Archive pour décembre, 2016

PAOLO E LE TRE G (Gender, Genealogy, Geography)

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PAOLO E LE TRE G (Gender, Genealogy, Geography)

… (genere, genealogia e provenienza geografica): sono questi, secondo Bruce Malina e John Neyrey, i primi elementi identitari cui un individuo del I secolo poteva fare appello, per presentare e definire se stesso, fornendo le proprie “credenziali” di base.

Anche Paolo, nelle sue lettere, sembra richiamarsi a criteri di questo tipo. Scrivendo a Romani e Filippesi, ad esempio, egli parla di sé come di un «israelita, della discendenza di Abramo, della tribù di Beniamino» (Rm 11,1), «circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo figlio di ebrei» (Fil 3,5).
Viene in mente la Tefillat Shachrit, la preghiera che ogni pio ebreo recitava al mattino, probabilmente già all’epoca di Paolo: «Benedetto sei tu, Signore Dio nostro re dell’universo che non mi hai fatto gentile (goy). Benedetto sei tu, Signore Dio nostro re dell’universo che non mi hai fatto schiavo. Benedetto sei tu, Signore nostro re dell’universo che non mi hai fatto donna» (Tosefta Ber. 7,18).

Eppure, nella percezione dell’apostolo, c’è qualcosa che sospende, che mette tra parentesi, che giunge persino a scardinare tutti questi criteri, i quali vanno a comporre la «figura (in greco: schema) di questo mondo» (1Cor 7,29): è qualcosa che resiste ad essi, qualcosa con cui occorre fare i conti. È qualcosa, o per meglio dire qualcuno: «In Cristo – scrive infatti l’apostolo ai Galati – non c’è più giudeo né greco, non c’è più schiavo né libero, non c’è più maschio né femmina» (Gal 3,28: perfetto rovesciamento della preghiera rabbinica evocata poc’anzi).
Questo principio, che Paolo mantiene al fondo di tutta la propria esperienza missionaria, non obbedisce soltanto a una strategia di tipo retorico, ma implica una profonda ristrutturazione dell’identità. Lo si evince dal suo peculiare atteggiamento nei confronti di ciò che può essere definito come il “dramma delle differenze”:
«Infatti siamo stati tutti immersi in un solo Spirito, per formare un unico corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi, e tutti ci siamo abbeverati al medesimo Spirito» (1Cor 12,13);
«Infatti né la circoncisione né l’incirconcisione sono alcunché, ma la nuova creazione» (Gal 6,15);
«Non c’è distinzione di Giudei e di Greci: poiché lo stesso (Cristo) è il Signore di tutti» (Rm 10,12).
L’apostolo, in tutti questi casi, carica talmente di senso le opposizioni polari del proprio sistema culturale, da renderle “archetipali”. Il “giudeo” e il “greco”, in particolar modo, finiscono per rappresentare due disposizioni intellettuali, due “regimi del discorso”, come suggerisce di chiamarle, con piglio foucaultiano, il filosofo Alain Badiou: è di fronte a ciò che sfugge o resiste alla categorizzazione, alla “residualità” di questi due soggetti, quello “giudaico” che reclama segni e prodigi, e quello “greco” che ricerca la sapienza (1Cor 1,22), che si colloca il discorso della Croce.
Paolo, intuendo che l’intera esistenza umana è segnata dal dramma delle differenze, non tenta comunque di eliminarle: anzi, a ciascuno è consigliato di rimanere nello stato in cui si trova al momento della “chiamata” (1 Cor 7,20). Così, nel dire che non c’è più “giudeo” né “greco”, né “schiavo” né “libero”, né “maschio” né “femmina”, egli non abolisce i singoli termini dell’opposizione, ma propone un modello sociologico alternativo, che sospende ogni differenziazione subordinandola a un’idea di comunanza umana fondata su ciò che resta irriducibile in ciascun soggetto.
Il vangelo, quindi, non è proprietà esclusiva di alcuno, non è indirizzato esclusivamente a uomini o donne, a schiavi o liberi, a Giudei o Greci: perché tutto precede, tutto trascende, tutto trasforma. È destinato a calarsi nelle realtà di questo mondo, prendendole su di sé, per accompagnarle al loro compimento, orientandole verso ciò che le supera e che solo merita il nome di assoluto.
Tutto si fa segno, per così dire, di questo assoluto. Il rapporto fra uomo e donna non viene annullato, ma sussunto fino a diventare esso stesso incarnazione visibile del mistero più alto, quello dell’amore fra Dio e gli uomini, fra Cristo e la Chiesa. Il libero comprenderà che farsi servo non è umiliazione, ma riscatto d’altri e di sé, mentre lo schiavo capirà che c’è una libertà più profonda e radicale di quella vissuta dal “libero”. Giudei e Greci, infine, smetteranno di rincorrere ognuno la propria superiorità, in un fatale faccia a faccia, e si apriranno alla grazia e alla liberazione che Dio offre a ciascuno, a Paolo, alla Maddalena, al centurione e al cieco della piscina di Siloe: a te, singolarmente.

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La Virgen de Guadalupe Patrona de México y Emperatriz de las Américas

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Publié dans:immagini sacre |on 12 décembre, 2016 |Pas de commentaires »

FESTIVITÀ DI NOSTRA SIGNORA DI GUADALUPE (12 dicembre mf) OMELIA PAPA FRANCESCO

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2014/documents/papa-francesco_20141212_nostra-signora-guadalupe.html

CELEBRAZIONE EUCARISTICA NELLA FESTIVITÀ DI NOSTRA SIGNORA DI GUADALUPE (12 dicembre mf)

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica Vaticana

Venerdì, 12 dicembre 2014

“Ti lodino, Signore, tutti i popoli.
Abbi pietà di noi e donaci la tua benedizione.
Rivolgi, Signore, i tuoi occhi verso di noi.
Conosca la terra la tua bontà e i popoli la tua salvezza.
Le nazioni con giubilo ti cantino,
perché giudichi il mondo con giustizia” (cfr Sal 66).

