L’ARMATURA DEL CRISTIANO, INTRODUZIONE – EFESINI 6:10-13

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L’ARMATURA DEL CRISTIANO, INTRODUZIONE – EFESINI 6:10-13

(Chiesa evangelica)

17/05/2015

Oggi iniziamo una serie di prediche sull’armatura del cristiano. Questa mattina farò un’introduzione al tema, cercheremo di capire cos’è quest’armatura e perché ne abbiamo bisogno, mentre nelle prossime domeniche ci addentreremo nei singoli elementi che compongono l’armatura vedendo più concretamente e praticamente a cosa servono e come possiamo usarli. L’idea di questo tema è quello di riuscire concretamente a mettere in pratica l’uso di quest’armatura ed a questo scopo dalla prossima volta vi offriremo degli spunti molto concreti che potrete coltivare durante la settimana. Detto questo, possiamo cominciare.
«Del resto, fortificatevi nel Signore e nella forza della sua potenza. 11 Rivestitevi della completa armatura di Dio, affinché possiate stare saldi contro le insidie del diavolo; 12 il nostro combattimento infatti non è contro sangue e carne, ma contro i principati, contro le potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità, che sono nei luoghi celesti. 13 Perciò prendete la completa armatura di Dio, affinché possiate resistere nel giorno malvagio, e restare in piedi dopo aver compiuto tutto il vostro dovere.» — Efesini 6:10-13. —
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1. È tempo di guerra!
Cosa vi viene in mente se dico “armatura”? Nessuno pensa all’armatura per fare giardinaggio o per andare a nuotare. Se taglio le rose del giardino uso dei guanti e magari una maglia a maniche lunghe, se invece vado in piscina indosso un costume. Andare in piscina con un’armatura significa “restarci” nella piscina. Nella vita facciamo diverse attività e per ognuna di questa indossiamo degli abiti diversi. Se andiamo al lavoro ci vestiamo in un certo modo, se pratichiamo dello sport in un altro, se andiamo ad un matrimonio in una altro ancora. È perciò chiaro che quando Paolo dice «rivestitevi della completa armatura di Dio» (v. 11) si sta immaginando una guerra, una battaglia uno scontro violento. Con molta probabilità Paolo, mentre scriveva queste parole, era incatenato ad un soldato romano e nel guardarlo vede la sua corazza, lo scudo, l’elmo, la spada,… ed immagina un collegamento diretta fra un soldato ed un cristiano. Come un soldato romano aveva bisogno di un’armatura per difendersi nelle diverse battaglie che si trovava ad affrontare, allo stesso modo il cristiano nella sua vita affronta quotidianamente delle battaglie per le quali ha bisogno di un’armatura. Non sto dicendo nulla di complicato o straordinario, eppure molte volte noi credenti ci comportiamo come un soldato romano che va in battaglia senza armatura. Questo soldato potrebbe anche essere più forte, più agile, più veloce dei suoi nemici ma potete stare certi che senza armatura verrebbe ucciso in pochissimo tempo. Non è forse così che ci comportiamo anche noi? Come credenti siamo consapevoli che c’è una guerra intorno e contro di noi? Oppure sottovalutiamo la cosa comportandoci camminando nel mezzo della battaglia senza armatura? ?Grazie a Dio nella mia vita non mi sono mai trovato a dover affrontare una guerra, come è successo ad alcuni dei nostri nonni. Quel poco che so sulla guerra l’ho imparato dai film, o da qualche libro. Però posso immaginare che un soldato viva nella costante aspettativa che da un momento all’altro potrebbe accadere qualcosa di tremendo. Anche quando dorme in realtà è vigilante ed al minimo rumore è pronto con l’arma in mano. Questo è il giusto atteggiamento di chi si trova nel mezzo di una guerra, di chi è consapevole che distrarsi anche solo per un momento potrebbe costargli un braccio, una gamba, o la vita stessa.
