Archive pour juin, 2017

Infiorata per il Corpus Domini

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OMELIA SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (18/06/2017)

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La santissima eucaristia, il pane degli angeli e pane dei pellegrini

padre Antonio Rungi

OMELIA SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (18/06/2017)

Oggi celebriamo la solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Gesù, il Corpus Domini, il Corpo del Signore, il Corpo di Cristo. Celebrare il corpo del Redentore è celebrare il mistero che lo contiene e lo esprime ed è la santissima eucaristia. Noi cattolici, crediamo, infatti, quello che la Chiesa da sempre ha creduto e vissuto, celebrando ogni giorno la santa eucaristia, nelle catacombe, come nelle grandi basiliche o nelle piccole chiese di campagna o di periferia. Dovunque c’è un altare e che un sacerdote, dove c’è almeno una delle due specie eucaristiche, il pane o il vino o come è prassi entrambi, il ministro consacrato, pronunciando le stesse parole che Gesù disse nell’ultima cena, sul pane e sul vino, si rinnova lo stesso sacrificio di Cristo sulla Croce, la sua morte e la sua risurrezione. La messa, memoriale della Pasqua di Cristo attualizza l’evento salvifico ed è luogo teologico privilegiato per fare vera comunione con Cristo, con il suo corpo donato e il suo sangue versato. E, l’Eucaristia, il sacramento del corpo e sangue del Signore che ci sostiene nel pellegrinaggio della vita, come persone e come comunità. E’ quel pane degli angeli disceso dal cielo e dato a noi come pane dei viandanti, per il nostro cammino nel tempo, in preparazione dell’eternità si colori di gioia e speranza e trovi in questo sostegno interiore la forza della grazia per superare ogni ostacolo e barriera che si incontra lungo il tragitto della vita, non sempre facile e semplice da affrontare e vivere. Nella preghiera iniziale della santa messa di questa solennità, noi ci rivolgiamo a Dio con queste parole: « Dio fedele, che nutri il tuo popolo con amore di Padre, ravviva in noi il desiderio di te, fonte inesauribile di ogni bene: fa’ che, sostenuti dal sacramento del Corpo e Sangue di Cristo, compiamo il viaggio della nostra vita, fino ad entrare nella gioia dei santi, tuoi convitati alla mensa del regno ».
Entrando nei testi biblici che ci riportano alle sorgenti della santissima eucaristia, il brano della prima lettura di oggi, tratto dal libro del Deuteronòmio, ci riporta al racconto della storia del passaggio di Israele dalla schiavitù dell’Egitto, alla libertà della Terra Promessa, la Palestina. Mosè, il condottiere, sale in cattedra e illustra la storia come è andata e quale senso bisognava dare a quanto il Signore aveva fatto per loro. Parole che toccano il cuore di ogni animo veramente religioso e che ci aprono la strada alla vera comprensione del mistero del santissimo sacramento dell’altare, partendo dalla prima storica pasqua di liberazione sociale e ambientale. E’ un invito a non dimentica e a fare memoria. Mosè chiede al popolo di non dimenticare. Gesù nell’ultima cena dopo aver distribuito il pane e il vino ai dodici apostoli, chiede di rinnovare e fare le stesse cose in memoria di Lui. E’ la nuova Pasqua che si configura in quella cena, che viene consacrata attraverso i segni del pane e del vino, memoriale della morte e risurrezione del Signore. Dalla prima Pasqua, quella degli Ebrei, alla nuova