La preghiera del salmista, di supplica di perdono e di benedizione dei popoli e delle nazioni e, allo stesso tempo, di lode gioiosa, aiuta ad esprimere il senso spirituale di questa celebrazione. Sono i popoli e le nazioni della nostra grande Patria latinoamericana quelli che oggi commemorano con gratitudine e gioia la festività della loro Patrona, Nostra Signora di Guadalupe, la cui devozione si estende dall’Alaska fino alla Patagonia. E dall’Arcangelo Gabriele e santa Elisabetta fino a noi, si innalza la nostra preghiera filiale: “Ave, Maria, piena di grazia, il Signore è con te…” (Lc 1,28).In questa festività di Nostra Signora di Guadalupe, facciamo prima di tutto grata memoria della sua visita e vicinanza materna; cantiamo con Lei il suo “magnificat”; e le affidiamo la vita dei nostri popoli e la missione continentale della Chiesa.
Quando apparve a san Juan Diego nel Tepeyac, si presentò come la “perfetta sempre Vergine Santa Maria, Madre del vero Dio” (Nican Mopohua); e diede luogo ad una nuova “visitazione”. Corse premurosa ad abbracciare anche i nuovi popoli americani, in una drammatica gestazione. Fu come un “grande segno apparso nel cielo… una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi” (cfr Ap 12,1), che assume in sé la simbologia culturale e religiosa dei popoli originari, e annuncia e dona suo Figlio a tutti questi altri nuovi popoli di meticciato lacerato.
Tanti saltarono di gioia e speranza davanti alla sua visita e davanti al dono di suo Figlio, e la perfetta discepola del Signore è diventata la “grande missionaria che portò il Vangelo alla nostra America” (Documento di Aparecida, 269). Il Figlio di Maria Santissima, Immacolata incinta, si rivela così dalle origini della storia dei nuovi popoli come “il verissimo Dio grazie al quale si vive”, buona novella della dignità filiale di tutti suoi abitanti. Ormai più nessuno è solamente servo, ma tutti siamo figli di uno stesso Padre, fratelli tra di noi e servi nel Servo.
La Santa Madre di Dio ha visitato questi popoli e ha voluto rimanere con loro. Ha lasciato stampata misteriosamente la sua sacra immagine nella “tilma” del suo messaggero perché la avessimo ben presente, diventando così simbolo dell’alleanza di Maria con queste genti, a cui conferisce anima e tenerezza. Per sua intercessione la fede cristiana ha incominciato a diventare il più ricco tesoro dell’anima dei popoli americani, la cui perla preziosa è Gesù Cristo: un patrimonio che si trasmette e manifesta fino ad oggi nel battesimo di moltitudini di persone, nella fede, nella speranza e nella carità di molti, nella preziosità della pietà popolare e anche in quell’ethos americano che si mostra nella consapevolezza della dignità della persona umana, nella passione per la giustizia, nella solidarietà con i più poveri e sofferenti, nella speranza a volte contro ogni speranza.
Da qui noi, oggi, possiamo continuare a lodare Dio per le meraviglie che ha operato nella vita dei popoli latinoamericani. Dio, secondo il suo stile, “ha nascosto queste cose a saggi e colti, dandole a conoscere ai più piccoli e umili, ai semplici di cuore” (cfr Mt 11,21). Nelle meraviglie che il Signore ha realizzato in Maria, Ella riconosce lo stile e il modo di agire di suo Figlio nella storia della salvezza. Sconvolgendo i giudizi mondani, distruggendo gli idoli del potere, della ricchezza, del successo a tutti i costi, denunciando l’autosufficienza, la superbia e i messianismi secolarizzati che allontanano da Dio, il cantico mariano confessa che Dio si compiace nel sovvertire le ideologie e le gerarchie mondane. Innalza gli umili, viene in aiuto dei poveri e dei piccoli, colma di beni, di benedizioni e di speranze quelli che si fidano della sua misericordia di generazione in generazione, mentre abbatte i ricchi, i potenti ed i dominatori dai loro troni.
Il “Magnificat” così ci introduce nelle Beatitudini, sintesi e legge primordiale del messaggio evangelico. Alla sua luce, oggi, ci sentiamo spinti a chiedere una grazia, la grazia tanto cristiana che il futuro dell’America Latina sia forgiato dai poveri e da quelli che soffrono, dagli umili, da quelli che hanno fame e sete di giustizia, dai misericordiosi, dai puri di cuore, da quelli che lavorano per la pace, dai perseguitati a causa del nome di Cristo, “perché di loro sarà il Regno dei cieli” (cfr Mt 5,1-11). Sia la grazia di essere forgiati da quelli che oggi il sistema idolatrico della cultura dello scarto relega nella categoria di schiavi, di oggetti di cui servirsi o semplicemente da rifiutare.
E facciamo questa richiesta perché l’America Latina è il “continente della speranza”! Perché da essa si attendono nuovi modelli di sviluppo che coniughino tradizione cristiana e progresso civile, giustizia e equità con riconciliazione, sviluppo scientifico e tecnologico con saggezza umana, sofferenza feconda con gioia speranzosa. E’ possibile custodire questa speranza solo con grandi dosi di verità e di amore, fondamenti di tutta la realtà, motori rivoluzionari di un’autentica vita nuova.
Poniamo queste realtà e questi auspici sull’altare come dono gradito a Dio. Implorando il suo perdono e confidando nella sua misericordia, celebriamo il sacrificio e la vittoria pasquale di Nostro Signore Gesù Cristo. Lui è l’unico Signore, il “liberatore” di tutte le nostre schiavitù e miserie derivate dal peccato. Lui è la pietra angolare della storia ed è stato il grande scartato. Lui ci chiama a vivere la vera vita, una vita più umana, una convivenza come figli e fratelli, aperte ormai le porte della “nuova terra e dei nuovi cieli” (Ap 21,1). Imploriamo la Santissima Vergine Maria, nella sua vocazione guadalupana – la Madre di Dio, la Regina e mia Signora, “la mia giovinetta, la mia piccolina”, come la chiamò san Juan Diego, e con tutti gli appellativi amorosi con i quali si rivolgono a Lei nella pietà popolare – la supplichiamo perché continui ad accompagnare, aiutare e proteggere i nostri popoli. E perché conduca per mano tutti i figli che vanno peregrinando in quelle terre incontro al suo Figlio, Gesù Cristo, Nostro Signore, presente nella Chiesa, nella sua sacramentalità, specialmente nell’ Eucaristia, presente nel tesoro della sua Parola e nei suoi insegnamenti, presente nel santo popolo fedele di Dio, presente in quelli che soffrono e negli umili di cuore. E se questo programma tanto audace ci spaventa o la pusillanimità mondana ci minaccia, che Lei torni a parlarci al cuore e ci faccia sentire la sua voce di Madre, di “buona Madre”, di “grande Madre”: “Perché hai paura? Non ci sono qui io, che sono tua Madre?”

