Archive pour janvier, 2017

OMELIA – BATTESIMO DI GESÙ, IL CIELO SI APRE E NESSUNO LO RICHIUDERÀ

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OMELIA – BATTESIMO DI GESÙ, IL CIELO SI APRE E NESSUNO LO RICHIUDERÀ

padre Ermes Ronchi

Gesù, ricevuto il Battesimo, stava in preghiera ed ecco il cielo si aprì. Il Battesimo è raccontato come un semplice inciso; al centro è posto l’aprirsi del cielo. Come si apre una breccia nelle mura, una porta al sole, come si aprono le braccia agli amici, all’amato, ai figli, ai poveri. Il cielo si apre perché vita esca, perché vita entri. Si apre sotto l’urgenza dell’amore di Dio, sotto l’assedio della vita dolente, e nessuno lo richiuderà mai più.
E venne dal cielo una voce che diceva: questi è il figlio mio, l’amato, in lui ho posto il mio compiacimento. Tre affermazioni, dentro le quali sento pulsare il cuore vivo del cristianesimo e, assieme a quello di Gesù, il mio vero nome.
Figlio è la prima parola. Dio genera figli. E i generati hanno il cromosoma del genitore nelle cellule; c’è il DNA divino in noi, «l’uomo è l’unico animale che ha Dio nel sangue«(G. Vannucci).
Amato è la seconda parola. Prima che tu agisca, prima della tua risposta, che tu lo sappia o no, ogni giorno, ad ogni risveglio, il tuo nome per Dio è « amato ». Di un amore immeritato, che ti previene, che ti anticipa, che ti avvolge da subito, a prescindere. Ogni volta che penso: «se oggi sono buono, Dio mi amerà», non sono davanti al Dio di Gesù, ma alla proiezione delle mie paure!
Gesù, nel discorso d’addio, chiede per noi: «Sappiano, Padre, che li hai amati come hai amato me». Frase straordinaria: Dio ama ciascuno come ha amato Gesù, con la stessa intensità, la stessa emozione, lo stesso slancio e fiducia, nonostante tutte le delusioni che io gli ho procurato.
La terza parola: mio compiacimento. Termine inconsueto eppure bellissimo, che nella sua radice letterale si dovrebbe tradurre: in te io provo piacere. La Voce grida dall’alto del cielo, grida sul mondo e in mezzo al cuore, la gioia di Dio: è bello stare con te. Tu, figlio, mi piaci. E quanta gioia sai darmi!
Io che non l’ho ascoltato, io che me ne sono andato, io che l’ho anche tradito sento dirmi: tu mi piaci. Ma che gioia può venire a Dio da questa canna fragile, da questo stoppino dalla fiamma smorta (Isaia 42,3) che sono io? Eppure è così, è Parola di Dio.
La scena grandiosa del battesimo di Gesù, con il cielo squarciato, con il volo ad ali aperte dello Spirito, con la dichiarazione d’amore di Dio sulle acque, è anche la scena del mio battesimo, quello del primo giorno e quello esistenziale, quotidiano.
Ad ogni alba una voce ripete le tre parole del Giordano, e più forte ancora in quelle più ricche di tenebra: figlio mio, mio amore, mia gioia, riserva di coraggio che apre le ali sopra ciascuno di noi, che ci aiuta a spingere verso l’alto, con tutta la forza, qualsiasi cielo oscuro che incontriamo.

Solemnity of the Epiphany of the Lord

Solemnity of the Epiphany of the Lord dans immagini sacre Ethiopian-Magi-Patrick-Comerford
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Publié dans:immagini sacre |on 4 janvier, 2017 |Pas de commentaires »

EPIFANIA DEL SIGNORE (06/01/2017) – NOI FIGLI ADOTTIVI DELLA VERA STELLA DEL CIELO

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EPIFANIA DEL SIGNORE (06/01/2017) – NOI FIGLI ADOTTIVI DELLA VERA STELLA DEL CIELO

