi due gruppi, forze o correnti, furono minoritari per quel che riguarda i vescovi e il clero in generale, e anche tra i laici più impegnati. La Chiesa dovette muoversi nell’ultimo decennio del regime fra questi due fuochi e perciò il cammino risultò tanto difficile, poiché era praticamente impossibile mantenere una duplice fedeltà: al regime e al Vaticano ii.
I vescovi furono, nella quasi totalità, moderati, si dedicarono ai loro impegni apostolici e vissero lontani dagli intrighi politici e pertanto dai pericolosi progressismi che cercavano di abbattere il regime. Con buon discernimento e sensatezza furono i primi a compiere la grande impresa di ricostruzione e di definitiva riconciliazione, seguendo fedelmente le direttive date dal Papa. Tutto ciò provocò strappi, malintesi, fraintendimenti, incubi frequenti e sofferenze per tutti.
Paolo VI provava un affetto sincero per la Spagna. In questo il suo atteggiamento fu molto simile a quello di Pio XII. Aveva, come Papa Pacelli, un’idea un po’ romantica della religiosità spagnola che per entrambi si riassumeva nella famosa esclamazione: « Oh, la cattolica Spagna! ». Apprezzava profondamente la tradizione cattolica ispanica e provava un’ammirazione enorme per santa Teresa – che proclamò dottore della Chiesa nel 1967 – sebbene il suo tipo di spiritualità, come pure la sua cultura, più che spagnoli e persino più che italiani, erano chiaramente francesi. Ebbe grandi amici spagnoli e più di chiunque altro ammirò il vescovo di Malaga, Ángel Herrera, che creò cardinale.
L’atteggiamento di Paolo VI rispetto alla Spagna fu molto chiaro e coerente: distinguere il regime politico dal popolo spagnolo, per il quale ebbe sempre molti gesti e parole di ammirazione e di amore.
Il 22 giugno 1963, il giorno dopo la sua elezione, visitò il cardinale primate Pla y Deniel, che era a letto malato, nel Pontificio Collegio spagnolo, a Palazzo Altemps. Da quel momento il magistero di Paolo VI è pieno di testi riferiti alla Spagna e agli spagnoli in diverse occasioni. I vescovi, da parte loro, seguendo fedelmente il magistero del Papa e del concilio Vaticano ii, cercarono prudentemente di applicare la dottrina conciliare, segnalando un cammino di riforma e di evoluzione pacifica e trasformando la gerarchia ecclesiastica in arbitro moderatore della transizione politica, a un livello a cui quest’ultima non aveva mai aspirato.
Il 20 novembre 1975, due giorni prima della sua proclamazione ufficiale come re, il Principe di Spagna, Juan Carlos di Borbone, inviò a Paolo VI il seguente messaggio: « Santissimo Padre, in questo momento importantissimo per la Storia della Spagna, al cui servizio consacro la mia vita, il mio pensiero e il mio cuore rendono omaggio di filiale devozione al Vicario di Cristo. Con l’aiuto di Dio, mi propongo di guidare risolutamente il mio popolo lungo il sentiero della giustizia e della pace, e, per il maggiore successo di questa nobilissima impresa, chiedo, devotamente e fiduciosamente, le ferventi preghiere di Vostra Santità allo Spirito Santo, affinché mi assista nell’impegno con la sua luce e la sua forza. Nel farvi partecipe di questi sentimenti, mi compiaccio nel reiterarle, Santissimo Padre, la mia ferma adesione alla Cattedra di Pietro, e vi chiedo per me e per la Nazione spagnola la benedizione apostolica. Di Vostra Santità devotissimo figlio, Juan Carlos, Principe di Spagna ». (Insegnamenti di Paolo VI, xiii, pp. 1308-1309).
