Archive pour octobre, 2016

VIVERE PER UN ALTRO (AMBIGUITÀ DEL) di C .S. Lewis

http://www.gliscritti.it/preg_lett/antologia/vivere_per_un_altro.htm

VIVERE PER UN ALTRO (AMBIGUITÀ DEL)

di C .S. Lewis

(da I quattro amori)

Molte perversioni dell’affetto sono collegate principalmente all’affetto inteso come “amore bisogno”; ma anche l’affetto nella sua forma di “amore dono” non è immune da travisamenti. Penso a una certa signora Fidget, che morì alcuni mesi or sono. E’ sorprendente vedere come la sua famiglia, da allora, si sia rianimata. L’espressione tesa è scomparsa dal volto di suo marito; a volte lo si vede persino sorridere. Il figlio più piccolo, che consideravo una creatura scontrosa e malevola, sta ora rivelando doti di umanità. Il maggiore, che non era mai in casa, se non nei momenti che passava a letto, ora è quasi sempre là, e si è messo a risistemare il giardino. La figlia, considerata da tutti “di salute cagionevole” (anche se non ero mai riuscito a scoprire di che male soffrisse) ora prende lezioni di equitazione – il che un tempo sarebbe stato impensabile – va a ballare tutte le sere e gioca quanto vuole a tennis. Persino il cane, che non poteva uscire se non condotto al guinzaglio, ora è un ben noto membro del Club del Lampione della strada dove abitano. Si sentiva spesso dire, alla signora Fidget, che viveva per la sua famiglia, il che non era certo falso, come tutti i vicini ben sapevano. “Quella donna vive per la sua famiglia – dicevano – che moglie, e che madre!” Faceva tutti i bucati da sola. Vero; lo faceva male, e si sarebbero potuti permettere la spesa della lavanderia; spesso la pregavano di non farlo, ma lei continuava ostinatamente. C’era sempre qualcosa di caldo a pranzo per chi restava a casa, e sempre qualcosa di caldo per cena (anche d’estate). La imploravano di non preparare nulla; le giuravano, quasi con il pianto in gola, di preferire i piatti freddi (ed era vero), ma senza risultato. Lei viveva per la sua famiglia. Rimaneva sempre alzata per dare il “bentornato” a chi, di notte, rincasava tardi; le due o le tre del mattino, non faceva differenza, trovavi sempre lì ad aspettarti quel viso tirato, fragile e pallido, quasi una silenziosa accusa; il che significava, naturalmente, che non si poteva uscire troppo spesso, a meno di non passare per un individuo senza scrupoli. Per di più, era sempre indaffarata per qualche cosa; ella si reputava, infatti (non so giudicare se a ragione o torto), un’eccellente sarta dilettante e un’esperta della maglia. E’ ovvio che poi, in casa, fossero tutti costretti a indossare quella roba; a detta del vicario, dopo la sua morte, i contributi di quella famiglia alle “vendite di beneficenza” superano, da soli, quelli messi insieme da tutti gli altri parrocchiani. E poi, come si preoccupava della loro salute! Da sola sopportava il fardello della “salute delicata” della figlia. Il dottore – un vecchio amico, dato che tutto veniva fatto al di fuori dell’assistenza sanitaria pubblica – non poteva mai parlare direttamente con la sua paziente, dopo una brevissima visita la madre se lo portava in un’altra stanza; la ragazza non doveva avere alcuna preoccupazione, nessuna responsabilità per la propria salute; per lei c’erano soltanto cure amorose, carezze, diete speciali, disgustosi cordiali ricostituenti, e colazioni a letto. La signora Fidget, infatti, com’era solita ripetere, si “ammazzava di lavoro” per la sua famiglia. Non c’era modo di impedirglielo, né era possibile restarsene seduti a guardarla, senza sentirsi in colpa. Dovevano aiutarla; la verità è che si sentivano continuamente in dovere di aiutarla. Il che significa che erano costretti a fare delle cose per lei, onde aiutarla a fare delle cose per loro che, personalmente, non desideravano ella facesse. Quanto al suo caro cagnolino, diceva di considerarlo “proprio come uno dei miei figli”. Fin dove le era riuscito, infatti, esso assomigliava esattamente a uno di loro, ma, non avendo scrupoli, se la passava molto meglio e, per quanto sottoposto a continui controlli veterinari e diete, e guardato a vista, riusciva talvolta a raggiungere il bidone della spazzatura o il cane del vicino. Il vicario dice che ora la signora Fidget riposa in pace, speriamo sia davvero così; quello che è certo, è che ora la sua famiglia ha finalmente trovato la pace. E’ facile come, nel caso dell’istinto materno, la tendenza a comportarsi in questo modo sia, per così dire, innata. L’affetto materno, infatti, è un “amore dono” ma tale da avere bisogno di dare; perciò ha bisogno di rendersi necessario, mentre lo scopo proprio di un dono dovrebbe essere quello di porre chi lo riceve nella condizione di non avere più bisogno del nostro dono. Si nutrono i figli per metterli presto in grado di nutrirsi da soli; si insegna loro affinché presto possano fare a meno dei nostri insegnamenti. E’ dunque un compito ingrato quello che spetta all’ “amore dono”: esso deve, infatti, operare in vista della propria abdicazione. Dobbiamo mirare a renderci superflui. Il momento in cui potremo dire: “Non hanno più bisogno di me” dovrebbe anche essere il momento della nostra ricompensa. Ma il nostro istinto, di per sé, non può arrivare a tanto; esso desidera il bene del proprio oggetto, ma non in maniera così limpida: desidera soltanto il bene che noi stessi possiamo dargli. Dovrebbe invece subentrare un tipo d’affetto più alto, che desideri veramente e soltanto il bene del proprio oggetto, da qualunque parte gli venga, aiutandoci ad addomesticare l’istinto, e a metterlo quindi in grado di abdicare. Questo riesce di frequente; ma dove ciò non si verifica, il bisogno famelico di rendersi necessari troverà giustificazione in sé stesso, o tenendo il proprio oggetto in condizione di eterna dipendenza, o creando per lui dei bisogni fittizi. E lo farà con tanta maggiore spregiudicatezza quanto più sarà convinto, con un fondamento di verità, di essere un “amore dono” e, come tale, “altruista”. Anche la mia professione – l’insegnamento universitario – è, in questo senso, pericolosa. Se un docente vale davvero, dovrà impegnarsi affinché giunga presto il momento in cui i suoi allievi saranno in grado di essere i suoi critici e rivali. Dovremmo provare un gran piacere, una volta giunto questo momento, allo stesso modo che il maestro di scherma è soddisfatto quando un allievo arriva a toccarlo con il fioretto e a disarmarlo. E molti, effettivamente provano soddisfazione.

