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BENEDETTO XVI – SAN PAOLO (20) – IL MARTIRIO E L’EREDITÀ DI SAN PAOLO

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BENEDETTO XVI – SAN PAOLO (20) – IL MARTIRIO E L’EREDITÀ DI SAN PAOLO

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 4 febbraio 2009

Cari fratelli e sorelle,

la serie delle nostre catechesi sulla figura di san Paolo è arrivata alla sua conclusione: vogliamo parlare oggi del termine della sua vita terrena. L’antica tradizione cristiana testimonia unanimemente che la morte di Paolo avvenne in conseguenza del martirio subito qui a Roma. Gli scritti del Nuovo Testamento non ci riportano il fatto. Gli Atti degli Apostoli terminano il loro racconto accennando alla condizione di prigionia dell’Apostolo, che poteva tuttavia accogliere tutti quelli che andavano da lui (cfr At 28,30-31). Solo nella seconda Lettera a Timoteo troviamo queste sue parole premonitrici: “Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele” (2 Tm 4,6; cfr Fil 2,17). Si usano qui due immagini, quella cultuale del sacrificio, che Paolo aveva usato già nella Lettera ai Filippesi interpretando il martirio come parte del sacrificio di Cristo, e quella marinaresca del mollare gli ormeggi: due immagini che insieme alludono discretamente all’evento della morte e di una morte cruenta.
La prima testimonianza esplicita sulla fine di san Paolo ci viene dalla metà degli anni 90 del secolo I, quindi poco più di tre decenni dopo la sua morte effettiva. Si tratta precisamente della Lettera che la Chiesa di Roma, con il suo Vescovo Clemente I, scrisse alla Chiesa di Corinto. In quel testo epistolare si invita a tenere davanti agli occhi l’esempio degli Apostoli, e, subito dopo aver menzionato il martirio di Pietro, si legge così: “Per la gelosia e la discordia Paolo fu obbligato a mostrarci come si consegue il premio della pazienza. Arrestato sette volte, esiliato, lapidato, fu l’araldo di Cristo nell’Oriente e nell’Occidente, e per la sua fede si acquistò una gloria pura. Dopo aver predicato la giustizia a tutto il mondo, e dopo essere giunto fino all’estremità dell’occidente, sostenne il martirio davanti ai governanti; così partì da questo mondo e raggiunse il luogo santo, divenuto con ciò il più grande modello di pazienza” (1 Clem 5,2). La pazienza di cui il testo parla è espressione della comunione di Paolo alla passione di Cristo, della generosità e costanza con la quale ha accettato un lungo cammino di sofferenza, così da poter dire: «Io porto le stigmate di Gesù sul mio corpo» (Gal 6,17). Abbiamo sentito nel testo di san Clemente che Paolo sarebbe arrivato fino all’«estremità dell’occidente». Si discute se questo sia un accenno a un viaggio in Spagna che san Paolo avrebbe fatto. Non esiste certezza su questo, ma è vero che san Paolo nella sua Lettera ai Romani esprime la sua intenzione di andare in Spagna (cfr Rm 15,24).
Molto interessante invece è nella lettera di Clemente il succedersi dei due nomi di Pietro e di Paolo, anche se essi verranno invertiti nella testimonianza di Eusebio di Cesarea del secolo IV, che parlando dell’imperatore Nerone scriverà: “Durante il suo regno Paolo fu decapitato proprio a Roma e Pietro vi fu crocifisso. Il racconto è confermato dal nome di Pietro e di Paolo, che è ancor oggi conservato sui loro sepolcri in quella città” (Hist. eccl. 2,25,5). Eusebio poi continua riportando l’antecedente dichiarazione di un presbitero romano di nome Gaio, risalente agli inizi del secolo II: “Io ti posso mostrare i trofei degli apostoli: se andrai al Vaticano o sulla Via Ostiense, vi troverai i trofei dei fondatori della Chiesa” (ibid. 2,25,6-7). I “trofei” sono i monumenti sepolcrali, e si tratta delle stesse sepolture di Pietro e di Paolo, che ancora oggi noi veneriamo dopo due millenni negli stessi luoghi: sia qui in Vaticano per quanto riguarda san Pietro, sia nella Basilica di San Paolo fuori le Mura sulla Via Ostiense per quanto riguarda l’Apostolo delle genti.
È interessante rilevare che i due grandi Apostoli sono menzionati insieme. Anche se nessuna fonte antica parla di un loro contemporaneo ministero a Roma, la successiva coscienza cristiana, sulla base del loro comune seppellimento nella capitale dell’impero, li assocerà anche come fondatori della Chiesa di Roma. Così infatti si legge in Ireneo di Lione, verso la fine del II secolo, a proposito della successione apostolica nelle varie Chiese: “Poiché sarebbe troppo lungo enumerare le successioni di tutte le Chiese, prenderemo la Chiesa grandissima e antichissima e a tutti nota, la Chiesa fondata e stabilita a Roma dai due gloriosissimi apostoli Pietro e Paolo” (Adv. haer. 3,3,2).
Lasciamo però da parte adesso la figura di Pietro e concentriamoci su quella di Paolo. Il suo martirio viene raccontato per la prima volta dagli Atti di Paolo, scritti verso la fine del II secolo. Essi riferiscono che Nerone lo condannò a morte per decapitazione, eseguita subito dopo (cfr 9,5). La data della morte varia già nelle fonti antiche, che la pongono tra la persecuzione scatenata da Nerone stesso dopo l’incendio di Roma nel luglio del 64 e l’ultimo anno del suo regno, cioè il 68 (cfr Gerolamo, De viris ill. 5,8). Il calcolo dipende molto dalla cronologia dell’arrivo di Paolo a Roma, una discussione nella quale non possiamo qui entrare. Tradizioni successive preciseranno due altri elementi. L’uno, il più leggendario, è che il martirio avvenne alle Aquae Salviae, sulla Via Laurentina, con un triplice rimbalzo della testa, ognuno dei quali causò l’uscita di un fiotto d’acqua, per cui il luogo fu detto fino ad oggi “Tre Fontane” (Atti di Pietro e Paolo dello Pseudo Marcello, del secolo V). L’altro, in consonanza con l’antica testimonianza, già menzionata, del presbitero Gaio, è che la sua sepoltura avvenne non solo “fuori della città… al secondo miglio sulla Via Ostiense”, ma più precisamente “nel podere di Lucina”, che era una matrona cristiana (Passione di Paolo dello Pseudo Abdia, del secolo VI). Qui, nel secolo IV, l’imperatore Costantino eresse una prima chiesa, poi grandemente ampliata tra il secolo IV e V dagli imperatori Valentiniano II, Teodosio e Arcadio. Dopo l’incendio del luglio 1823, fu qui eretta l’attuale basilica di San Paolo fuori le Mura.
