Archive pour mai, 2017

OMELIA V DOMENICA DI PASQUA (ANNO A) (14/05/2017)

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Vado a prepararvi un posto

don Luciano Cantini

OMELIA V DOMENICA DI PASQUA (ANNO A) (14/05/2017)

Non sia turbato il vostro cuore
Per tentare di capire la straordinarietà della affermazione di Gesù occorre entrare nell’esperienza dei suoi discepoli la cui vita era diventata un viaggio continuo dietro al Figlio dell’uomo che non ha dove posare il capo (Lc 9,58). Pietro aveva affermato «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito» (Mc 10,28). Anche dopo la morte qualcuno dovrà imprestare a Gesù un sepolcro… il senso della provvisorietà era totale.
Gesù aveva appena affermato Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire (Gv 13,33).
Un cuore turbato non riesce a vivere il momento presente e tanto meno avere una speranza nel futuro, difronte al turbamento dei suoi, Gesù li rincuora, chiede loro di trovare in se stessi il modo di difendersi dalla paura: Abbiate fede in Dio. Non si tratta di non avere paura ma di avere la certezza che Dio continua ad operare nella storia degli uomini nonostante ci appaia il contrario: Chi ci separerà dall’amore di Cristo? – afferma san Paolo – Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? (Rm 8,35)
Nella casa del Padre mio
Siamo tentati di immaginare un luogo paradisiaco, lontano dalle difficoltà della storia, dalle brutture dell’umanità, immerso tra mille bellezze, forse neppure troppo lontano da noi, semplicemente nell’aldilà. Ci sarebbe da domandarci se ci troviamo davanti ad un mito o una illusione consolatoria, un futuribile che nulla ha a che fare con la quotidianità. Davvero immaginiamo un Dio che ci aspetta sulla soglia della sua casa mentre noi ci arrabattiamo tra mille difficoltà, soli e abbandonati?
Ma la casa di Dio è la Chiesa del Dio vivente (1Tim 3,15), chiunque ha fede in Dio si trova nella sua «casa», quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo (1 Pt 2,5).
Gesù promette molte dimore: ognuno di noi sente il bisogno di una casa sicura dove poter crescere in armonia, circondati di affetto… il dramma della casa non è quello dei muri ma della vita, non è il camper distrutto dal fuoco, né l’edificio crollato dal terremoto, neppure uno sfratto piuttosto la mancanza di vita, la precarietà degli affetti, l’insufficienza di relazioni, la carenza di dignità. La dimora è il luogo del riposo, dell’indugiare, luogo di relazioni e di affetti dove ognuno può essere se stesso; la dimora esprime il divenire della crescita e della storia, la ricchezza delle generazioni. Nella casa di Dio, là dove Dio sta operando ci sono molte dimore, così che ciascuno possa trovare il suo posto nella storia della salvezza. Per questo ci è chiesto di avere fede, di incamminarci nella stessa direzione del Signore.
Vado a prepararvi un posto
Si ha l’impressione, a volte, di trascinare la vita nella ricerca del nostro posto, non solo un posto di lavoro, nella società, tra gli amici; sogniamo un posto speciale nel cuore di qualcuno o proviamo ad arrampicarci per occupare qualche primo posto (cfr. Lc 14, 7-11): fatica sprecata, speranze malriposte.
Gesù ci precede, si fa carico dell’iniziativa per facilitarci il compito, compie quei passi necessari perché calcando le sue orme scopriamo che quella dimora promessa è già sotto i nostri piedi, è nella esperienza di comunione, è stile di vita, è sintonia dello spirito.
Comprendiamo bene la perplessità di Tommaso «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?» ma la risposta di Gesù «Io sono la via, la verità e la vita» diventa chiara a mano a mano che rispecchiamo la nostra vita nella sua, che facciamo nostra ogni sua parola e la traduciamo in esperienza di vita.