 

Publié dans:MISTICA |on 5 octobre, 2016 |Pas de commentaires »

LA BIBBIA NELLA COMUNICAZIONE ARTISTICA

http://www.artcurel.it/ARTCUREL/RELIGIONE/LA%20BIBBIA/labibbianellacomunicazioneartisticaCesareBissoli.htm

LA BIBBIA NELLA COMUNICAZIONE ARTISTICA

Alcune considerazioni in merito alla pratica scolastica

di Cesare Bissoli

1. Quale arte è la Bibbia
La nostra prassi abituale di incontrare il Libro Sacro è quella della lettura di pensieri codificati in un testo, spinti dalla convinzione spontanea che più estraiamo dalla Bibbia concetti precisi su chi è Dio, l’uomo, la storia, la morale… più la comprendiamo, e da credenti ascoltiamo veramente la Parola di Dio. Non è un percorso sbagliato, ma incompleto e impoverito. In realtà l’uomo biblico, su ispirazione di Dio, fece il suo Libro Sacro proprio “a regola d’arte”. Già dovrebbe metterci sull’attenti l’immensa fecondità artistica della Bibbia, tale da essere in occidente la matrice più ampia dell’arte. Gli studi portati avanti dai moderni sono arrivati al pensiero circolare che «la Bibbia (è) codice dell’arte e l’arte codice dell’esegesi».
Le ragioni di una comprensione della Bibbia come arte si possono ricondurre a due:
1° la motivazione ontologica: se l’arte è espressione del bello, la Bibbia intende esprimere il Mistero stesso della bellezza che è Dio, di cui Gesù Cristo è l’icona visibile (Col 1,15). Entrare nella Bibbia è entrare nel “ bello” di Dio. Almeno questa è la convinzione dell’uomo biblico che dovremo scandagliare;
2° la motivazione estetica: la Bibbia non solo comunica la Bellezza, ma la esprime con bellezza, artisticità. Ravasi ha cercato più di ogni altro di sviluppare questa verità incastonandola in tre affermazioni che sintetizziamo:
* La Bibbia offre una sua teoria estetica, compendiabile nelle parole originarie del racconto di creazione del mondo: ”Dio vide ki tob” (Gen 1,4.10…), cioè la realtà creata è buona/bella.
Tale è il cosmo, armonia profonda di contrari, come il mare e la terra e il cielo (cf Gb 38); tale è l’uomo, nesso inscindibile tra corporeità e spiritualità, tra eros e amore, tra polvere e respiro divino, “ immagine e somiglianza”, cioè icona di Dio (Gen 1,26-27). Il Cantico dei Cantici ne è la espressione compiuta; tale è Gesù che dice di sé: «Io sono il pastore kalòs» (Gv 10,11.14), buono/bello: suggerisce grazia, bellezza, fascino, oltreché bontà, verità, efficacia, pienezza. Tale è Dio “tob” (Sal 34,9), buono/bello, che nella creazione è visto come artista (Gb 38-39;40-41;Sal 8;29;104.), davanti a cui la sapienza danza/gioca (Pr 8,22-31).
Vi è in verità l’obbligo severo di non fare “ immagine” di Dio (Es 20,4). É un silenzio iconico che vuol evitare la riduzione di Dio a prodotto umano (= il vitello d’oro, Es 32-34), ma che nella verità di Gesù, “parola di Dio e icona di Dio” fatta carne, può essere “ascoltato e visto”, dove l’immagine e la parola devono stare insieme in una tensione difficile ma necessaria, pertanto la parola si allarga in immagine, e l’immagine si concentra nella parola.
* La Bibbia si offre come un prodotto estetico, artistico. Ricordiamo che è “il giardino dei simboli” (T.S.Eliot). Senza l’attenzione alla verità del simbolico, la Bibbia diventa incomprensibile in tutto il suo splendore: il libro di Giobbe, il Salterio, l’Apocalisse, le parabole evangeliche (”Gesù fuor di parabola non diceva nulla”: Mt 13, 34).
Ricordiamo il versetto salmodico “ cantate inni con arte” (Sal 47,8) per cui l’arte del canto dice Dio (cf Sal 150). Non manca il ricorso all’arte statuaria e architettonica (Tempio e Gerusalemme, Es 25-27;35-38; 1-2 Re; Ez 40-48). L’arte letteraria è ben consapevole negli autori, come il dramma in Giobbe; la poetica dei Salmi, vero ed ineguagliato microcosmo poetico incentrato su Dio, il cosmo, l’uomo; l’epica dell’Esodo; il narrativo dei Patriarchi, dei Giudici, di Giona, Rut, Tobia, dei Vangeli…, fino ai piccoli ma continui segnali, colti da una avvertita filologia, dati dall’uso delle figure del dire: parallelismi, sonorità verbali, gioco di nomi, di numeri… Una lingua incantata per dire l’incanto di un contenuto avvertito sublime. Verrebbe da dire: più che un teologo, l’artista e il poeta sono le persone adatte a cogliere i grandi pensieri che fanno la teologia della Bibbia.
* La Bibbia esige una esegesi estetica. È la conclusione elementare in due direzioni: da un lato la Bibbia è diventata sorgente di arte, dall’altro l’arte diventa interprete della Bibbia. Sono i due aspetti che sviluppiamo qui sotto.

2. La Bibbia come inesauribile fonte di arte
È un’affermazione del tutto ovvia tanto il panorama è immenso. Ci basta qui suggerire alcuni pensieri: un giudizio autorevole di Giovanni Paolo II; le espressioni artistiche che hanno fin qui mediato l’ispirazione biblica; una breve storia di tali effetti, anche questa per mano di Giovanni Paolo II.

