Archive pour octobre, 2017

San Paolo ( 1Ts 2, 17-20)

paolo

Publié dans:immagini sacre |on 18 octobre, 2017 |Pas de commentaires »

LA SPERANZA (anche Paolo)

http://www.rocciadisalvezza.it/scritti/fra_umile/LA_SPERANZA.htm

LA SPERANZA (anche Paolo)

Dopo la fede dovremmo fare qualche accenno alla seconda virtù teologale (cioè che ha Dio per oggetto diretto): la speranza, ossia il desiderio di giungere a Dio, di possederLo eternamente; la confidenza e fiducia che, nella Sua bontà e misericordia, Egli ci trarrà a sé, dopo questa breve e faticosa prova terrena. Se possiamo esprimerci così, la speranza teologale è la fede che si fa desiderio e quasi pregustazione delle realtà future. La speranza è “attesa” di quella eredità che Dio ha preparato per noi suoi figli, attesa dei beni escatologici. S. Paolo scrive (1 Cor. 2, 9): <Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano>. E S. Giovanni (1 Giov. 3, 2): <Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando Egli si sarò manifestato, noi saremo simili a Lui, perché lo vedremo così come Egli è>.
La speranza ha, perciò, come oggetto ciò che non si vede, ma che noi, tuttavia, come dice S. Paolo, “attendiamo con perseveranza” (Rm. 8, 25), sapendo dalla fede che esso procurerà una felicità immensa. La speranza teologale è un dono gratuito di Dio, un cammino gioioso, pur tra le inevitabili prove della vita, verso la luce e l’amore eterno. La speranza è talmente essenziale a noi cristiani, alla nostra identità specifica che, a differenza dei pagani di ogni tempo, possiamo essere definiti come coloro che “hanno speranza”.
Detto questo è facile dedurre la funzione essenziale di questa virtù teologale nella nostra vita cristiana e spirituale, specialmente in questo tempo di appiattimento materialistico e di crisi esistenziali tra giovani ed anziani. La speranza genera, infatti, una ricca varietà di comportamenti indispensabili allo sviluppo della vita divina in noi, cioè alla santità. Vediamone qualcuno:
n La fiducia
Non in noi stessi, ma nella promessa divina, cui ci affidiamo totalmente, superando ogni dubbio ed incertezza, ogni preoccupazione, ogni paura, ogni angoscia. Persino e soprattutto, la paura di fronte alla morte. Il cristiano dotato di speranza è una persona perennemente serena e che diffonde serenità attorno a sé, come avveniva in modo stupendo nei santi. S. Francesco: “Iacta super Dominum curam tuam, et ipse te enutriet; non dabit in aeternum fluctuationem iusto” (Getta sul Signore il tuo affanno ed egli ti darà sostegno, mai permetterà che il giusto vacilli).
n La pazienza
Come quella dell’agricoltore, il quale “aspetta pazientemente il prezioso frutto della terra” (Giac. 5, 8). Pazienza necessaria a tutti, specialmente in certe circostanze dolorose della vita. Pensiamo a certe lunghe e strazianti malattie, a certi travagli familiari, a certi rovesci di fortuna e chi più ne ha, più ne metta, dato che nella vita la croce, prima o poi, in un modo o nell’altro, non manca a nessuno. Persino l’inferno, se ci fosse speranza di uscirne, non sarebbe più inferno…
n Il coraggio
E quanto ce ne vuole per affrontare le battaglie della vita! Il coraggio anche, di testimoniare sempre il Vangelo, anche quando costa…
n La gioia
La speranza teologale è ben più di una ipotesi nebulosa, per cui talvolta si sente gente che dice: “Mah, speriamo che dopo la morte ci sia qualcosa…” con una espressione titubante e quasi rassegnata che non sia così… La speranza cristiana è gioiosa certezza della gloria futura e ci fa vivere la vita nel tempo come radiosa vigilia di un giorno senza tramonto nel trionfo di Cristo Risorto, che ci attende nella Sua gloria.
Sentiamo l’apostolo Pietro: <Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo; nella Sua grande misericordia Egli ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, PER UNA SPERANZA VIVA, in un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce… Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere per un po’ di tempo afflitti da varie prove…> (1 Pt. 1, 3 segg.). Il cristiano e la gioia sono tutt’uno, perché nessuno più di un vero cristiano ha una certezza più grandiosa e più sicura.
