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GIOVANNI PAOLO II – XXXVIII GIORNATA MONDIALE DELLA PACE 2005

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/messages/peace/documents/hf_jp-ii_mes_20041216_xxxviii-world-day-for-peace.html

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II PER LA CELEBRAZIONE DELLA XXXVIII GIORNATA MONDIALE DELLA PACE 2005

1° GENNAIO 2005

«NON LASCIARTI VINCERE DAL MALE, MA VINCI CON IL BENE IL MALE»

1. All’inizio del nuovo anno, torno a rivolgere la mia parola ai responsabili delle Nazioni ed a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, che avvertono quanto necessario sia costruire la pace nel mondo. Ho scelto come tema per la Giornata Mondiale della Pace 2005 l’esortazione di san Paolo nella Lettera ai Romani: « Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male » (12, 21). Il male non si sconfigge con il male: su quella strada, infatti, anziché vincere il male, ci si fa vincere dal male.
La prospettiva delineata dal grande Apostolo pone in evidenza una verità di fondo: la pace è il risultato di una lunga ed impegnativa battaglia, vinta quando il male è sconfitto con il bene. Di fronte ai drammatici scenari di violenti scontri fratricidi, in atto in varie parti del mondo, dinanzi alle inenarrabili sofferenze ed ingiustizie che ne scaturiscono, l’unica scelta veramente costruttiva è di fuggire il male con orrore e di attaccarsi al bene (cfr Rm 12, 9), come suggerisce ancora san Paolo.
La pace è un bene da promuovere con il bene: essa è un bene per le persone, per le famiglie, per le Nazioni della terra e per l’intera umanità; è però un bene da custodire e coltivare mediante scelte e opere di bene. Si comprende allora la profonda verità di un’altra massima di Paolo: « Non rendete a nessuno male per male » (Rm 12, 17). L’unico modo per uscire dal circolo vizioso del male per il male è quello di accogliere la parola dell’Apostolo: « Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male » (Rm 12, 21).

Il male, il bene e l’amore
2. Fin dalle origini, l’umanità ha conosciuto la tragica esperienza del male e ha cercato di coglierne le radici e spiegarne le cause. Il male non è una forza anonima che opera nel mondo in virtù di meccanismi deterministici e impersonali. Il male passa attraverso la libertà umana. Proprio questa facoltà, che distingue l’uomo dagli altri viventi sulla terra, sta al centro del dramma del male e ad esso costantemente si accompagna. Il male ha sempre un volto e un nome: il volto e il nome di uomini e di donne che liberamente lo scelgono. La Sacra Scrittura insegna che, agli inizi della storia, Adamo ed Eva si ribellarono a Dio e Abele fu ucciso dal fratello Caino (cfr Gn 3-4). Furono le prime scelte sbagliate, a cui ne seguirono innumerevoli altre nel corso dei secoli. Ciascuna di esse porta in sé un’essenziale connotazione morale, che implica precise responsabilità da parte del soggetto e chiama in causa le relazioni fondamentali della persona con Dio, con le altre persone e con il creato.
A cercarne le componenti profonde, il male è, in definitiva, un tragico sottrarsi alle esigenze dell’amore (1). Il bene morale, invece, nasce dall’amore, si manifesta come amore ed è orientato all’amore. Questo discorso è particolarmente chiaro per il cristiano, il quale sa che la partecipazione all’unico Corpo mistico di Cristo lo pone in una relazione particolare non solo con il Signore, ma anche con i fratelli. La logica dell’amore cristiano, che nel Vangelo costituisce il cuore pulsante del bene morale, spinge, se portata alle conseguenze, fino all’amore per i nemici: « Se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete dagli da bere » (Rm 12, 20).

La « grammatica » della legge morale universale
3. Volgendo lo sguardo all’attuale situazione del mondo, non si può non constatare un impressionante dilagare di molteplici manifestazioni sociali e politiche del male: dal disordine sociale all’anarchia e alla guerra, dall’ingiustizia alla violenza contro l’altro e alla sua soppressione. Per orientare il proprio cammino tra gli opposti richiami del bene e del male, la famiglia umana ha urgente necessità di far tesoro del comune patrimonio di valori morali ricevuto in dono da Dio stesso. Per questo, a quanti sono determinati a vincere il male con il bene san Paolo rivolge l’invito a coltivare nobili e disinteressati atteggiamenti di generosità e di pace (cfr Rm 12, 17-21).
Parlando all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dieci anni or sono, della comune impresa al servizio della pace, ebbi a far riferimento alla « grammatica » della legge morale universale (2), richiamata dalla Chiesa nei suoi molteplici pronunciamenti in questa materia. Ispirando valori e principi comuni, tale legge unisce gli uomini tra loro, pur nella diversità delle rispettive culture, ed è immutabile: « rimane sotto l’evolversi delle idee e dei costumi e ne sostiene il progresso… Anche se si arriva a negare i suoi principi, non la si può però distruggere, né strappare dal cuore dell’uomo. Sempre risorge nella vita degli individui e delle società » (3).
4. Questa comune grammatica della legge morale impone di impegnarsi sempre e con responsabilità per far sì che la vita delle persone e dei popoli venga rispettata e promossa. Alla sua luce non possono non essere stigmatizzati con vigore i mali di carattere sociale e politico che affliggono il mondo, soprattutto quelli provocati dalle esplosioni della violenza. In questo contesto, come non andare con il pensiero all’amato Continente africano, dove perdurano conflitti che hanno mietuto e continuano a mietere milioni di vittime? Come non evocare la pericolosa situazione della Palestina, la Terra di Gesù, dove non si riescono ad annodare, nella verità e nella giustizia, i fili della mutua comprensione, spezzati da un conflitto che ogni giorno attentati e vendette alimentano in modo preoccupante? E che dire del tragico fenomeno della violenza terroristica che sembra spingere il mondo intero verso un futuro di paura e di angoscia? Come, infine, non constatare con amarezza che il dramma iracheno si prolunga, purtroppo, in situazioni di incertezza e di insicurezza per tutti?
Per conseguire il bene della pace bisogna, con lucida consapevolezza, affermare che la violenza è un male inaccettabile e che mai risolve i problemi. « La violenza è una menzogna, poiché è contraria alla verità della nostra fede, alla verità della nostra umanità. La violenza distrugge ciò che sostiene di difendere: la dignità, la vita, la libertà degli esseri umani » (4). È pertanto indispensabile promuovere una grande opera educativa delle coscienze, che formi tutti, soprattutto le nuove generazioni, al bene aprendo loro l’orizzonte dell’umanesimo integrale e solidale, che la Chiesa indica e auspica. Su queste basi è possibile dar vita ad un ordine sociale, economico e politico che tenga conto della dignità, della libertà e dei diritti fondamentali di ogni persona.