 

The Church of the Nativity in Bethlehem

The Church of the Nativity in Bethlehem dans immagini sacre crypt-of-church-of-nativity-star-of-bethlehem

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Publié dans:immagini sacre |on 9 décembre, 2016 |Pas de commentaires »

III DOMENICA DI AVVENTO (ANNO A) – RISUONA UN INVITO: ENTRARE NELLA GIOIA

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III DOMENICA DI AVVENTO (ANNO A) – RISUONA UN INVITO: ENTRARE NELLA GIOIA

GAUDETE (11/12/2016)

mons. Roberto Brunelli

La liturgia della terza domenica di Avvento esordisce con un invito alla gioia, tratto dalla lettera di Paolo ai Filippesi: « Rallegratevi sempre nel Signore: ve lo ripeto, rallegratevi ». Qualcuno obietterà che di questi tempi c’è poco da rallegrarsi, visto come va il mondo. Altri, badando alla propria vita, possono trovare di che lagnarsi, per cento ragioni. Ed è quasi inutile ricordare, a chi è tenacemente pessimista, che il mondo è sempre andato male, e tutti gli uomini hanno sempre avuto motivi di lagnanza.
Uno sforzo di obiettività, tuttavia, dovrebbe portare chi guarda sempre attraverso occhiali scuri a vedere, accanto al negativo, anche tanto di positivo. Può aiutare allo scopo la non dimenticata enciclica di papa Francesco, che sin dal titolo (‘La gioia del vangelo’) pare un commento alla frase di Paolo riportata sopra.
? Scrive tra l’altro il papa: « La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia ». « Il grande rischio del mondo attuale, con la sua molteplice ed opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata. Quando la vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è più spazio per gli altri, non entrano più i poveri, non si ascolta più la voce di Dio, non si gode più della dolce gioia del suo amore, non palpita l’entusiasmo di fare il bene. Anche i credenti corrono questo rischio: molti vi cadono e si trasformano in persone risentite, scontente, senza vita. Questa non è la scelta di una vita degna e piena, questo non è il desiderio di Dio per noi, questa non è la vita nello Spirito che sgorga dal cuore di Cristo risorto. Invito ogni cristiano, in qualsiasi luogo e situazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta. Non c’è motivo per cui qualcuno possa pensare che questo invito non è per lui, perché nessuno è escluso dalla gioia portata dal Signore ».?
Anche la prima lettura di oggi (Isaia 35,1-10) è tutta un invito alla gioia: « Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa. Come fiore di narciso fiorisca; sì, canti con gioia e con giubilo… ». Nel suo scritto il papa echeggia l’invito con una serie di citazioni bibliche, appunto sulla gioia. Tra le altre: « I libri dell’Antico Testamento avevano proposto la gioia della salvezza, che sarebbe diventata sovrabbondante nei tempi messianici. Il profeta Isaia si rivolge al Messia atteso salutandolo con giubilo: «Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia» (9,2). E incoraggia gli abitanti di Sion ad accoglierlo con canti: «Canta ed esulta!» (12,6). Chi già lo ha visto all’orizzonte, il profeta lo invita a farsi messaggero per gli altri: «Sali su un alto monte, tu che annunci liete notizie a Sion! Alza la tua voce con forza, tu che annunci liete notizie a Gerusalemme» (40,9).
? Scrive ancora il papa: « Il Vangelo, dove risplende gloriosa la Croce di Cristo, invita con insistenza alla gioia. Bastano alcuni esempi: «Rallegrati» è il saluto dell’angelo a Maria (Luca 1,28), che accoglie l’invito proclamando: «Il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore» (1,47). Gesù stesso «esultò di gioia nello Spirito Santo» (10,21). Il suo messaggio è fonte di gioia: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Giovanni 15,11). Il libro degli Atti degli Apostoli narra che nella prima comunità «prendevano cibo con letizia» (2,46). Dove i discepoli passavano «vi fu grande gioia» (8,8), ed essi, in mezzo alla persecuzione, «erano pieni di gioia» (13,52). Perché non entrare anche noi in questo fiume di gioia? »