Nulla è più antitetico e contro testimoniante alla vita cristiana che il pessimismo, la malinconia, la musoneria, la sfiducia…Un cristiano triste – è stato detto – è un triste cristiano…Basterebbe ricordare, tra i tantissimi testi biblici a questo riguardo, ciò che esclama S. Paolo: <Sono pieno di consolazione, pervaso di gioia in ogni nostra tribolazione> (2 Cor. 7, 4).
n La preghiera
Sarebbe impossibile pregare, se non avessimo almeno un briciolo di speranza. Anche le preghiere che nascono dai cuori più provati, già nell’Antico Testamento (vedasi Giobbe 3 o qualche salmo), manifestano la fiducia di un intervento di Dio, attendono ansiosamente una Sua risposta. Naturalmente più cresce la fiducia, la speranza, più la preghiera aumenta la sua efficacia, come dimostrano molti episodi evangelici.
n La speranza cristiana genera anche opere d’amore.
Anche in situazioni umane disperate (carcerati, incurabili, pazzi, moribondi ecc.) il cristiano spera contro ogni speranza, ancorandosi in Dio ed agendo in conseguenza. Perciò anche le strutture della società terrena possono essere toccate dalla novità e dalla forza della speranza cristiana.
L’elenco degli atteggiamenti umani e cristiani sostenuti dalla virtù teologale della speranza potrebbe continuare, ma anche solo i pochi accenni fatti sono sufficienti a persuaderci che grande forza questa virtù costituisca per la nostra vita cristiana. Facendoci tendere con forza alla realtà futura, ai beni che non passano, la speranza teologale rende sciolto e deciso il nostro cammino verso l’Amore, verso la santità.
Essa aumenta le nostre energie, il nostro slancio nel fare il bene. Se nel mondo si fanno spesso sforzi disperati, si affrontano lotte e fatiche di ogni genere per raggiungere risultati materiali (e come tali mai totalmente soddisfacenti), quanto più noi cristiani, sorretti dalla certezza dell’intervento di Dio e della vittoria finale, potremo impegnarci in cose belle e sante, anche quando trascendono le nostre deboli forze…I Santi, uomini e donne della speranza, ci sono splendidi esempi in materia: basti pensare cosa è riuscita ad operare quella piccola donna rugosa che fu M. Teresa, a livello mondiale, e come lei e prima di lei, un D. Bosco, un D. Orione, un Cottolengo e mille altri. E cosa riusciremmo ad operare noi, nel nostro piccolo, se ci nutrissimo di più di speranza. Non presuntuosi, perché ben sappiamo che tutto dipende da Dio e senza di Lui non possiamo fare nulla di buono; ma neppure scoraggiati e, tanto meno, disperati. Il vero cristiano non si preoccupa troppo delle avversità terrene, ma cammina deciso e spedito verso i beni futuri. Non si disinteressa delle cose della terra, ma neppure vi ci si lascia invischiare e trattenere. Nessuno è impegnato come lui, ma nello stesso tempo libero come lui, perché il suo cuore è colmo di fiducia in Dio e il suo sguardo spazia su orizzonti che trascendono la scena del mondo presente.
Sappiamo anche che nei gradi più alti la speranza cristiana diventa spirito d’abbandono in Dio. Ci sentiamo come piccoli bambini nelle Sue braccia di Padre, ci lasciamo portare da Lui dovunque a Lui piaccia, diventiamo strumenti docili del Suo amore.
E’ “la piccola via” praticata ed insegnata dalla piccola Santa di Lisieux, Teresina del Bambin Gesù, che ha condotto verso i vertici dell’amore e dell’offerta di sé, centinaia di migliaia di anime. E su questa via si vive amando e si muore cantando. Per questo S. Francesco, giullare di Dio, era solito ripetere: <E’ tanto il bene che mi aspetto, che ogni pena mi è diletto!>, e così esortava i suoi frati: <Abbiamo promesso grandi cose, maggiori sono state promesse a noi; osserviamo quelle e aspiriamo a queste. Il piacere è breve, la pena eterna; piccola la sofferenza, infinita la gloria>. E vivendo con questa incrollabile speranza, morì cantando. Scrive di lui il suo primo biografo, fra Tommaso da Celano: <Sentendo che l’ora della morte era ormai imminente, chiamò a sé due dei suoi frati e figli prediletti, perché a piena voce cantassero le lodi al Signore con animo gioioso per l’approssimarsi della morte, anzi della vera vita>.
E’ quello che auguro a me e a voi, perché possiamo tutti cooperare a ridare speranza e certezza ad un mondo sbandato e demotivato e spesso disperato e deluso dinanzi ai suoi idoli materialistici, perché soltanto il nostro Dio è il Dio della speranza, in Cristo Gesù morto e risorto per noi!