 

GIONA

http://www.gliscritti.it/preg_lett/antologia/giona.htm

GIONA

di d. Divo Barsotti

Quello che Dio chiede è davvero molto: è un’impresa rispondere. Si capisce come questo pover’uomo di Giona cerchi di fuggire; tutti facciamo così. E Giona scappò. Mosè aveva cercato di contrattare con Dio, e Dio lo vinse; con Giona Dio vincerà nonostante la sua fuga. Mosè cercò delle ragioni per scansare la vocazione divina, per rinunciare alla missione che Dio gli voleva affidare. Non so parlare…, e poi ancora, a corto di argomenti: Mandaci chi vorrai… (Cf. Es. 4,10-13). Giona non risponde nemmeno, anzi risponde immediatamente fuggendo. Il libro ispirato non riporta alcuna risposta in parole del profeta; l’unica risposta è la fuga.
Bisogna salvarsi; bisogna fuggire quanto prima, non aspettare… non aspettare che il Signore ci parli! Appena accenna una parola, bisogna fuggire dalla sua faccia! Ma dove fuggire? Dove?… Dio è terribile se tu soltanto lo ascolti! La cosa migliore è fuggire subito, perché da lui non ti salvi! Il demonio qualche cosa ti lascia; tutti ti lasciano qualcosa; per questo è più facile rispondere a tutti che rispondere a Dio. Dio non ti lascia nulla, ti brucia.
E Giona lo sapeva! ‘Devo andare a Ninive, io, a parlare di queste cose… Proprio io, ci devo andare! Diglielo tu se ti piace…. Vuoi proprio usare di questa povera creatura umana che sono io per fare delle cose così gravi, annunciare delle verità così pesanti e dolorose?’ Pareva dire Giona al Signore. Veramente, il Signore scomoda troppo! Sarebbe così facile a lui non metterci tanto a repentaglio, non esigere troppo da noi! Perché vuole proprio attraverso di noi, far delle cose che noi non faremmo mai, anche se potessimo e tanto meno le vogliamo fare nella previsione di quel che ci aspetta?…
Va’! – Dice Dio – e la risposta di Giona è una sola: Giona si mette subito in cammino: sembra dunque che la risposta sia pronta come quella di Abramo. Diceva Dio ad Abramo: esci dalla tua famiglia. Anche lui, Giona, va; ma, aggiunge subito il testo sacro, va per fuggire a Tarsis, lontano da Jahweh. Pover’uomo! Se il Signore lo mandava a Ninive, già questo diceva non soltanto il dominio di Dio su tutta la terra, ma diceva anche che Dio si interessava, con una provvidenza specialissima, di ogni popolo; Dio era vicino a ciascun popolo, Dio è colui che dimora ovunque. Egli tutto riempie di sé.
Lo sapeva Giona? Lo sapeva e non lo sapeva. A proposito di questo, dicono i commentatori che l’espressione lontano da Jahweh non vuol dire che l’autore ispirato ritenga che Dio dimori soltanto nella terra d’Israele. Certo, l’autore ispirato non intende questo; eppure, io non escludo che l’espressione voglia significare precisamente che il profeta volesse andare lontano da Jahweh. L’autore comincia già a burlarsi un po’ d’Israele e dei suoi profeti! Giona credeva di scappare da Dio. Ma come si può scappare? Dice il salmo 139: Dove fuggirò lontano da te? Se salgo in alto tu sei là; se discendo negli abissi, là ti trovo, se prendo le penne dell’aquila e fuggo al di là dei mari, io non fuggo ancora da te; e se entro nella notte, la notte si fa come giorno. E’ impossibile fuggire dalla presenza di Dio, ovunque egli è.
Ma quello che dice precisamente la rivelazione, non era quello che credeva questo povero ebreo: credeva, in fondo, di potersi difendere di fronte alle esigenze divine. L’insistere stesso dell’espressione al termine della frase indica già la volontà dell’autore ispirato di burlarsi di Israele. Tutto il libro di Giona sembra voglia canzonare i profeti che si lamentano di Dio, Israele che non sa accettare il piano divino. E’ una cosa meravigliosa in tutta la Bibbia, questo piccolo libro, tanto diverso dagli altri, e così grande!
Lontano da Jahweh. Povero Giona! Vuol andare lontano da Jahweh, ma come fa?… L’uomo tenta sempre la fuga, e non è questa la vita di ciascuno di noi quando Dio chiama? Fintanto che Dio non chiama, si frequenta la Chiesa, si sta vicini al Signore, magari si desidera anche di fare una vita pia; ma quando il Signore ci prende sul serio e ci parla, allora davvero nasce la paura; cresce la paura quando egli si avvicina, perché Dio è fuoco e ci sentiamo bruciare. Non si avvicina impunemente il Signore ad un’anima! Siamo almeno scottati, se non siamo bruciati, e noi cerchiamo di difenderci, quasi che possa esservi difesa di fronte a un Dio cui nulla resiste. Tu fuggi: dove? Tu fuggi: come? Pensa Giona: “Se egli mi chiama a Ninive, Ninive è a Oriente, io andrò a occidente, metterò fra Ninive e me tutto il mare e tutto il deserto”. Tra Ninive e te puoi mettere il mare e il deserto, ma tra te e Dio che cosa metterai? Questo è l’importante. Tra te e quello che il Signore ti comanda puoi mettere il mare, il deserto, ma tra te e Dio che cosa puoi mettere? Dio viene con te, è in te, per glorificarti o per condannarti. Comunque, in ogni modo ti brucia. Di fatto, Giona mette fra sé e Ninive il mare, il deserto, ma non può mettere nulla fra sé e Dio. Dio lo trova ovunque egli vada. E Dio lo colpisce, lo raggiunge più di quanto non l’avrebbe raggiunto se egli avesse obbedito…