In ogni caso, la figura di san Paolo grandeggia ben al di là della sua vita terrena e della sua morte; egli infatti ha lasciato una straordinaria eredità spirituale. Anch’egli, come vero discepolo di Gesù, divenne segno di contraddizione. Mentre tra i cosiddetti “ebioniti” – una corrente giudeo-cristiana – era considerato come apostata dalla legge mosaica, già nel libro degli Atti degli Apostoli appare una grande venerazione verso l’Apostolo Paolo. Vorrei prescindere ora dalla letteratura apocrifa, come gli Atti di Paolo e Tecla e un epistolario apocrifo tra l’Apostolo Paolo e il filosofo Seneca. Importante è constatare soprattutto che ben presto le Lettere di san Paolo entrano nella liturgia, dove la struttura profeta-apostolo-Vangelo è determinante per la forma della liturgia della Parola. Così, grazie a questa “presenza” nelle celebrazioni liturgiche della Chiesa, il pensiero dell’Apostolo diventa da subito nutrimento spirituale dei fedeli di tutti i tempi.
E’ ovvio che i Padri della Chiesa e poi tutti i teologi si siano nutriti delle Lettere di san Paolo e della sua spiritualità. Egli è così rimasto nei secoli, fino ad oggi, il vero maestro e apostolo delle genti. Il primo commento patristico, a noi pervenuto, su uno scritto del Nuovo Testamento è quello del grande teologo alessandrino Origene, che commenta la Lettera di Paolo ai Romani. Tale commento purtroppo è conservato solo in parte. San Giovanni Crisostomo, oltre a commentare le sue Lettere, ha scritto di lui sette Panegirici memorabili. Sant’Agostino dovrà a lui il passo decisivo della propria conversione, e a Paolo egli ritornerà durante tutta la sua vita. Da questo dialogo permanente con l’Apostolo deriva la sua grande teologia della grazia, che è rimasta fondamentale per la teologia cattolica e anche per quella protestante di tutti i tempi. San Tommaso d’Aquino ci ha lasciato un bel commento alle Lettere paoline, che rappresenta il frutto più maturo dell’esegesi medioevale. Una vera svolta si verificò nel secolo XVI con la Riforma protestante. Il momento decisivo nella vita di Lutero, fu il cosiddetto «Turmerlebnis» (forse 1517), nel quale in un attimo egli trovò una nuova interpretazione della dottrina paolina della giustificazione. Una interpretazione che lo liberò dagli scrupoli e dalle ansie della sua vita precedente e gli diede una nuova, radicale fiducia nella bontà di Dio che perdona tutto senza condizione. Da quel momento Lutero identificò il legalismo giudeo-cristiano, condannato dall’Apostolo, con l’ordine di vita della Chiesa cattolica. E la Chiesa gli apparve quindi come espressione della schiavitù della legge alla quale oppose la libertà del Vangelo. Il Concilio di Trento (1545 – 1563) interpretò in modo profondo la questione della giustificazione e trovò nella linea di tutta la tradizione cattolica la vera sintesi tra Legge e Vangelo, in conformità col messaggio della Sacra Scrittura letta nella sua totalità e unità.
Il secolo XIX, raccogliendo l’eredità migliore dell’Illuminismo, conobbe una nuova reviviscenza del paolinismo soprattutto sul piano del lavoro scientifico sviluppato dall’interpretazione storico-critica della Sacra Scrittura. Prescindiamo qui dal fatto che anche in quel secolo, come poi nel secolo ventesimo, emerse una vera e propria denigrazione di san Paolo. Penso soprattutto a Nietzsche che derideva la teologia dell’umiltà di san Paolo, opponendo ad essa la sua filosofia dell’uomo forte e potente: il superuomo. Prescindiamo da questo e vediamo la corrente essenziale della nuova interpretazione scientifica della Sacra Scrittura e del nuovo paolinismo del secolo XX. Qui è stato sottolineato soprattutto come centrale nel pensiero paolino il concetto di libertà: in esso è stato visto il cuore del pensiero paolino, come del resto aveva già intuito Lutero. Ora però il concetto di libertà veniva reinterpretato nel contesto del liberalismo moderno. E poi è sottolineata fortemente la differenziazione tra l’annuncio di san Paolo e l’annuncio di Gesù. E san Paolo appare quasi come un nuovo fondatore del cristianesimo. Vero è che in san Paolo la centralità del Regno di Dio, determinante per l’annuncio di Gesù, viene trasformata nella centralità della cristologia, il cui punto determinante è il mistero pasquale. E dal mistero pasquale risultano i Sacramenti del Battesimo e dell’Eucaristia, come presenza permanente di questo mistero, dal quale cresce il Corpo di Cristo, si costruisce la Chiesa. Ma direi, senza entrare adesso in dettagli, che proprio nella nuova centralità della cristologia e del mistero pasquale si realizza il Regno di Dio, diventa concreto, presente, operante l’annuncio autentico di Gesù. Abbiamo visto nelle catechesi precedenti che proprio questa novità paolina è la fedeltà più profonda all’annuncio di Gesù. Nel progresso dell’esegesi, soprattutto negli ultimi duecento anni, crescono anche le convergenze tra esegesi cattolica ed esegesi protestante realizzando così un notevole consenso proprio nel punto che fu all’origine del massimo dissenso storico: la giustificazione. Emerge così una grande speranza per la causa dell’ecumenismo, così centrale per il Concilio Vaticano II.
Brevemente vorrei alla fine ancora accennare ai vari movimenti religiosi, sorti in età moderna all’interno della Chiesa cattolica, che si rifanno al nome di san Paolo. Così è avvenuto nel secolo XVI con la “Congregazione di san Paolo” detta dei Barnabiti, nel secolo XIX con i “Missionari di san Paolo” o Paulisti, e nel secolo XX con la poliedrica “Famiglia Paolina” fondata dal Beato Giacomo Alberione, per non dire dell’Istituto Secolare della “Compagnia di san Paolo”. In buona sostanza, resta luminosa davanti a noi la figura di un apostolo e di un pensatore cristiano estremamente fecondo e profondo, dal cui accostamento ciascuno può trarre giovamento. In uno dei suoi panegirici, San Giovanni Crisostomo instaura un originale paragone tra Paolo e Noè, esprimendosi così: Paolo “non mise insieme delle assi per fabbricare un’arca; piuttosto, invece di unire delle tavole di legno, compose delle lettere e così strappò di mezzo ai flutti, non due, tre o cinque membri della propria famiglia, ma l’intera ecumene che era sul punto di perire” (Paneg. 1,5). Proprio questo può ancora e sempre fare l’apostolo Paolo. Attingere a lui, tanto al suo esempio apostolico quanto alla sua dottrina, sarà quindi uno stimolo, se non una garanzia, per il consolidamento dell’identità cristiana di ciascuno di noi e per il ringiovanimento dell’intera Chiesa.