Il bene della pace e il bene comune
5. Per promuovere la pace, vincendo il male con il bene, occorre soffermarsi con particolare attenzione sul bene comune (5) e sulle sue declinazioni sociali e politiche. Quando, infatti, a tutti i livelli si coltiva il bene comune, si coltiva la pace. Può forse la persona realizzare pienamente se stessa prescindendo dalla sua natura sociale, cioè dal suo essere « con » e « per » gli altri? Il bene comune la riguarda da vicino. Riguarda da vicino tutte le forme espressive della socialità umana: la famiglia, i gruppi, le associazioni, le città, le regioni, gli Stati, le comunità dei popoli e delle Nazioni. Tutti, in qualche modo, sono coinvolti nell’impegno per il bene comune, nella ricerca costante del bene altrui come se fosse proprio. Tale responsabilità compete, in particolare, all’autorità politica, ad ogni livello del suo esercizio, perché essa è chiamata a creare quell’insieme di condizioni sociali che consentono e favoriscono negli esseri umani lo sviluppo integrale della loro persona (6).
Il bene comune, pertanto, esige il rispetto e la promozione della persona e dei suoi diritti fondamentali, come pure il rispetto e la promozione dei diritti delle Nazioni in prospettiva universale. Dice in proposito il Concilio Vaticano II: « Dall’interdipendenza ogni giorno più stretta e poco alla volta estesa al mondo intero deriva che il bene comune … diventa oggi sempre più universale ed implica diritti e doveri che interessano l’intero genere umano. Pertanto ogni comunità deve tener conto delle necessità e delle legittime aspirazioni delle altre comunità, anzi del bene comune di tutta la famiglia umana » (7). Il bene dell’intera umanità, anche per le generazioni future, richiede una vera cooperazione internazionale, a cui ogni Nazione deve offrire il suo apporto (8).
Tuttavia, visioni decisamente riduttive della realtà umana trasformano il bene comune in semplice benessere socio-economico, privo di ogni finalizzazione trascendente, e lo svuotano della sua più profonda ragion d’essere. Il bene comune, invece, riveste anche una dimensione trascendente, perché è Dio il fine ultimo delle sue creature (9). I cristiani inoltre sanno che Gesù ha fatto piena luce sulla realizzazione del vero bene comune dell’umanità. Verso Cristo cammina e in Lui culmina la storia: grazie a Lui, per mezzo di Lui e in vista di Lui, ogni realtà umana può essere condotta al suo pieno compimento in Dio.