Chissà — dice il re — che Dio non si penta… Si ripete la scena descritta dal libro di Geremia, cui certamente si ispira poi il libro di Giona. Là viene letto il libro degli oracoli di Geremia al re di Giuda, Joaquim, e Joaquim non ascolta, anzi brucia il rotolo nel quale sono scritti gli oracoli; qui il re di Ninive invece ascolta e fa penitenza. Così Dio ora si pente della distruzione che aveva detto di fare, e salva la città.
Aveva detto Geremia: Chissà che quelli della casa di Giuda, sentendo tutto il male che io penso di far loro, si ravvedano ritraendosi ciascuno dalla sua via perversa ed io abbia a perdonare la loro iniquità e il loro peccato (Ger. 36,3). In Geremia il testo esprime la speranza di Dio, nel libro di Giona la speranza dell’uomo. Dio rimane libero di fronte a noi; noi non possiamo legarlo. Chissà, dice il re. L’uomo si sente sospeso, non può poggiare su nulla, nemmeno sul suo pentimento, ma sulla sola libertà d’amore di Dio. L’uomo non può avere mai sicurezza in se stesso; la sua sicurezza non può riposare che nella libertà di un amore infinito. Ma come facciamo ad avere una sicurezza nella sua libertà?
Chissà che Dio non si penta. E’ questo chissà che salva la vita religiosa, perché se non ci fosse questo “dubbio”, tutto tornerebbe in un piano di pura giustizia. L’uomo deve rimettersi a un Dio che rimane mistero: ma rimane mistero d’amore. Anche se il nostro cuore ci condanna, Dio è più grande del nostro cuore, scrive Giovanni (1Gv.3,20).
Questo chissà apre il cuore a una speranza; non lo angustia, non lo chiude nel terrore, lo dilata invece in una speranza viva. Dio è libero, ma è libero perché è l’amore; non libero in quanto ti condanna, ma libero perché, nonostante tutto, ti ama, perché ti amerà sempre e il suo amore troverà le vie per salvarti anche contro di te. Non certo nel senso che egli ti salverà anche rimanendo tu peccatore, ma egli troverà il modo perché tu non lo sia più, perché la tua volontà si pieghi ad accettare il suo perdono, anzi ad invocarlo.
Per il cristiano che sa che la libertà di Dio è soltanto una libertà di amore, l’incertezza è vinta, l’incertezza dell’uomo si cangia in un abbandono perfetto. Il tuo abbandono non lo lega, anzi scioglie il suo amore.
Quando Dio vide le loro azioni, si erano infatti convertiti dalla loro cattiva condotta, si sentì impietosito… Il pentimento precede il perdono di Dio? E’ perché Dio ha pietà di te, che tu ti penti. In fondo, sono un gioco divino tutta la storia, tutta la nostra vita. Il Signore gioca: all’ultimo non rimane che l’amore di Dio. Lotta con te tutta la notte per poi vincerti al mattino, mentre poteva vincerti fin dall’inizio. Dio è come un fanciullo; lo vide così l’Eckhart in una visione: vide un bimbo nudo entrare nella sua stanza a porte chiuse. “Chi sei, da dove vieni?” Dio è un bambino, come l’ha visto un giorno Claudel a Parigi in Notre-Dame. Dio non ha neppure un giorno, egli è la giovinezza eterna. Proprio perché è un bambino si diverte a giocare. Che delusione per gli uomini seri della vita religiosa… Egli sempre disfa i loro piani e li delude. Il Signore chiede anche a noi questa fanciullezza, perché la vita non è, in fondo, che un gioco d’amore. Ti chiede il pentimento, ma è lui che te lo dà; prima ancora che tu ti pentissi, Dio ha avuto compassione di te. Quando Giona è andato a Ninive credeva di andare a portare la condanna e, invece, Dio lo mandava a portare la salvezza. Dietro il profeta irato veniva Dio, per una festa di amore.
Così Dio ci parla d’amore in un linguaggio d’ira e di condanna; sotto il segno del rimprovero ci parla d’amore… Si sentì impietosito, Dio, riguardo al male che aveva minacciato di fare loro, e non lo fece. L’aveva detto e invece non lo fa; l’aveva detto sul serio?… Dio sotto l’apparenza della condanna cela un dono di amore, tanto che tu stesso che pure speravi in questo amore, ne rimani sconcertato. Credo che i niniviti, dopo, forse non credettero all’amore di Dio. Davvero questo amore era incomprensibile, strano. Come Dio li lascia in pace? Il castigo era giusto ed è così poco quello che loro ha chiesto! Dio ama così.