e definitiva Pasqua di Cristo, celebrata nella sua morte e risurrezione in riscatto dei nostri peccati e quelli del mondo intero. Nel Salmo responsoriale di questa solennità, tratto dal salmo 147, c’è un forte appello, a rendere lode al Signore, perché ha rinforzato le sbarre delle porte di Gerusalemme, ha benedetto i suoi figli, ha messo pace nei suoi confini e la sazia con fiore di frumento. Per il suo popolo santo manda sulla terra il suo messaggio e sua parola corre veloce, stabilizza con la legge dell’amore Israele, dando ad essa un posto di rilievo tra le nazioni. conoscere loro i suoi giudizi. Israele, come la nuova Gerusalemme, la Chiesa è nel cuore di Dio e di Cristo.
Da parte sua san Paolo Apostolo, riflettendo sul mistero eucaristico, scrivendo ai cristiani di Corinto, nel brano della seconda lettura di oggi, ci viene a confermare l’essenza stessa della comunione o della celebrazione eucaristica nella sua completezza nelle specie e nella liturgia che pure veniva attentamente seguita e attuata nella comunità cristiana di Corinto. E chiede a mo’ di interrogativo teologico e morale: Fratelli, il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Duplice interrogativo posto in riferimento all’utilizzo del pane e del vino per la celebrazione dell’eucaristia. Un duplice interrogativo che trova risposta nel versetto seguente, che fa da sintesi di pensiero e di azione liturgico. Egli, infatti, scrive: poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane. E’ evidente che il pane eucaristico costituisce la chiesa in unità e chi partecipa alla mensa eucaristica fa la comunione con Cristo e vive in comunione con i fratelli, nella fede e nell’umanità.
Agganciandoci al Vangelo di oggi, tratto da San Giovanni, noi possiamo ben capire, perché Gesù dichiari apertamente che Egli è « il pane vivo, disceso dal cielo ». Aggiungendo il valore e il peso spirituale per chi si ciba di Lui: « Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo ». Di fronte ad un’affermazione così importante, di questa nuova teofania della divinità di Cristo e della sua figliolanza con Dio, « i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro », ponendosi la domanda: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». E Gesù risponde subito, dando le motivazioni personali, bibliche e teologiche in merito al quesito posto, replicando: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
E’ il celebre discorso di Gesù sul pane della vita, che è Egli stesso e al quale dobbiamo accedere sistematicamente, in stato di grazia, per camminare verso l’eternità e prepararci con la nostra risposta di amore eucaristico, che è amore di lode e di ringraziamento, ma anche di amore e oblazione, la nostra vita futura, che non è su questa terra, ma si colloca nel cielo.
La sequenza del Corpus Domini, inserita nella liturgia della messa di oggi, ci riporta fondamentalmente al senso più vero dell’eucaristia come, pane dei pellegrini, pane che prepara ad una vita oltre la vita, anzi che la fa anticipare e gustare giù su questa terra, se viviamo davvero come anime eucaristiche e adoriamo il santissimo sacramento con lo stesso animo che lo hanno adorato i santi devoti del sacramento dell’altare: « Buon pastore, vero pane, o Gesù, pietà di noi: nutrici e difendici, portaci ai beni eterni nella terra dei viventi. Tu che tutto sai e puoi, che ci nutri sulla terra, conduci i tuoi fratelli alla tavola del cielo nella gioia dei tuoi santi ». Amen