S. NATALE CON I PADRI DELLA CHIESA

http://www.regnumchristi.org/italiano/articulos/articulo.phtml?id=35559&se=362&ca=967&te=707

S. NATALE CON I PADRI DELLA CHIESA

Una raccolta di pensieri sul Natale

Roma, 19 dicembre 2011. Offriamo ai nostri lettori una serie di riflessioni sul Natale tratte dagli scritti dei Padri della Chiesa, da leggere una al giorno, come una novena, o tutte insieme nella meditazione del mattino.
Non c´è spazio per la tristezza nel giorno in cui nasce la vita, una vita che distrugge la paura della morte e dona la gioia delle promesse eterne. Nessuno è escluso da questa felicità. Dai Discorsi di san Leone Magno, papa.
Se infatti non fosse stato vero Dio, non avrebbe portato a noi rimedio; se non fosse stato uomo vero, non ci avrebbe dato l`esempio. Leone Magno, Sermoni, 21.
Riconosci, o cristiano, la tua dignità e, consorte ormai della divina natura, non tornare alla bassezza della tua vita antecedente, depravata. Ricordati di quale capo e di quale corpo tu sei membro. Rammenta che sei stato strappato dal potere delle tenebre e sei stato trasferito nella luce e nel regno di Dio. Col sacramento del battesimo sei diventato tempio dello Spirito Santo (cf. 1Cor 3,16): non cacciare da te con le azioni cattive un ospite tanto degno e non assoggettarti di nuovo alla schiavitù del demonio: il tuo prezzo è il sangue di Cristo. Leone Magno, Sermoni, 21.
Mosè desiderò contemplare la gloria di Dio, ma non gli fu possibile vederla come aveva desiderato. Potrebbe oggi venire a vederla, perché giace nella cuna in una grotta. Allora nessun uomo sperava di vedere Dio e restare in vita; oggi tutti coloro che l`hanno visto sono sorti dalla seconda morte alla vita. Mosè non poté vedere Dio come realmente è; i magi invece entrarono e videro il Figlio di Dio fatto uomo. E` grande il prodigio che si è compiuto sulla nostra terra: il Signore di tutto è disceso su di essa, Dio si è fatto uomo, l`Antico è diventato fanciullo; il Signore si è fatto uguale al servo, il figlio del re si è reso come un povero errabondo. Efrem Siro, Inno per la nascita di Cristo, 1.
Maria credette, e ciò in cui credette in lei è avvenuto. Crediamo anche noi, perché anche a noi possa giovare ciò che è avvenuto. Certo, anche questa natività è mirabile; tuttavia pensa, o uomo, ciò che per te ha accettato il Dio tuo, il Creatore per la creatura. Restando Dio in Dio, vivendo l`eterno con l`eterno, il Figlio uguale al Padre non ha sdegnato di rivestire la forma del servo per i colpevoli, per gli schiavi peccatori. E ciò non è stato certo ricompensa di meriti umani. Per le nostre iniquità, meritavamo piuttosto le pene; ma, se avesse osservato le nostre iniquità, chi lo avrebbe sostenuto? Per gli empi, dunque, e per gli schiavi peccatori il Signore si è fatto uomo e si è degnato di nascere di Spirito Santo da Maria vergine. Agostino, Predica sulla professione di fede, 215,4.
Il Verbo di Dio si è manifestato nella carne una volta per sempre. Ma, in chi lo desidera, egli vuole continuamente rinascere secondo lo spirito, perché ama gli uomini. Così, ridiventa bambino e si forma in loro con il progredire delle virtù. Il Verbo si manifesta nella misura in cui sa di poter essere ricevuto da chi lo accoglie: non limita la manifestazione della sua grandezza per gelosia, ma misura l`intensità del suo dono secondo il desiderio di chi brama vederlo. Il Verbo di Dio si manifesta sempre, secondo le disposizioni di chi lo riceve: tuttavia, data l`immensità del mistero, egli rimane ugualmente invisibile per tutti. Per questo motivo l`apostolo, penetrata con acutezza la potenza del mistero, dice: Gesù Cristo è lo stesso, ieri, oggi e nei secoli (Eb 13,8): egli dimostrava così di avere ben compreso la perenne novità del mistero e intuiva che l`intelligenza non potrà mai possederlo come una cosa invecchiata. Massimo il Confessore, Capitoli teologici, 1,8-13.
Per quanto, dunque, lo stato infantile che la maestà del Figlio di Dio non si è sdegnata di assumere abbia poi raggiunto, col succedersi degli anni, l`età adulta e, dopo il trionfo della passione e della risurrezione, si siano succedute tutte le azioni che l`umiltà di Cristo ha accettato per noi, tuttavia l`odierna festività della nascita di Gesù da Maria vergine ne rinnova i sacri inizi; e mentre adoriamo la natività del nostro Salvatore dimostriamo insieme di celebrare il nostro inizio. La generazione di Cristo infatti è l`origine del popolo cristiano, e la nascita del capo è la nascita del corpo. Leone Magno, Sermoni, 26,1-2.
Ma il Signore vuole aumentare ancora la tua gloria. Imprime in te la sua immagine, perché questa immagine visibile renda manifesta sulla terra la presenza del Creatore invisibile; ti ha dato il suo posto in questo mondo terrestre perché il grande regno di questo mondo non sia privo di un rappresentante del Signore… E ciò che Dio ha creato in te con la sua potenza, ha avuto la bontà di assumerlo in sé. Ha voluto manifestarsi realmente nell`uomo, nel quale, fino a quel momento, era apparso soltanto in immagine. Ha concesso all`uomo di essere in realtà quello che prima era soltanto per somiglianza… Pietro Crisologo, Sermoni, 148.