1) L’arte davanti al mistero del Verbo incarnato
La Legge dell’Antico Testamento presenta un esplicito divieto di raffigurare Dio invisibile ed inesprimibile con l’aiuto di «un’immagine scolpita o di metallo fuso» (Dt 27,15), perché Dio trascende ogni raffigurazione materiale: «Io sono colui che sono» (Es 3,14). Nel mistero dell’Incarnazione, tuttavia, il Figlio di Dio in persona si è reso visibile: «Quando venne la pienezza del tempo. Dio mandò il suo Figlio nato da donna» (Gal 4,4). Dio si è fatto uomo in Gesù Cristo, il quale è diventato così «il centro a cui riferirsi per poter comprendere l’enigma dell’esistenza umana, del mondo creato e di Dio stesso».
Questa fondamentale manifestazione del «Dio-Mistero» si pose come incoraggiamento e sfida per i cristiani, anche sul piano della creazione artistica. Ne è scaturita una fioritura di bellezza che proprio da qui, dal mistero dell’Incarnazione, ha tratto la sua linfa. Facendosi uomo, infatti, il Figlio di Dio ha introdotto nella storia dell’umanità tutta la ricchezza evangelica della verità e del bene, e con essa ha svelato anche una nuova dimensione della bellezza: il messaggio evangelico ne è colmo fino all’orlo.
La Sacra Scrittura è diventata così una sorta di «immenso vocabolario» (P. Claudel) e di «atlante iconografico» (M. Chagall), a cui hanno attinto la cultura e l’arte cristiana. Lo stesso Antico Testamento, interpretato alla luce del Nuovo, ha manifestato filoni inesauribili di ispirazione.
A partire dai racconti della creazione, del peccato, del diluvio, del ciclo dei Patriarchi, degli eventi dell’esodo, fino a tanti altri episodi e personaggi della storia della salvezza, il testo biblico ha acceso l’immaginazione di pittori, poeti, musicisti, autori di teatro e di cinema. Una figura come quella di Giobbe, per fare solo un esempio, con la sua bruciante e sempre attuale problematica del dolore, continua a suscitare insieme l’interesse filosofico e quello letterario ed artistico. E che dire poi del Nuovo Testamento? Dalla Natività al Golgota, dalla Trasfigurazione alla Risurrezione, dai miracoli agli insegnamenti di Cristo, fino agli eventi narrati negli Atti degli Apostoli o prospettati dall’Apocalisse in chiave escatologica, innumerevoli volte la parola biblica si è fatta immagine, musica, poesia, evocando con il linguaggio dell’arte il mistero del «Verbo fatto carne».
Nella storia della cultura tutto ciò costituisce un ampio capitolo di fede e di bellezza. Ne hanno beneficiato soprattutto i credenti per la loro esperienza di preghiera e di vita. Per molti di essi, in epoche di scarsa alfabetizzazione, le espressioni figurative della Bibbia rappresentarono persino una concreta mediazione catechetica Questo principio pedagogico è stato autorevolmente enunciato da S. Gregorio Magno in una lettera del 599 al Vescovo di Marsiglia Sereno: «La pittura è adoperata nelle chiese perché gli analfabeti, almeno guardando sulle pareti, leggano ciò che non sono capaci di decifrare sui codici» (Epistulae, IX, 209: CCL 140A, 1714). Ma per tutti, credenti e non, le realizzazioni artistiche ispirate alla Scrittura rimangono un riflesso del mistero insondabile che avvolge ed abita il mondo (Lettera del Papa Giovanni Paolo II agli Artisti, n. 5).

2) I grandi canali artistici che esprimono la Bibbia
Ne facciamo solo cenno per intuire almeno la grandiosità degli effetti biblici nel mondo dell’arte. Esiste un singolare libro che fa entrare in questo argomento, Il grande dizionario illustrato dei personaggi biblici. Storia, letteratura, arte, musica. Per ogni figura biblica da Abacuc fino a Zippora viene data una informazione relativamente ai dati dell’esegesi, alla tradizione ebraica, cristiana, islamica, nella letteratura, nella musica, nell’arte. Non è una ricerca esaustiva. Ben altre opere permettono di cogliere il respiro di questa risonanza artistica della Bibbia. Qui ci basti menzionare, alla luce del suddetto libro, i quattro grandi canali entro cui fluisce l’acqua dell’arte ispirata dalla Bibbia:
- l’arte letteraria, certamente la più vasta. Nessun grande capolavoro dell’occidente in tempi cristiani è esente dall’influsso biblico;
- l’arte grafica, sia pittorica che statuaria. É un settore straordinario, come si può vedere in tutti i musei del mondo;
- l’arte musicale, di incomparabile bellezza, da G. da Palestrina, a Bach, alle “Messe Solenni” o da” Requiem” (Mozart, Beethoven, Verdi…), agli infiniti generi musicali popolari e moderni;
- l’arte mimica o gestuale, proposta dal linguaggio del teatro e del cinema, a loro volta spesso sintesi dei linguaggi precedenti. Vi è solo l’imbarazzo della scelta per l’uno e l’altro ambito.
Non possiamo dire che quanto dicono queste arti siano prodotti eccellenti. Bisognerà avere capacità critica di lettura. Ma ciò non toglie che siano strettamente legati al mondo biblico. Confessiamo che mediamente tra di noi, anche nella scuola, gli spazi culturali su questo argomento sono assai modesti.