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Gli alberi del Getsemani

en paolo getsemani2

Publié dans:immagini sacre |on 15 juin, 2017 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – IMMAGINI FORTI

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2017/documents/papa-francesco-cotidie_20170613_annuncio-decisivo.html

PAPA FRANCESCO – IMMAGINI FORTI

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Martedì, 13 giugno 2017

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.136, 14/06/2017)

L’«annuncio del Vangelo» non ammette «sfumature» o incertezze, non si nasconde dietro i “sì e no”. È solamente “sì” la parola su cui si fonda l’annuncio cristiano. Ed è questa la forza che «porta alla testimonianza», a essere «sale della terra» e «luce del mondo» e a «glorificare Dio». Le immagini e le parole «forti» proposte dalla liturgia di martedì 13 giugno sono state al centro della meditazione del Papa nella messa celebrata a Santa Marta.
«Immagini forti — ha detto il Pontefice — per significare quanto sia schiacciante, contundente, decisivo l’annuncio del Vangelo». Non si tratta quindi, ha spiegato, «di quelle parole, di quelle sfumature che sono un po’ “sì-sì”, “no-no”, e che alla fine ti portano a cercare una sicurezza artificiale, come per esempio è la casistica». Siamo invece di fronte a «parole forti: “sì”, è così. Parole che indicano la forza del Vangelo, la forza dell’annuncio cristiano, quella forza che ti porta alla testimonianza e anche a glorificare Dio».
San Paolo, ad esempio, nella seconda lettera ai Corinzi, (1, 18-22), spiega che nel “sì”, sono racchiuse «tutte le promesse di Dio: in Gesù sono compiute. Sono “sì”», perché «lui è la pienezza delle promesse. In lui si compie tutto quello che è stato promesso e per questo lui è pienezza, è “sì”». Ha detto Francesco: «In Gesù non c’è un “no”: sempre “sì”, per la gloria del Padre». E ha aggiunto: «Ma anche noi partecipiamo di questo “sì” di Gesù, perché lui ci ha conferito l’unzione, ci ha impresso il sigillo, ci ha dato la “caparra” dello Spirito». Quindi «partecipiamo perché siamo unti, sigillati e abbiamo in mano quella sicurezza — la “caparra” dello Spirito». Quello Spirito «che ci porterà al “sì” definitivo», alla «nostra pienezza», e che «ci aiuterà a diventare luce e sale», cioè a dare «testimonianza».
Di contro, «chi nasconde la luce fa una contro-testimonianza; è un po’ “sì” e un po’ “no”. Ha la luce, ma non la dona, non la fa vedere e se non la fa vedere non glorifica il Padre che è nei cieli». Allo stesso modo, c’è chi «ha il sale, ma lo prende per se stesso e non lo dona». Il Signore, invece, ci ha insegnato «parole decisive» e ha detto: «Il vostro parlare sia questo: sì, no. Il superfluo proviene dal maligno». Questo «atteggiamento di sicurezza e di testimonianza», ha spiegato il Pontefice, è stato affidato dal Signore «alla Chiesa e a tutti noi battezzati», ai quali si richiede «sicurezza nella pienezza delle promesse in Cristo: in Cristo tutto è compiuto», e «testimonianza verso gli altri». Questo, ha aggiunto, «è essere cristiano: illuminare, aiutare a che il messaggio e le persone non si corrompano, come fa il sale». Ma se non si accettano «il “sì” in Gesù» e la «“caparra” dello Spirito», allora «la testimonianza sarà debole».
La «proposta cristiana», ha specificato il Papa, è tanto «semplice» quanto «decisiva» e «dà tanta speranza». Basta quindi domandarsi: «Io sono luce per gli altri? Io sono sale per gli altri, che insaporisce la vita e la difende dalla corruzione? Io sono aggrappato a Gesù Cristo, che è il “sì”? Io mi sento unto, sigillato? Io so che ho questa sicurezza che andrà a essere piena nel cielo, ma almeno ne è “caparra”, adesso, lo Spirito?».
Per meglio comprendere le similitudini della luce e del sale, Francesco ha ricordato che anche «nel parlato quotidiano, quando una persona è piena di luce, diciamo: “questa è una persona solare”». Qui, ha spiegato, siamo di fronte al «riflesso del Padre in Gesù, nel quale le promesse sono tutte compiute», e al «riflesso dell’unzione dello Spirito che tutti noi abbiamo».
Ma, ha concluso, quale è il fine di tutto questo? Perché, insomma, «abbiamo ricevuto questo?». La risposta si trova nelle letture del giorno. Infatti san Paolo dice: «E per questo, attraverso Cristo, sale a Dio il nostro “amen” per la sua gloria», quindi «per glorificare Dio». E Gesù — nel vangelo di Matteo (5, 13-16) — dice ai discepoli: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre». Ancora una volta, «per glorificare Dio». Perciò, ha suggerito il Papa, «chiediamo questa grazia: di essere aggrappati, radicati nella pienezza delle promesse in Cristo Gesù, che è “sì”, totalmente “sì”», e di «portare questa pienezza con il sale e la luce della nostra testimonianza agli altri per dare gloria al Padre che è nei cieli».

Gesù, Resurrezione

salmo

Publié dans:immagini sacre |on 13 juin, 2017 |Pas de commentaires »

IL CRISTO-LOGOS VISTO DALLA FILOSOFIA

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IL CRISTO-LOGOS VISTO DALLA FILOSOFIA

Monza, 11 dicembre 2007

Prof. Roberta De Monticelli, docente di Filosofia della persona presso la Facoltà di Filosofia Vita-Salute san Raffaele di Milano.