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 9 décembre, 2016 |Pas de commentaires »

LETTERA AI ROMANI CAP 10

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LETTERA AI ROMANI CAP 10

Cap. 10

1Fratelli, il desiderio del mio cuore e la preghiera presso Dio per loro per la salvezza.
2 Infatti rendo ad essi testimonianza che hanno zelo per Dio, ma non secondo conoscenza.
3 Ignorando infatti la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria giustizia, alla giustizia di Dio non si sottomisero: 4 Fine infatti della legge è Cristo per la giustizia ad ogni credente.
5 Mosè infatti scrive la giustizia quella dalla legge: L’uomo che avrà fatto quelle cose vivrà per esse. 6 Invece la giustizia da fede così dice: Non dire nel tuo cuore: Chi salirà nel cielo? Questo è far discendere Cristo; 7 o, Chi discenderà nell’abisso? Questo è far risalire Cristo dai morti.
8 Ma cosa dice? Vicino a te è la parola, nella tua bocca e nel tuo cuore. Questa è la parola della fede che annunciamo.
9 Poiché se confessi con la tua bocca il Signore Gesù e credi nel tuo cuore che Dio lo risuscitò da morti sarai salvo.
10 Col cuore infatti si crede per la giustizia con la bocca invece si confessa per la salvezza. 11Dice infatti la Scrittura: ogni credente in lui non sarà svergognato.
12 Non c’è infatti distinzione di Giudeo e di Greco, essendo infatti lo stesso Signore di tutti ricco verso tutti quelli che lo invocano. 13 Ognuno infatti che invochi il nome del Signore sarà salvato.
14 Come dunque invocheranno colui nel quale non hanno creduto? Come poi crederanno a colui del quale non hanno udito?
Come poi ascolteranno senza uno che annunci?
15 Come annunceranno se non sono stati inviati?
Come è scritto: Come sono belli i piedi di coloro che annunciano la buona notizia, le cose buone.
16 Ma non tutti obbedirono alla buona notizia. Isaia infatti dice: Signore chi credette all’ascolto di noi.
17 Dunque la fede (è) da ascolto, l’ascolto poi per mezzo della parola di Cristo.
18 Ma dico: forse non udirono? Anzi! Per tutta la terra uscì il loro suono ed alle estremità del mondo le loro parole.
19 Ma dico: Forse Israele non ha capito?
Per primo Mosè dice: Io vi spingerò a gelosia di una non nazione, per una nazione insipiente provocherò sdegno a voi.
20 Isaia poi osa e dice: Sono stato trovato da quelli che non cercano me, manifesto divenni a quelli che di me non domandano. 21 Riguardo poi Israele dice: Tutto il giorno distesi le mie mani verso un popolo disobbediente e contraddicente.