Sappiamo che il Verbo ha assunto un corpo incarnandosi in una vergine e ha portato il vecchio uomo realizzando in sé la nuova creazione… Sappiamo che egli è veramente uomo, costituito della nostra stessa natura: se non fosse così, invano avrebbe ordinato di imitarlo come maestro. E infatti, se quest`uomo avesse una natura diversa dalla mia, come potrebbe ordinarmi di essere simile a lui, mentre io sono così debole? Dove sarebbero la sua bontà e la sua giustizia? così, per non essere considerato diverso da noi, egli ha sopportato la fatica, ha voluto soffrire la fame e la sete, si è abbandonato al sonno, non si è sottratto al dolore e ha obbedito alla morte manifestando infine la sua risurrezione. In tutto questo egli ha offerto come primizie la propria umanità, perché tu, quando soffri, non ti perda di coraggio, ma, riconoscendoti uomo, aspetti anche tu quello che il Padre ha dato a lui… Ippolito di Roma, Confutazione di tutte le eresie, 10,33-34.

Auguri!

natale 2016

Publié dans:STUDI DI VARIO TIPO |on 24 décembre, 2016 |Pas de commentaires »

Natale del Signore (forse Svedese)

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Publié dans:immagini sacre |on 22 décembre, 2016 |Pas de commentaires »

25 DICEMBRE 2016 | NATALE DI GESÙ – A | OMELIA

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25 DICEMBRE 2016 | NATALE DI GESÙ – A | OMELIA

*** Messa della Notte

1ª LETTURA: Is 9,1-6 – VANGELO: Lc 2,1-14

L’attesa della messa di mezzanotte è tra le realtà spirituali più belle, e ha una grande importanza liturgica. Come tutte le veglie liturgiche, ha il clima del desiderio del-l’incontro, dell’incontro con lo Sposo che viene. Vegliare nella notte con le lampade accese è necessario per essere pronti, vestiti a festa.
« O Dio – dice la colletta della messa – che hai illuminato questa santissima notte con lo splendore di Cristo, vera luce del mondo, concedi a noi, che sulla terra lo contempliamo nei suoi misteri, di partecipare alla sua gloria nel cielo ».
La messa della notte dovrebbe essere preceduta da un grande silenzio, un silenzio che ci permetta di cogliere la portata inaudita dell’evento che si celebra.
Il Verbo, generato ab-aeterno dal Padre – « ego hodie genui te », cantava l’antico introito – scende tra noi. « O admirabile commercium! (O ammirabile scambio!) ». Il creatore del genere umano, assumendo un corpo come noi, si è degnato di nascere dalla Vergine. « Et largitus est nobis suam deitatem »: ci ha elargito la sua deità, ci ha fatto partecipi della natura divina (divinae consortes naturae: 2 Pt1,4). « Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce… poiché un bambino è nato per noi » (1ª lettura).

La profezia di Is 9 si riferisce alle popolazioni della regione nord-est di Israele, assegnata alle tribù di Zabulon e Neftali, dove la via maris attraversava la regione chiamata « curva dei gojim » e più tardi Galilea. Quelle popolazioni, verso gli anni 739-734 a.C. erano state umiliate dalle deportazioni di Tiglat-Pilezer, re di Assiria. Isaia prevede un ritorno dei deportati: le tenebre saranno cambiate in luce.
Questa liberazione è messa da Isaia in relazione con la nascita di un bambino di stirpe davidica, chiamato simbolicamente Emmanuele, Dio-con-noi, destinato a instaurare un’epoca di pace. Probabilmente Isaia pensa al figlio di Acaz, Ezechia, che sarà uno dei migliori re di Gerusalemme (716-687). Questo passaggio dalle tenebre alla luce ricorda al profeta un altro evento (« come ai tempi di Madian… »): la notte della vittoria di Gedeone su Madian quando ai trecento prodi bastò suonare le trombe e gridare: « Per Adonaj e per Gedeone! » e rompere le brocche, così che le torce brillassero nella notte, perché l’esercito nemico fosse messo in rotta e fosse spezzato il giogo che gravava sulle spalle di Israele. Gli Israeliti potevano finalmente mietere il loro grano nelle aie, cantando, alla luce del sole e non più nei nascondigli.