Il bene della pace e l’uso dei beni della terra
6. Poiché il bene della pace è strettamente collegato allo sviluppo di tutti i popoli, è indispensabile tener conto delle implicazioni etiche dell’uso dei beni della terra. Il Concilio Vaticano II ha opportunamente ricordato che « Dio ha destinato la terra con tutto quello che in essa è contenuto all’uso di tutti gli uomini e popoli, sicché i beni creati devono pervenire a tutti con equo criterio, avendo per guida la giustizia e per compagna la carità » (10).
L’appartenenza alla famiglia umana conferisce ad ogni persona una specie di cittadinanza mondiale, rendendola titolare di diritti e di doveri, essendo gli uomini uniti da una comunanza di origine e di supremo destino. Basta che un bambino venga concepito perché sia titolare di diritti, meriti attenzioni e cure e qualcuno abbia il dovere di provvedervi. La condanna del razzismo, la tutela delle minoranze, l’assistenza ai profughi e ai rifugiati, la mobilitazione della solidarietà internazionale nei confronti di tutti i bisognosi non sono che coerenti applicazioni del principio della cittadinanza mondiale.
7. Il bene della pace va visto oggi in stretta relazione con i nuovi beni, che provengono dalla conoscenza scientifica e dal progresso tecnologico. Anche questi, in applicazione del principio della destinazione universale dei beni della terra, vanno posti a servizio dei bisogni primari dell’uomo. Opportune iniziative a livello internazionale possono dare piena attuazione al principio della destinazione universale dei beni, assicurando a tutti — individui e Nazioni — le condizioni di base per partecipare allo sviluppo. Ciò diventa possibile se si abbattono le barriere e i monopoli che lasciano ai margini tanti popoli (11).
Il bene della pace sarà poi meglio garantito se la comunità internazionale si farà carico, con maggiore senso di responsabilità, di quelli che vengono comunemente identificati come beni pubblici. Sono quei beni dei quali tutti i cittadini godono automaticamente senza aver operato scelte precise in proposito. È quanto avviene, a livello nazionale, per beni quali, ad esempio, il sistema giudiziario, il sistema di difesa, la rete stradale o ferroviaria. Nel mondo, investito oggi in pieno dal fenomeno della globalizzazione, sono sempre più numerosi i beni pubblici che assumono carattere globale e conseguentemente aumentano pure di giorno in giorno gli interessi comuni. Basti pensare alla lotta alla povertà, alla ricerca della pace e della sicurezza, alla preoccupazione per i cambiamenti climatici, al controllo della diffusione delle malattie. A tali interessi, la Comunità internazionale deve rispondere con una rete sempre più ampia di accordi giuridici, atta a regolamentare il godimento dei beni pubblici, ispirandosi agli universali principi dell’equità e della solidarietà.
8. Il principio della destinazione universale dei beni consente, inoltre, di affrontare adeguatamente la sfida della povertà, soprattutto tenendo conto delle condizioni di miseria in cui vive ancora oltre un miliardo di esseri umani. La Comunità internazionale si è posta come obiettivo prioritario, all’inizio del nuovo millennio, il dimezzamento del numero di queste persone entro l’anno 2015. La Chiesa sostiene ed incoraggia tale impegno ed invita i credenti in Cristo a manifestare, in modo concreto e in ogni ambito, un amore preferenziale per i poveri (12).
Il dramma della povertà appare ancora strettamente connesso con la questione del debito estero dei Paesi poveri. Malgrado i significativi progressi sinora compiuti, la questione non ha ancora trovato adeguata soluzione. Sono trascorsi quindici anni da quando ebbi a richiamare l’attenzione della pubblica opinione sul fatto che il debito estero dei Paesi poveri « è intimamente legato ad un insieme di altri problemi, quali l’investimento estero, il giusto funzionamento delle maggiori organizzazioni internazionali, il prezzo delle materie prime e così via » (13). I recenti meccanismi per la riduzione dei debiti, maggiormente centrati sulle esigenze dei poveri, hanno senz’altro migliorato la qualità della crescita economica. Quest’ultima, tuttavia, per una serie di fattori, risulta quantitativamente ancora insufficiente, specie in vista del raggiungimento degli obiettivi stabiliti all’inizio del millennio. I Paesi poveri restano prigionieri di un circolo vizioso: i bassi redditi e la crescita lenta limitano il risparmio e, a loro volta, gli investimenti deboli e l’uso inefficace del risparmio non favoriscono la crescita.
9. Come ha affermato il Papa Paolo VI e come io stesso ho ribadito, l’unico rimedio veramente efficace per consentire agli Stati di affrontare la drammatica questione della povertà è di fornire loro le risorse necessarie mediante finanziamenti esteri — pubblici e privati — concessi a condizioni accessibili, nel quadro di rapporti commerciali internazionali regolati secondo equità (14). Si rende doverosamente necessaria una mobilitazione morale ed economica, rispettosa da una parte degli accordi presi in favore dei Paesi poveri, ma disposta dall’altra a rivedere quegli accordi che l’esperienza avesse dimostrato essere troppo onerosi per determinati Paesi. In questa prospettiva, si rivela auspicabile e necessario imprimere un nuovo slancio all’aiuto pubblico allo sviluppo, ed esplorare, malgrado le difficoltà che può presentare questo percorso, le proposte di nuove forme di finanziamento allo sviluppo (15). Alcuni governi stanno già valutando attentamente meccanismi promettenti che vanno in questa direzione, iniziative significative da portare avanti in modo autenticamente condiviso e nel rispetto del principio di sussidiarietà. Occorre pure controllare che la gestione delle risorse economiche destinate allo sviluppo dei Paesi poveri segua scrupolosi criteri di buona amministrazione, sia da parte dei donatori che dei destinatari. La Chiesa incoraggia ed offre a questi sforzi il suo apporto. Basti citare, ad esempio, il prezioso contributo dato attraverso le numerose agenzie cattoliche di aiuto e di sviluppo.
10. Al termine del Grande Giubileo dell’Anno 2000, nella Lettera apostolica Novo millennio ineunte ho fatto cenno all’urgenza di una nuova fantasia della carità (16) per diffondere nel mondo il Vangelo della speranza. Ciò si rende evidente particolarmente quando ci si avvicina ai tanti e delicati problemi che ostacolano lo sviluppo del Continente africano: si pensi ai numerosi conflitti armati, alle malattie pandemiche rese più pericolose dalle condizioni di miseria, all’instabilità politica cui si accompagna una diffusa insicurezza sociale. Sono realtà drammatiche che sollecitano un cammino radicalmente nuovo per l’Africa: è necessario dar vita a forme nuove di solidarietà, a livello bilaterale e multilaterale, con un più deciso impegno di tutti, nella piena consapevolezza che il bene dei popoli africani rappresenta una condizione indispensabile per il raggiungimento del bene comune universale.
Possano i popoli africani prendere in mano da protagonisti il proprio destino e il proprio sviluppo culturale, civile, sociale ed economico! L’Africa cessi di essere solo oggetto di assistenza, per divenire responsabile soggetto di condivisioni convinte e produttive! Per raggiungere tali obiettivi si rende necessaria una nuova cultura politica, specialmente nell’ambito della cooperazione internazionale. Ancora una volta vorrei ribadire che il mancato adempimento delle reiterate promesse relative all’aiuto pubblico allo sviluppo, la questione tuttora aperta del pesante debito internazionale dei Paesi africani e l’assenza di una speciale considerazione per essi nei rapporti commerciali internazionali, costituiscono gravi ostacoli alla pace, e pertanto vanno affrontati e superati con urgenza. Mai come oggi risulta determinante e decisiva, per la realizzazione della pace nel mondo, la consapevolezza dell’interdipendenza tra Paesi ricchi e poveri, per cui « lo sviluppo o diventa comune a tutte le parti del mondo, o subisce un processo di retrocessione anche nelle zone segnate da un costante progresso » (17).