1 Fratelli, il desiderio del mio cuore e la preghiera presso Dio per loro per salvezza.
Nessun rancore in Paolo verso il proprio popolo e nessun sentimento di rifiuto, ma un amore molto grande e un pungolo nel cuore e una preghiera incessante a Dio. L’inganno va scoperto e non si deve tenere nascosto. C’è uno zelo negli Israeliti che bisogna pur riconoscere. L’Apostolo stesso ne è testimone; ma è senza luce e porta fuori strada.
2 Infatti rendo ad essi testimonianza che hanno zelo per Dio, ma non secondo conoscenza.
Certamente gli Ebrei molto si danno da fare per Dio, ma peccano in conoscenza. Sono molto attenti a quello che fanno per il Signore, non comprendono e non tengono in considerazione quello che Dio ha fatto e fa per loro. Israele deve innanzitutto capire il senso della propria elezione e della propria diversità. E’ una diversità data e creata dalla visita del Signore e non dai propri meriti. Bisogna ascoltare e comprendere quello che il Signore dice, per imboccare la strada giusta e non affannarsi invano. Non si risponde ad una chiamata del tutto particolare ed eccezionale semplicemente con uno zelo quantitativamente diverso, ma deve essere anche diverso dal punto di vista della qualità. Deve lasciarsi illuminare dalla Parola rivelata. Altrimenti tutto si risolve in una esaltazione di coloro che egli ha visitato e non di Colui che li ha visitati. Chi riceve un annuncio deve innanzitutto ben ascoltare per ben comprendere. Non si diventa bravi discepoli con un impegno senza ascolto. Se Dio non avesse niente da dire all’uomo e tutto si risolvesse con le nostre opere, quale il senso e l’utilità della Parola rivelata. Paolo ha già dimostrato che la legge non è prerogativa esclusiva di Israele. Tutti gli uomini ricevono da Dio una legge che viene da Dio, diversa per quel che riguarda la forma, la stessa per quel che riguarda il suo fondamento ed il suo fine. Nella Parola data ad Israele vi è qualcosa di più, così come l’Apostolo ha ampiamente ed insistentemente dimostrato. In essa si viene manifestando la giustizia divina, in un crescendo continuo, che prepara la venuta del Cristo e l’annuncio del Vangelo. Ma gli Ebrei non comprendono e non vogliono comprendere altra giustizia se non quella dell’uomo.
3 Ignorando infatti la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria giustizia, alla giustizia di Dio non si sottomisero:
Tutta la Parola rivelata attesta la giustizia del Signore, non è data perché l’uomo accresca la fiducia in se stesso e nel proprio operare per Dio, ma al contrario per insinuare il dubbio e portare alla fede nella giustizia del Signore, così come si manifesta da ultimo nella pienezza del Figlio. Soltanto un pervicace ed ostinato attaccamento alla propria giustizia spiega il rifiuto di Cristo. Se non hanno accolto la parola di Gesù, vuol dire che non hanno ascoltato e compreso la Parola che è data prima di Gesù. Non è un’altra Parola, è l’unica e medesima, si pone sulla stessa lunghezza d’onda. E’ data per creare nell’uomo una migliore e maggiore conoscenza della giustizia divina, non perché si affermi e si accresca un’altra. Per gli Ebrei tutto è andato alla rovescia. L’insistenza e la persistenza del dono della Parola, non ha creato in loro una fede insistente e persistente nella giustizia divina, al contrario si è radicata in loro una fede nell’operare dell’uomo, assai difficile da estirpare. Il seme della Parola è buono, ma coltivato in un terreno cattivo, senza intelligenza e discernimento è stato soffocato da un altro seme che ha bensì parvenza divina, ma conduce alla morte. Perché la Parola del Satana non si arrende e non si ritira davanti alla Parola del Signore, semplicemente la fa sua , volgendola in una direzione opposta, ottenebrando le menti di coloro che la ricevono. Invece di accogliere il Salvatore, con quello spirito che è dato e creato dall’ascolto della Parola gli Ebrei hanno continuato a rincorrere se stessi, illudendosi di una salvezza meritata in virtù delle proprie opere e non semplicemente donata in virtù del sacrificio di Cristo.
4 Fine infatti di legge Cristo per giustizia ad ogni credente
La legge è in funzione di Gesù e porta alla fede nel Salvatore. Afferma nell’uomo una giustizia, ma è una giustizia creata da Gesù in virtù della fede nel suo nome, e non in virtù delle opere. C’è anche chi si arena in una propria giustizia : è pago di essa e vive per essa, ma si inganna: è cieco e guida di ciechi.
5 Mosè infatti scrive la giustizia quella dalla legge: L’uomo avente fatto quelle cose vivrà in esse.
E’ Mosè stesso che spiega il senso di quella giustizia che viene da una osservanza piena e veritiera della Legge. “L’uomo che avrà fatto quelle cose, vivrà in esse. Giustamente dice vivrà e non vive in virtù di esse. Perché la vita, quella vera, non è nell’immediatezza dell’osservanza della Legge, ma ne è il risultato finale, allorché esaurito il suo compito di pedagogo, la Legge ci porta all’incontro con il Cristo.
Il frutto della fede, al contrario, è nell’attualità e nell’immediatezza della nostra vita. Con la venuta del Cristo, la Legge è adempiuta nel senso più proprio e pieno. L’opera dell’uomo cede il posto a quella di Dio.
Felice l’uomo che non crede alla propria giustizia e non la insegue vanamente. Non ha la presunzione di salire in cielo, così da farne discendere Cristo; né si illude di poter scendere nell’abisso per far fuori Satana, così da vanificare la morte di Gesù. Chi innalza se stesso al Cielo abbassa il Signore e chi crede di vedersela da solo col Diavolo rende nulla la vittoria del Signore sul Maligno. Cristo è disceso dal cielo ed è risuscitato dai morti, perché tu abbia posto con Lui e non perché tu prenda il suo posto. La salvezza che tu vedi lontana è in realtà vicina, è già fatta ed è già donata in virtù del solo Figlio.
6 Invece la giustizia da fede così dice: Non dire nel tuo cuore: Chi salirà nel cielo? Questo è far discendere Cristo, 7 o chi discenderà nell’abisso? Questo è far risalire Cristo da morti.