Il tema che mi è stato proposto è certamente molto elevato rispetto al semplice piano della filosofia e quindi lo tratterò insieme a voi « contemplando e divagando », partendo dalla materia che insegno nella facoltà di filosofia del S.Raffaele di Cesano Maderno, « Filosofia della persona », che non è proprio molto vicina alla teologia. Anzi, mi permetto di segnalarvi un volume appena uscito di una collana che sto curando presso l’editore Bruno Mondatori: La religione della ragione (quindi del Logos) di Marco Tannini. Tannini è forse il più noto studioso in Italia di mistica, specie medievale (su Meister Eckhart, 1260-1327 ca.). Mi permetto anche di segnalarvi un mio libretto, che mi ha fatto conoscere e avvicinare tanti nuovi amici, Sullo spirito e l’ideologia. Lettera ai cristiani (Baldini Castaldi Dalai editore).
Comincerò la conversazione in maniera poco usuale per un tema così arduo come quello di questa sera, leggendo in maniera fedele (secondo le mie possibilità) il Cantico di Frate Sole di Francesco d’Assisi.

Altissimu, onnipotente, bon Signore,
Tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione..
A Te solo, Altissimo, se konfano,
et nullu homo ène dignu Te mentovare.

Laudato sie, mi’ Signore cum tucte le Tue creature,
spetialmente messor lo frate Sole,
lo qual’è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de Te, Altissimo, porta significatione.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora Luna e le stelle:
in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate Vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale, a le Tue creature dài sustentamento.

Laudato si’, mi’ Signore, per sor’Acqua.
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate Focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et jocundo et robustoso et forte.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti fior et herba.

Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo Tuo amore
et sostengo infermitate et tribulatione.

Beati quelli ke ‘l sosterranno in pace,
ka da Te, Altissimo, sirano incoronati.

Laudato si’ mi’ Signore, per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò skappare:
guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no ‘l farrà male.

Laudate e benedicete mi’ Signore et rengratiate
e serviateli cum grande humilitate.

E’ il primo canto della natura della nostra letteratura, il canto della bellezza di tutte le creature – a cominciare dalle più umili come l’acqua, la terra -, della bellezza del paesaggio e degli elementi che lo compongono, che vengono contemplati e presentati attraverso aggettivi che li illustrano in maniera vivace come « robustoso », « forte », « umile », « preziosa », ecc. Aggettivi e qualità che mettono in luce « la bellezza » delle creature, il loro splendore, il loro « valore », per cui esse sussistono dinanzi a Dio. Un valore « gratuito », indipendente dalla loro utilità nei nostri confronti, dato per la nostra gioia, per la nostra felicità. Le cose belle rendono felici « gratuitamente », per se stesse, per la loro stessa bellezza.
E’ proprio questo valore, la bellezza, che, nel contemplare ciò che ci sta dinanzi, ci fa andare non « contro » ma « oltre la ragione ». Essa « fiorisce per fiorire, che tu la guardi o meno » (A. Silesio, 1624-1677). La bellezza fiorisce nelle cose « immotivatamente », senza dipendere dal nostro sguardo, « oltre ogni ragione e motivazione ». I primi biografi di Francesco notavano che egli era particolarmente felice quando poteva fare qualcosa « contro o al di là del buon senso » comune. Era la felicità gratuita, « oltre la ragione », quella « perfetta letizia » per la quale – notava Tommaso da Celano (ca.1190-ca.1260), suo primo biografo – i suoi frati non dovevano mai « mostrarsi tristi » in qualsiasi circostanza.
Tannini collega questa « perfetta letizia » alla « perfetta obbedienza », intesa sia come spoliazione del proprio egoismo, sia (e soprattutto) come « totale fiducia » nell’amore di Dio. Francesco ricorreva all’esempio del cadavere, che si lascia porre dappertutto senza fare alcuna osservazione, che sia coperto di porpora o di stracci non farà alcuna osservazione: « costui è il vero obbediente ». Come si vede, Francesco sa usare anche l’arma dell’ironia e del paradosso.