Universalità del male e speranza cristiana
11. Di fronte ai tanti drammi che affliggono il mondo, i cristiani confessano con umile fiducia che solo Dio rende possibile all’uomo ed ai popoli il superamento del male per raggiungere il bene. Con la sua morte e risurrezione Cristo ci ha redenti e riscattati « a caro prezzo » (1 Cor 6, 20; 7, 23), ottenendo la salvezza per tutti. Con il suo aiuto, pertanto, è possibile a tutti vincere il male con il bene.
Fondandosi sulla certezza che il male non prevarrà, il cristiano coltiva un’indomita speranza che lo sostiene nel promuovere la giustizia e la pace. Nonostante i peccati personali e sociali che segnano l’agire umano, la speranza imprime slancio sempre rinnovato all’impegno per la giustizia e la pace, insieme ad una ferma fiducia nella possibilità di costruire un mondo migliore.
Se nel mondo è presente ed agisce il « mistero dell’iniquità » (2 Ts 2, 7), non va dimenticato che l’uomo redento ha in sé sufficienti energie per contrastarlo. Creato ad immagine di Dio e redento da Cristo « che si è unito in certo modo ad ogni uomo » (18) questi può cooperare attivamente al trionfo del bene. L’azione dello « Spirito del Signore riempie l’universo » (Sap 1, 7). I cristiani, specialmente i fedeli laici, « non nascondano questa speranza nell’interiorità del loro animo, ma con la continua conversione e la lotta “contro i dominatori di questo mondo di tenebra e contro gli spiriti del male” (Ef 6, 12) la esprimano anche attraverso le strutture della vita secolare » (19).
12. Nessun uomo, nessuna donna di buona volontà può sottrarsi all’impegno di lottare per vincere con il bene il male. È una lotta che si combatte validamente soltanto con le armi dell’amore. Quando il bene vince il male, regna l’amore e dove regna l’amore regna la pace. È l’insegnamento del Vangelo, riproposto dal Concilio Vaticano II: « La legge fondamentale della perfezione umana, e perciò anche della trasformazione del mondo, è il nuovo comandamento della carità » (20).
Ciò è vero anche in ambito sociale e politico. A questo proposito, il Papa LeoneXIII scriveva che quanti hanno il dovere di provvedere al bene della pace nelle relazioni tra i popoli devono alimentare in sé e accendere negli altri « la carità, signora e regina di tutte le virtù » (21). I cristiani siano testimoni convinti di questa verità; sappiano mostrare con la loro vita che l’amore è l’unica forza capace di condurre alla perfezione personale e sociale, l’unico dinamismo in grado di far avanzare la storia verso il bene e la pace.
In quest’anno dedicato all’Eucaristia, i figli della Chiesa trovino nel sommo Sacramento dell’amore la sorgente di ogni comunione: della comunione con Gesù Redentore e, in Lui, con ogni essere umano. È in virtù della morte e risurrezione di Cristo, rese sacramentalmente presenti in ogni Celebrazione eucaristica, che siamo salvati dal male e resi capaci di fare il bene. È in virtù della vita nuova di cui Egli ci ha fatto dono che possiamo riconoscerci fratelli, al di là di ogni differenza di lingua, di nazionalità, di cultura. In una parola, è in virtù della partecipazione allo stesso Pane e allo stesso Calice che possiamo sentirci « famiglia di Dio » e insieme recare uno specifico ed efficace contributo all’edificazione di un mondo fondato sui valori della giustizia, della libertà e della pace.

Dal Vaticano, 8 Dicembre 2004.

IOANNES PAULUS PP. II

CATECHESI DI BENEDETTO XVI 9 – L’ATTESA DELLA « PARUSIA » DI GESÙ E L’IMPEGNO IN QUESTO MONDO

http://www.stpauls.it/coopera/0906cp/0906cp05.htm

CATECHESI DI BENEDETTO XVI 9 – L’ATTESA DELLA « PARUSIA » DI GESÙ E L’IMPEGNO IN QUESTO MONDO

Il Papa ha concluso le illuminate catechesi su San Paolo parlando della « parusia », ossia dell’avvento definitivo di Cristo che si manifesterà alla fine dei tempi.
Riprendiamo i temi della catechesi paolina che Benedetto XVI ha svolto nelle udienze generali della prima parte dell’Anno Paolino, terminando con questo numero di Giugno, che è pure il mese conclusivo dell’anno in onore dell’Apostolo delle genti.
Il Papa ha trattato della parusia secondo l’insegnamento di San Paolo, partendo dalla Prima Lettera ai Tessalonicesi, dove l’Apostolo «parla di questo ritorno di Gesù, chiamato parusia, avvento, nuova e definitiva e manifesta presenza del Cristo (cfr 1Ts 4,13-18)».

La parusia, ragione di salda speranza
«Ogni discorso cristiano – affermava Benedetto XVI – parte sempre dall’evento della Risurrezione» il quale è in stretto rapporto sia con il tempo presente, nel quale si costruisce il Regno di Dio, sia con il futuro, quando « Cristo consegnerà il Regno al Padre ». San Paolo, osservava il Papa, spiega che « la parusia – all’inizio ritenuta imminente dai primi Cristiani – è un motivo di salda speranza », così come lo è per noi, cristiani di venti secoli dopo.
«Alla fine saremo sempre con il Signore. È questo, al di là delle immagini, il messaggio essenziale: il nostro futuro è ‘essere con il Signore’; in quanto credenti, nella nostra vita noi siamo già con il Signore; il nostro futuro, la vita eterna, è già cominciata».
Il Cristo giudice della fine dei tempi è insieme il Salvatore misericordioso. (Abside, Basilica di San Paolo, Roma).
Il Cristo giudice della fine dei tempi è insieme il Salvatore misericordioso.
(Abside, Basilica di San Paolo, Roma).
Tuttavia, ha proseguito il Pontefice: «L’attesa della parusia di Gesù non dispensa dall’impegno in questo mondo, ma al contrario crea responsabilità davanti al Giudice divino circa il nostro agire nel mondo. Proprio così cresce la nostra responsabilità di lavorare in e per questo mondo».
In definitiva, ha concluso Benedetto XVI, dagli insegnamenti di San Paolo si deducono alcuni punti fissi, a partire dall’ »universalità della chiamata alla fede » alla certezza che il cristiano risorgerà « con Cristo »: una certezza, questa, che vince ogni tipo di paura, compresa quella della morte: «In Cristo il mondo futuro è già cominciato, questo dà anche certezza della speranza. Il futuro non è un buio nel quale nessuno si orienta. Non è così. Senza Cristo, anche oggi per il mondo il futuro è buio, c’è tanta paura del futuro. Il cristiano sa che la luce di Cristo è più forte e perciò vive in una speranza non vaga, in una speranza che dà certezza e dà coraggio per affrontare il futuro».