Paolo VI rispose immediatamente: « Altezza, abbiamo ricevuto il messaggio con cui Vostra Altezza ha voluto manifestarci la sua filiale devozione e adesione alla vigilia dell’assunzione delle sue nuove responsabilità. Desideriamo esprimere il nostro sincero ringraziamento per questo gesto delicato, e nello stesso tempo formuliamo i migliori voti per la missione di Vostra Altezza, confidando che questa possa svolgersi in un clima di pace e di giustizia e possa così contribuire al progresso della Spagna nella concordia fra tutti i suoi figli. Per queste intenzioni assicuriamo anche la nostra supplica costante al Signore, specialmente in questo Anno Santo del rinnovamento e della riconciliazione, affinché Egli protegga i destini della Spagna e le conceda, come pure a Vostra Altezza, l’abbondanza delle sue benedizioni. Paulus pp. vi ». (Ibidem).
Nella sua prima allocuzione agli spagnoli – la mattina del 22 novembre 1975 – il re Juan Carlos i, subito dopo la proclamazione ufficiale dinanzi alle Cortes, dedicò alla Chiesa un breve e rispettoso paragrafo nel quale disse: « Il Re, che è e si sente profondamente cattolico, esprime la sua più rispettosa considerazione per la Chiesa. La dottrina cattolica, particolarmente radicata nel nostro popolo, conforta i cattolici con la luce del suo magistero. Il rispetto e la dignità della persona, che il principio di libertà religiosa presuppone, è un elemento fondamentale per l’armoniosa convivenza della nostra società » (Ecclesia, n. 1767, p. 4).
Il 10 febbraio 1977, ormai al tramonto del suo pontificato, Paolo VI ricevette in visita ufficiale Sua Maestà il Re di Spagna. Il 2 settembre 1977 Paolo VI ricevette in udienza il presidente del Governo, Adolfo Suárez. « L’Osservatore Romano » di sabato 3 settembre diede grande risalto a questa visita, pubblicando in prima pagina una grande fotografia del Papa con Suárez e il testo integrale del discorso del Pontefice in lingua castigliana.
Alle cordiali parole di Paolo VI Suárez rispose esprimendo profonda gratitudine per quell’udienza e dicendo che era molto emozionato poiché era la prima volta che salutava il Papa, e che era « immensamente contento » di potergli esprimere la sua filiale venerazione, personalmente e a nome di tutto il popolo spagnolo, che rappresentava in quel momento.
Il Papa ebbe parole di fiducia per la Spagna e d’incoraggiamento per i suoi giovani governanti. La Santa Sede guardava alla Spagna con lealtà e amicizia e con questa stessa lealtà e amicizia desiderava affrontare i problemi esistenti. La Chiesa non voleva difendere privilegi né esigere concessioni particolari, voleva solo compiere fedelmente la sua missione, la quale, soprattutto di fronte ai giovani, non doveva mai dare la sensazione di essere un peso da sollevare.
Fra i problemi specifici il Papa indicò in primo luogo quello della « sicurezza sociale del clero », cosa che il Governo aveva già risolto positivamente in una recente riunione del Consiglio dei Ministri. E continuò facendo riferimento alla necessità di dare una « sicurezza giuridica » all’istituzione familiare, affinché non fosse esposta all’arbitrio e alla velleità dei gruppi, poiché la Chiesa difendeva il vincolo sacro del matrimonio, non per renderlo più difficile, ma per onorarlo e renderlo stabile.
Paolo VI realizzò un ingente lavoro a favore della Spagna con lucidità e coraggio. E questo bisogna riconoscerlo ora che si celebrano trentacinque anni dall’inizio della democrazia costituzionale, poiché talvolta si confondono troppe cose e si falsifica il passato, il che significa direttamente falsificare e compromettere il futuro. A volte prevalgono la compiacenza e la paura, perché non si osa dire la verità, e si accetta ciò che è intellettualmente o moralmente inaccettabile.