Matteo riprenderà questi testi quando parlerà dell’arrivo di Gesù a Cafarnao.
Il Vangelo inizia con una parola che non viene fuori nel testo italiano, un termine che Luca usa più volte: « eghéneto » in greco, « factum est » in latino, « avvenne »: è un impersonale, l’impersonale di Dio! Indica una circostanza la cui ragione d’essere non è subito visibile, perché appartiene a Dio. Imprevisti, contrattempi (un editto…), cose dritte, cose storte… tutto entra in un misterioso disegno di Dio che a noi sfugge.
Ma veniamo al punto centrale: « Per Maria si compirono i giorni del parto ».
Tutto nella normalità: un bambino come i nostri, con i movimenti, i vagiti e i bisogni di ogni bambino. Maria lo avvolge in fasce e lo depone in una mangiatoia. La parola mangiatoia (praesepium) che Luca ci martella per tre volte assume evidentemente un’importanza eccezionale. Perché non c’era posto per loro nella stanza comune, il « katálüma ». Luca userà un’altra volta questa parola parlando della stanza dell’ultima cena, la camera al piano
superiore. Nelle case povere era l’unica stanza, dove alloggiavano, si mangiava, si dormiva: alla notte si stendevano stuoie, brandine per dormire (ricordiamo la parabola dei tre pani di Luca 9). Poi c’era una grotta-stalla: Maria e Giuseppe avranno certamente preferito questo luogo più tranquillo e più adatto per l’evento. Non dobbiamo dunque pensare a un rifiuto: conosciamo il senso di ospitalità dell’oriente, e poi Giuseppe era tra i parenti. Gesù nasce a Betlemme perché Giuseppe, il capo famiglia, è di Betlemme e per il censimento occorreva tornare al paese d’origine.

La messa di mezzanotte ci invita a stare in contemplazione di questo bambino. Un bambino vivo tra noi, per noi, tutto nostro: « Deum infantem pannis involutum ». « Lo avvolse in fasce! ».
La Chiesa canta con verità: oggi è nato per noi. Non è un semplice ricordo di un evento passato, ma quell’evento è misteriosamente presente in questa notte, perché appartiene all’eternità. Il contenuto eterno di quell’evento è presente, qui e ora, per noi. « È apparsa la grazia di Dio », dice la lettera a Tito (2ª lettura).
Erompe l’inno evangelico nella notte: « Gloria a Dio e pace agli uomini ». Se Dio ha gloria, l’umanità ha pace, ecco il messaggio della notte di Natale. Dove Dio ha gloria (kavòd = peso), c’è la pace (shalom, cioè tutto ciò che, di stabile e definitivo, Dio ha sognato per ciascuno di noi).

« Maria diede alla luce il suo figlio ». Una sobrietà sconcertante. Una parola in più potrebbe diminuirne la potenza.
Fasce, mangiatoia, fatica, normalità: questo è l’ambiente delle teofanie.
Povertà e normalità non vengono abolite, ma d’ora in poi sono segno della presenza di Dio: « Questo è per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce deposto in una mangiatoia ». Cioè, in sostanza, nessun segno. Tutto normale e povero. Il Verbo si è fatto carne.

Da: Domenico MACHETTA:

Luk 1,39 Mary visits Elizabeth

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http://www.artbible.net/3JC/-Luk-01,39_Mary%20visits%20Elizabeth_La%20visitation/slides/15%20BOUTS%20THE%20VISITATION.html

Publié dans:immagini sacre |on 21 décembre, 2016 |Pas de commentaires »

LO STILE: L’ INCARNAZIONE – L’OPERARE PER L’AVVENTO DEL REGNO

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LO STILE: L’ INCARNAZIONE – L’OPERARE PER L’AVVENTO DEL REGNO

SPIRITO E VANGELO
Vieni in me, o Spirito Santo.

Accordami la tua intelligenza
perché io possa conoscere il Padre
nel meditare la parola dei Vangelo,

Accordami il tuo ardore perché,
anche quest’oggi, esortato dalla tua Parola,
ti cerchi nei fatti e nelle persone
che ho incontrato.

Accordami la tua sapienza,
perché io sappia rivivere
e giudicare alla luce della Parola
quello che oggi ho vissuto.

Accordami la perseveranza
perché con pazienza io penetri
il messaggio di Dio nel Vangelo
e ne ricavi l’illuminazione,
per vivere e amare la vita
e il Signore della vita.

Accordami la tua fiducia
perché sappia di essere fin d’ora
in comunione misteriosa con Dio,
in attesa di immergermi in lui,
nella vita eterna dove la sua Parola
sarà finalmente svelata
e pienamente realizzata.
(San Tommaso d’Aquino)

1. INTRODUZIONE : IL CASO SERIO DI MARIA
Queste parole di San Tommaso ci introducono al mistero della presenza dello Spirito il quale trasforma degli schiavi in figli, dei paurosi in temerari, dei succubi in persone libere come in Maria. “ Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi “. E’ lo Spirito che ci conduce alla pienezza della Verità e della Vita come ci testimoniano gli esempi successivi .

MAXIMILIAN KOLBE
« Nessuno nel mondo potrà cambiare la verità. Ciò che possiamo e dobbiamo fare è cercare la verità e servirla quando l’avremo trovata. La vera battaglia è all’interno. Al di là degli eserciti di occupazione e delle barbarie dei campi di sterminio, ci sono, nelle profondità di ogni anima, due nemici inconciliabili.
E a che servono le vittorie sul campo di battaglia se siamo sconfitti interiormente? ».

OSCAR ROMERO
« Sono spesso minacciato di morte, ma come cristiano io non credo alla morte come fine di tutto, bensì la credo porta e via verso la risurrezione. Se mi uccidono io rinascere a nuova vita e resterò sempre vicino al popolo salvadoregno, al mio popolo: lo dico questo in tutta umiltà, senza nessun vanto. Come pastore, devo dare la vita per quelli che il Signore mi ha affidato, donare la mia vita per tutti, anche per quelli che stanno per uccidermi. Se quanto è minacciato, sarà attuato, io fin d’ora offro il mio sangue per la salvezza e la rinascita di El Salvador.
Il martirio è un grande dono di Dio che io non credo di meritare. Ma se Dio accetterà il sacrificio della mia vita, se Dio vorrà che il mio sangue sia seme di libertà, allora presto la nostra speranza sarà realtà. Se la mia morte sarà bene accetta a Dio, la offro per la liberazione del mio popolo e come segno di speranza futura. Dì loro, qualora riescano ad uccidermi, che io li perdono e li benedico. Che essi possano intendere che uccidere un vescovo è tempo sprecato. La Chiesa di Dio, le Sue verità non verranno mai meno » (riportato nell’«Orientaction », 13.4.1980).