3) Tra Vangelo ed arte un’alleanza feconda
É un’eccellente carrellata storica ancora di Giovanni Paolo II che fissa sinteticamente, ma con forza la formidabile matrice artistica che è la Bibbia.
I primordi
L’arte che il cristianesimo incontrò ai suoi inizi era il frutto maturo del mondo classico, ne esprimeva i canoni estetici e al tempo stesso ne veicolava i valori. La fede imponeva ai cristiani, come nel campo della vita e del pensiero, anche in quello dell’arte, un discernimento che non consentiva la ricezione automatica di questo patrimonio. L’arte di ispirazione cristiana cominciò così in sordina, strettamente legata al bisogno dei credenti di elaborare dei segni con cui esprimere, sulla base della Scrittura, i misteri della fede e insieme un «codice simbolico», attraverso cui riconoscersi e identificarsi specie nei tempi difficili delle persecuzioni. Chi non ricorda quei simboli che furono anche i primi accenni di un’arte pittorica e plastica? Il pesce, i pani, il pastore, evocavano il mistero diventando, quasi insensibilmente, abbozzi di un’arte nuova.
Quando ai cristiani, con l’editto di Costantino, fu concesso di esprimersi in piena libertà, l’arte divenne un canale privilegiato di manifestazione della fede. Lo spazio cominciò a fiorire di maestose basiliche, in cui i canoni architettonici dell’antico paganesimo venivano ripresi e insieme piegati alle esigenze del nuovo culto. Come non ricordare almeno l’antica Basilica di San Pietro e quella di San Giovanni in Laterano, costruite a spese dello stesso Costantino? O, per gli splendori dell’arte bizantina, la Haghia Sophia di Costantinopoli voluta da Giustiniano?
Mentre l’architettura disegnava lo spazio sacro, progressivamente il bisogno di contemplare il mistero e di proporlo in modo immediato ai semplici spinse alle iniziali espressioni dell’arte pittorica e scultorea. Insieme sorgevano i primi abbozzi di un’arte della parola e del suono, e se Agostino, fra i tanti temi della sua produzione, includeva anche un De musica, Ilario, Ambrogio, Prudenzio, Efrem il Siro, Gregorio di Nazianzo, Paolino di Nola, per non citare che alcuni nomi, si facevano promotori di una poesia cristiana che spesso raggiunge un alto valore non solo teologico ma anche letterario. Il loro programma poetico valorizzava forme ereditate dai classici, ma attingeva alla pura linfa del Vangelo, come efficacemente sentenziava il santo poeta nolano: «La nostra unica arte è la fede e Cristo è il nostro canto» («At nobis ars una fides et musica Christus»: Carmen 20, 21: CCL 203, 144). Gregorio Magno, per parte sua, qualche tempo più tardi poneva con la compilazione dell’Antiphonarium la premessa per lo sviluppo organico di quella musica sacra così originale che da lui ha preso nome. Con le sue ispirate modulazioni il canto gregoriano diverrà nei secoli la tipica espressione melodica della fede della Chiesa durante la celebrazione liturgica dei sacri Misteri. Il «bello» si coniugava così col «vero», perché anche attraverso le vie dell’arte gli animi fossero rapiti dal sensibile all’eterno.
In questo cammino non mancarono momenti difficili. Proprio sul tema della rappresentazione del mistero cristiano l’antichità conobbe un’aspra controversia passata alla storia col nome di «lotta iconoclasta». Le immagini sacre, ormai diffuse nella devozione del popolo di Dio, furono fatte oggetto di una violenta contestazione. Il Concilio celebrato a Nicea nel 787, che stabilì la liceità delle immagini e del loro culto, fu un avvenimento storico non solo per la fede, ma per la stessa cultura.
L’argomento decisivo a cui i Vescovi si appellarono per dirimere la controversia fu il mistero dell’Incarnazione: se il Figlio di Dio è entrato nel mondo delle realtà visibili, gettando un ponte mediante la sua umanità tra il visibile e l’invisibile, analogamente si può pensare che una rappresentazione del mistero possa essere usata, nella logica del segno, come evocazione sensibile del mistero. L’icona non è venerata per se stessa, ma rinvia al soggetto che rappresenta.

Il Medioevo
I secoli che seguirono furono testimoni di un grande sviluppo dell’arte cristiana. In Oriente continuò a fiorire l’arte delle icone, legata a significativi canoni teologici ed estetici e sorretta dalla convinzione che, in un certo senso, l’icona è un sacramento: analogamente, infatti, a quanto avviene nei Sacramenti, essa rende presente il mistero dell’Incarnazione nell’uno o nell’altro suo aspetto. Proprio per questo la bellezza dell’icona può essere soprattutto gustata all’interno di un tempio con lampade che ardono e suscitano nella penombra infiniti riflessi di luce. Scrive in proposito Pavel Florenskij: «L’oro, barbaro, pesante, futile nella luce diffusa del giorno, con la luce tremolante di una lampada o di una candela si ravviva, poiché sfavilla di miriadi di scintille, ora qui ora là, facendo presentire altre luci non terrestri che riempiono lo spazio celeste» (La prospettiva rovesciata ed altri scritti, Roma 1984, 63).
In Occidente i punti di vista da cui partono gli artisti sono i più vari, in dipendenza anche dalle convinzioni di fondo presenti nell’ambiente culturale del loro tempo. Il patrimonio artistico che s’è venuto accumulando nel corso dei secoli annovera una vastissima fioritura di opere sacre altamente ispirate, che lasciano anche l’osservatore di oggi colmo di ammirazione. Restano in primo piano le grandi costruzioni del culto, in cui la funzionalità si sposa sempre all’estro, e quest’ultimo si lascia ispirare dal senso del bello e dall’intuizione del mistero. Ne nascono gli stili ben noti alla storia dell’arte. La forza e la semplicità del romanico, espressa nelle cattedrali o nei complessi abbaziali, si va gradatamente sviluppando negli slanci e negli splendori del gotico. Dentro queste forme non c’è solo il genio di un artista, ma l’animo di un popolo. Nei giochi delle luci e delle ombre, nelle forme ora massicce ora slanciate, intervengono certo considerazioni di tecnica strutturale, ma anche tensioni proprie dell’esperienza di Dio, mistero «tremendo» e «fascinoso». Come sintetizzare in pochi cenni, e per le diverse espressioni dell’arte, la potenza creativa dei lunghi secoli del medioevo cristiano? Un’intera cultura, pur nei limiti sempre presenti dell’umano, si era impregnata di Vangelo, e dove il pensiero teologico realizzava la Summa di S. Tommaso, l’arte delle chiese piegava la materia all’adorazione del mistero, mentre un mirabile poeta come Dante Alighieri poteva comporre «il poema sacro, / al quale ha posto mano e cielo e terra» (Paradiso XXV, 1-2), come egli stesso qualifica la Divina Commedia.