Attendiamo la sua venuta
Ma ecco una sintesi della catechesi pronunziata da Papa Benedetto: « (…) il tema della Risurrezione (…) apre una nuova prospettiva, quella dell’attesa del ritorno del Signore, e perciò ci porta a riflettere sul rapporto tra il tempo presente, tempo della Chiesa e del Regno di Cristo, e il futuro (éschaton) che ci attende, quando Cristo consegnerà il Regno al Padre (cfr 1Cor 15,24). Ogni discorso cristiano sulle cose ultime, chiamato escatologia, parte sempre dall’evento della Risurrezione: in questo avvenimento le cose ultime sono già incominciate e, in un certo senso, già presenti.
Probabilmente nell’anno 52, San Paolo ha scritto la prima delle sue Lettere, la Prima Lettera ai Tessalonicesi, «dove parla di questo ritorno di Gesù, chiamato parusia, avvento, nuova e definitiva e manifesta presenza (cfr 4,13-18)».
Ai Tessalonicesi, che hanno i loro dubbi e i loro problemi, l’Apostolo scrive così: « Se infatti crediamo che Gesù è morto ed è risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti » (ibid. 4,14). E continua: « Prima risorgeranno i morti in Cristo, quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così saremo sempre con i l Signore » ( ibid. 4,1617). Paolo descrive la parusia di Cristo con accenti quanto mai vivi e con immagini simboliche, che trasmettono però un messaggio semplice e profondo: alla fine saremo sempre con il Signore.
Nella Seconda Lettera ai Tessalonicesi Paolo cambia la prospettiva: parla di eventi negativi, che dovranno precedere quello finale e conclusivo. Non bisogna lasciarsi ingannare, ci avverte, come se il giorno del Signore fosse davvero imminente, secondo un calcolo cronologico: « Riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e al nostro radunarci con lui, vi preghiamo, fratelli, di non lasciarvi troppo presto confondere la mente e allarmare né da ispirazioni né da discorsi, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia già presente. Nessuno vi inganni in alcun modo! » (ibid. 2,13).
Il prosieguo di questo testo annuncia che prima dell’arrivo del Signore vi sarà l’apostasia e dovrà essere rivelato un non meglio identificato ‘uomo iniquo’, il ‘figlio della perdizione’ (ibid. 2,3), che la tradizione chiamerà poi l’Anticristo.
Ma l’intenzione di questa Lettera di San Paolo è innanzitutto pratica; egli scrive: « Quando eravamo presso di voi, vi abbiamo sempre dato questa regola: chi non vuol lavorare, neppure mangi. Sentiamo infatti che alcuni tra di voi vivono una vita disordinata, senza fare nulla e sempre in agitazione. A questi tali, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, ordiniamo di guadagnarsi il pane lavorando con tranquillità » (ibid. 3,1012). In altre parole, l’attesa della parusia di Gesù non dispensa dall’impegno in questo mondo, ma al contrario crea responsabilità davanti al Giudice divino circa il nostro agire in questo mondo.
La stessa cosa e lo stesso nesso tra parusia – ritorno del Giudice/ Salvatore – e impegno nostro nella nostra vita appare in un altro contesto e con nuovi aspetti nella Lettera ai Filippesi. Paolo è in carcere e aspetta la sentenza che può essere di condanna a morte. In questa situazione pensa al suo futuro essere con il Signore, ma pensa anche alla Comunità di Filippi che ha bisogno del proprio padre, di Paolo, e scrive: « Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno. Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere. Sono stretto infatti tra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo. Persuaso di questo, so che rimarrò e continuerò a rimanere in mezzo a voi tutti, per il progresso e la gioia della vostra fede, affinché il vostro vanto nei miei riguardi cresca sempre più in Cristo Gesù, con il mio ritorno tra voi » (Fil 1,2126).