Osservatore Romano 25 novenbre 2010

 

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Jesus Pantocrator

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Publié dans:immagini sacre |on 11 octobre, 2017 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI – VIAGGIO APOSTOLICO A MALTA (2010)

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BENEDETTO XVI – VIAGGIO APOSTOLICO A MALTA (2010)

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 21 aprile 2010

Cari fratelli e sorelle!

Come sapete, sabato e domenica scorsi ho compiuto un viaggio apostolico a Malta, sul quale oggi vorrei brevemente soffermarmi. Occasione della mia visita pastorale è stato il 1950° anniversario del naufragio dell’apostolo Paolo sulle coste dell’arcipelago maltese e della sua permanenza in quelle isole per circa tre mesi. E’ un avvenimento collocabile attorno all’anno 60 e raccontato con abbondanza di particolari nel libro degli Atti degli Apostoli (capp. 27-28). Come accadde a san Paolo, anch’io ho sperimentato la calorosa accoglienza dei Maltesi – davvero straordinaria – e per questo esprimo nuovamente la mia più viva e cordiale riconoscenza al Presidente della Repubblica, al Governo e alle altre Autorità dello Stato, e ringrazio fraternamente i Vescovi del Paese, con tutti coloro che hanno collaborato a preparare questo festoso incontro tra il Successore di Pietro e la popolazione maltese. La storia di questo popolo da quasi duemila anni è inseparabile dalla fede cattolica, che caratterizza la sua cultura e le sue tradizioni: si dice che a Malta vi siano ben 365 chiese, “una per ogni giorno dell’anno”, un segno visibile di questa profonda fede!
Tutto ebbe inizio con quel naufragio: dopo essere andata alla deriva per 14 giorni, spinta dai venti, la nave che trasportava a Roma l’apostolo Paolo e molte altre persone si incagliò in una secca dell’Isola di Malta. Per questo, dopo l’incontro molto cordiale con il Presidente della Repubblica, nella capitale La Valletta – che ha avuto la bella cornice del gioioso saluto di tanti ragazzi e ragazze – mi sono recato subito in pellegrinaggio alla cosiddetta “Grotta di San Paolo”, presso Rabat, per un momento intenso di preghiera. Lì ho potuto salutare anche un folto gruppo di missionari maltesi. Pensare a quel piccolo arcipelago al centro del Mediterraneo, e a come vi giunse il seme del Vangelo, suscita un senso di grande stupore per i misteriosi disegni della Provvidenza divina: viene spontaneo ringraziare il Signore e anche san Paolo, che, in mezzo a quella violenta tempesta, mantenne la fiducia e la speranza e le trasmise anche ai compagni di viaggio. Da quel naufragio, o, meglio, dalla successiva permanenza di Paolo a Malta, nacque una comunità cristiana fervente e solida, che dopo duemila anni è ancora fedele al Vangelo e si sforza di coniugarlo con le complesse questioni dell’epoca contemporanea. Questo naturalmente non è sempre facile, né scontato, ma la gente maltese sa trovare nella visione cristiana della vita le risposte alle nuove sfide. Ne è un segno, ad esempio, il fatto di aver mantenuto saldo il profondo rispetto per la vita non ancora nata e per la sacralità del matrimonio, scegliendo di non introdurre l’aborto e il divorzio nell’ordinamento giuridico del Paese.
Pertanto, il mio viaggio aveva lo scopo di confermare nella fede la Chiesa che è in Malta, una realtà molto vivace, ben compaginata e presente sul territorio di Malta e Gozo. Tutta questa comunità si era data appuntamento a Floriana, nel Piazzale dei Granai, davanti alla Chiesa di San Publio, dove ho celebrato la Santa Messa partecipata con grande fervore. E’ stato per me motivo di gioia, ed anche di consolazione sentire il particolare calore di quel popolo che dà il senso di una grande famiglia, accomunata dalla fede e dalla visione cristiana della vita. Dopo la Celebrazione, ho voluto incontrare alcune persone vittime di abusi da parte di esponenti del Clero. Ho condiviso con loro la sofferenza e, con commozione, ho pregato con loro, assicurando l’azione della Chiesa.