Publié dans:SPERANZA (LA) |on 18 octobre, 2017 |Pas de commentaires »

San Luca dipinge la Vergine Maria

la mia  paolo San Luca dipinge la madonna - Copia

Publié dans:immagini sacre |on 17 octobre, 2017 |Pas de commentaires »

PER LA FESTA DI SAN LUCA (18.10) VANGELO DI LUCA E ATTI DEGLI APOSTOLI: UN’OPERA UNICA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Meditazioni/2002-2003/11-Vangelo_di_Luca_e_Atti.html

VANGELO DI LUCA E ATTI DEGLI APOSTOLI: UN’OPERA UNICA

Eccoci di nuovo nell’anno liturgico dedicato al Vangelo di Luca. Tre anni fa ci siamo intrattenuti su varie pagine del suo Vangelo. Quest’anno vogliamo soffermarci sugli Atti degli Apostoli che all’inizio formavano con il Vangelo un’unica opera con una sola introduzione, quella che leggiamo in Luca 1,1-4. Iniziamo richiamandoci ad un pensiero detto tre anni fa e che vale in modo particolare negli Atti. Chi vuole camminare con Cristo nella storia deve sentirsi sempre in cammino, deve capire che non ci si può fermare e che non si può volgere indietro lo sguardo finché il Messaggio della salvezza non sia giunto sino alle estremità della terra. Questa è la vera caratteristica del discepolo nell’intera opera lucana. Chi la osserva nella sua totalità, rimane stupito dall’immenso lavoro di Luca e dalla grandiosità del suo progetto: egli non vede solo “l’evento del Cristo terreno”, ma “l’evento Cristo” che continua nella storia umana e che sempre cammina con i suoi discepoli “con la potenza dello Spirito Santo” (Lc 4,14).

Ma chi è Luca?
Ci piace pensarlo negli anni 80-90. La generazione apostolica appartiene oramai al passato e l’annuncio di Cristo ha già raggiunto le “estremità della terra”, cioè tutto il mondo allora conosciuto da un medio-orientale. Luca guarda questo passato e osserva insieme la storia del Gesù terreno e i quasi cinquant’anni della storia della Chiesa. Che meraviglia! Quante similitudini tra la vita di Gesù e quella della Chiesa: il martirio di Stefano è simile a quello di Gesù, la passione di Paolo ripete quella di Gesù e fa toccare con mano che davvero “non è Paolo che vive, ma Gesù che vive in lui”, e la vita dei cristiani riflette sotto tanti aspetti quella di Gesù. La predicazione, poi, e la catechesi degli Apostoli offrono con somma coerenza una enorme ricchezza. Davvero sono il fondamento d’ogni vera catechesi.
A Luca è possibile conoscere tutto ciò perché non c’è solo una tradizione orale, ma anche perché molti già hanno tentato di scrivere su quanto è accaduto ai tempi del Cristo terreno e su quanto è accaduto e accade nella Chiesa. C’è oramai una vasta letteratura cristiana su Gesù e sulla Chiesa. E per quanto riguarda Gesù c’è una tradizione anche scritta che risale ai Dodici, cioè ai testimoni oculari, a quelli che sono stati con Gesù dal “Battesimo di Giovanni Battista fino alla sua Ascensione”, e che sono il fondamento della nostra fede (Ef 2,20). Osservando tutto ciò, decide di dare anche lui il suo contributo e da abile scrittore storico si mette al lavoro. Innanzi tutto fa accurate ricerche su ogni circostanza fin dagli inizi (Lc 1,3); e poi fa le sue scelte: è chiaro, infatti, che non può scrivere tutto. Non ci parlerà di tutti gli Apostoli e neppure della vita di tutte le “chiese” sparse nel mondo romano, ma solo di alcuni o di alcune.
Redigendo il Vangelo è evidente che ha come base il “Vangelo di Marco” e una “fonte scritta” che userà anche Matteo, ma non fa il copiatore: a tutto imprime il suo entusiastico stile. Quando invece si tratta degli Atti, gli studiosi accennano a certe “fonti scritte”, ma si naviga tra pure ipotesi quando si cerca di precisarle. È però certo che Luca conosceva le “Lettere di Paolo”, anche se è difficile precisarne il suo uso. Però lui è stato un compagno di Paolo, come lo dimostrano le “sezioni noi” degli Atti, e perciò sapeva come predicava l’Apostolo delle genti.
Ebbene, dopo aver vagliato tutto, si mette all’opera pensando ai suoi destinatari. Ne cita uno in particolare: “Teofilo”, ma è chiaro che il suo scopo è di far comprendere alla sua comunità quanta solidità abbia la catechesi che ha ricevuto e che egli riassume presentando l’evento Gesù (Vangelo) e richiamandosi, negli Atti, alla predicazione apostolica. Luca è un vero maestro e un vero storico, ma la sua opera è anche catechesi e teologia. Da un punto di vista storico, vediamo che egli dà a tutta la sua opera un grandioso quadro storico e geografico.