?Paolo ci sta dicendo che come cristiani siamo nel mezzo di una battaglia (v. 12) ma ne siamo effettivamente consapevoli? Viviamo la nostra vita cristiana come soldati sempre pronti, vigili, attenti? Chi ci osserva vede un soldato che si tiene in costante allenamento, oppure vede qualcuno che sonnecchia un po, incurante che il nemico potrebbe attaccarlo da un momento all’altro?
Alle 7:50 del 7 dicembre 1941, i Giapponesi attaccarono le installazioni militari americane a Perl Harbor, nelle isole Hawaii. Un attacco a sorpresa, tremendo, che colse gli americani totalmente impreparati. In una base americana gli aerei erano addirittura allineati allo scoperto sulle piste da volo, senza alcuna protezione. Nei giorni precedenti all’attacco un colonnello aveva fatto notare al generale il pericolo di una simile disposizione ma il generale, non volendo allarmare la popolazione con disposizioni da tempo di guerra, decise di lasciare gli aerei in quel modo. Fu un errore gravissimo ma è un errore che commettiamo anche noi quando non viviamo la fede cristiana nella prospettiva della guerra. Nella nostra mente affiorano pensieri come «Massì, me ne occuperò quando mi si presenterà il problema» oppure «Tanto sono in grado di resistere, ormai mi conosco» o ancora «Perché allarmare gli altri? Tanto so gestirla da solo», smetto quando voglio…, non è così grave…, cosa vuoi che sia…. tutte espressioni con le quali diciamo a noi stessi che non c’è nessuna guerra di cui preoccuparsi, possiamo tranquillamente sonnecchiare.?Spero di avervi convinto riguardo la necessità di rendersi conto che come cristiani siamo in guerra, ma di che guerra stiamo parlando? Dove si svolge questa guerra? Di che tipo di guerra si tratta? E sopratutto, contro chi stiamo combattendo?
2. Gli inganni del nemico
Il testo che stiamo trattando si trova alla fine della lettera agli Efesini, proprio prima dei saluti finali. Nella prima parte della lettera Paolo mette tutto il suo impegno per trasmettere verità fondamentali come: il nostro stato di peccatori, la nostra impossibilità di salvarci da soli, l’intervento divino per la nostra salvezza, il Sigillo dello Spirito santo come certezza della salvezza, l’unità dei salvati come un unico corpo. Nella seconda parte passa a descrivere come queste verità si devono applicare nella vita quotidiana e solo alla fine ci parla dell’armatura ed il combattimento. Come Paolo fa questa chiara distinzione, allo stesso modo dobbiamo farla noi, perché la battaglia di cui stiamo parlando, non è una battaglia per la nostra salvezza. Lo ripeto: la battaglia di cui stiamo parlando, non è una battaglia per la nostra salvezza. Quella battaglia è già descritta nei primi capitoli, ed è una battaglia ormai ampiamente vinta da Dio per noi. Anzi, è proprio perché Lui ha vinto che noi possiamo indossare ora la sua armatura! Ma a cosa ci serve quest’armatura se Lui ha già vinto? Perché dobbiamo ancora combattere se il nemico è stato sconfitto??
Voglio provare a spiegarlo con un esempio molto concreto: immagina che siamo nella seconda guerra mondiale e dei soldati della resistenza, che combattono contro il regime nazista, sono riusciti a conquistare un piccolo paesino dove si sono appostati. Un giorno giunge loro la notizia che Berlino è sotto attacco, la guerra è ormai vinta! Questa notizia fa gioire i soldati della resistenza che ormai da mesi dalla loro postazione respingevano gli attacchi nazisti. Ora però, anche se attraverso la radio hanno sentito che probabilmente la guerra è vinta, non possono semplicemente togliersi la divisa, buttare le armi ed incamminarsi verso casa in tutta tranquillità. Perché esiste ancora la possibilità che dei soldati nemici siano lì intorno pronti a sferrare un attacco mortale pur sapendo che la loro guerra è persa. La battaglia che come credenti combattiamo è uguale, sappiamo che la guerra è vinta, il nostro alleato Gesù Cristo ha sconfitto il nemico per noi ma fino a quando il Suo regno non sarà instaurato ovunque, e satana eliminato per sempre, sappiamo che il nemico è in agguato pronto a ferirci e ad ucciderci, pur sapendo di aver perso. Satana prova un odio contro Dio e contro i suoi figli, che noi non possiamo nemmeno immaginare. Anche se sa di aver perso la guerra farà di tutto per farci del male, e per raggiungere questo scopo usa due strategie ben precise:
La prima consiste nel farci credere che non siamo più in tempo di guerra. Gesù ha vinto, ora possiamo fare quello che vogliamo, possiamo pure starcene tranquilli.