DIETRICH BONHOEFFER
Azione
« Tentare di fare ciò che è giusto, non ciò che la tua immaginazione ti dice, prendere le occasioni valorosamente, non dubitare – la libertà si può avere soltanto attraverso le azioni, non per mezzo dei pensieri, non prendendo il volo, non essendo debole e nemmeno timoroso, ma uscendo nella tempesta e agendo, confidando in Dio e seguendo con fede il suo comandamento; la libertà, esultante, accoglierà il tuo spirito con gioia »
(da Stazioni sulla via verso la libertà).
Insegnamento
« Se ti esponi a cercare la libertà, allora impara, prima di tutto, a governare la tua anima e i tuoi sentimenti, poiché le passioni e il desiderio ti potrebbero distogliere dalla via da seguire. La tua mente e il corpo siano casti e, una volta dominati, cerchino di raggiungere con ubbidienza e fermezza lo scopo stabilito; soltanto attraverso la disciplina l’uomo può imparare ad essere libero »
(Brano ripreso dall’opera scritta da Bonhoeffer nella prigione di Tegel nel 1944, dal titolo Stazioni sulla via verso la libertà).
2. Lo Spirito Santo nel dissidio interno dell’uomo:
la carne ha desideri contrari allo spirito, e lo spirito ha desideri contrari alla carne
Risulta dalla storia della salvezza che il farsi vicino e presente di Dio all’uomo e al mondo, nella «condiscendenza» dello Spirito, incontra nella nostra realtà umana resistenza ed opposizione.
2A) L’opposizione a Dio, che è Spirito invisibile, nasce in una certa misura già sul terreno della radicale diversità del mondo da lui, cioè dalla sua «visibilità» e «materialità» in rapporto a lui «invisibile» e «assoluto Spirito»; dalla sua essenziale e inevitabile imperfezione in rapporto a lui, essere perfettissimo.
Ma l’opposizione diventa conflitto, ribellione sul terreno etico per quel peccato che prende possesso del cuore umano, nel quale «la carne ha desideri contrari allo spirito, e lo spirito ha desideri contrari alla carne»
Di questo peccato lo Spirito Santo deve «convincere il mondo».
San Paolo è colui che in modo particolarmente eloquente descrive la tensione e la lotta, che agita il cuore umano.
«Vi dico dunque – leggiamo nella Lettera ai Galati -: camminate secondo lo spirito, e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne, la carne, infatti, ha desideri contrari allo spirito, e lo spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste »
.Già nell’uomo come essere composto, spirituale-corporale, esiste una certa tensione, si svolge una certa lotta di tendenze tra lo «spirito» e la «carne». Ma essa di fatto appartiene all’eredità del peccato, ne è una conseguenza e, nello stesso tempo, una conferma. Essa fa parte dell’esperienza quotidiana. Come scrive l’apostolo:
«Del resto, le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio…. ubriachezze, orge e cose del genere». Sono i peccati che si potrebbero definire «carnali». Ma l’Apostolo ne aggiunge anche altri: «Inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie» »I. Tutto questo costituisce «le opere della carne».
Ma a queste opere, che sono indubbiamente cattive, Paolo contrappone «il frutto dello Spirito», come «amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di se» . Dal contesto risulta chiaro che per l’apostolo non si tratta di discriminare e di condannare il corpo, che con l’anima spirituale costituisce la natura dell’uomo e la sua soggettività personale; egli tratta, invece, delle opere, -o meglio delle stabili disposizioni – virtù e vizi – moralmente buone o cattive, che sono frutto di sottomissione (nel primo caso) oppure di resistenza (nel secondo) all’azione salvifica dello Spirito Santo. Perciò, l’apostolo scrive:
«Se pertanto viviamo dello spirito, camminiamo anche secondo lo spirito ». E in altri passi: «Coloro infatti che vivono secondo la carne, pensano alle cose della carne; quelli, invece, che vivono secondo lo spirito, alle cose dello spirito»; «Viviamo, infatti, sotto il dominio dello spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in noi »
La contrapposizione che san Paolo stabilisce tra la vita «secondo lo spirito» e la vita «secondo la carne», genera un’ulteriore contrapposizione: quella della «vita» e della «morte». «I desideri della carne portano alla morte, mentre i desideri dello spirito portano alla vita e alla pace»; di qui l’am-monimento:
«Se vivete secondo la carne, voi morirete; se, invece, con l’aiuto dello Spirito fate morire le opere del corpo, voi vivrete».
A ben considerare, questa è un’esortazione a vivere nella verità, cioè secondo i dettami della retta coscienza e, nello stesso tempo, è una professione di fede nello Spirito di verità, come in colui che dà la vita. Il corpo, infatti, «è morto a causa del peccato, ma lo spirito è vita a causa della giustificazione»;
«Così dunque… siamo debitori, ma non verso la carne per vivere secondo la carne»
Siamo piuttosto debitori a Cristo, che nel mistero pasquale ha operato la nostra giustificazione, ottenendo a noi lo Spirito Santo: «Infatti, siamo stati comprati a caro prezzo».
Nei testi di san Paolo si sovrappongono – e reciprocamente si compenetrano – la dimensione ontologica (la carne e lo spirito), quella etica (il bene e il male morale), quella pneumatologica (l’azione dello Spirito Santo nell’ordine della grazia). Le sue parole (specialmente nelle Lettere ai Romani e ai Galati) ci fanno conoscere e sentire al vivo la grandezza di quella tensione e lotta, che si svolge nell’uomo tra l’apertura verso l’azione dello Spirito Santo e la resistenza e l’opposizione a lui, al suo dono salvifico. I termini o poli contrapposti sono, da parte dell’uomo, la sua limitatezza e peccaminosità, punti nevralgici della sua realtà psicologica ed etica; e, da parte di Dio, il mistero del dono, quell’incessante donarsi della vita divina nello Spirito Santo.
Di chi sarà la vittoria? Di chi avrà saputo accogliere il dono.
2B) La resistenza allo Spirito Santo, che san Paolo sottolinea nella dimensione interiore e soggettiva come tensione, lotta, ribellione che avviene nel cuore umano, trova nelle varie epoche della storia e, specialmente, nell’epoca moderna la sua dimensione esteriore, concretizzandosi come contenuto della cultura e della civiltà, come sistema filosofico, come ideologia, come programma di azione e di formazione dei comportamenti umani.
Essa trova la sua massima espressione nel materialismo, sia nella sua forma teorica – come sistema di pensiero, sia nella sua forma pratica – come metodo di lettura e di valutazione dei fatti e come programma, altresì, di condotta corrispondente.
Il sistema che ha dato il massimo sviluppo e ha portato alle estreme conseguenze operative questa forma di pensiero, di ideologia e di prassi, è il materialismo dialettico e storico, riconosciuto tuttora come sostanza vitale del marxismo.
2C) Nella contrapposizione paolina dello «spirito» e della «carne» è inscritta anche la contrapposizione della «vita» e della «morte».
Grave problema, questo, circa il quale bisogna dire subito che il materialismo, come sistema di pensiero, in ogni sua versione, significa l’accettazione della morte quale definitivo termine dell’esistenza umana. Tutto ciò che è materiale, è corruttibile e, perciò, il corpo umano (in quanto «animale») è mortale. Se l’uomo nella sua essenza è solo «carne», la morte rimane per lui un confine e un termine invalicabile. Allora si capisce come si possa dire che la vita umana è esclusivamente un «esistere per morire».
Bisogna aggiungere che sull’orizzonte della civiltà contemporanea – specialmente di quella più sviluppata in senso tecnico-scientifico – i segni e i segnali di morte sono diventati particolarmente presenti e frequenti.
In mezzo a questa cultura di morte «gemiamo interiormente aspettando la redenzione del nostro corpo, ossia di tutto il nostro essere umano, corporeo e spirituale.
Gemiamo, sì, ma in un’attesa carica di indefettibile speranza, perché proprio a questo essere umano si è avvicinato Dio, che è Spirito. Dio Padre ha mandato «il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e, in vista del peccato, ha condannato il peccato» . Al culmine del mistero pasquale, il Figlio di Dio, fatto uomo e crocifisso per i peccati del mondo, si è presentato in mezzo ai suoi apostoli dopo la risurrezione, ha alitato su di loro e ha detto: «Ricevete lo Spirito Santo». Questo «soffio» continua sempre. Ed ecco, «lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza».
3 . Lo Spirito Santo nel rafforzamento dell’«uomo interiore
3 a ) Il mistero della Risurrezione e della Pentecoste è annunciato e vissuto dalla Chiesa, che è l’erede e la continuatrice della testimonianza degli apostoli circa la risurrezione di Gesù Cristo.
«Colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo dei suo Spirito, che abita in voi».
Nel nome della risurrezione di Cristo la Chiesa annuncia la vita, che si è manifestata oltre il limite della morte, la vita che è più forte della morte.
Al ternpo stesso, essa annuncia colui che dà questa vita: lo Spirito vivificatone, lo annuncia e con lui coopera nel dare la vita. Infatti, se «il corpo è morto a causa del peccato, lo spirito è vita a causa della giustificazione» operata da Cristo crocifisso e risorto.
E in nome della risurrezione di Cristo la Chiesa serve la vita che proviene da Dio stesso, in stretta unione ed in umile servizio allo Spirito.
Proprio per questo servizio l’uomo diventa in modo sempre nuovo la «via della Chiesa»,
Unita con lo Spirito, la Chiesa è consapevole più di ogni altro della realtà dell’uomo interiore, di ciò che nell’uomo è più profondo ed essenziale, perché spirituale ed incorruttibile.
A questo livello lo Spirito innesta la «radice dell’immortalità » , dalla quale spunta la nuova vita: cioè, la vita dell’uomo in Dio, che, come frutto della sua autocomunicazione salvifica nello Spirito Santo, può svilupparsi e consolidarsi solo sotto l’azione di costui.
Perciò, l’apostolo si rivolge a Dio in favore dei credenti, ai quali dichiara:
«Piego le ginocchia davanti al Padre…, perché vi conceda… di essere ,potentemente rafforzati dal suo Spirito nell’uomo interiore»
Sotto l’influsso dello Spirito Santo matura e si rafforza quest’uomo interiore, cioè «spirituale». Grazie alla divina comunicazione lo spirito umano, che «conosce i segreti dell’uomo», si incontra con lo «Spirito che scruta le profondità di Dio» .
In questo Spirito, che è il dono eterno, Dio uno e trino si apre all’uomo, allo spirito umano. Il soffio nascosto dello Spirito divino fa sì che lo spirito umano si apra, a sua volta, davanti all’aprirsi salvifico e santificante di Dio.
Per il dono della grazia, che viene dallo Spirito, l’uomo entra in «una vita nuova», viene introdotto nella realtà soprannaturale della stessa vita divina e diventa «dimora dello Spirito Santo», «tempio vivente di Dio» . Per lo Spirito Santo, infatti, il Padre e il Figlio vengono a lui e prendono dimora presso di lui »‘.
Nella comunione di grazia con la Trinità si dilata l’«area vitale» dell’uomo, elevata al livello soprannaturale della vita divina. L’uomo vive in Dio e di Dio: vive «secondo lo Spirito» e «pensa alle cose dello Spirito».
L’intima relazione con Dio nello Spirito Santo fa sì che l’uomo comprenda in modo nuovo anche se stesso, la propria umanità come dono e amore. Dono e amore: è questa l’eterna potenza dell’aprirsi di Dio uno e trino all’uomo e al mondo, nello Spirito Santo.
3B ) Quando, sotto l’influsso dei Paraclito, gli uomini scoprono questa dimensione divina del loro essere e della loro vita, sia come persone che come comunità, essi sono in grado di liberarsi dai diversi determinismi, derivati principalmente dalle basi materialistiche del pensiero, della prassi e della sua relativa metodologia.
Nella nostra epoca questi fattori sono riusciti a penetrare fin nell’intimo dell’uomo, in quel santuario della coscienza, dove lo Spirito Santo immette di continuo la luce e la forza della vita nuova secondo la «libertà dei figli di Dio». La maturazione dell’uomo in questa vita è impedita dai condizionamenti e dalle pressioni, che su di lui esercitano le strutture e i meccanismi dominanti nei diversi settori della società. Si può dire che in molti casi i fattori sociali, anziché favorire lo sviluppo e l’espansione dello spirito umano, finiscono con lo strapparlo alla genuina verità del suo essere e della sua vita sulla quale veglia lo Spirito Santo per sottometterlo al «principe di questo mondo».