Quadro storico
Se non avessimo l’opera lucana sarebbe difficile ancorare alla storia “l’evento Cristo”. Marco e Giovanni con il solo riferimento a Pilato (anni 26-36) e a Caifa (anni 7-36) non sono sufficienti per capire quando si svolse il ministero di Gesù. Ed è difficile anche il testo di Matteo 2,1 che colloca la nascita di Gesù ai tempi di Erode (37-4 a.C.). Ben diverso è Luca. Fedele al principio che gli apostoli sono testimoni solo di ciò che avvenne dal Battesimo amministrato da Giovanni Battista fino all’Ascensione di Gesù, così introduce il ministero di Giovanni: «Nell’anno decimo quinto dell’impero di Tiberio Cesare (cioè anni 28-29), mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea (26-36 a.C.), Erode tetrarca della Galilea e Filippo suo fratello tetrarca dell’Iturea e della Traconitide e Lisania tetrarca dell’Abilene, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa la Parola di Dio scese su Giovanni…» (Lc 3,1-2).
La storia di Gesù è qui ben ancorata alla storia romana e della Palestina dell’inizio del primo secolo. E se pensiamo agli Atti che collocano il primo arresto di Pietro (At 4) e il martirio di Stefano (At 7) sotto il sommo sacerdote Caifa, che finì il suo mandato nell’anno 36 – siamo in una Chiesa già piena di vita – abbiamo la certezza che è stretto il margine in cui Gesù ha potuto sviluppare il suo ministero. Ma c’è la grande certezza che “l’evento Cristo” è ben ancorato nella storia umana di allora.
Ma c’è di più: Luca àncora fortemente l’evento Cristo e quello della Chiesa primitiva nel mondo giudaico. Il Vangelo si conclude affermando che dopo l’Ascensione i discepoli «tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio» (24,52s). E negli Atti leggiamo che la comunità cristiana «ogni giorno frequentava il tempio» (At 2,46) e tale era l’abitudine di Pietro e Giovanni (At 3,1) e si afferma che «i credenti erano soliti stare insieme nel portico di Salomone; degli altri nessuno osava associarsi a loro» (At 5,12-13). Questi apparivano già come un gruppo a sé stante del giudaismo. Così come Luca sin dai racconti dell’infanzia ha presentato Gesù inserito in tutto e per tutto nel giudaismo palestinese fin dalla nascita e dalla circoncisione, ora dipinge il cristianesimo come una pura e logica emanazione, nonché continuazione, del giudaismo e fortemente agganciato a tutta la tradizione veterotestamentaria. Forti sostenitori di questa tradizione sono l’Apostolo Giacomo e Pietro, il quale però, sotto rivelazione divina e conscio della sua autorità, aprirà la Chiesa giudaica ai pagani (At 10s) e ne confermerà definitivamente l’apertura nella celebre riunione di Gerusalemme (At 15). La seconda parte degli Atti, invece, è dominata dall’apostolato di Paolo che percorrerà tutte le regioni che circondano il Mar Egeo fondando Chiese in cui convivono cristiani di origine ebraica e pagana. Ed è per mezzo suo che il cristianesimo acquista la sua vera nota di universalità.
Solo verso la fine, Luca lascerà il Medio Oriente e parlerà di Paolo che naviga verso Roma, dove dovrà presentarsi davanti al tribunale di Cesare. Il richiamo a Cesare ha una sua importanza. Luca ha parlato di Cesare all’inizio della sua opera (Lc 2,1); ne riparla alla fine dando così, secondo un’abitudine semitica, una vera chiusura a tutto il suo racconto.