Se Malta dà il senso di una grande famiglia, non bisogna pensare che, a causa della sua conformazione geografica, sia una società “isolata” dal mondo. Non è così, e lo si vede, ad esempio, dai contatti che Malta intrattiene con vari Paesi e dal fatto che in molte Nazioni si trovano sacerdoti maltesi. Infatti, le famiglie e le parrocchie di Malta hanno saputo educare tanti giovani al senso di Dio e della Chiesa, così che molti di loro hanno risposto generosamente alla chiamata di Gesù e sono diventati presbiteri. Tra questi, numerosi hanno abbracciato l’impegno missionario ad gentes, in terre lontane, ereditando lo spirito apostolico che spingeva san Paolo a portare il Vangelo là dove ancora non era arrivato. E’ questo un aspetto che volentieri ho ribadito, che cioè “la fede si rafforza quando viene offerta agli altri” (Enc. Redemptoris missio, 2). Sul ceppo di questa fede, Malta si è sviluppata ed ora si apre a varie realtà economiche, sociali e culturali, alle quali offre un apporto prezioso.
E’ chiaro che Malta ha dovuto spesso difendersi nel corso dei secoli – e lo si vede dalle sue fortificazioni. La posizione strategica del piccolo arcipelago attirava ovviamente l’attenzione delle diverse potenze politiche e militari. E tuttavia, la vocazione più profonda di Malta è quella cristiana, vale a dire la vocazione universale della pace! La celebre croce di Malta, che tutti associano a quella Nazione, ha sventolato tante volte in mezzo a conflitti e contese; ma, grazie a Dio, non ha mai perso il suo significato autentico e perenne: è il segno dell’amore e della riconciliazione, e questa è la vera vocazione dei popoli che accolgono e abbracciano il messaggio cristiano!
Crocevia naturale, Malta è al centro di rotte di migrazione: uomini e donne, come un tempo san Paolo, approdano sulle coste maltesi, talvolta spinti da condizioni di vita assai ardue, da violenze e persecuzioni, e ciò comporta, naturalmente, problemi complessi sul piano umanitario, politico e giuridico, problemi che hanno soluzioni non facili, ma da ricercare con perseveranza e tenacia, concertando gli interventi a livello internazionale. Così è bene che si faccia in tutte le Nazioni che hanno i valori cristiani nelle radici delle loro Carte Costituzionali e delle loro culture.
La sfida di coniugare nella complessità dell’oggi la perenne validità del Vangelo è affascinante per tutti, ma specialmente per i giovani. Le nuove generazioni infatti la avvertono in modo più forte, e per questo ho voluto che anche a Malta, malgrado la brevità della mia visita, non mancasse l’incontro con i giovani. E’ stato un momento di profondo e intenso dialogo, reso ancora più bello dall’ambiente in cui si è svolto – il porto di Valletta – e dall’entusiasmo dei giovani. A loro non potevo non ricordare l’esperienza giovanile di san Paolo: un’esperienza straordinaria, unica, eppure capace di parlare alle nuove generazioni di ogni epoca, per quella radicale trasformazione seguita all’incontro con Cristo Risorto. Ho guardato dunque ai giovani di Malta come a dei potenziali eredi dell’avventura spirituale di san Paolo, chiamati come lui a scoprire la bellezza dell’amore di Dio donatoci in Gesù Cristo; ad abbracciare il mistero della sua Croce; ad essere vincitori proprio nelle prove e nelle tribolazioni, a non avere paura delle “tempeste” della vita, e nemmeno dei naufragi, perché il disegno d’amore di Dio è più grande anche delle tempeste e dei naufragi.
Cari amici, questo, in sintesi, è stato il messaggio che ho portato a Malta. Ma, come accennavo, è stato tanto ciò che io stesso ho ricevuto da quella Chiesa, da quel popolo benedetto da Dio, che ha saputo collaborare validamente con la sua grazia. Per intercessione dell’apostolo Paolo, di san Giorgio Preca, sacerdote, primo santo maltese, e della Vergine Maria, che i fedeli di Malta e Gozo venerano con tanta devozione, possa sempre progredire nella pace e nella prosperità.