Un’intelligenza nuova
Che cosa c’entra tutto questo col Cristo-Logos, il tema di questa sera? Ovviamente il termine logos ci ricorda lo sviluppo della filosofia greca e il suo influsso nel formarsi della prima teologia cristiana, ma soprattutto ci ricorda il mistero del « Logos fatto carne », ricordato da Benedetto XVI nel celebre discorso di Ratisbona come punto di un incontro tra messaggio cristiano e cultura greca. Per inciso, questo accostamento non mi trova completamente d’accordo perché il logos della cultura greca si trova sviluppato nella teologia delle altre due religioni abramitiche, l’ebraica e l’islamica, a indicare « l’oltre » rispetto alla ragione, la « trascendenza assoluta ». Il « Logos cristiano » non è il logos di Aristotele, di Platone o dei neoplatonici. Già nei primi Padri viene affermata l’impossibilità di esprimere Dio con qualsiasi categoria razionale. Dio non può « essere compreso ». « Solo l’empio può dire: Dio è un ente » – afferma Meister Eckhart – appunto perché Dio è sempre « oltre » rispetto a qualsiasi ente.
La trascendenza di Dio da Platone ad Anselmo d’Aosta, a Tommaso d’Aquino, a Kant impedisce alla ragione di parlare di Lui in maniera esaustiva. Quando parliamo di Dio, praticamente parliamo di noi stessi, diceva Gabriel Marcel (1889-1973). Quando parliamo di Logos secondo il pensiero greco, attribuendolo a Dio, parliamo di un « Pensiero dell’impensabile » che si accorda più alla teologia ebraica e islamica che a quella cristiana. Per questo non sono tanto d’accordo col discorso di Ratisbona.
Il messaggio cristiano ci presenta, invece, un Logos che si manifesta, si rivela, anzi « si incarna », diventa un volto, una persona. Ma con questo non si può dire che la trascendenza e il mistero vengano superati o eliminati, anzi la ragione rimane ancora più spiazzata. Qui ci viene in aiuto Francesco col suo Cantico col quale abbiamo iniziato la nostra riflessione. Esso ci rivela « un’intelligenza nuova » che si accosta alla natura, all’esistenza, al senso della vita, al mistero, con una sensibilità nuova, attraverso « la bellezza » e la gratuità con cui si entra in comunione con la realtà in se stessa, compreso il mistero divino. La fenomenologia, la corrente filosofica entro la quale mi muovo più a mio agio, sottolinea come Francesco rappresenti « un’intelligenza nuova », una spiritualità capace di penetrare « l’intelligenza dell’incarnazione », che è lo specifico dell’intelligenza cristiana, chiamata a superare il dualismo tra spirito e carne, con quel disprezzo della carne proprio delle correnti gnostiche, anche contemporanee, che contrappongono l’uomo e lo spirito al mondo e alla materia con una svalutazione completa di questi ultimi. Buona parte della filosofia moderna non ha valutato pienamente o ha guardato con sospetto tutto ciò che « cade sotto i sensi » e, di conseguenza, ogni esperienza sensoriale. Da Cartesio al razionalismo è stato questo l’atteggiamento prevalente nella filosofia moderna. Ancora oggi sono quasi prevalenti gli atteggiamenti filosofici tendenti a svalutare « ciò che appare » anche a costo di andare contro il comune « buon senso ».