padre Antonio Rungi

La prima manifestazione pubblica, a livello globale, diremmo oggi, da parte di Gesù si rifà al giorno della prima Epifania che noi cristiani celebriamo, ricordando la venuta dei Re Magi a Betlemme per adorare il Salvatore. Oggi, a distanza di 2016 anni riviviamo la stessa esperienza dei tre sapienti, andando anche noi dietro alla nostra vera stella che è Gesù. La nostra preghiera assembleare, inizia, in questo giorno con un’orazione, la colletta, che è la sintesi del significato di quello che oggi, come credenti ed oranti, intendiamo fare « O Dio, che in questo giorno, con la guida della stella, hai rivelato alle genti il tuo unico Figlio, conduci benigno anche noi, che già ti abbiamo conosciuto per la fede, a contemplare la grandezza della tua gloria.
In questa preghiera, chiediamo al Signore di prenderci per mani e condurci alla sua capanna, dove incontriamo il volto misericordioso e luminoso di un Dio fatto uomo, in Gesù Cristo, Figlio di Dio e figlio di Maria. Per fare cosa e per attendere quale risposta? A questi due interrogativi risponde la parola di Dio di questa solennità, conclusiva del periodo natalizio e molto avvertita dai bambini essendo la festa dei doni, che tu i bambini del mondo attendono con impazienza, in segno di attenzione e di amore verso ognuno di loro. Per molti l’attesa riguarda cose ed oggetti di grande valore, per altri l’attesa è solo di un pezzo di pane e di un strumento di gioco quanto più semplice ed elaborato. A Gesù i Re Magi portano oro, incenso e mirra, per indicare la triplice funzione regale di Cristo, a noi l’Epifania 2017 porti tanta gioia e speranza nel cuore di ciascuno di noi, tanto bisognoso di conforto e tenerezza. Ecco perché ci è di incoraggiamento la prima lettura di oggi, tratta dal Profeta Isaia, che abbiamo incontrato sistematicamente nel tempo di Avvento ed ora in quello di Natale, che si conclude oggi. « Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te ». Primo invito ad alzarsi, cioè ad uscire fuori da una condizione di abbattimento e solitudine interiore e spirituale per riprendere il cammino di vita cristiana. Poi « alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te ». Secondo invito ad alzare gli occhi a guardare intorno e soprattutto a guardare il cielo. Come è straordinariamente bello, lasciando a se stesse le cose che non hanno peso e consistenza per l’eterno. Fatta questa duplice operazione di alzarsi e guardare, al quel punto « sarai raggiante, palpiterà e si dilaterà il tuo cuore, perché l’abbondanza del mare si riverserà su di te, verrà a te la ricchezza delle genti ».
Chi si rialza dalla condizione miserevole e comincia a guardare la vita con occhi diversi e da prospettive altrettanto diverse acquista in bellezza interiore e di bontà del cuore, in quanto Dio ha potere di far sorgere dalle pietre un cuore di carne, un cuore che sa veramente amare. Infatti, ci ricorda la salmo 71 è detto che il Signor « libererà il misero che invoca e il povero che non trova aiuto » ed avrà « pietà del debole e del misero e salvi la vita dei miseri ».
Chi si rialza dalla condizione di peccato, come San Paolo, può fare le cose che l’Apostolo delle Genti scrive nella sua lettera agli Efesini: « penso che abbiate sentito parlare del ministero della grazia di Dio, a me affidato a vostro favore: per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero. Esso non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come ora è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: che le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo. Queste genti sono tutte le genti, tutti i popoli, tutte le nazioni, tutte le culture e tutte le altre religioni che non conoscono i vero Signore e che hanno bisogno di scoprire questo grande arcano della fede e della storia dell’umanità. E tra le genti di culture diverse che si confrontano con Gesù, sono propri i tre Magi, che rappresentano la scienza in cerca di risposte certe, che non avrà mai. Il Vangelo di Matteo, sull’arrivo dei Magi, ci aiuta a capire il significato di questa prima emblematica manifestazione di Dio.
Alcune azioni liturgiche compiute dai Re Magi ci fanno assaporare la gioia di questa solennità, che è la festa della fede. I Magi videro spuntare la stella di Gesù e vennero a Betlemme dall’oriente. Arrivati si prostrano, lo adorano per quello che è il vero Re e gli offrono in dono i segni dell’autorità spirituale e morale che il Bambino Gesù rappresenta anche per loro, scienziati e sapienti provenienti da altri ambienti e da altre culture. Fatto il pieno di gioia nel vedere Gesù, Giuseppe Maria ritorna per una strada diversa da dove erano venuti. Possiamo facilmente capire che la nuova strada che intraprendono è quella della fede, senza abbandonare quella della scienza con la quale avevano intrapreso il viaggio della conoscenza e della verità. Fede e ragione si incontrano nell’esperienza di conoscenza del Dio fatto uomo fatta dai magi e come ben sappiamo che fede e ragione sono due ali o vie che conducono alla verità, che è Cristo, che è Via, Verità e Vita. Come i Magi, pur confidando nella scienza e nella tecnologia, non dimentichiamoci mai che la via certa per giungere alla verità solo una, è questa si chiama Gesù.