Quadro geografico
È quello che meglio permette di avere con facilità una panoramica dell’intera opera lucana. Diciamo subito che tutto è dominato da un nome: GERUSALEMME. Se ne parla 98 volte nella sua opera: 31 nel Vangelo e 67 negli Atti. La città santa è méta, è punto di partenza, è il centro, il punto di riferimento e di unità della comunità cristiana, è la Madre di tutte le Chiese, tutte si richiamano a Gerusalemme.
Nel racconto delle tentazioni (Lc 4,1-13), prima dell’inizio in Galilea della sua vita pubblica, si racconta che il diavolo condusse Gesù a Gerusalemme e lo pose sul pinnacolo del tempio… Il racconto conclude dicendo che “si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato”, cioè all’inizio della sua passione, che si compie a Gerusalemme e che è il vero scontro finale di Gesù con “il Potere delle tenebre” (Lc 22,53).
Segue il ministero di Gesù in Galilea. Luca però lascia cadere il viaggio in terra pagana, ricordato da Mc 7,24-31 e Mt 15,21-28. È fuori del suo itinerario. In Luca chi vuole camminare con Gesù non può andare su strade che conducono lontano da Gerusalemme. Alla fine del ministero galilaico c’è la Trasfigurazione in cui Mosè ed Elia parlano con Gesù “del suo esodo che si sarebbe compiuto a Gerusalemme” e Gesù, ubbidiente alla sua missione, “quando i giorni della sua assunzione stavano per compiersi, decise fermamente di incamminarsi verso Gerusalemme” (Lc 9,51).
Sono dieci capitoli (9,51-19,29) in cui è assai difficile tracciare l’itinerario di Gesù. A Luca interessa solo ricordarci in continuità che Gesù è in cammino verso Gerusalemme (9,53; 13,22.33; 17,11; 18,31; 19,11. 28). Ed è interessante, quando parla del “Giorno delle Palme”, cioè del suo giungere a Gerusalemme. Qui si evita il nome “Gerusalemme” e parla sempre di “città” ed è chiaro che Gesù non entra in città, ma solo nel Tempio. È la tematica di Luca che esige questo. Gesù, infatti, è in città solo quando celebra l’Ultima Cena e Satana è già entrato in Giuda (Lc 22,3). Siamo al tempo del compimento, dello scontro finale tra Gesù e Satana.
Per i discepoli ciò è molto importante. Infatti, solo quando hanno deciso di andare con lui “portando la croce dietro a lui” (23,26) e dopo aver accettato a Gerusalemme il compimento della salvezza, sono preparati per il balzo verso le nazioni (Lc 24,47).
A questo punto avviene il passaggio tra la prima e la seconda parte dell’opera e Luca, vero storico, ricorre a un principio assai usato dagli storici antichi: “Quando si passa a un nuovo argomento, non si fa un salto nel buio, ma si incastona la prima pagina del nuovo sviluppo (At 1,4-11) nell’ultima del precedente (Lc 24,47-52) riprendendo alcuni concetti e aprendoli meglio sul futuro”.
Così in Lc 24,49 e in At 1,4-5.8 Gesù dice ai discepoli di “non allontanarsi da Gerusalemme finché non si compia la “promessa del Padre” cioè – “finché non siate rivestiti di potenza dall’alto” (Lc 24,49) e “sarete battezzati in Spirito Santo” (At 1,5). Specificando poi meglio quello che accadrà dice: “riceverete la potenza dello Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni” (At 1,8). La missione che li attende non può avere inizio senza “la potenza dello Spirito”. Anche la missione di Gesù è iniziata così (Lc 4,14). Infatti, il racconto che segue sino alla fine dell’opera non sono “Gli Atti degli Apostoli”, ma “Gli atti dello Spirito Santo per mezzo degli Apostoli”. Per ben 56 volte, infatti, si parla dello Spirito Santo, usando in alcuni casi l’espressione “Spirito di Cristo” o “di Dio”.
C’è ancora una novità tra l’inizio degli Atti e la fine del Vangelo. Qui si parla dell’Ascensione e del ritorno a Gerusalemme; negli Atti il racconto dell’Ascensione si conclude così: “Quel Gesù che è stato assunto in cielo tornerà…”. La storia futura, che ancora continua, è una storia di attesa.
Ritorniamo al quadro geografico. Alla fine del Vangelo si parla di testimonianza in “tutto il mondo”, in At 1,8 si dice: “Mi sarete testimoni in Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra”. Completiamo questo itinerario, facendo precedere l’ultima espressione dalle località che ci farà percorrere Luca: “Cesarea Marittima, Galilea, Cipro, Antiochia di Siria, le province romane della Cilicia, della Galazia, dell’Asia, della Macedonia e dell’Acaia, fino alla stessa Roma, considerata “l’estremità della terra”.
Ecco il cammino che dobbiamo percorrere nel nostro studio, pensando al cammino che stiamo percorrendo oggi. Percorriamolo con lo stesso entusiasmo di Luca.