Bellezza e gratuità
Come fa un mistero a produrre « intelligenza nuova »? Come fa Francesco a guardare il mondo con « un’intelligenza nuova »? Questo tipo di intelligenza ancora oggi stenta a dare i suoi frutti; infatti, la cultura attuale ha difficoltà a superare i condizionamenti del « sospetto » nei confronti dell’esperienza della natura. Solo negli ultimi tempi si è affacciata nell’orizzonte della filosofia una corrente che intende valorizzare « ciò che appare ». Ciò che viene accostato attraverso l’esperienza ci rivela un aspetto, una sfumatura, una qualità della realtà, un valore. E’ quanto sostiene la fenomenologia contemporanea. Essa mette in evidenza la varietà e la complessità dei valori e delle qualità della nostra esperienza: alcuni utili e strumentali, altri completamente « gratuiti », fruibili per se stessi, come i valori estetici, legati alla « bellezza » della natura e degli esseri, che devono essere contemplati per se stessi, senza una motivazione razionale, che vanno, cioè, « oltre la ragione ». A questo punto ci si domanda se questi valori siano in grado di darci quella « intelligenza nuova » che ci faccia comprendere quanto di mistero comporti il mondo e la realtà. E’ la domanda che si poneva Simone Weil (1909-1943): « I misteri della fede non sono oggetto dell’intelligenza, non sono nell’ordine della verità, ma al di sopra di esso ». La facoltà che ce li fa accostare è « l’amore soprannaturale » allo stesso modo che « una musica particolarmente bella » impone silenzio e comunica l’intelligenza di una verità, un mistero, altrimenti incomunicabile. Sono silenzi che « permettono all’anima di afferrare delle verità, che altrimenti rimarrebbero per sempre nascoste ». « Ci sono delle verità che non possono essere accostate se non attraverso questo silenzio ». E’ quello che Simone Weil chiama « l’intelligenza dell’amore » che opera « oltre » (non contro) la ragione.
Max Scheler (1874-1928), parlando di Francesco, in Essenze e forme della simpatia scrive che questo chiamare « fratello » e « sorella » gli elementi della natura costituisce « un’espansione dell’amore di Dio » a tutta la natura attraverso l’amore dell’uomo, che a sua volta eleva la natura verso la luce del soprannaturale. Queste affermazioni, continua Scheler, potevano allora sembrare « un’eresia », in un contesto culturale, anche teologico, dominato ancora dal dualismo tra spirito e materia, tra natura e soprannatura. Nel Cantico di Francesco Scheler vede « l’intelligenza nuova » dell’Amore, di cui parla Dante e che in seguito diventerà, sia pure molto lentamente, intelligenza comune, senso comune, sensibilità simbolica, senza la quale la nostra vita quotidiana si ridurrebbe a ben misera cosa. Abbiamo la fortuna di vivere in un ambiente segnato dalla bellezza, viviamo in una « foresta di simboli » che arricchisce non la nostra intelligenza concettuale ma « l’intelligenza dei nostri sensi ». Con Francesco non c’è più bisogno di passare attraverso l’allegoria per dare valore al sensibile; la realtà sensibile manifesta per se stessa il soprannaturale: « de Te porta significatione » dice Francesco. Alano di Lilla (tra 1114 e 1128 – 1202), della scuola di Chartres diceva: « Omnis mundi creatura, quasi liber et pictura nobis est » (Ogni creatura del mondo per noi è come un libro e una pittura). Le creature costituiscono una continua « rivelazione ». Siamo dinanzi a un’espressione di quella « teologia simbolica » di cui parlava nell’Alto Medioevo lo pseudo-Dionigi, secondo il quale, vista l’impossibilità di concettualizzare il divino, esiste una conoscenza di Dio più alta e perfetta, ottenuta per mezzo della « teologia negativa » (o teologia apofatica).
Del resto è Dio stesso che si rivela « facendosi carne » e volto umano. L’esperienza sensoriale e, in maniera privilegiata, l’esperienza estetica ci rivelano in maniera immediata quello che per la ragione è « indicibile », impossibile da esprimere in concetti, quello che per la ragione si colloca « oltre ».
La fenomenologia contemporanea, la parte della filosofia che oggi cerca di studiare e valorizzare questa essenza, mi sembra il terreno nuovo in cui si cimenta la ragione e che può dare un contributo positivo anche alla teologia. Sono parecchi i teologi che vengono da questa scuola o che guardano ad essa con molto interesse. D’altra parte anche la teologia può arricchire con questa « intelligenza nuova » la filosofia contemporanea indipendentemente dalla fede e dalla sua accettazione.

Pensare a mani nude
L’ultima espressione del Cantico di Francesco è « humilitate ». La cultura del rispetto, la cultura dell’umiltà (che la filosofia, purtroppo, non ha mai avuto), quel delicato sentimento » che « prolunga ogni cosa nell’invisibile » (sono ancora espressioni di Max Scheler) fanno parte di quell’esperienza che ci mette direttamente in contatto con il divino, con « l’oltre », con l’indicibile. « L’umiltà apre l’occhio dello spirito a tutti i valori del mondo », ci fa vedere come « tutto è dono » e non semplicemente « un dato ». Per la filosofia si offre una nuova dimensione, quella della « estensione » sulla realtà, che la rispetta e la contempla prima di « parlarne ». Occorre che il filosofo vesta « i panni della povertà » e che « ricominci da capo » a « pensare a mani nude ». Ho iniziato con i versi di Francesco, termino con quelli di Dante su Francesco e madonna Povertà:

Ma perch’io non proceda troppo chiuso,
Francesco e Povertà per questi amanti
prendi oramai nel mio parlar diffuso.
La lor concordia e i lor lieti sembianti
amore e maraviglia e dolce sguardo
facieno cagion di pensier santi.
(Paradiso, Canto X)*

* Testo non rivisto dall’autore. Ci scusiamo per eventuali errori ed omissioni.

 

Rublevs: SS Trinità

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Publié dans:immagini sacre |on 9 juin, 2017 |Pas de commentaires »
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