COME LA LETTERA AI GALATI

http://w2.vatican.va/content/osservatore-romano/it/editorials/documents/13_03_2009.html

COME LA LETTERA AI GALATI

(L’Osservatore Romano 13/03/2009)

Un testo appassionato e senza precedenti nato dal cuore di Benedetto XVI per contribuire alla pace nella Chiesa: ecco la lettera del Papa ai vescovi cattolici sulla remissione della scomunica ai presuli consacrati nel 1988. Senza precedenti perché non ha precedenti recenti la bufera scatenata in seguito alla pubblicazione del provvedimento lo scorso 24 gennaio. Non a caso alla vigilia del cinquantesimo anniversario dell’annuncio del Vaticano II, perché l’intenzione del vescovo di Roma – ora confermata ma già di per sé evidente, come il giorno stesso aveva sottolineato il nostro giornale – era ed è quella di evitare il pericolo di uno scisma. Con un iniziale gesto di misericordia, perfettamente in linea con il concilio e con la tradizione della Chiesa.
Sulla convenienza di questo gesto si sono moltiplicati interrogativi e soprattutto si sono scagliate contro Benedetto XVI accuse infondate ed enormi: di rinnegamento del Vaticano II e di oscurantismo. Fino a un disonesto e incredibile rovesciamento del gesto papale, favorito dalla diffusione, in una concomitanza di tempi certo non casuale, delle affermazioni negazioniste nei confronti della Shoah di uno dei presuli a cui il Papa ha rimesso la scomunica. Affermazioni inaccettabili – e anche questo è stato subito sottolineato dal giornale del Papa – come inaccettabili e vergognosi sono gli atteggiamenti verso l’ebraismo di alcuni membri dei gruppi a cui Benedetto XVI ha teso la mano.
Il rovesciamento della misericordia in un incredibile gesto di ostilità contro gli ebrei – che si è voluto ripetutamente attribuire al Pontefice da molte parti, anche autorevoli – è stato grave perché ha ignorato la realtà, stravolgendo il convincimento e le realizzazioni personali di Joseph Ratzinger come teologo, come vescovo e come Papa, in testi a disposizione di tutti. Di fronte a questo attacco concentrico, persino da parte di cattolici e anche « con odio », Benedetto XVI « tanto più » ha voluto ringraziare gli ebrei che hanno aiutato a superare questo difficile momento, confermando la volontà di un’amicizia e di una fratellanza che affonda le sue radici nella fede dell’unico Dio e nelle Scritture.
La lucidità dell’analisi papale non evita questioni aperte e difficili, come la necessità di una attenzione e di una comunicazione più preparate e tempestive in un contesto globale dove l’informazione, onnipresente e sovrabbondante, è di continuo esposta a manipolazioni e a strumentalizzazioni, tra cui le cosiddette fughe di notizie, che si fatica a non definire miserande. Anche all’interno della Curia romana, organismo storicamente collegiale e che nella Chiesa ha un dovere di esemplarità.
Il Papa affronta poi il cuore della questione: cioè il problema dei gruppi cosiddetti tradizionalisti e il pericolo dello scisma, con la distinzione dei livelli disciplinare e dottrinale. In altre parole, sul piano disciplinare Benedetto XVI ha revocato la scomunica ma su quello dottrinale è necessario che i tradizionalisti – verso i quali il Papa non risparmia toni severi ma confidando nella riconciliazione – non congelino il magistero della Chiesa al 1962. Così come i sedicenti grandi difensori del concilio devono ricordare che il Vaticano II non può essere separato dalla fede professata e confessata nel corso dei secoli.
Era davvero una priorità questo gesto? Il Papa risponde di sì perché in un mondo dove la fiamma della fede rischia di spegnersi la priorità è proprio condurre gli uomini verso il Dio che ha parlato sul Sinai e si è manifestato in Gesù. Un Dio che rischia di sparire dall’orizzonte umano e che solo la testimonianza di unità dei credenti rende credibile. Ecco perché sono importanti l’unità della Chiesa cattolica e l’impegno ecumenico, ecco perché ha significato il dialogo tra le religioni. Per questo la grande Chiesa – un termine caro alla tradizione – deve ricercare la pace con tutti. Per questo i cattolici non devono dilaniarsi come i Galati a cui Paolo intorno all’anno 56 scrisse di suo pugno una delle lettere più drammatiche e belle. Come questa di Papa Benedetto.

g.m.v. 