 

Cristo è risorto

en paolo - Copia

Publié dans:immagini sacre |on 8 mai, 2017 |Pas de commentaires »

LA SALVEZZA DEI NON CRISTIANI

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Meditazioni/04-05/2-Salvezza_non_cristiani.html

LA SALVEZZA DEI NON CRISTIANI

Sovente si dibattono ancora questi due problemi:
1) I non cristiani si possono salvare?
2) Le religioni non cristiane conducono alla rovina,
o possono condurre addirittura alla salvezza finale

Qui sembra conveniente presentare solo il pensiero del recente magistero ecclesiastico. Per questo, occorre distinguere diverse tappe.
Fino a Pio XI, morto nel 1939, si trovano concezioni piuttosto negative sulla possibilità di salvezza dei non cristiani, e soprattutto sul valore delle loro religioni. Si parla di loro come di “poveri pagani”, senza distinguere tra i fedeli delle loro diverse fedi, e neppure tra loro e gli atei: essi sono tutti considerati nel rischio della dannazione e le missioni cattoliche sono tese a strapparli dalla potenza del demonio.
Questa concezione, nonostante gli sviluppi dei Papi seguenti, si nota ancor oggi in alcuni fedeli, e persino in alcuni anziani sacerdoti.

La salvezza implicita
Con Pio XII, troviamo un linguaggio più sereno. Il Pastore Angelico non parla ancora del valore delle diverse religioni: ma scrive che la Chiesa «Non ha mai neppure disprezzato la filosofia dei pagani e non l’ha mai neppure respinta, ma ha inteso purificarla da ogni errore ed impurità, e perfezionarla e coronarla con la sapienza cristiana».
Come si vede, non si parla propriamente di religioni, ma si parla con positività di filosofia, arte, cultura.
Ancor più rasserenante il discorso riguardante la salvezza dei singoli. Nella Mystici Corporis, Pio XII non esclude dal Cielo chi si rivolge a Cristo con un certo desiderio o voto inconsci, e approva una lettera del Sant’Ufficio, in cui si chiarisce che tale «voto» o desiderio, per essere salvifico, non sempre dev’essere esplicito: esso può anche soltanto essere implicito, attraverso la buona volontà di conformarsi alla Volontà di Dio.
Papa Giovanni XXIII non compie passi ulteriori, ma abbandona i termini di «pagani» e «infedeli». Egli si rivolge semplicemente ai «popoli che non sono ancora illuminati dalla luce del Vangelo».