Non c’è più bisogno di fare tanta strada in su fino al cielo ed in giù fino all’abisso. Perché salire in cielo per riportare Dio sulla terra, quando il Salvatore è già venuto tra noi? Non ci sarà un’altra e diversa salvezza. Perché discendere nell’abisso per strappare la vita dalla morte, quando l’ha già fatto Cristo? Non ci sarà un’altra morte e resurrezione del Salvatore. Cerca più da vicino, guarda e vedi più attentamente chi si è posto accanto a te.
8 Ma cosa dice? Vicino a te è la parola, nella tua bocca e nel tuo cuore. Questa è la parola della fede che annunciamo.
Se la salvezza è già stata operata dal Cristo, a te non resta che farla tua. Ma come? Semplicemente invocandola con la tua bocca, confessando che Gesù è Signore e Salvatore, e credendo nel tuo cuore, che Dio lo ha risuscitato dai morti e che vive in eterno perché noi in eterno viviamo con Lui, nell’unica gloria dell’unico Dio. E’ questa la fede annunciata dall’Apostolo.
9 Poiché se confessi con la tua bocca Signore Gesù e credi nel tuo cuore che Dio lui risuscitò da morti sarai salvo.
Mi chiederai perché Paolo metta prima la professione di fede che viene dalla bocca e poi la fede che viene dal cuore. Da un punto di vista logico sembra proprio il contrario: prima si crede col cuore, poi si fa professione di fede con la bocca. Quello che è scritto subito dopo sembra quasi una rettifica ed una correzione.
10 Col cuore infatti si crede per giustizia con la bocca invece si confessa per salvezza. 11 Dice infatti la Scrittura: ogni credente in lui non sarà svergognato.
L’Apostolo recupera la priorità della fede che viene dal cuore rispetto alla fede che viene confessata con la bocca. Si è dunque sbagliato L’Apostolo ed ha voluto alla fine rettificare? Niente affatto! Perché se noi aspettiamo che la fede venga dal cuore, va a finire che mai la proclamiamo. Non si deve aspettare, ma si deve subito confessare la nostra adesione piena e totale all’opera di Dio. Sarà il Signore a rafforzare la fede nel nostro cuore. Aprendo la nostra bocca, esprimiamo bensì la pochezza della nostra fede, ma spalanchiamo la porta a Dio perché arrivi al nostro cuore. Nessuna confessione di fede cade a vuoto. Se ne esce sempre rafforzati e vivificati. Hai bisogno dell’imbeccata di Dio? Apri prima la bocca e non resterai col cuore vuoto. La bocca, innanzitutto, è veicolo di fede. Non manifesta semplicemente la fede che abbiamo, ma è strumento offerto a Dio, perché entri nel nostro cuore. E’ bello e giusto dar lode al Signore, non solo per esprimere a lui gratitudine, ma anche per essere da Lui confermati e rafforzati. Non perdere tempo e non lasciarti prendere dai tuoi vani ragionamenti riguardo alla fede. Non ne avrai alcun giovamento. Da lode subito al Signore, proclama la tua fede e lascia poi fare a Lui.
Dice infatti la Scrittura che chiunque crede in lui non arrossirà.
E’ il rossore e solo il rossore il vero specchio del cuore, il suo riflesso immediato, quello che lo manifesta per ciò che è. La parola non può manifestare pienamente il cuore, in essa può esserci l’equivoco e l’inganno. Ma non c’è altra via per andare a Dio e per essere da lui visitati, se non attraverso la bocca. Comprendi quanto sia importante dar lode a Dio, invocare la sua salvezza, nella confessione dei propri peccati. Alla fine ti troverai con un cuore nuovo e non dovrai arrossire davanti al Signore. Si prova rossore per colui che non si conosce, quando non c’è familiarità e si sta poco assieme, quando c’è senso di colpa per i torti fatti. Ma rotto il muro di silenzio, si comincia a parlare, a mettere le cose in chiaro, si diventa amici e fratelli e figli e si gode dell’aiuto e dei doni del Padre. Altro è ragionare di Dio, altro è parlare con Dio. Altro è disquisire ed indagare sulla fede, altro è proclamare la propria fede.
12 Non c’è infatti distinzione di Giudeo e di Greco, infatti lo stesso Signore di tutti essente ricco verso tutti gli invocanti lui. 13 Ognuno infatti che invochi il nome del Signore sarà salvato.
Niente di più bello e di più confortante delle parole dell’apostolo Paolo. Non c’è più distinzione che tenga. Che tu sia Giudeo o gentile, che tu sia più o meno peccatore, non ha rilevanza alcuna per la salvezza. C’è un solo Signore per tutti, e a tutti dona con ricchezza. Ma bisogna aprire il proprio cuore e prima ancora la propria bocca, perché Dio non può arrivare al cuore senza prima passare per la bocca. Non si può ascoltare per forza altrui, ma si può venire ingozzati della sua parola. “Dilata la tua bocca ed io la riempirò”.Certo l’ascolto passa per l’udito, ma allorché l’uomo ha scarsa capacità di ascolto, il Signore può ben seguire un’altra via, affermare non semplicemente la potenza della Parola che viene udita, ma ancor prima quella della parola che viene detta, allorché la nostra bocca invoca il Suo nome. La Parola ha una sua potenza, non soltanto quando viene ascoltata, ma anche quando viene invocata. Se noi siamo sordi alla voce di Dio, Dio non è sordo alla nostra voce. L’ascolto è già dell’uomo maturo. Non segna semplicemente l’ingresso nella fede, ma il cammino della fede. Può Dio accrescere la nostra capacità e volontà di ascolto se prima non gli manifestiamo la nostra fede in Lui: non semplicemente quella che abbiamo ma quella che vorremmo avere? Da un punto di vista logico sembrerebbe tutto il contrario. Dapprima si ascolta la parola del Signore, poi si aderisce ad essa col cuore, infine si confessa la propria fede. Ma la fede che viene dall’ascolto è quella già radicata e cresciuta, quella che viene dalla confessione e dall’invocazione al Signore è la fede che vuole crescere e chiede di essere accresciuta.
Paolo recupera alla fine la priorità della fede che viene dall’ascolto, ma essa nulla toglie a quella che viene dalla confessione della bocca e dall’invocazione del nome del Signore: è la prima, la più semplice e la più immediata, il primo canale d’ingresso per Dio. Quello che tutti gli uomini possono fare da subito, indipendentemente dalla loro capacità di ascolto e dal cammino già fatto.