4. La via principale per rafforzare l’uomo interiore
L’Eucarestia
La più completa espressione sacramentale della «dipartita» di Cristo per mezzo del mistero della Croce e della Risurrezione è l’Eucaristia.
In essa si realizza ogni volta sacramentalmente la sua venuta, la sua presenza salvifica: nel sacrificio e nella comunione. Si realizza per opera dello Spirito Santo, all’interno della sua propria missione.
Mediante l’Eucaristia lo Spirito Santo realizza quel «rafforzamento dell’uomo interiore», di cui parla la Lettera agli Efesini. Mediante l’Eucaristia le persone e le comunità, sotto l’azione del Paraclito consolatore, imparano a scoprire il senso divino della vita umana, quel senso, per cui Gesù Cristo «svela pienamente l’uomo all’uomo», suggerendo «una certa similitudine tra l’unione delle Persone divine e l’unione dei figli di Dio nella verità e nella carità » Una tale unione si esprime e si realizza specialmente mediante l’Eucaristia, nella quale l’uomo, partecipando al sacrificio di Cristo, impara anche a «ritrovarsi… attraverso un dono… di se , nella comunione con Dio e con gli altri uomini, suoi fratelli.
La Preghiera
La preghiera è la rivelazione di quell’abisso, che è il cuore dell’uomo: una profondità, che è da Dio e che solo Dio può colmare, proprio con lo Spirito Santo. Leggiamo in Luca:
«Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono »
Lo Spirito Santo è il dono, che viene nel cuore dell’uomo insieme con la preghiera.
In questa egli si manifesta prima di tutto e soprattutto come il dono, che «viene in aiuto alla nostra debolezza». Il magnifico pensiero sviluppato da san Paolo nella Lettera ai Romani, quando scrive: «Noi nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili » .
Dunque, lo Spirito Santo non solo fa sì che preghiamo, ma ci guida «dall’interno» nella preghiera, supplendo alla nostra insufficienza, rimediando alla nostra incapacità di pregare: egli è presente nella nostra preghiera e le dà una dimensione divina. Così «colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio» La preghiera per opera dello Spirito Santo diventa l’espressione sempre più matura dell’uomo nuovo, che per mezzo di essa partecipa alla vita divina.
Ed ora alcuni testi per meditare l’azione dello Spirito nel nostro cuore :