San Basilio Magno

San Basilio Magno dans immagini sacre san+ambrosio

http://catholikblog.blogspot.it/2013/07/homilia-sobre-la-caridad-san-basilio.html

Publié dans:immagini sacre |on 2 janvier, 2017 |Pas de commentaires »

2 TIMOTEO 4,6-8.16-18

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=2%20Timoteo%204

2 TIMOTEO 4,6-8.16-18

Carissimo, 6 il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. 7 Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede.
8 Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione.
16 Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Non se ne tenga conto di loro. 17 Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché per mio mezzo si compisse la proclamazione del messaggio e potessero sentirlo tutti i Gentili: e così fui liberato dalla bocca del leone.
18 Il Signore mi libererà da ogni male e mi salverà per il suo regno eterno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

COMMENTO
2 Timoteo 4,6-8.16-18
La corona di giustizia
La lettera si apre con il prescritto e il ringraziamento epistolare, nel quale l’autore ricorda la fede di Timoteo, ricevuta dalla madre e dalla nonna (1,1-5). Viene poi il corpo della lettera in cui sono svolti i seguenti temi: A. Il vero pastore (1,6-18); B. Il comportamento di Timoteo (2,1-26); C. Gli ultimi tempi (3,1-17); D) Il testamento di Paolo (4,1-18). Il testo liturgico riprende la seconda parte del testamento di Paolo, dove l’Apostolo fa una sintesi del suo apostolato (vv. 6-8) e dà a Timoteo le sue ultime istruzioni (vv. 16-18). Vengono omessi i vv. 9-15 che contengono l’indicazione di alcuni compiti specifici affidati a Timoteo.
Paolo rivolge anzitutto lo sguardo al passato: «Io infatti sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede» (vv. 6-7). Paolo è ormai alla vigilia del martirio o dell’esecuzione capitale e dà una visione retrospettiva della sua attività. Il modello qui adottato è quello dei discorsi di addio, che viene utilizzato per esempio nel saluto di Paolo ai presbiteri di Mileto, dove ricorre la stessa immagine della corsa (cfr. At 20,24). Da questo genere letterario deriva il tono elogiativo con cui si presenta la vita passata dell’Apostolo. La prospettiva della morte imminente è evocata con le immagini del sacrificio e della partenza, mutuate dalla lettera ai Filippesi (cfr. Fil 1,23; 2,17). La morte dell’apostolo è presentata come un sacrificio: nella tradizione giudeo-ellenistica e, più tardi, in quella rabbinica, la morte del martire è interpretata come un sacrificio in quanto riconcilia il popolo con Dio. Essa è anche l’approdo alla meta definitiva. Riguardo al passato, la vita apostolica di Paolo è descritta come una battaglia e come una competizione sportiva. Il linguaggio è quello adottato da Paolo stesso, che paragona l’impegno e il rischio della sua missione apostolica alle gare nello stadio (cfr. 1Cor 9,24-27). Lo stesso linguaggio è adottato anche altrove nella Pastorali (cfr. 1Tm 6,12; 2Tm 2,5). Secondo una formula fissa, in uso nei pubblici riconoscimenti, si afferma che Paolo ha «tenuto fede» agli impegni di apostolo, missionario e maestro. Anche questo motivo della fedeltà o pieno compimento della missione rientra nel linguaggio dei discorsi di addio (cfr. At 20,20.27; Gv 17,4.6). Egli diventa così il modello o prototipo dei pastori e di tutti i credenti non solo nella sua vita e attività, ma anche nella sua morte.
Lo sguardo si rivolge poi al futuro, con il ricorso nuovamente alle immagini delle gare sportive o della lotta: «Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione» (v. 8). Al vincitore spetta l’incoronazione con il serto di alloro o con rami di sempreverde. Il simbolo della corona per l’ambiente greco-ellenistico è carico di connotazioni come onore, gioia, immortalità e trionfo. La corona viene qualificata con il genitivo «di giustizia»: non si tratta dunque di un riconoscimento umano, ma di quello che viene da Dio, basato sull’acquisizione della giustizia in quanto rapporto pieno con lui. Questa corona verrà conferita nel contesto escatologico dal Signore, che allora si manifesterà come «giusto giudice», che non delude quelli che per lui si sono impegnati senza riserve. La sorte di Paolo è un pegno per tutti i credenti che sono solidali con il suo destino (cfr. 1Ts 2,19). Essi sono definiti come quelli che vivono nell’attesa della gloriosa manifestazione del Signore. È scomparsa la componente di impazienza che deriva dalla credenza in un imminente ritorno del Signore, lasciando il posto all’impegno quotidiano per vivere secondo gli insegnamenti e l’esempio di Gesù.
Nei versetti omessi dalla liturgia, Paolo esorta Timoteo a raggiungerlo comunicandogli che i suoi compagni Dema, Crescente e Tito lo hanno lasciato solo. Con lui c’è solo Luca. A Timoteo dice ancora di portare con sé Marco e accenna all’invio di Tichico a Efeso. E aggiunge di portargli il mantello e le pergamene che ha lasciato a Troade e infine lo mette in guardia nei confronti di Alessandro. Questi accenni, che dovrebbero essere le prove dell’autenticità della lettera, sono invece chiaramente artificiosi e si riferiscono a situazioni non controllabili, anzi a volte inverosimili, soprattutto nel caso di uno che sta per essere giustiziato.
Nella seconda parte del brano si ritorna sulla situazione attuale dell’Apostolo: «Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Nei loro confronti, non se ne tenga conto» (v. 16). In questo sfogo si sente il rammarico per l’abbandono da parte dei suoi. Verso di loro Paolo ha parole di perdono. È difficile sapere se si tratta di un ricordo storico o del semplice motivo del giusto abbandonato dai suoi amici, come era stato per Gesù. La solitudine di Paolo è riempita dalla vicinanza del Signore: «Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone» (v. 17). Paolo è consapevole che solo con la grazia di Dio ha potuto portare a termine la sua missione. Questo risultato è espresso con l’immagine della lotta vittoriosa dei gladiatori contro i leoni nel circo. Non si tratta però di una vittoria umana, bensì del successo dell’opera di evangelizzazione, che può benissimo coesistere con l’imminente martirio.
L’esperienza del conforto che gli viene dal Signore apre infine il cuore alla speranza: «Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen» (v. 18). La liberazione a cui tende l’Apostolo non è più quella che si attua in questo mondo ma quella che consiste nell’ingresso nel regno, che appare ormai come una realtà che ha sede nei cieli. Alla visione del regno come trasformazione di questo mondo si è ormai sostituita quella di una nuova situazione che si raggiunge dopo la morte, quando l’anima si ricongiunge definitivamente con Dio.