14 Come dunque invocheranno colui non hanno creduto? Come poi crederanno del quale non hanno udito?
Quando si invoca il nome del Signore c’è già una fede in atto, anche se piccola. Non si invoca colui nel quale non si crede. Non cresce la fede che non c’è, ma quella che ha già messo qualche radice. Allorché la fede si mette in moto vuole una propria chiarezza in rapporto a Colui che è oggetto del credere, per poter crescere di conoscenza in conoscenza; vuole anche una propria profondità in rapporto al proprio cuore, per mettere salde radici. E a questo punto si rivela l’importanza dell’annuncio evangelico. Si crede a Dio nell’immediatezza del proprio cuore e si afferra al volo la sua chiamata. Ma non c’è sequela senza ascolto. Dopo aver proclamato la nostra fede nel Signore dobbiamo far silenzio, chiudere la bocca ed aprire le orecchie per ascoltare la sua parola.
Come poi ascolteranno senza annunciante?
15 Come poi annunceranno se non sono stati inviati?
Se è Dio stesso che chiama alla fede ogni uomo e a tutti chiede l’invocazione del suo nome, certo non si può nascere e crescere nella vita di Dio, tramite un rapporto immediato con Lui, attraverso le vie di una parola che è semplicemente in un rapporto a due. Quello che Dio dice ad ognuno di noi, lo dice a tutti, non seguendo le vie di tante rivelazioni, una per ogni uomo, ma attraverso le vie di una sola rivelazione. A nessun uomo Dio parla in maniera immediata, se non a quelli di cui si è servito per la stesura scritta della sua Parola. Di loro nessun ricordo, perché la Parola appartiene tutta a Dio e solo a Dio. Nessuno può pretendere una propria rivelazione che sia fuori ed oltre l’unica rivelazione. E a nessuno può arrivare l’annuncio della Parola se non attraverso la sua chiesa e coloro che da essa sono mandati.
15 Come poi annunceranno se non sono stati inviati?
C’è anche chi predica senza essere inviato. E c’è anche chi li ascolta. Non c’è annuncio se non nell’umiltà e non c’è verità se non in coloro che si sottomettono alla chiesa. Nessuno può vagliare l’autenticità della parola che esce dalla propria bocca. Spetta alle altre parti del corpo. E bisogna saper pazientare ed operare nell’obbedienza e perdere ogni spirito di prevaricazione. Vi è un silenzio che fa bene all’intera chiesa e vi è una parola che fa male a tutto il corpo. Attenti ai visionari presuntuosi che sempre parlano e mai ascoltano. Fanno male a molti, dopo aver fatto male a se stessi. Non ascoltare la parola di chi non sa ascoltare, e non sottometterti a chi non è sottomesso. Se la testimonianza è di tutti, l’annuncio della parola è solo per coloro che sono inviati.
Come è scritto: Come belli i piedi degli annuncianti la buona notizia cose buone.
Come dunque sono belli i piedi di coloro che evangelizzano cose buone.
Capita raramente o forse mai di sentire lodata la bellezza dei piedi. Che siano utili è fuori discussione, ma che siano anche belli è tutto da vedere. E’ l’annuncio del vangelo che li fa belli ed è la parola di Dio che dona ad essi un soave profumo.
16 Ma non tutti obbedirono alla buona notizia. Isaia infatti dice: Signore chi credette all’ascolto di noi.
Se la salvezza è annunciata a tutti, non tutti accolgono l’annuncio. C’è anche chi oppone un netto rifiuto e chi rimane indifferente alla chiamata.
17 Dunque la fede da ascolto, l’ascolto poi per mezzo della parola di Cristo.
In queste poche parole è riassunto il senso della nostra fede. Sono il centro ed il cuore della Lettera ai Romani, non semplicemente perché occupano una posizione centrale nel testo, ma perché condensano in sé tutto quanto detto L’Apostolo è venuto fino ad ora affermando.
17 Dunque la fede da ascolto… Non giunge alla fede chi non ha volontà di ascolto. La fede è un dono semplicemente per ciò che essa porta con sé, per il cammino attraverso il quale si viene accrescendo ed è accresciuta da Dio. Ma in quanto alla sua origine ed al suo essere originata, dipende dalla volontà dell’uomo, è legata alla libertà dello spirito. Non ascolta chi non vuole ascoltare. E non c’è ascolto se non in un rapporto a due. Se uno parla, l’altro può ascoltare. Questa possibilità di ascolto non è garantita dall’uomo che vuol ascoltare, ma unicamente dalla Parola di Dio. Dai tempi di Adamo nel cuore dell’uomo, parla la voce di Dio, attraverso la coscienza, beninteso, non quella ripiegata su se stessa che ascolta se stessa, ma quella aperta all’Altro da sé, ovvero al suo Dio ed al suo Signore. Da sempre Dio si fa garante attraverso la sua voce della veridicità dell’ascolto. L’ascolto della voce della coscienza è veramente ascolto di Dio, ma si ammette pure la possibilità di una coscienza che non ha volontà di ascolto. Non per questo diventa sorda a qualsiasi parola, semplicemente si afferma in essa la voce dell’altro Dio, del Maligno, il riflesso di un io ribelle e disobbediente. V’è una buona coscienza e vi è una cattiva coscienza. Ma come può l’uomo giudicare da se stesso, quella coscienza che non è vera se non nel momento in cui viene giudicata e si fa giudicare da Colui che è il suo fondamento ed il suo fine? Nessuno è buon giudice di se stesso. Ed ecco l’importanza della Parola rivelata che viene data ad Israele.
l’ascolto poi per mezzo della parola di Cristo.