Preghiamo
Signore Gesù, sto davvero camminando con te nella storia? Cammino da solo o insieme alla comunità cristiana a cui appartengo? La mia predicazione o catechesi, e quella delle nostre comunità, attingono veramente alla solidità della testimonianza apostolica? Com’è la vita delle nostre comunità? Queste e tante altre domande dovremo farci in questo nuovo anno nello studio degli Atti! Signore Gesù, effondi su di noi la potenza del tuo Spirito e donaci il coraggio di un vero confronto comunitario e personale. E soprattutto il coraggio di sentire quella vera gioia che nasce dal vivere con radicalità la nostra fede, la nostra testimonianza e il nostro annuncio. Che il nostro sforzo di rimotivare e di rinnovare la nostra vita di fede sia sempre compiuto nella preghiera. Amen!

Mario Galizzi sdb

Publié dans:SANTI EVANGELISTI |on 17 octobre, 2017 |Pas de commentaires »

Matteo 22, 1- 14

la mia e paolo - Copia

Publié dans:immagini sacre |on 13 octobre, 2017 |Pas de commentaires »

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (15/10/2017)

 Tutti siamo invitati alle nozze dell’amore di Dio nel tempo e nell’eternità

padre Antonio Rungi

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (15/10/2017)

La parola di Dio di questa domenica XXVIII ci invita, nel Vangelo, a prendere parte alle nozze dell’Agnello, alle quali siamo tutti invitati, in modo degno, ben preparati, con le vesti spirituali ed interiori idonee, quelle che veramente contano per entrare a far parte di coloro che amano Dio e lo vogliono seguire sulla strada della carità.
Possiamo ben dire che tutti siamo invitati alle nozze dell’amore di Dio per l’umanità, intorno a quel banchetto che ha preparato il Signore per noi, rivolgendo il suo invito a determinate categorie di persone, quelle che più degli altri hanno bisogno di prenderne parte.
La parabola del Vangelo di Matteo di questa Domenica ci aiuta a comprende se siamo preparati o meno ad entrare nella sala delle nozze, dove Gesù ci aspetta per condividere con noi la sua festa, che è anche la nostra festa.
Tale banchetto nuziale può indicare tante cose spirituali, ma a mio avviso ne indica una precisa, ed è il banchetto eucaristico, al quale possiamo partecipare se abbiamo quella veste nuziale che è la grazia santificante.
Grazia che ha origine nel Battesimo e che coltiviamo nel tempo vivendo una vita cristiana, soprattutto al livello sacramentale, degna di essere chiamata tale. L’immagine delle nozze che Gesù usa per presentare ai capi dei sacerdoti e ai farisei la natura del suo regno è emblematica.
Dio, il Re della parabola, organizza la festa nuziale per il suo figlio, Gesù Cristo, ed invita chi ha scelto di far partecipare a questo convito e succede che nessuno si presenta.
Ci riprova una seconda volta e gli invitati non accolgono l’invito e, addirittura, ognuno va per la propria strada e cura i suoi affari o addirittura uccidono i servitore del Re. Alla fine visto la poca disponibilità degli invitati scelti, manda i suoi servi per le strade e invita tutta la gente a prendere parte al banchetto, buoni e cattivi e la sala si riempì.
Vi entrano, quindi, tutti i degni e i meno degni, tanto è vero che “il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Si comprende questa dura decisione del Signore, il Re, di escludere dalla partecipazione al banchetto del regno, che è il banchetto dell’amore chi non ha la veste della purezza, della santità, dell’innocenza, della conversione.
Il riferimento alla condanna eterna di chi non si converte all’amore di Dio è qui chiaro. La persona che entra senza l’abito nuziale, senza la veste distintiva dell’appartenenza a Dio non è solo il battesimo, ma il battesimo vissuto e concretizzato con una vita di fede, speranza e carità.
La conclusione e il messaggio finale della parabola, diremo la morale della favola, è comunicata direttamente da Gesù che presenta questo racconto: “Molti sono chiamati, ma pochi eletti”. Per confermare che la salvezza eterna è rivolta a tutti, nessuno è escluso preventivamente dal banchetto eucaristico ed eterno, ma alcuni o molti si autoescludono perché non vivono nell’amore di Dio, non fanno comunione con i fratelli e vivono nell’odio più pieno, nell’egoismo più totale, concentrati sui beni materiali, sugli interessi e soddisfazioni terreni.