Atteggiamenti fondamentali del cristiano per il futuro
Papa Benedetto XVI ha così proseguito: «Ma quali sono gli atteggiamenti fondamentali del cristiano riguardo alle ‘cose ultime’: la morte, la fine del mondo? Il primo atteggiamento è la certezza che Gesù è risorto, è col Padre, e proprio così è con noi, per sempre. E nessuno è più forte di Cristo, perché Egli è col Padre, è con noi. Siamo perciò sicuri, liberati dalla paura (…). Cristo vive, ha vinto la morte e ha vinto tutti i poteri del male. In questa certezza, in questa libertà, in questa gioia viviamo. Questo è il primo aspetto del nostro vivere riguardo al futuro.
In secondo luogo, la certezza che Cristo è con me. E come in Cristo il mondo futuro è già cominciato, questo dà anche certezza della speranza. (…) Senza Cristo, anche oggi per il mondo il futuro è buio, c’è tanta paura del futuro (…).
Infine, il terzo atteggiamento. Il Giudice che ritorna – Cristo è giudice e salvatore insieme –, ci ha lasciato l’impegno di vivere in questo mondo secondo il suo modo di vivere. Ci ha consegnato i suoi talenti. Perciò il nostro terzo atteggiamento è: responsabilità per il mondo, per i fratelli davanti a Cristo, e nello stesso tempo anche certezza della sua misericordia. Ambedue le cose sono importanti. Non viviamo come se il bene e il male fossero uguali, perché Dio può essere solo misericordioso. Questo sarebbe un inganno. In realtà, viviamo in una grande responsabilità. Abbiamo i talenti, siamo incaricati di lavorare perché questo mondo si apra a Cristo, sia rinnovato (…).
Infine, un ultimo punto che forse appare un po’ difficile per noi. San Paolo, alla conclusione della sua Seconda Lettera ai Corinzi, ripete e mette in bocca anche ai Cristiani di Corinto una preghiera nata nelle prime Comunità cristiane dell’area palestinese: « Maranà, thà! », che letteralmente significa: « Signore nostro, vieni! » (ibid 16,22). Era la preghiera della prima Cristianità; e anche l’ultimo libro del Nuovo Testamento, l’Apocalisse, si chiude con questa preghiera: « Signore, vieni! ». Possiamo pregare anche noi così? Mi sembra che per noi oggi, nella nostra vita, nel nostro mondo, al di là di tante situazioni contrastanti, anche noi possiamo dire, con la prima Cristianità: « Vieni, Signore Gesù! »».

Olinto Crespi

 

Matteo 5, 13-16

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Publié dans:immagini sacre |on 10 février, 2017 |Pas de commentaires »

VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (12/02/2017)

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=39226

L’amore vino « perpetuum »

padre Gian Franco Scarpitta

VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (12/02/2017)

Nella sua Prima Lettera, Giovanni parla della « Legge di Dio » dicendo che essa è sintetizzata in un comandamento « antico » e allo stesso temo « nuovo », che consiste nell’amore ai fratelli come condizione per restare nella luce e diradare le tenebre (1Gv 2, 2 – 8). Il concetto che l’apostolo intende esporre è abbastanza chiaro: possiamo anche conoscere tutti minuziosamente tutta la Legge di Dio come viene interpretata nell’Antico Testamento (la Legge di Mosè, Thorà), possiamo conoscere anche i particolari e le virgole dell’intera Scrittura, come pure dare ottime e convincenti elucubrazioni esegetiche su ogni passo allusivo ai singoli precetti e prescrizioni, ma non saremo mai dotti intorno alla volontà del Signore fin quando non avremo compreso che la Legge consiste fondamentalmente nell’amore verso Dio e verso il prossimo. Potremmo anche avere cognizione di ciascuno dei comandamenti divini, saperne offrire illuminata interpretazione, dimostrare profondità di scienza sullo specifico morale di ciascuno di essi, ma ne saremo sempre ignoranti finché non avremo preso coscienza della loro sintesi: l’amore. E’ appunto l’amore convinto e disinteressato a dare senso a ciascuna delle prescrizioni divine, anche quelle che a prima vista ne sembrerebbero estranee; sempre l’amore è il vero compendio di tutta la Legge, la sua pienezza (Rm 13, 8 – 10), il caposaldo che rende sempre nuova una legge antica. Ciascuno dei comandamenti che noi conosciamo e che più volte abbiamo elencato (?) racchiude in se stesso, anche se nella forma sottesa, sempre l’imperativo etico del donarsi e del concedersi a Dio e agli altri. « Ama e fai tutto ciò che vuoi », afferma una celebre frase di Sant’Agostino e quando si esercita la virtù della carità senza retorica e senza distacco si è davvero certi di essere adempienti su tutto.