Publié dans:Papa Benedetto XVI - viaggi |on 11 octobre, 2017 |Pas de commentaires »

Gerusalemme, città vecchia

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Publié dans:immagini sacre |on 9 octobre, 2017 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI E IL DIALOGO CON GLI EBREI

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BENEDETTO XVI E IL DIALOGO CON GLI EBREI

Padri nella fede di P. Norbert J. Hofmann*

Nel celebrare, lunedì 17 gennaio, la ventiduesima Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei, torniamo col pensiero, pieni di gioia, alla visita compiuta da Benedetto xvi nella sinagoga di Roma esattamente un anno fa, visita che ha evidenziato chiaramente la natura delle relazioni esistenti tra ebrei e cattolici. Nel suo incontro con gli ebrei di Roma, il Santo Padre ha espresso profonda stima e sentito apprezzamento: «Con sentimenti di viva cordialità mi trovo in mezzo a voi per manifestarvi la stima e l’affetto che il Vescovo e la Chiesa di Roma, come pure l’intera Chiesa Cattolica, nutrono verso questa Comunità e le Comunità ebraiche sparse nel mondo» (n. 1).
A questa visita del Papa ha fatto riferimento il 13 ottobre 2010 il rabbino di Gerusalemme, David Rosen, quando è intervenuto al Sinodo dei vescovi sul Medio Oriente per parlare delle relazioni tra ebrei e cristiani in quella regione: «Oggi, le relazioni tra mondo cristiano e popolo ebraico riflettono una benedetta trasformazione dei nostri tempi, possiamo dire senza precedenti storici. Papa Benedetto XVI ha menzionato l’insegnamento del concilio Vaticano ii come punto fermo a cui riferirsi costantemente nell’atteggiamento e nei rapporti con il popolo ebraico, segnando una nuova e significativa tappa».
Nessuno può negare che negli ultimi quarantacinque anni, ovvero dalla promulgazione della dichiarazione Nostra aetate (n. 4), molto è cambiato, in senso positivo, nel dialogo tra ebrei e cattolici. Sicuramente, il sopracitato documento è uno dei testi conciliari che hanno avuto un grandissimo impatto a livello pratico nella dinamica degli sviluppi successivi al concilio (wirkungsgeschichte, storia degli effetti). Tuttavia, le principali affermazioni teologiche della Nostra aetate (n. 4) devono essere ulteriormente esplicitate e adeguatamente approfondite; il loro chiarimento rimane tuttora all’ordine del giorno nelle discussioni a livello accademico. Il fatto che un rabbino abbia preso la parola durante un Sinodo dei vescovi in Vaticano è significativo. Vi è stato comunque un precedente. Nell’ottobre 2008, durante il Sinodo dei vescovi sulla Parola di Dio, il rabbino di Haifa, Shear Yashuv Cohen, ha parlato della Parola di Dio nelle Sacre Scritture e nelle Tradizioni degli ebrei. A ciò fa allusione Benedetto XVI nella sua esortazione apostolica postsinodale Verbum Domini (n. 4), pubblicata nel novembre 2010, quando si riferisce all’intervento del rabbino come a una «preziosa testimonianza».