Umanesimo e Rinascimento
La felice temperie culturale, da cui germoglia la straordinaria fioritura artistica dell’Umanesimo e del Rinascimento, ha riflessi significativi anche sul modo in cui gli artisti di questo periodo si rapportano al tema religioso. Naturalmente le ispirazioni sono variegate quanto lo sono i loro stili, o almeno quelli dei più grandi tra essi. Ma non è nelle mie intenzioni richiamare cose che voi, artisti, ben conoscete. Vorrei piuttosto, scrivendovi da questo Palazzo Apostolico, che è anche uno scrigno di capolavori forse unico al mondo, farmi voce dei sommi artisti che qui hanno riversato le ricchezze del loro genio, intriso spesso di grande profondità spirituale. Da qui parla Michelangelo, che nella Cappella Sistina ha come raccolto, dalla Creazione al Giudizio Universale, il dramma e il mistero del mondo, dando volto a Dio Padre, a Cristo giudice, all’uomo nel suo faticoso cammino dalle origini al traguardo della storia. Da qui parla il genio delicato e profondo di Raffaello, additando nella varietà dei suoi dipinti, e specie nella «Disputa» della Stanza della Segnatura, il mistero della rivelazione del Dio Trinitario, che nell’Eucaristia si fa compagnia dell’uomo, e proietta luce sulle domande e le attese dell’intelligenza umana. Da qui, dalla maestosa Basilica dedicata al Principe degli Apostoli, dal colonnato che da essa si diparte come due braccia aperte ad accogliere l’umanità, parlano ancora un Bramante, un Bernini, un Borromini, un Maderno, per non citare che i maggiori, dando plasticamente il senso del mistero che fa della Chiesa una comunità universale, ospitale, madre e compagna di viaggio per ogni uomo alla ricerca di Dio.
L’arte sacra ha trovato, in questo complesso straordinario, un’espressione di eccezionale potenza, raggiungendo livelli di imperituro valore insieme estetico e religioso. Ciò che sempre di più la caratterizza, sotto l’impulso dell’Umanesimo e del Rinascimento, e poi delle successive tendenze della cultura e della scienza, è un interesse crescente per l’uomo, il mondo, la realtà della storia. Questa attenzione, di per sé, non è affatto un pericolo per la fede cristiana, centrata sul mistero dell’Incarnazione, e dunque sulla valorizzazione dell’uomo da parte di Dio. Proprio i sommi artisti su menzionati ce lo dimostrano. Basterebbe pensare al modo con cui Michelangelo esprime, nelle sue pitture e sculture, la bellezza del corpo umano. Del resto, anche nel nuovo clima degli ultimi secoli, in cui parte della società sembra divenuta indifferente alla fede, l’arte religiosa non ha interrotto il suo cammino. La constatazione si amplia, se dal versante delle arti figurative, passiamo a considerare il grande sviluppo che, proprio nello stesso arco di tempo, ha avuto la musica sacra, composta per le esigenze liturgiche, o anche solo legata a temi religiosi. A parte i tanti artisti che si sono dedicati principalmente ad essa – come non ricordare almeno un Pier Luigi da Palestrina, un Orlando di Lasso, un Tomàs Luis de Victoria? – è noto che molti grandi compositori – da Haendel a Bach, da Mozart a Schubert, da Beethoven a Berlioz, da Liszt a Verdi – ci hanno dato opere di grandissima ispirazione anche in questo campo (Lettera del Papa Giovanni Paolo II agli Artisti, nn. 6-9).

3. Saper leggere l’arte con la Bibbia
I due punti che seguono intendono evidenziare con molta modestia la ricaduta dei punti precedenti nel processo scolastico
Il primo risultato, che dà premessa ad ogni altro, è il seguente: per la buona ragione che l’IRC nella scuola di base mira all’uso della Bibbia, in particolare dei Vangeli, integrati da opportuni testi della Tradizione (cf Prog. IRC, 5, 2), occorre che l’alunno, e quindi il docente, entrino in questa zona così straordinariamente feconda con più cultura e competenza comunicativa. Cosa che vale anche nel cammino della catechesi e di ogni formazione cristiana.
Più specificamente merita chiarire alcune istanze pedagogico-didattiche che conseguono dalla Bibbia in relazione alle forme artistiche che l’esprimono. Sono tre affermazioni:
* L’arte che si ispira alla Bibbia ne è automaticamente un’esegesi pratica, un’esegesi che (in ciò più consona all’identità della Bibbia), intende dire il messaggio biblico per la via della bellezza o poetica. Ma questo non significa sempre che sia una buona esegesi tout court in senso scientifico, “storico-critico”. Il Dies Irae di Mozart o di Verdi non fanno del tutto giustizia al giudizio di Dio nella genuina visione biblica (tanto che il Dies Irae è stato messo da parte dalla riforma liturgica del Concilio). Il loro contributo va visto piuttosto nella potenza che la Parola, pur avvertita secondo i canoni della teologia del tempo, ha provocato nelle persone. Lo stesso si può dire per l’arte pittorica, ad es. di certi quadri sacro-profani del Rinascimento (quadri sia dell’Ultima Cena come pure della Natività): possono avere delle valenze esegetiche scarse, mentre ne hanno grandiose quelle artistiche. A questo scopo è doveroso dire che la caratura esegetica delle opere artistiche corrisponde al livello, grande o mediocre, della cultura biblica del tempo, anche se gli artisti mai hanno pensato di essere esegeti del testo.
* Questo comporta anche una avveduta presentazione dell’opera d’arte ai ragazzi, che prendendo alla lettera i particolari e indebitamente storicizzandoli, rischiano forzature esegetiche .In questo senso non si può fare del Giudizio Universale di Michelangelo una riproduzione storica, quasi “fotografica”, del discorso di Cristo sul giudizio in Mt 25, 31-46. Né si può dire automaticamente che lo sguardo di Cristo nell’Ultima Cena di Leonardo esprima la delusione del tradimento, quanto piuttosto – facendo un raffronto tra racconto evangelico e dipinto – la passione amorosa del dono che Egli fa di sé nei segni del pane e del vino. In concreto si richiedono da parte dell’insegnante due atteggiamenti: qualora fosse necessario (e lo è con immaturi), di precisare il senso esegetico secondo una qualificata ed aggiornata critica biblica, mostrando così convergenze e divergenze del testo con l’opera d’arte proposta; cogliere il messaggio del testo, più che i particolari di esso, perché è la globalità del senso che l’artista, bene o male, intende esprimere. Egli opera secondo un processo gestaltico, più che analitico, anche quando esprime un determinato episodio.
* E qui raggiungiamo un fondamentale criterio dell’arte secondo la Bibbia, in piena corrispondenza con la sua estetica interiore. Da un lato essa grazie al simbolo di cui è sostanziata dà la possibilità di dire “Dio è come…”, ed anche “Dio non è come…” É questa dicibilità ed insieme ineffabilità del sacro che diventano obiettivo ed insieme verifica di autenticità per quell’arte che si vuole ispirata alla Bibbia e dunque nostro parametro di lettura.