Linee interpretative
In questo brano si tende ad avvalorare l’autenticità paolina della lettera, mentre invece esso ne dimostra chiaramente l’origine tardiva, pur situandosi nell’alveo della tradizione paolina. La figura idealizzata di Paolo, il martire fedele e coraggioso, viene riproposta plasticamente ai cristiani grazie ad alcuni dati biografici ripresi e rielaborati dalle fonti tradizionali paoline, lettere e Atti degli Apostoli. In tal modo l’insegnamento dell’apostolo assume un valore permanente e la sua vicenda diventa paradigmatica per tutti i cristiani. Quello che si sottolinea maggiormente è la sua fedeltà fino alla fine nel compimento della missione a lui affidata di annunziatore del vangelo.
Questa rilettura idealizzata di Paolo, il prigioniero del Signore e il testimone fedele, si ispira al modello biblico del giusto abbandonato dagli amici e vicini, attaccato dai suoi nemici, il quale ripone la sua fiducia solo in Dio che lo protegge e lo libera e così alla fine può rendere grazie a Dio. Sullo sfondo di questo schema letterario diventa perfettamente plausibile la contrapposizione tra l’abbandono di tutti e la presenza del Signore che dà all’apostolo la forza per la testimonianza evangelica e alla fine lo salva in modo definitivo, conferendogli una vita nuova nel suo regno. Questa presentazione deve servire come incoraggiamento ai cristiani che come lui testimoniano il vangelo in mezzo alle sofferenze e alle contraddizioni di questo mondo.

 

Publié dans:Lettera a Timoteo - seconda |on 2 janvier, 2017 |Pas de commentaires »
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