Il dialogo
È Paolo VI che deve dirsi il Papa delle religioni non cristiane, perché istituisce il Segretariato per i non cristiani, e incontra i loro rappresentanti. Prima ancora dei documenti conciliari del Vaticano II, egli scrive nell’enciclica Ecclesiam Suam, che il cristianesimo non può rinunciare al diritto di essere l’unica religione vera, ma non rifiuta attenzione e riconoscimento «ai valori spirituali e morali delle diverse religioni non cristiane».
Dopo l’enciclica citata, approva e stabilisce i decreti del Concilio Vaticano II, dove si legge tra l’altro: «La Chiesa Cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni»; «considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine, le quali… non raramente riflettono un raggio della verità che illumina tutti i popoli». E per quanto riguarda le singole persone non cristiane od atee, si legge: «Quelli che senza loro colpa ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa, e che tuttavia cercano sinceramente Dio e con l’aiuto della Sua grazia si sforzano di compiere con le opere la volontà di Lui, conosciuta attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza eterna. Né la Divina Provvidenza nega gli aiuti necessari a coloro che senza colpa da parte loro non sono ancora arrivati a una conoscenza esplicita di Dio, e si sforzano, non senza la grazia divina, di condurre una vita retta».
La base del discorso conciliare è l’affermazione scritturistica dell’universale volontà salvifica di Dio, per cui la grazia soprannaturale viene offerta a tutti gli uomini.
Infine, il Papa attuale, Giovanni Paolo II, consolida e dilata le prospettive aperte dai suoi predecessori e dal Concilio Vaticano II, pur ribadendo sempre la necessità della religione cristiana (perché voluta da Dio stesso, fatto uomo in Gesù), per chi se ne rende conto.
In base a tutto ciò, come va considerata oggi la necessità dell’azione missionaria della Chiesa?
Il cristiano dev’essere sempre missionario, ma non perché crede che, senza questo impegno, i non cristiani manchino della possibilità di salvarsi; ma perché sa che il sale e la luce del Salvatore, rendono il mondo più umano e questo è di grande importanza per il Regno di Dio. Il missionario, quindi, non deve certo attentare ai veri valori
delle religioni non cristiane, ma deve accoglierli, purificarli e completarli con il lievito evangelico.
Del resto, Gesù ha detto: «Non sono venuto per abolire, ma per dare compimento»: non è questo anche lo scopo dell’azione missionaria di ogni cristiano?

Antonio Rudoni SDB

Publié dans:non cristiani (i) |on 8 mai, 2017 |Pas de commentaires »

IL Buon Pastore

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Publié dans:immagini sacre |on 6 mai, 2017 |Pas de commentaires »

IV DOMENICA DI PASQUA (ANNO A) (07/05/2017) – OMELIA

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Il Signore è il buon pastore che assicura a tutti la felicità