In un altro punto del documento (n. 43), il Papa sottolinea l’importanza del dialogo con l’ebraismo e il rapporto con esso, affermando: «Traiamo, quindi, il nostro nutrimento dalle medesime radici spirituali. Ci incontriamo come fratelli, fratelli che in certi momenti della loro storia hanno avuto un rapporto teso, ma che adesso sono fermamente impegnati nella costruzione di ponti di amicizia duratura. Desidero riaffermare ancora una volta quanto prezioso sia per la Chiesa il dialogo con gli ebrei. È bene che dove se ne veda l’opportunità si creino possibilità anche pubbliche di incontro e confronto che favoriscano l’incremento della conoscenza reciproca, della stima vicendevole e della collaborazione anche nello studio stesso delle Sacre Scritture».
L’incoraggiamento del Papa s’iscrive all’interno degli sforzi che egli ha compiuto finora nel suo Pontificato a favore del dialogo con l’ebraismo.
Nel libro intervista con Peter Seewald, da poco pubblicato, Benedetto XVI lascia trasparire il suo pensiero nei confronti dell’ebraismo e il suo giudizio sul dialogo. Da parte ebraica, non sembra esserci nessuna critica negativa ufficiale al libro, e questo fatto la dice già lunga. Benedetto XVI riprende la vecchia definizione degli ebrei come «fratelli maggiori» e vi accosta la propria, quella di «padri nella fede», che ritiene spieghi ancora meglio il rapporto tra ebrei e cristiani. Giovanni Paolo II, durante la sua storica visita alla sinagoga di Roma il 13 aprile 1986, si era rivolto agli ebrei come ai «fratelli prediletti», ai «fratelli maggiori». Ma, da parte ebraica, alcune voci avevano criticato questa nuova definizione. Infatti, nella Bibbia il fratello maggiore non sempre ha la meglio; basti ricordare l’esempio di Giacobbe ed Esaù, in cui è proprio il fratello maggiore a non essere prescelto. Benedetto XVI ha dimostrato sensibilità nei confronti di tale critica, preferendo optare per il termine «padri nella fede». Quest’espressione ricorda chiaramente le radici ebraiche del cristianesimo e quindi il fatto che, come cristiani, abbiamo ereditato dai nostri «padri ebraici» la fede nell’unico Dio di Israele e siamo a essi accomunati dalla stessa tradizione religiosa, seppure la interpretiamo in modo nuovo e diverso in forza dell’evento cristiano. Come cristiani, abbiamo in Cristo un’immagine diversa della madrepatria ebraica(1), da cui noi stessi siamo nati. L’ebraismo rabbinico deve la sua esistenza a questa stessa madrepatria, che, dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme nel 70 dopo Cristo, ha continuato a evolversi.
Fin dall’inizio, Benedetto XVI ha tenuto a dimostrare che non è possibile considerare il Nuovo Testamento in maniera isolata rispetto a questa madrepatria ebraica e che esiste una profonda unità tra Antica e Nuova Alleanza, entrambe parti della Sacra Scrittura. Nel recente libro-intervista, il Papa ribadisce che, per essere compreso, il Nuovo Testamento deve essere letto insieme all’Antico.
L’approccio di Joseph Ratzinger all’ebraismo è stato sin dall’inizio quello di uno studioso che ha sempre posto la Sacra Scrittura al centro del proprio pensiero, della propria meditazione e della propria azione. Molti studenti dell’allora professor Ratzinger erano dell’avviso che, per conoscere bene la Sacra Scrittura, piuttosto che frequentare le lezioni degli esegeti dell’Antico e del Nuovo Testamento, era preferibile andare alle sue lezioni, ascoltare lui, che è in realtà un teologo di dogmatica e teologia fondamentale.