4. Saper leggere la Bibbia con l’arte
Siamo così al vero compito nella presentazione del rapporto arte e Bibbia. Quello che conta, non è tanto, per sé, constatare come l’artista è rimasto fedele o meno al testo nei suoi particolari, quanto piuttosto avvertire come l’opera d’arte fa entrare e gustare, per qualche aspetto, quello che la Bibbia afferma. Si accetta dunque di fare una certa verifica anche esegetica dell’arte, per premurarsi meglio la comprensione artistica del dato biblico, poter penetrare nel testo con gli occhi della bellezza, e così cogliere il “bello/buono” della Bibbia. Vengono alla mente tre applicazioni:
1.L’opera d’arte è tale, e sempre di più lo è, perché – come dice ancora Giovanni Paolo II – «va oltre ciò che percepiscono i sensi e, penetrando la realtà, si sforza di interpretarne il mistero nascosto. Essa scaturisce dal profondo dell’animo umano, là dove l’aspirazione a dare un senso alla propria vita si accompagna alla percezione fugace della bellezza e della misteriosa unità delle cose…Ciò che gli artisti dipingono, scolpiscono, creano non è che un barlume di quello splendore che è balenato per qualche istante davanti agli occhi del loro spirito. Di questo il credente non si meraviglia: egli sa di essersi affacciato per un attimo su quell’abisso di luce che ha in Dio la sua sorgente originaria. Ogni forma autentica d’arte è, a suo modo, una via d’accesso alla realtà più profonda dell’uomo e del mondo. Come tale, essa costituisce un approccio molto valido all’orizzonte della fede, in cui la vicenda umana trova la sua interpretazione compiuta. Ecco perché la pienezza evangelica della verità non poteva non suscitare fin dall’inizio l’interesse degli artisti, sensibili per loro natura a tutte le manifestazioni dell’intima bellezza della realtà.». Aiutare gli alunni a penetrare in questo “mistero” attraverso l’emozione dell’arte è il miglior servizio che l’arte fa alla Bibbia e che ci si attende da essa.
2. Questo comporta un certo criterio di valutazione e perciò di scelta fra le tante opere d’arte collegate al tema biblico. Non le più precise valgono, ma quelle che più fanno intuire la pienezza del mistero di Dio. In questo senso l’icona per la sua capacità di stabilità dinamica, povera nei particolari e concentrata nei volti, meglio favorisce la comprensione del testo. Questo vale non solo per l’icona bizantina, ma anche per quelle icone moderne che possono emergere anche dalle nuove correnti artistiche, una volta che si è capaci di penetrarne il significato. Rouault come Chagall possono parlare quanto i pittori bizantini delle icone.
3. Ma la maturità di una lettura artistica della Bibbia sarà raggiunta quando anche le espressioni che paiono meno propizie all’immediatezza biblica, ma che sono di pittori valenti, saranno colte nel loro sforzo, talora fallimentare, di cercare di dire il mistero. Dio è mistero. L’uomo è mistero. E dove vi è mistero ivi c’è presagio di Dio e dell’uomo. Questi parametri assumono ancora più veemenza di verità nell’opera letteraria, teatrale e filmica, dove è facile ritrovare verità stupende in un mare d’inesattezze materiali

5. Conclusione
Chiaramente tutto questo discorso richiede cultura nel docente e porta decisamente ad intendere e volere il rapporto Bibbia ed arte come orientamento dell’animo degli alunni ad una comprensione artistica del testo biblico più che ad una comprensione esegetica dell’opera d’arte. Vuol dire entrare nel mistero che il Libro Sacro racchiude, per la via così singolare e in certo modo unica dell’arte che tale mistero dischiude.

Publié dans:BIBBIA E ARTE |on 2 octobre, 2016 |Pas de commentaires »

CAMMINARE CON CRISTO NELLA CHIESA/8: ANTIOCHIA E GERUSALEMME

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Meditazioni/04-05/7-Atti_Antiochia_Gerusalemme.html

CAMMINARE CON CRISTO NELLA CHIESA/8: ANTIOCHIA E GERUSALEMME

Finalmente siamo fuori dalla Palestina e siamo in pieno ambiente pagano, in una bellissima città, Antiochia di Siria, situata nella pianura del fiume Oronte a trentacinque chilometri dal mare, dove c’è il porto di Seleucia. È la terza città dell’Impero romano dopo Roma e Alessandria d’Egitto e conta oltre mezzo milione di abitanti. Ebbene, è in questa città che nasce una comunità cristiana colma di vita e aperta a tutti. Le discriminazioni della Chiesa giudaica sono lontane, anche se sempre latenti. In pochi anni la Chiesa di Antiochia avrà un’importanza enorme, senza però perdere la comunione con la Chiesa-Madre di Gerusalemme. La convinzione che la Chiesa è una, pur nella diversità delle singole comunità, è un principio fondamentale.
Ora però ci chiediamo: come è nata la comunità di Antiochia di Siria? Chi è Gesù per i credenti che vivono in essa? Come si manifesta la sua comunione con Gerusalemme? A queste domande risponde il primo brano della sezione: 11,19-30. Nel capitolo 12° invece ritorneremo alla perseguitata Chiesa di Gerusalemme e la conclusione sarà che, malgrado tutto, la parola di Dio si diffonde sempre di più.
I problemi storici legati a questa sezione non sono pochi, ma partendo dal principio che nulla si improvvisa, diciamo che quanto si narra nella prima parte (11, 19-30) copre forse la spazio di 7 o 8 anni (41-48) con un accenno agli eventi dell’anno 36. Quanto invece è narrato nel capitolo 12° è contemporaneo agli eventi della prima parte. A Luca non interessa l’ordine cronologico, ma quello logico: nella prima parte parla di una Chiesa in pieno sviluppo, nella seconda di una Chiesa perseguitata. Si tratta però sempre dell’unica e indivisibile Chiesa impegnata nell’annuncio del Vangelo.

Come nasce una comunità (11,19-21)
Chi ha fondato la comunità di Antiochia è gente che è fuggita da Gerusalemme, quando si scatenò la persecuzione che travolse Stefano (anno 36). Là, annotando il lato positivo della persecuzione, si diceva che i dispersi andavano di luogo in luogo annunziando la Parola. Non si tratta di quelli, come gli Apostoli che hanno come compito primario l’annuncio del Vangelo, qui si tratta di tutti i discepoli. Ognuno sente che non può vivere pienamente la Parola, se non la dona agli altri. Di questo si è in parte già parlato in 8,1-4, ora si dice che i fuggiaschi andarono oltre i confini della Palestina, giunsero nella Fenicia, a Cipro e ad Antiochia.
Quanto segue è molto importante: “Mentre andavano non parlavano a nessuno della Parola se non ai soli Giudei”. Forse seguivano il principio: “prima ai Giudei”. In realtà si tratta di quei giudei-cristiani chiusi ad ogni apertura ai pagani. Ma non erano tutti così: “C’erano alcuni uomini, originari di Cipro e Cirene che, giunti ad Antiochia, cominciarono a parlare anche ai pagani, annunciando loro la lieta notizia del Signore Gesù”. Ebbene solo di questi si afferma: “La potenza del Signore era con loro”. Dio non è con chi si chiude nei suoi principi razziali, Dio è con coloro che si aprono a tutti e che vogliono convivere con tutti. Come a Cesarea, così avviene anche ad Antiochia, dove nasce una comunità senza tabù alimentari o sociali: una comunità aperta a tutti.
Anche l’oggetto del loro annuncio è importante: Il Signore Gesù, cioè: “Solo Gesù è il Signore”, o, come ha detto Pietro a Cesarea: “Gesù è il Signore di tutti”. Questo è il vero oggetto di una sana catechesi ed è un binomio che suona come uno slogan. In un ambiente come Antiochia, dove si veneravano varie divinità: Apollo, Dafne, Artemide, ecc. e dove vi erano anche tanti potenti di questo mondo, il grido Gesù è il Signore relativizzava ogni potere umano e annullava per sempre ogni idolatria.