La seconda consiste nel confonderci le idee sul tipo di guerra che stiamo combattendo. Ritorniamo per un momento alla seconda guerra mondiale, i soldati hanno ricevuto la notizia che la guerra è vinta, Berlino è stata invasa. Per un momento un soldato della resistenza che era di guardia si rilassa e non si accorge della presenza di un Nazista che appostato dietro un muro gli spara e lo ferisce ad un braccio. Il soldato cade a terra sanguinante e sofferente, magari per salvargli la vita bisognerà amputargli il braccio, o magari morirà ma indipendentemente da quale sarà il suo destino la guerra è stata vinta! Se come credenti perdiamo delle battaglie spirituali, questo non annulla il fatto che Gesù ha vinto la guerra per la nostra anima. Ogni volta che sbagliamo, ogni volta che pecchiamo, che cadiamo negli stessi errori, negli stessi sbagli, negli stessi pensieri, il nemico vuole farci credere che abbiamo perso l’intera guerra ma non è così! Sta solo mischiando le carte in tavola per distogliere il nostro sguardo da Dio e mettere in dubbio la nostra fede in Lui.
Dobbiamo perciò fissare chiaramente nella nostra mente che Paolo non sta qui descrivendo la battaglia per la salvezza della nostra anima, quella è stata già ampiamente vinta da Gesù sulla croce e confermata con la sua risurrezione.
Perciò per cosa dobbiamo combattere? Paolo dice al versetto 11 «Rivestitevi della completa armatura di Dio, affinché possiate stare saldi contro le insidie del diavolo» e lo ribadisce nel 13 «Perciò prendete la completa armatura di Dio, affinché possiate resistere nel giorno malvagio, e restare in piedi dopo aver compiuto tutto il vostro dovere» l’apostolo non sta qui immaginando una battaglia attiva alla conquista di qualcosa, non ci sta invitando ad indossare l’armatura ed attaccare il nemico. No! Ci sta dicendo che l’armatura ci serve per stare saldi là dove siamo e nelle cose che abbiamo ricevuto. Dobbiamo difendere quello che abbiamo! E cos’è che abbiamo ricevuto? Quando arrivate a casa provate a leggere i primi capitoli di questa lettera agli Efesini. Sono immensi i doni che i credenti hanno ricevuto, a partire dalla gioia della salvezza al dono dello Spirito Santo, dalla comunione fraterna all’amore reciproco, tutto quello che abbiamo ricevuto come credenti è tantissimo e molto spesso non ce ne rendiamo conto. Se usassimo anche solo il 50% di ciò che abbiamo in Cristo la nostra vita sarebbe un’esplosione di benedizioni capace di contagiare chi ci sta attorno, quello che lo stesso Paolo al capitolo 5 versetto 18 descrive come «essere ripieni di spirito santo». Ecco, questo è esattamente quello che il nemico non vuole! Lui non vuole dei credenti ripieni di Spirito Santo che fanno la differenza nel mondo, vuole renderci innocui, inoffensivi, addormentati!