E’ questa la logica per la quale Gesù, nelle sue monizioni, concilia il vecchio e il nuovo senza che l’uno smentisca l’altro: « No crediate che sia venuto a abolire la Legge e i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare compimento. » La Legge e i Profeti sono i testi scritturali sui quali si fondava l’etica e la vita dell’antico popolo d’Israele, che si trovava normato dalle disposizioni mosaiche e sollecitato dalle parole ispirate di chi recava il divino annuncio. Erano queste le Scritture che orientavano la vita di tutti gli Israeliti e alle quali lo stesso Gesù si sottometteva con riverenza senza eccezioni e anche i cristiani delle origini seguiteranno ad osservare la Legge di Mosè frequentando il tempio per il culto e seguendo le condotte di preghiera allora in uso. Gesù infatti manifesta la volontà che esse restino sempre le stesse e che neppure ino iota (ebraio jod) venga da esse mutato. Sebbene antiche e datate, le Scritture hanno sempre la loro attualità. Ciò che tuttavia le rende « nuove », rinvigorite nel senso e complete è quell’aggiunta di Gesù « Ma io vi dico », che vuole attribuire ad esse il suo reale significato e fondamento in nome della succitata legge dell’amore. Nessuna norma scritta assume infatti piena validità quando non sia contrassegnata dal trasporto di un cuore puro e rinnovato che si trasformi nella trasparenza dell’amore e del dono di sé e seppure codici e legiferazioni siano riusciti a mantenerci nella legalità, il fatto che siano stati semplicemente scritti su carta non hanno mai contribuito a cambiare lo spirito umano e a guadagnarci la perfezione e la rettitudine di coscienza.
E’ piuttosto l’amore che deve spronarci, la vera legge scritta non su tavole, ma incisa nei nostri cuori (Ger 31, 30 ess) per la quale a ciascuna delle azioni devono corrispondere intenzioni conformi e che richiede una trasparenza che inabiti nella nostra interiorità. Di conseguenza non è sufficiente non mutilare, non percuotere o non uccidere nella prassi, ma occorre anche estinguere qualsiasi perversione e malizia nei confronti del prossimo già nel proprio animo. Non soddisfa astenersi dal furto e dalla rapina, ma occorre anche sgombrare l’animo da sentimenti di rivalsa e di rancore; occorre scongiurare il pericolo di invidia e di gelosia confrontando le nostre risorse con quelle altrui. Come pure è necessario il rispetto dell’onore e della dignità della persona, la tutela dei suoi diritti, la sua buona fama poiché tante volte si può ferire e mutilare anche con le parole oltre che con le armi e le percosse. Non macchiarsi della colpa esteriore di adulterio non è sufficiente qualora nel cuore alberghino concupiscenze e desideri repressi verso la donna altrui. Non basta evitare la vendetta esagerata e sproporzionata, come voleva la legge di Mosè, ma occorre anche estinguere ogni desiderio di rivalsa, di acredine e di asperità verso i nostri avversari perché si può uccidere anche nel proprio animo. Anche se adempiere i giuramenti fatti rende onore a Dio, è meglio astenersi dai giuramenti che possano essere inopportuni, evitando di mettere in gioco Dio Verità su ciò che realmente è menzogna umana. In tutto questo Gesù perfeziona, senza screditarla, la Legge fondamentale che si limitava alla forma scritta e passiva, chiamando in causa la nostra collaborazione voluta dalla buona disposizione interiore; chiama a rapporto il nostro intimo quale vero interprete di qualsiasi legge fatta di prescrizioni e di decreti e l’amore è il comune denominatore che rende sempre nuovo ciò che è antico, attualizzando e portando alla perfezione ogni prescrizione plurisecolare che sotto questa ottica appare odierna e gradevole. L’amore trasforma i « Comandamenti » in Beatitudini ed è paragonabile al vino « perpetuum » che seppure versato nelle botti decenni or sono risulta anche oggi prezioso e gustoso a consumarsi.
L’uomo certamente dispone del libero arbitrio e della gestione della propria volontà ed a lui solo spetta la risoluzione decisionale fra il bene e il male; a lui cioè spetta di decidere se osservare i comandamenti o rigettarli. Il libro del Siracide (I Lettura) osserva che nel primo caso la scelta verte alla realizzazione umana, nel secondo consegue distruzione e autolesionismo. Chi infatti osserva i Comandamenti oltre che adempiere la legge di Dio costruisce per se una prosperosa garanzia di vita e trova nei moniti divini contrassegnati dall’amore la forza e la fiducia per affermare se stesso. Diversamente procura la propria condanna chi deliberatamente disattende quanto Dio comunica a nostro esclusivo vantaggio. La pienezza della legge, cioè l’amore, è infatti la pienezza stessa dell’uomo.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 10 février, 2017 |Pas de commentaires »