Barnaba e Saulo (11,22-26)
La notizia di ciò che accadeva ad Antiochia giunse alla Chiesa di Gerusalemme, e perciò, come avevano inviato Pietro e Giovanni in Samaria, così ora mandano Barnaba ad Antiochia, certamente per controllare, anche se il principio “la Chiesa è una” guida ogni cosa.
Hanno scelto la persona più adatta. Barnaba è “il figlio della consolazione” ed è un levita, perciò una persona fatta per far osservare la legge. Quando giunse però in quella città capì subito che non era lì per controllare: toccò con mano la grazia del Signore, cioè il meraviglioso sviluppo dell’opera evangelizzatrice. Non c’è da controllare niente dove agisce il Signore. Scoppiò di gioia e si limitò a “esortare tutti a rimanere saldi nel Signore”; e, come uomo pieno di Spirito Santo e fede si mise a collaborare all’opera evangelizzatrice. Risultato: “una folla considerevole fu condotta al Signore”. È la quinta volta che in questo brano (11,19-24) si parla del Signore o del Signore Gesù. Questo esprime la convinzione dei fedeli della continua presenza del Signore nella loro storia.
Barnaba fece poi di sua iniziativa qualcosa di grande. Andò a Tarso a cercare Saulo, “lo strumento scelto per portare il nome di Gesù ai pagani” (9,15) e lo ricondusse nella comunità. Forse erano passati sette o otto anni (39-46) da quando lasciò Gerusalemme (9,30).
Che cosa fece a Tarso in quegli anni? È probabile che abbia annunciato Gesù nelle regioni della Siria e della Cilicia (Gal 1,21), ed è certo che quelli furono per lui gli anni delle grandi rivelazioni, se un giorno ha potuto scrivere ai Galati: “Il messaggio di salvezza da me annunziato non viene dagli uomini… è Gesù Cristo che me lo ha rivelato” (Gal 1,11s; vedi pure 2 Cor 12,1-10). Ora eccolo ad Antiochia dove insieme a Barnaba per “un anno intero istruirono molta gente”. Il nome di Cristo dev’essere risuonato in continuità sulle loro labbra, se gli estranei finirono per chiamarli cristiani. Ai fedeli non spiacque questo appellativo, perché ricordava loro che essere cristiani significa appartenere a Cristo. Inoltre con questo nome si sentivano un gruppo ben diverso dal giudaismo. Il risultato fu che la Chiesa di Antiochia in breve superò per importanza quella di Gerusalemme senza diminuirne il primato.

Una colletta, segno di comunione
Vi è infine un fatto nuovo che rinsalda la comunione tra Antiochia e Gerusalemme (11,27-30). I fedeli di Antiochia di fronte all’annuncio di una grave carestia che stava per colpire “tutto il mondo”, si interessarono soprattutto di quella carestia che, sotto l’imperatore Claudio (41-54), colpì la Giudea. Perciò determinarono, secondo le possibilità di ciascuno, di “inviare aiuti ai fratelli che abitavano in Giudea” e li mandarono “ai presbiteri che sono in Gerusalemme” per mezzo di Barnaba e Saulo. Ma perché ai presbiteri e non, come si era soliti fare, agli apostoli? Dove sono gli apostoli? È possibile che la Chiesa madre si trovi in un momento di persecuzione e che la direzione sia stata affidata ad un gruppo collegiale. Ma c’è ancora un’altra difficoltà. Saulo nella lettera ai Galati parla solo di due andate a Gerusalemme: una tre anni dopo la sua conversione e l’altra quattordici anni dopo. Mentre Luca ne cita una terza. Chi ha ragione? I due. A Paolo nella lettera ai Galati non interessano tutte le sue andate a Gerusalemme, ma solo quelle che mettono in risalto il senso della sua missione. Infatti la prima che egli cita, aveva lo scopo di consultare Pietro, il testimone oculare, (Gal 1,18); la seconda, invece, quello “di difendere contro i falsi fratelli, che volevano imporre la circoncisione anche ai pagani, la libertà che avevano in Cristo” (Gal 2,1-5). Perciò cadono tutte le discussioni su chi è più fedele alla storia: se Saulo o Luca.

Gerusalemme: una Chiesa sotto pressione (12,1-5)
Da una Chiesa colma di entusiasmo per il suo meraviglioso sviluppo a una Chiesa perseguitata. Prima i persecutori erano Saulo e il potere religioso, ora si aggiunge il potere politico per mezzo di Erode Agrippa I, che regnò in Giudea dal 41 al 44, quando Saulo era ancora a Tarso. Era un uomo subdolo, sempre alla ricerca del plauso degli altri. Quando risiedeva a Gerusalemme era osservante della legge, partecipava ai sacrifici espiatori e, nel contatto con il potere religioso capì che se avesse perseguitato i cristiani avrebbe reso felici i farisei e i sadducei. Perciò “arrestò alcuni membri della chiesa per maltrattarli e fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni”. Qui ci stupisce assai che Luca con una semplice frase liquidi il fatto del martirio del primo apostolo. L’unica spiegazione possibile è che vuole concentrare il suo interesse su Pietro. Ma ci stupiscono anche quegli interpreti che dicono: «Ma perché gli altri apostoli non hanno ricostituito il numero di “Dodici” come si è fatto all’inizio». Il motivo è molto semplice: il valore dei Dodici sta nel loro essere testimoni oculari di tutta l’esistenza del Gesù terreno. Essi soli ci hanno lasciato la “Tradizione Apostolica”. Non ce ne possono essere altri. Sono irripetibili.
Torniamo al testo. Subito dopo l’uccisione di Giacomo “Erode vedendo che ciò era gradito ai Giudei decise di arrestare Pietro. Erano i giorni degli azzimi. Perciò lo catturò e lo gettò in prigione, custodito da quattro picchetti di quattro soldati ciascuno, col proposito di farlo comparire davanti al popolo dopo Pasqua”. Sedici soldati per custodire un prigioniero. Forse Erode sapeva che Pietro e gli altri apostoli erano già stati liberati dal carcere da un potere misterioso (5,17-21) e volle premunirsi. La sua intenzione era di imitare Pilato che aveva presentato Gesù alla gente e poi fatto uccidere. Così voleva fare con Pietro. Ma al suo potere si opponeva un altro potere: “La preghiera della Chiesa saliva incessantemente a Dio”. Già sappiamo di chi sarà la vittoria.