La sua gioia più grande è vedere credenti che litigano per questioni sciocche, è vedere cristiani che non si assumono compiti in chiesa perché si sentono inadeguati, gioisce quando per qualche peccato riesce ad isolare un credente e fargli credere che forse Dio non lo ama, oppure quando insinua nel credente un senso di superiorità che gli impedisce di collaborare con gli altri credenti, perché li reputa inadeguati, troppo poco spirituali, dubita che loro vogliono veramente servire Dio. C. S. Lewis, famosissimo scrittore e filosofo evangelico, ha scritto un libro di fantasia che si chiama “Le lettere di Berlicche”, dove è raccontato come un funzionario di satana di grande esperienza istruisce un giovane diavolo apprendista, suo nipote. Il giovane diavolo deve occuparsi di un ragazzo che si è da poco convertito al cristianesimo, così il libro è composto da una serie di lettere in cui lo zio illustra quelli che sono i metodi migliori per far desistere il nuovo credente. È un libro che ho apprezzato molto, spesso mi ha fatto ridere di me stesso perché mi identificavo nel credente e negli errori che l’apprendista diavolo lo spingeva a compiere. Una cosa che condivido del libro, è che questi diavoli non si inventano nulla di nuovo ma semplicemente sfruttano le situazioni che il credente sta vivendo. Ad esempio vedono che il credente sta diventando umile, allora lo zio dice all’apprendista diavolo, fagli notare che è sempre più umile, così che diventi orgoglioso per questo. Oppure vedono come il credente goda dei piaceri della vita, allora lo zio insegna al giovane che questi piaceri vengono da Dio e quello che deve fare è incoraggiare il credente ad usare i piaceri nel modo e nella misura sbagliata. Quello che voglio dire è che è vero che al versetto 12 Paolo dice che il nostro combattimento è contro «i principati, contro le potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità, che sono nei luoghi celesti» questo è vero ma loro possono agire solo nella misura in cui noi lo permettiamo. Nella misura del nostro peccato, delle nostre debolezze. Loro fanno leva su tutto ciò che c’è di sbagliato in noi, il nostro orgoglio, il nostro attaccamento al denaro, il desiderio di apparire di essere al centro, l’egoismo, la mancanza di misericordia, tutte cose che già vivono in noi anche senza l’intervento esterno di nessuno. Sono queste le cose contro le quali dobbiamo combattere, quello che il nemico fa è semplicemente portarle alla luce, alimentarle. La nostra battaglia non consiste perciò nel cercare ovunque in ogni cosa la mano del Diavolo ma combattere noi stessi, la nostra guerra non è contro altre religioni, filosofie, o altre persone ma contro noi stessi. È contro ogni impulso che ci spinge ad essere violenti con gli altri. Io devo combattere contro Simone Monaco, contro ogni pensiero che mi spinge a fare pace e compromesso con il peccato, contro la mia pigrizia, contro la mia arroganza, contro la mia propensione a parlare male degli altri.
Un predicatore racconta che una volta lo invitarono a predicare in una chiesa carismatica, arrivato il tempo delle testimonianze molti cominciarono a raccontare come satana durante la settimana gli aveva creato problemi, di come li aveva messi in difficoltà, di come li aveva tentati. Ad un certo punto questo predicatore prende la parola e dice che entrando in quella chiesa, fuori dalla porta aveva visto satana che piangeva. Le persone guardano il predicatore con occhi sgranati. Il predicatore continua dicendo di aver chiesto a satana il motivo del suo pianto, satana risponde che era dovuto al fatto che in quella chiesa lo incolpavano di un mucchio di cose di cui lui non c’entrava niente. Non dobbiamo avviare battaglie apparentemente spirituali contro qualsiasi cosa si muove perché dietro ci vediamo satana. Paolo non ci insegna questo e nemmeno gli altri scrittori della Bibbia ce lo insegnano. Quello che ci insegnano è ha rivestirci dell’armatura di Cristo e stare fermi là dove siamo e quando arriverà un attacco lo respingeremo grazie all’armatura fino a quando non arriverà il prossimo.