Chi vive in questo modo non potrà mai capire pienamente, quanto scrive il profeta Isaia, nel brano della prima lettura di questa XXVIII domenica del tempo ordinario dell’anno liturgico. Uno dei testi, a mio avviso, tra i più belli, tra i più rasserenanti, tra i più significativi che aprono il cuore alla speranza in questo mondo e soprattutto nell’eternità: “Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati. Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni. Eliminerà la morte per sempre. Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto, l’ignominia del suo popolo farà scomparire da tutta la terra”.
Un testo che ben conosciamo in quanto è inserito nella liturgia esequiale e soprattutto nella commemorazione annuale dei fedeli defunti, quando ricordiamo a noi stessi che siamo pellegrini sulla terra e che ci aspetta la nostra sorella morte, che non è l’ultima parola della vita dell’uomo. Infatti, il mistero della risurrezione di Gesù ci aiuta ad entrare nel mistero della nostra definitiva risurrezione finale. E anche se oggi soffriamo per la morte dei cari e se abbiamo paura e preoccupazione per la nostra sorte finale, ci serva di aiuto quello che abbiamo letto del profeta Isaia: “Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto”.
Quante volte il nostro volte si è bagnato di lagrime per il dolore e la sofferenza personale, per la sofferenza che emerge da tante situazioni di questo mondo e soprattutto in occasione della perdita dei nostri cari? Non per consolarci, ma semplicemente per prendere atto della nostra vita che è fatta di gioie e di croci, penso che questa parola possa davvero aprire il nostro cuore alla speranza e alla serenità, quella che sarà piena nell’eternità.
Ci aiuta in questo discorso il significativo brano della lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi, nel quale troviamo espressioni di conforto e di maturazione spirituale, difficilmente riscontrabile in altri santi: “Fratelli, so vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza; sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. Tutto posso in colui che mi dà la forza”. Gesù è la sua forza spirituale interiore per affrontare ogni prova della sua vita, così difficile per tanti aspetti, ma pure vissuta totalmente a servizio del Vangelo. Perciò conclude con queste meravigliose espressioni: “Avete fatto bene tuttavia a prendere parte alle mie tribolazioni. Il mio Dio, a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza, in Cristo Gesù”. Sentire Dio come suo è davvero qualcosa di importante per Paolo e per tutti i cristiani.
Quanti sentono Dio davvero come unica vera gioia, felicità e ricchezza della propria vita? C’è molto da chiedersi e domandare e con il salmo 22, possiamo dire, con sincerità del cuore e corrispondenza di vita: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia. Mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome. Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici. Ungi di olio il mio capo; il mio calice trabocca. Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, abiterò ancora nella casa del Signore per lunghi giorni”.
Impegno di vita per tutti noi cristiani è proprio questo inno di lode al Signore che abbiamo elevato con il salmo responsoriale e che completiamo con la colletta di questa domenica: “O Padre, che inviti il mondo intero alle nozze del tuo Figlio, donaci la sapienza del tuo Spirito, perché possiamo testimoniare qual è la speranza della nostra chiamata, e nessun uomo abbia mai a rifiutare il banchetto della vita eterna o a entrarvi senza l’abito nuziale. Amen.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 13 octobre, 2017 |Pas de commentaires »

San Paolo Apostolo

en e fr - Copia

Publié dans:immagini sacre |on 12 octobre, 2017 |Pas de commentaires »
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