LA PAROLA “GRAZIA” È QUASI SCOMPARSA DALLA PREGHIERA DEI SALMI

http://www.30giorni.it/articoli_id_21814_l1.htm

LA PAROLA “GRAZIA” È QUASI SCOMPARSA DALLA PREGHIERA DEI SALMI

Nei testi dei Salmi della Bibbia Cei del 1971 la parola “grazia” compare 52 volte; nei corrispondenti testi della Bibbia Cei del 2008 appare invece solo 7 volte, mentre per ben 35 volte è sostituita dalla parola “amore”.
Alle 52 occorrenze della parola grazia nei Salmi della versione della Bibbia Cei 1971 corrispondono le seguenti parole nei Salmi della versione Cei 2008: amore 35, grazia 7, fedeltà 3, bontà 2, misericordia 1, alleato 1, beni 1, ricompensa 1, pietà 1

di Lorenzo Bianchi

<I>La guarigione dell’emorroissa</I>, catacombe dei Santi Marcellino e Pietro, Roma [© Pontificia Commissione Archeologia Sacra, Roma]
La guarigione dell’emorroissa, catacombe dei Santi Marcellino e Pietro, Roma [© Pontificia Commissione Archeologia Sacra, Roma]
Dalla prima domenica di Avvento del 2010 diventerà ufficiale la nuova traduzione della Bibbia in lingua italiana fatta dalla Cei. Data alle stampe nel giugno 2008, dopo più di vent’anni dall’inizio della sua preparazione, sarà obbligatoria per il Lezionario della Santa Messa (non dunque per il Breviario).
Traduzione di un testo vuol dire interpretazione: questo vale in maniera particolare per la Bibbia. Ha detto recentemente papa Benedetto XVI: «Essendo la Scrittura una cosa sola a partire dall’unico popolo di Dio, che ne è stato il portatore attraverso la storia, conseguentemente leggere la Scrittura come un’unità significa leggerla a partire dal popolo di Dio, dalla Chiesa come dal suo luogo vitale e ritenere la fede della Chiesa come la vera chiave d’interpretazione. […] La Tradizione non chiude l’accesso alla Scrittura, ma piuttosto lo apre» (dal Discorso del santo padre Benedetto XVI ai docenti, agli studenti e al personale del Pontificio Istituto Biblico, 26 ottobre 2009).
Tenendo conto delle parole di Benedetto XVI, vogliamo segnalare almeno una particolarità della nuova traduzione.
Molte sono le espressioni che, sfogliando una accanto all’altra questa edizione e quelle Cei precedenti (1971 e 1974), risultano cambiate, in omaggio a un dichiarato tentativo di maggior fedeltà al tono e allo stile delle lingue originali. Al semplice fedele appariranno più evidenti i cambiamenti nei testi più noti, quelli che la Chiesa ha inserito nell’uso liturgico, come i Salmi, spesso conosciuti a memoria perché ripetuti nelle preghiere della santa messa e soprattutto nelle preghiere dell’ufficio delle Ore. E proprio leggendo, da semplici fedeli, i Salmi, non si può non notare la quasi totale scomparsa della parola cristiana più bella, la parola “grazia”.
Nei testi dei Salmi della Bibbia Cei del 1971 la parola “grazia” compare 52 volte; nei corrispondenti testi della Bibbia Cei del 2008 appare invece solo 7 volte, mentre per ben 35 volte è sostituita dalla parola “amore”.
Il quadro sinottico mostra come di queste 52 occorrenze, la quasi totalità (46) corrispondano al latino della Vulgata di san Girolamo misericordia, che ha un quasi esatto corrispettivo nelle ricorrenze (47) nel greco dei Settanta eleos (parola dal medesimo significato).
Sia la Vulgata (con misericordia) che, ancor prima, i Settanta (con eleos) hanno interpretato e reso nella stessa maniera lo stesso termine, l’ebraico hesed, che le prime traduzioni Cei (1971 e 1974) hanno poi tradotto in italiano con “misericordia” o “grazia”.
Leggiamo nella presentazione scritta da monsignor Giuseppe Betori, allora segretario generale della Conferenza episcopale italiana, per il web in occasione dell’evento “La Bibbia giorno e notte”, organizzato presso la Basilica di Santa Croce in Gerusalemme a Roma e trasmesso dalla Rai dal 5 all’11 ottobre 2008: «Fedeltà al testo originale significa anche rispetto dei valori semantici del lessico ebraico. Così ad esempio per il termine hesed si è cercato di attenersi il più possibile al suo significato di “amore” o “bontà”, superando quello troppo restrittivo di “misericordia”, riservato invece alla traduzione del vocabolo rahamim».
È lo stesso ragionamento che ha portato anche alla sostituzione dell’altra traduzione di misericordia, cioè “grazia”: ce ne rendiamo conto leggendo ad esempio le note alla Bibbia Cei 2008 edita nel 2009 dalle Edizioni San Paolo (La Bibbia Via Verità e Vita; direzione per l’Antico Testamento di monsignor Gianfranco Ravasi, le note sulle modifiche introdotte dalla nuova versione sono dei biblisti Giacomo Perego, Filippo Serafini e Marco Zeppella), dove questo viene detto esplicitamente e anzi si sottolineano specificamente come eccezioni due occasioni in cui hesed continua ad essere tradotto “grazia” (Sal 109, 21 e Sal 119, 29): «… contrariamente al solito, non è stata corretta la versione precedente».
Se forse si può discutere della effettiva corrispondenza del termine latino misericordia di san Girolamo con il senso attuale di “misericordia” in italiano, tra “amore” e “grazia” invece la differenza è immediata. “Amore” è un termine generico, tant’è che può anche indicare – e normalmente indica, soprattutto nel linguaggio comune, anche volendo tralasciare i significati più stantii e banali – un affetto dell’uomo. “Grazia” è l’amore gratuito di Dio, che precede, desta, accompagna e sostiene la risposta dell’uomo. Come insegna la preghiera della domenica XXVIII per annum: «Tua nos, quaesumus, Domine, gratia semper et praeveniat et sequatur, ac bonis operibus iugiter praestet esse intentos».
Il rapporto del fedele con Dio è posto in atto in ogni istante dalla grazia di Dio. Il semplice fedele rimane perciò disorientato se legge, ad esempio nella nota a Sal 144, 2, «… l’ebraico hesed, che la versione del 1974 rende con “grazia”. Di solito tale termine viene tradotto con “amore”, perché indica la tensione positiva e favorevole fra i due partner dell’alleanza (specialmente di Dio nei confronti dell’uomo)…».
Orante, cubicolo della <I>velatio</I>, catacombe di Priscilla, Roma [© Pontificia Commissione Archeologia Sacra, Roma]
Orante, cubicolo della velatio, catacombe di Priscilla, Roma [© Pontificia Commissione Archeologia Sacra, Roma]
Non Pater noster dunque, ma Partner…
E ancora di più il fedele non comprende se legge, nella nota a Sal 142, 8: «”Mi avrai colmato di beni” traduce la medesima espressione che nel Sal 13, 6 è resa con “mi hai beneficato”, attenendosi al testo ebraico che non ha un sostantivo. La versione precedente (“mi concederai la tua grazia”) è forse influenzata dal linguaggio cristiano» (il corsivo è nostro, ndr).
Il linguaggio cristiano è dunque fuori luogo nella Bibbia? Ma perché il semplice fedele dovrebbe leggere la Bibbia, se non per riconoscervi Cristo? Lo dice sant’Agostino: «A Domino illa Scriptura sed nihil sapit nisi Christus intelligatur», «La Scrittura viene dal Signore, ma non ha nessun sapore [cioè nessun interesse umano] se non vi si riconosce la presenza di Gesù Cristo» (In Evangelium Ioannis IX, 5); e aggiunge in un altro passo: «Modo ergo tota intentio nostra est, quando psalmum audimus, quando prophetam, quando legem, quae omnia antequam veniret in carne Dominus noster Iesus Christus, conscripta sunt, Christum ibi videre, Christum ibi intelligere», «Quindi tutta la nostra attenzione, quando ascoltiamo i salmi, o i profeti, o la legge, cose che, tutte, sono state scritte prima che venisse nella carne il nostro Signore Gesù Cristo, deve essere rivolta a vedervi Cristo, a cogliervi Cristo» (Enarrationes in psalmos 98, 1).
Henri de Lubac in Esegesi medievale riassume così il modo con cui i cristiani hanno letto e leggono la Bibbia: «Le due forme del Verbo abbreviato [il Verbo fatto carne, ndr] e dilatato [la Sacra Scrittura, ndr] sono inseparabili. Il Libro dunque rimane, ma nello stesso tempo passa tutt’intero in Gesù e per il credente la sua meditazione consiste nel contemplare questo passaggio» (Esegesi medievale. I quattro sensi della scrittura, vol. III, [Opera omnia 19], Jaca Book, Milano 1997, p. 271).

Publié dans:BIBBIA - ANTICO TESTAMENTO SALMI |on 7 février, 2017 |Pas de commentaires »
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