3. La forza per vincere.
Rimane un ultimo aspetto da trattare senza il quale tutto quello che ho detto sarebbe inutile. Infatti dobbiamo considerare che il nostro nemico, satana, è infinitamente più forte di noi, ha migliaia di anni d’esperienza, sa esattamente quali sono i nostri punti deboli. Potremmo anche avere una buona armatura ma a furia di colpirci ci sfiancherà! Non a caso però l’intero discorso di Paolo sull’armatura comincia con una frase che è il fondamento su cui costruire «…fortificatevi nel Signore e nella forza della sua potenza» (v. 10). “Fortificatevi”, o meglio tradotto “siate resi forti”, il termine usato nel greco indica un’azione costante che si ripete nel tempo. Continuamente e quotidianamente abbiamo la necessità di essere resi forti nel Signore. Il testo non dice “dal Signore” ma “nel Signore” perché questo indica una vita vissuta in unione con Lui. Gesù lo disse in Giovanni 15:5 «Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete fare nulla.» tutti i bellissimi discorsi sull’armatura hanno come presupposto il fatto che noi ci fortifichiamo nel Signore, o per dirla diversamente, che viviamo una vita in unione con Lui. Altrimenti la nostra armatura sarà come un’armatura di cartone, magari all’apparenza funziona ma quando arrivano le prove vere è del tutto inefficace.
Immaginate di combattere un carro armato con una spada, oppure chi vincerebbe in uno scontro fra un pugile ed una mitragliatrice? Si tratta di livelli completamente diversi, sarebbe uno scontro impari, un pugile deve combattere contro un altro pugile per avere qualche possibilità. Così anche noi non possiamo pensare di combattere questa battaglia con delle armi inadeguate. Troppo spesso pensiamo di riuscire a farcela con le nostre forze, di essere in grado di resistere alle difficoltà da soli. Non stiamo combattendo una battaglia fisica che avviene nel mondo materiale, Paolo dice «contro le potenze spirituali della malvagità» (v. 12), per questo abbiamo bisogno innanzitutto di una forza sovrannaturale che non viene da noi deriva da noi stessi e poi della armi capaci di entrare in quel mondo spirituale, abbiamo bisogno di un armatura capace di respingere gli attacchi in modo adeguato e questa è l’armatura di Dio. Dio vince la guerra, Dio ci dona l’armatura e in Dio riceviamo le forze per combattere.
Per chiudere vi propongo delle considerazioni, delle domande, degli spunti sui quali riflettere:
La Bibbia offre una visone della vita cristiana come quella di un corridore, un atleta, un guerriero, figure consapevoli di quanto sia importante l’autodisciplina e l’allenamento. Vivi in questa prospettiva, o senti piuttosto la fede come una vacanza?
Quando sei vittorioso nelle battaglie della fede sei felice? E quando invece ne esci sconfitto? La tua gioia dipende dalla tua capacità di vincere le difficoltà della vita o da ciò che Cristo ha fatto per te?
Non siamo abbastanza forti per respingere gli attacchi del diavolo ma il nostro Padre celeste sì! Impariamo a vivere una vita uniti a Lui.
Nella chiesa tutti vivono questa battaglia, aiutiamoci a vicenda, non avendo paura di ammettere le nostre debolezze ed i nostri limiti.
Come chiesa dobbiamo camminare uniti e compatti, occupandoci di chi è stanco, ferito e debole.
Quando come credente cadi e fallisci cerchi prima la colpa intorno a te o dentro di te? Ricorda che il compito del nemico è solo quello di tirare fuori il peggio che già risiede in noi.
Il primo inganno del Diavolo nella Genesi, fu quello di fare credere all’uomo di essere indipendente e di poter fare a meno di Dio. Come una foglia che pensa di poter continuare a vivere separata dall’albero che la porta. Non lasciamoci ingannare ancora, non potremo mai avere una vita piena, abbondante e vittoriosa, se non viviamo uniti al Signore. Amen.

Simone Monaco
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Publié dans : Lettera agli Efesini |le 7 juin, 2017 |Pas de Commentaires »

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