SPIRITO ED ETERNITA’
Spirito Santo, che hai colmato
di grazie immense l’anima di Maria
e infiammato di santo zelo il cuore
degli apostoli, accendi il mio cuore dei tuo amore.
Tu sei uno spirito divino:
rendimi forte contro gli spiriti cattivi.
Tu sei un fuoco: accendi in me
il fuoco dei tuo amore.
Tu sei una luce: illuminami,
fammi conoscere le realtà esterne.
Tu sei una colomba:
donami un agire puro.
Tu sei un soffio pieno di dolcezza:
dissipa le tempeste della passioni.
Tu sei una lingua: insegnami il modo
di lodarti continuamente.
Tu sei una nube: avvolgimi
all’ombra della tua protezione.
Tu sei l’autore di tutti i doni celesti:
dammi la vita con la grazia, santificami
con la tua carità, dirigimi con la tua sapienza,
nella tua bontà adottami come figlio e
salvami nella tua misericordia,
perché io non mi stanchi di benedirti,
di lodarti e di amarti in questa vita terrena
e poi in cielo per tutta l’eternità.
(Alfonso Maria de Liguorí)

L’anima unita e trasformata in Dio vive in Dio e per Dio, e riflette verso di lui lo stesso impulso vitale che egli trasmette. S. Giovanni della Croce
L’anima è perfetta quando tutte le sue capacità di desiderare sono dirette verso Dio. S Marco Monaco
Quando uno cerca un certo oggetto non sente gioia finché non l’abbia trovato. Ma quando uno cerca il Signore, lo stesso atto di cercarlo riempie di Gioia il cuore dei cercatore. Detti rabbinici
Lo Spirito Santo mi disse: “Ti do questo segno che son io a parlarti, e ad averti parlato: ti do la croce e l’amor di Dio dentro di te; e questo segno sarà con te in eterno”. E subito sentii che l’anima mia si scioglieva nell’amor di Dio. Beata Angela da Foligno
Molti sono gli ascoltatori ma non tutti sono persuasi di quello che si dice; si convincono solo quelli a cui Dio parla nell’intimo. S. Agostino

Publié dans:INCARNAZIONE (L'I), NATALE 2016 |on 21 décembre, 2016 |Pas de commentaires »
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