Nell’intervista con Seewald, Benedetto XVI riconosce di essere stato tanto colpito, come tedesco, dalla sorte degli ebrei durante il Terzo Reich, da aver sempre guardato al popolo di Israele con umiltà, vergogna e amore. Egli parla di un intimo legame di vicinanza affettiva e di comprensione tra Israele e la Chiesa, e quindi di rispetto reciproco per l’altrui identità, e sottolinea che tale convinzione di base è essenziale per l’annuncio della fede cristiana. Alla luce di questo suo atteggiamento benevolente e magnanimo nei confronti dell’ebraismo, non può essere giustificata la critica rivolta a Benedetto XVI circa la nuova formulazione dell’intercessione per gli ebrei per il Venerdì Santo secondo il rito del 1962, né quella mossagli a seguito della revoca della scomunica del vescovo Williamson, negazionista della Shoah. [per la verità, il vescovo è 'riduzionista', non negazionista; il che non sminuisce l'orrore degli eventi di cui si parla, che sono comunque fatti storici e non dogmi di fede tali da giustificare una scomunica - ndR]. Nel libro intervista, Papa Ratzinger parla di queste due crisi nel dialogo ebraico-cattolico e dice chiaramente di essere stato spesso frainteso al riguardo, a volte addirittura intenzionalmente. Egli sottolinea con convinzione che era fuori discussione una rottura del dialogo a causa di queste difficoltà e che nei rapporti con l’ebraismo mondiale non è mai venuta a mancare la fiducia reciproca. Crisi e situazioni difficili fanno parte integrante del dialogo ebraico-cattolico; superarle insieme in maniera costruttiva può soltanto approfondire e consolidare il legame tra ebrei e cattolici. Le crisi sono, in questo senso, il «sale della vita» e devono essere lette nel quadro della cultura ebraica millenaria del confronto-discussione. Spesso, nell’ebraismo, la ricerca della verità è alquanto animata quando si scontrano opinioni diverse, che vengono sempre accostate le une alle altre nella loro ricchezza di sfaccettature; opinioni che quindi si fanno luce vicendevolmente. Nella Chiesa cattolica, la ricerca della verità avviene in maniera molto diversa: come cristiani, sappiamo che Cristo è per noi «la via, la verità e la vita» (Giovanni, 14, 6).
Ebrei e cristiani mirano comunque allo stesso obiettivo quando si tratta dell’impegno a favore della giustizia e della pace nel mondo, come testimonianza del Regno di Dio tra gli uomini. Questo è quanto ha sottolineato lo stesso Benedetto XVI nel discorso sopra menzionato alla sinagoga di Roma: «Con l’esercizio della giustizia e della misericordia, Ebrei e Cristiani sono chiamati ad annunciare e a dare testimonianza al regno dell’Altissimo che viene, e per il quale preghiamo e operiamo ogni giorno nella speranza. In questa direzione possiamo compiere passi insieme, consapevoli delle differenze che vi sono tra noi, ma anche del fatto che se riusciremo ad unire i nostri cuori e le nostre mani per rispondere alla chiamata del Signore, la sua luce si farà più vicina per illuminare tutti i popoli della terra» (n. 7-8).
*Salesiano, segretario della Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo

L’Osservatore Romano – 16 gennaio 2011)

Nota di Le nostre Radici
(1) In realtà in quanto cristiani, noi non abbiamo una « madrepatria ebraica », che presupporrebbe un’appartenenza legata alla Terra o alla razza, ma un’appartenenza ‘teologale’ alla Persona del Signore Gesù, nel quale si incarna la pienezza umano-divina della Santissima Trinità

Matteo 21, 33-43

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Publié dans:immagini sacre |on 6 octobre, 2017 |Pas de commentaires »

08 OTTOBRE 2017 | 27A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/2017-Anno_A/05-Ordinario_A/Omelie/27-Domenica/12-27a-Domenica_A_2017-MM.htm

08 OTTOBRE 2017 | 27A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

La pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza,
custodirà i vostri cuori ed i vostri pensieri in Cristo Gesù

La parabola dei vignaioli omicidi, che il vangelo ci presenta nella liturgia di questa domenica, va inquadrata nell’ultima fase della vita di Gesù, a pochi giorni dalla sua passione e morte.
Gesù è in Gerusalemme, e lancia ancora un forte, estremo richiamo al popolo di Israele perché prenda coscienza della grande responsabilità che si assume, rifiutando la salvezza che Dio gli offre, attraverso Gesù stesso.
La parabola ci ricollega alle parole del profeta Isaia, riportate nella prima lettura. Ma mentre il profeta, cantando l’amore e le premure che Dio ha per la sua vigna prediletta (il Popolo di Israele), mette in primo piano la vigna, ben arata e coltivata, che invece di uva buona produce uva selvatica, Gesù nel vangelo mette come protagonisti della vicenda i vignaioli, ai quali viene affidata la vigna, e che a tempo opportuno, non consegnano il raccolto; anzi uccidono gli inviati del padrone, i profeti, e lo stesso figlio.
La conseguenza è ovvia: il padrone « Farà morire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri vignaioli che gli consegneranno i frutti a suo tempo ».
Il taglio storico della parabola è chiaro: i vignaioli omicidi rappresentano il popolo di Israele, che, avendo respinto tutti gli inviati di Dio, i profeti, ed apprestandosi ad uccidere il figlio stesso, Gesù, ha attirato su di sé il castigo di Dio: « la vigna sarà presa e data ad altri vignaioli ». Sarà data cioè al nuovo popolo messianico, al vero popolo di Dio, formato da tutti coloro che obbediscono realmente a Dio, che fanno la sua volontà e accolgono il Figlio suo.
I primi vignaioli hanno deluso, perché non hanno osservato il tempo dei frutti. Ma anche i nuovi vignaioli devono « consegnare i frutti a suo tempo ».
Queste parole del Vangelo ci ricordano che vi è un termine preciso entro il quale tutti noi dobbiamo presentare i frutti; ci ricordano che siamo tutti incamminati verso un termine, verso il giudizio, in cui ci verrà richiesto il rendiconto della vita, di come cioè abbiamo fatto fruttificare i doni ricevuti, e soprattutto di come abbiamo vissuto la legge della carità: « avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere, ero malato, forestiero…e mi avete visitato ed ospitato. Quando? Quando lo avete fatto al più piccolo dei miei fratelli lo avete fatto a me ».

S. Paolo, nella lettera ai cristiani di Filippi (2a lettura), ci esorta a vivere nella gioia e nella pace, nonostante le difficoltà e le sofferenze, che possiamo incontrare, forti della fiducia in Dio.
Ricordiamo che S. Paolo scrive questa lettera mentre è in prigione, in un periodo cioè di particolare difficoltà e di strettezze a causa del vangelo; e scrive alla comunità cristiana di Filippi, che anch’essa ha avuto difficoltà e sofferenze a causa degli avversari del Vangelo: « a voi è stata data la grazia non solo di credere in Cristo, ma anche di soffrire per Lui », riconosce Paolo.
Però, nonostante le catene che porta per il vangelo, Paolo è nella gioia, ed esorta i cristiani di Filippi ad essere anch’essi nella gioia: « fratelli miei state lieti nel Signore… Rallegratevi nel Signore, ve lo ripeto, rallegratevi ». Non in una gioia spensierata ed incosciente, ma in una gioia fondata in Cristo, nella fede e nella certezza della continua sua presenza: « il Signore è vicino ».

Conserviamo anche noi, nel nostro cuore, e meditiamo, le parole di S. Paolo: « Fratelli, non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti, e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori ed i vostri pensieri in Cristo Gesù ».
Don Bosco ha vissuto profondamente queste parole di S. Paolo, e su di esse ha fondato tutta la sua fede, la sua fiducia ed il suo ottimismo, ed ha fatto cose grandi.
Eppure al termine della sua vita ha confessato: « Se avessi avuto più fede, avrei fatto molto di più ».
Ci aiuti allora Don Bosco ad avere anche noi più fede nel Signore; avremo più coraggio, più ottimismo, più fiducia; sperimenteremo maggiormente quella « pace di Dio, che supera ogni intelligenza ».
Ci aiuti la Madonna che abbiamo onorato sotto il bel titolo di Regina del Santo Rosario.

Don Mario MORRA SDB

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 6 octobre, 2017 |Pas de commentaires »
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