padre Antonio Rungi

IV DOMENICA DI PASQUA (ANNO A) (07/05/2017) – OMELIA

La quarta domenica del tempo di Pasqua è detta del Buon Pastore, sia perché ci viene proposto il testo del Vangelo che ci parla di Gesù Cristo, buon pastore e sia perché nel contesto della Pasqua siamo tutti invitati a pregare il Buon pastore che mandi alla sua chiesa pastori buoni, generosi e santi, che vadano alla ricerca della pecorella smarrita e si assumano tutte le responsabilità in ordine al loro ministero a servizio delle anime, della comunità dei credenti e della stessa umanità.
Nella preghiera iniziale delle liturgia eucaristica, noi preghiamo oggi con queste significative parole, che sono la sintesi di quanto sentiremo ed ascolteremo dalla voce del buon Pastore, che è Cristo stesso, che parla a noi attraverso la Chiesa di oggi, a partire dalla figura autorevole di Papa Francesco: « Dio onnipotente e misericordioso, guidaci al possesso della gioia eterna, perché l’umile gregge dei tuoi fedeli giunga con sicurezza accanto a te, dove lo ha preceduto il Cristo, suo pastore ».
Il testo degli Atti degli apostoli di questa quarta domenica ci fa ritornare al giorno della Pentecoste e ai discorsi di Pietro alla gente che si avvicina progressivamente alla nuova religione, quella cristiana, di cui il principe degli apostoli si fa interprete e annunziatore, focalizzando la sua attenzione che « Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso ». Le conseguenze immediate di questo discorso è la disponibilità delle persone a cambiare vita e strada. Ecco perché chiedono a Pietro e agli Apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?», dal momento che erano stati profondamente toccate nel cuore. Pietro replica invitando alla conversione tutti coloro che vogliono venire alla fede, partendo dal ricevere il battesimo « nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati », e dalla Cresima, dal momento che riceveranno « il dono dello Spirito Santo ».
L’ultimo caloroso appello che Pietro rivolge a presenti fu: «Salvatevi da questa generazione perversa!». I frutti di quella prima catechesi o predicazione di massa si videro subito, al punto tale che negli Atti si annota che « quel giorno furono aggiunte circa tremila persone ». Come è facile capire l’azione pastorale degli apostoli si fa sempre più evidente, attingendo lo stimolo ad ampliare gli spazi di comunicazione dalla sacra scrittura e dalla preghiera dei Salmi, come oggi è ricordato nel Salmo 22, nel quale si riconosce che « Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia. Mi guida per il giusto cammino. Con il Signore non temo alcun male, anche in una condizione di buio totale in tutti i sensi. Un pastore buono ed attento che dà sicurezza al gregge, che cammina sicuro su pascoli erbosi.
Anche nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla prima lettera di san Pietro apostolo, troviamo un forte appello alla pastorale della pazienza, della sofferenza e della sopportazione. Infatti scrive San Pietro « se, facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, perché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme. Gesù non commise peccato, fu una persona sincera, un soggetto di grande sopportazione, in quanto « insultato, non rispondeva con insulti, maltrattato, non minacciava vendetta, ma si affidava a colui che giudica con giustizia. Gesù si è caricato sulla sua persona i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti ».
Tutto cambia con la venuta di Gesù e con la sua morte e risurrezione, l’umanità ritrova le ragioni della sua speranza e del suo presente e futuro: « Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime ».
Nel Vangelo di San Giovanni troviamo il passo relativo alla figura del buon pastore, su cui si incentrato il tema e la liturgia di questa quarta domenica di Pasqua: « egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Di fronte alla scarsa comprensione del discorso di Gesù, nello stesso brano del Vangelo troviamo la replica e l’ulteriore spiegazione di quanto Gesù andava dicendo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo…io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».
Avere la vita in abbondanza in Gesù Cristo è incamminarsi sulla strada della santità che passa attraverso una convinta purificazione dei nostri peccati e con il desiderio, vivo e sincero, di iniziare un percorso nuovo di vita vera che non scende a compromesso con nessuno e soprattutto con la propria coscienza. Il modello a cui ispirarci è Gesù stesso e accanto a Lui poniamo in queste mese di maggio anche la sua dolcissima Madre, Maria Santissima, che il 13 maggio 1917, apparendo ai tre pastorelli, a Fatima, chiedeva la conversione del mondo al bene supremo della pace, della giustizia, della verità e della purezza dei sentimenti. Nell’imminenza di questa ricorrenza mariana, chiediamo alla Vergine Santa che ci confermi nel nostro proposito di raggiungere la santità, partendo da questa terra e vivendo da santi in questa misera valle di lacrime.

Papa Francesco in Egitto

coptic_pope_visits_vatican_pope

Publié dans:immagini sacre |on 4 mai, 2017 |Pas de commentaires »
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