La liberazione di Pietro (12,6-19)
È un racconto fantastico, un racconto in cui Luca parla dell’agire di Dio. Perciò un racconto che dev’essere letto con fede. L’antica espressione “Angelo di Dio” indica la continua e potente presenza di Dio nella storia. Quello che avviene ha un prima e un dopo e perciò è un evento storico. L’autore però è Dio e il suo agire può essere colto solo nella fede, e poi espresso con le nostre limitate parole umane. Di qui il senso del drammatico che Luca dà al suo racconto. Egli cerca di mettere in risalto tanti piccoli particolari che bene evidenziano la bontà di Dio verso il suo apostolo: “Una luce sfolgorò nella cella… e l’Angelo disse a Pietro: «Alzati, cingiti i fianchi e mettiti i sandali; avvolgiti nel mantello e seguimi»… A Pietro gli sembrava tutto un sogno… Passarono tra il primo gruppo di guardia e poi tra il secondo e giunsero alla grande porta di ferro che automaticamente si aprì”. E le guardie? Con la cella piena di luce è impossibile pensare che non si accorgessero di nulla. Erano tutte sveglie, ma erano lì esterrefatte e incapaci di agire. Pietro continua a seguire l’angelo che lo conduce fuori e che, appena arrivano in una strada deserta, scompare. Allora capì che non si trattava di un sogno, ma che il Signore lo aveva liberato. Nell’agire dell’angelo Pietro scopre la presenza del Signore.
Anche la scena seguente (vv. 12-17) è molto bella. “Pietro va alla casa di Maria, madre di Giovanni, detto anche Marco, e bussò alla porta”. Lo sentì una fanciulla di nome Rode. Corse alla porta e appena udì la voce di Pietro, tutta gioiosa tornò indietro a dire a tutti che alla porta c’era Pietro. Pensarono che vaneggiasse. Ma Pietro continuava a bussare. Allora gli aprirono e vedendo che era proprio lui rimasero lì stupefatti. “Pietro fece segno di tacere. Poi raccontò come il Signore (non l’angelo) lo aveva tratto fuori dal carcere e aggiunse: «Riferite questo a Giacomo e ai fratelli». Poi uscì e si incamminò verso un altro luogo”.
Dove andò? Quante opinioni! Ma come si fa a inventarle se non ci sono dati? Forse l’unica risposta possibile è che ubbidì al Signore il quale aveva detto: “Se vi perseguitano in una città, fuggite in un’altra” (Mt 10,23). E probabilmente è questo che voleva dire a Giacomo e agli altri Apostoli (fratelli). L’ira di Erode infatti si stava scatenando: fece ricercare Pietro e uccidere le guardie della prigione.

La morte di Erode (12,20-23)
Luca si è trattenuto molto su Pietro, facendo così risaltare la continua presenza di Dio. Davvero Dio cammina con i suoi nella storia. E questo non si offusca se ora rapidamente narra la tragica morte del persecutore. Erode non essendo riuscito a mantenere la parola di presentare Pietro al popolo se ne andò a Cesarea dove riuscì a fare pace con quei di Tiro e Sidone. Poi vennero i giochi in onore di Cesare ed Erode volle presentarsi in tutta la gloria della sua onnipotenza. Flavio Giuseppe, che è forse la fonte di Luca, dice che “nel secondo giorno dello spettacolo Erode, rivestito di paramenti mirabilmente intessuti d’argento entrò all’alba nel teatro e i suoi abiti erano così raggianti alla luce del sole che incuteva timore e tremore in tutti coloro che lo guardavano” e quando poi si mise a parlare – dice Luca – “il popolo lo acclamava dicendo: «Parola di Dio, non di uomo»”. È la divinizzazione della creatura, “stanno adorando un uomo mortale invece di adorare il Dio glorioso e immortale” (Rm 1,23). E Dio li rifiuta: “improvvisamente un angelo di Dio lo colpì perché non aveva dato gloria a Dio, e roso dai vermi spirò”. È la distruzione di ogni idolatria e la condanna di ogni potere umano esercitato con senso di onnipotenza. Anche ai nostri giorni quanti onnipotenti sono svaniti nel nulla.
La conclusione (12.24s) è che, anche nella persecuzione, “l’annuncio della Parola continuava a crescere e a diffondersi sempre di più”. La Parola non è incatenata, non c’è potere umano che la possa fermare. Questo è l’insegnamento che Luca trae da tutto ciò che è avvenuto nell’anno 44. Poi, riprendendo il racconto sospeso in 11,30, dice: “Barnaba e Saulo, compiuta la loro missione a Gerusalemme, tornarono ad Antiochia conducendo con loro Giovanni, soprannominato Marco”. Sono i personaggi che domineranno le pagine seguenti. La meditazione su di esse ha lo scopo di infondere nel lettore il vero senso missionario della propria vita. Infatti non c’è vera gioia, la nostra vita cristiana non trova in sé il suo vero senso, se in noi manca il desiderio di donare ad altri la nostra fede.

Preghiamo
Signore Gesù, donaci di vivere come i cristiani di Antiochia il senso della tua presenza in mezzo a noi. Donaci la gioia dell’annuncio della nostra fede in te, unico Signore, e fa’ che tu sia l’unico oggetto della nostra catechesi. Noi vogliamo farti conoscere, Gesù, e lo vogliamo fare testimoniandoti come colui che dà senso alla nostra vita, perché anche altri trovino in te il senso della loro esistenza. Un’altra cosa abbiamo ancora imparato da quei cristiani: il senso della comunione tra i cristiani, una comunione che sa andare sempre oltre la propria comunità per vivere la comunione dell’unica e indivisibile Chiesa. Facci sentire, o Signore, che la Chiesa è una, perché sappiamo quant’è orribile il peccato della divisione e ci impegniamo a costruire quell’unità che tu vuoi. Solo vivendo questi ideali potremo davvero sperimentare quanto è bello essere cristiani. Amen.

Mario Galizzi SDB

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