La Parola di Dio così come è stata data ad Israele non crea semplicemente la volontà di ascolto, ma la rafforza, la rinsalda, la fa crescere, non in un ambiguo confronto di se con se stesso, ma in quel confronto che si ha con una parola scritta, di per sé non suscettibile di cambiamento alcuno. Non solo. La Parola esce dalle secche di un confronto puramente individuale, da coscienza individuale, diventa coscienza collettiva di un intero popolo. In questo non annulla la propria individualità, ma la rafforza, la rincalza, le dà maggior chiarezza e sicurezza. Posso ben dubitare di quello che io solo comprendo, certamente son più sicuro quando la mia intelligenza è confermata o smentita da quella di un’intera comunità. La Parola di Dio quindi non solo accresce la volontà di ascolto, ma mi dà anche la capacità di ascolto, non in modo immediato, ma con quella mediazione che passa attraverso la comunità dei credenti, che è l’intero corpo della chiesa. Soltanto nella chiesa e per la chiesa, seguendo il suo cammino e la strada da essa indicata, la fede può crescere di conoscenza in conoscenza. C’è un ascolto immediato della Parola, c’è un ascolto mediato, che passa attraverso le vie dell’istruzione, dello studio della parola, del confronto con i fratelli che ci hanno preceduto e che hanno già aperto una strada. La Parola può ben dire qualcosa di nuovo ad ognuno di noi, ed effettivamente vuole dire sempre qualcosa di nuovo, ma non a chi abbandona la via maestra segnata da Israele prima, dalla chiesa poi. La potenza della Parola trova la sua espressione e manifestazione ultima nel Logos che si fa carne. In Lui è la vita e la pienezza di ogni vita. Non è giustificato un ritorno alla Parola del passato, se non per una migliore intelligenza della Parola che è ora presente, così come si fa ascoltare nel Nuovo Testamento e così come si fa mangiare nell’Eucarestia.
Se la salvezza viene solo dalla fede, la fede viene innanzitutto dalla volontà d’ascolto. Ma la nostra volontà di ascolto è di per sé vana se non viene garantita dalla Parola di Dio, così come è storicamente data ad ogni uomo attraverso le vie della coscienza. In Israele la Parola di Dio è data in una forma più piena come Legge, per raggiungere infine ogni adempimento ed ogni pienezza col Cristo. Colui che porta alla pienezza della fede è anche Colui che autentica e giudica ogni fede. Possiamo concludere che basta la fede per essere salvi? Dobbiamo concludere che non basta una qualsiasi fede, ma quella che è confermata e riconosciuta dal Figlio. Qualsiasi disquisizione su una salvezza che viene dalle opere o dalla sola fede è vana ed insensata. La fede non è un semplice assenso psicologico all’opera del Signore, è anche questo, ma è molto più di questo. E’ un cammino di salvezza. E’ la fede che garantisce un cammino in Dio, viceversa è Dio solo che garantisce la verità di una fede. Se la fede getta luce sulle opere, Gesù getta luce sulla stessa fede. Approvando, ma anche disapprovando, giustificando, ma anche condannando. Oltre la fede va solo il giudizio sulla fede. La fede chiede dunque la salvezza, ma prima ancora chiede di essere giudicata. Per l’uomo certo la fede si vede solo dalle opere, ma Dio vede oltre nel cuore dell’uomo. Vi è una dimensione esteriore della fede, che è data dalle opere: Vi è una dimensione interiore molto più grande e molto più profonda che solo il Signore comprende. Non è dato all’uomo di giudicare, ma gli è chiesto di lasciarsi giudicare. Allorché viviamo nella consapevolezza dell’incombente giudizio finale, la fede si arricchisce di contenuti e significati nuovi. Non c’è fede senza speranza nell’amore di Dio. E’ vera fede quella che confessa umilmente non i propri peccati, ma il proprio stato di peccato. Non entrerà nella vita eterna la fede che non rinnega il proprio spirito e la propria anima, fino a desiderare l’unico e solo Spirito Santo. Non c’è fede senza carità, ovvero non si ama Dio, se non nella consapevolezza che si è da Lui amati, fino a rinnegare ogni nostro amore per affermare e volere per sempre l’unico eterno Amore. Tutto questo è la fede e non solo parte di questo.
Qualcuno forse potrebbe obiettare che l’annuncio non è arrivato a tutti, e giustificare in questo modo la mancanza di fede. In realtà già ai tempi di Paolo gli apostoli avevano fatto il giro del mondo. Se la Parola di Dio non è ancora giunta in tutti gli angoli della terra, certamente il suo eco è arrivato lontano.
18 Ma dico: forse non udirono? Anzi! Per tutta la terra uscì il loro suono ed alle estremità del mondo le loro parole.
Per quel che riguarda Israele il discorso si fa più serio e più grave.
19 Ma dico: Forse Israele non ha conosciuto?
Israele non solo ha udito la parola di Dio, ma ha conosciuto anche la sua potenza, e la dolcezza del suo amore.
Perché mai Dio dovrebbe insistere e persistere in una elezione che non ha trovato risposta né gratitudine alcuna? Cerca altri figli adottivi, più umili e più ricettivi del suo amore. A costo di suscitare la gelosia di Israele: una gelosia estrema che arriva all’ira e alla persecuzione di chi si fa discepolo di Cristo.
Per primo Mosè dice: Io vi spingerò a gelosia di una non nazione, per una nazione insipiente provocherò sdegno a voi.
La legge e i profeti hanno preannunciato i tempi nuovi. Alla parola di Mosè, fa eco quella di Isaia.
20 Isaia poi osa e dice: Sono stato trovato dai me non cercanti, manifesto divenni ai di me non domandanti. 21 Riguardo poi Israele dice: Tutto il giorno distesi le mie mani verso un popolo disobbediente e contraddicente.
Se ci sono belle novità per i Gentili, brutte notizie per Israele: Il Signore si è stancato di protendere le sue mani verso un popolo non credente e ribelle. Di fronte ad una incredulità e ad una ribellione così manifeste, Dio non può più far finta di niente. I peccati d’Israele hanno sempre incontrato la misericordia divina, ma come ignorare il rifiuto del Cristo? Il Padre è stato ferito in Colui che gli è più intimo e più caro. La rottura ormai è consumata e niente e nessuno potrà ricucirla, se non per coloro che si ravvedono e dividono la loro causa da quella del loro popolo. Non tutti gli Israeliti hanno rifiutato il Salvatore, non tutti sono da Lui rigettati.

 

Publié dans:Lettera ai Romani |on 8 décembre, 2016 |Pas de commentaires »

An Icon of the Virgin Mary and Jesus, painted on a wooden panel

An Icon of the Virgin Mary and Jesus, painted on a wooden panel dans immagini sacre cb3c289cd6d4ba8fe2a38e2cfe1974e0

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Publié dans:immagini sacre |on 7 décembre, 2016 |Pas de commentaires »
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