Archive pour octobre, 2016

PAOLO E LA TESTIMONIANZA DEGLI ATTI DEGLI APOSTOLI

http://www.gliscritti.it/approf/2008/web/walt/walt201208.htm

PAOLO E LA TESTIMONIANZA DEGLI ATTI DEGLI APOSTOLI

di Luigi Walt

Riprendiamo dal sito www.letterepaoline.it l’articolo scritto da Luigi Walt, curatore dello stesso sito, il 19 ottobre 2008. I neretti sono nostri ed hanno l’unico fine di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (18/12/2008)

L’altra fonte canonica di cui disponiamo per una ricostruzione biografica dell’attività di Paolo è costituita dagli Atti degli Apostoli, un testo che si rivela imprescindibile per la nostra conoscenza dei primi passi del movimento di Gesù.
Il Canone Muratori, del II secolo, lo nomina nel suo elenco dei testi ritenuti normativi dalle chiese, col titolo di Acta omnium apostolorum, una denominazione che risulta a conti fatti impropria: la narrazione si concentra infatti sulle gesta (práxeis) di Pietro prima (At 1,1-12,25), e di Paolo poi (At 13,1-28,31), con digressioni anche estese su personaggi estranei all’originaria cerchia dei Dodici (ad esempio Stefano e il gruppo dei “sette”), e solo qualche sporadica notizia su Giacomo e Giovanni, le altre due “colonne della Chiesa” (secondo Gal 2,9).
Gli Atti vennero concepiti dal loro autore, riconosciuto dalla tradizione nel terzo evangelista (cf. ad es. Ireneo di Lione, Adv. haer. III,1,1: “Luca discepolo di Paolo”; III,10,1: “Luca discepolo degli apostoli”; III,14,1; 15,39; 16,8: “Luca collaboratore di Paolo”), come seconda parte di un dittico, uno scritto unitario comprendente una previa narrazione dell’opera di Gesù (il Vangelo), e dedicato a un non meglio conosciuto Teofilo, forse personaggio immaginario, forse neofita del movimento e alto funzionario di Roma (cf. Lc 1,1-4 e At 1,1).
L’inscindibilità degli Atti dal Vangelo, che potrebbe emergere accostando i due testi e studiandone i parallelismi strutturali, era stata “teologicamente” intravista da Giovanni Crisostomo: «i Vangeli – come ebbe a dire – sono la storia di quelle cose che Cristo fece e disse, mentre gli Atti lo sono di quelle che l’altro Paraclito [ossia lo Spirito Santo] disse e fece».
La narrazione di Luca si sviluppa secondo una precisa progressione geografica – da Gerusalemme a Roma, attraverso Samaria, Giudea, Siria, Asia minore e Grecia – alla quale è sottesa un’evidente intenzionalità storico-teologica: quella d’indicare il passaggio della Rivelazione dall’ambito strettamente giudaico e palestinese all’inclusione completa dei Gentili nel piano della salvezza (cf. il discorso di Paolo in At 13,46-47).
Il proposito lucano è chiaro sin dal principio del testo, quando Gesù stesso, prima dell’ascensione, esorta gli apostoli a ricevere lo Spirito Santo, per essergli testimoni «fino alle estremità della terra» (At 1,8). L’espressione greca éos eschatou tês gês non intende semplicemente alludere alla diffusione dell’annuncio evangelico presso le comunità ebraiche della diaspora, bensì echeggia un versetto di Isaia: «Io ti farò luce delle Genti, perché la mia salvezza raggiunga le estremità della terra» (Is 49,6 LXX).
La lettura teologica degli eventi compiuta da Luca ha generalmente spinto gli studiosi ad un ripudio degli Atti quale fonte storica attendibile: eppure, seguendo in ciò lo stile dei primi scritti cristiani, l’autore non elimina a bella posta episodi che potrebbero mettere in cattiva luce il movimento, ma al contrario li registra, conferendovi una significazione “provvidenziale”.
L’armonizzazione dell’operato apostolico di Pietro e di Paolo, la differenza tra il Paolo delle lettere e il Paolo degli Atti, la ricostruzione letteraria dei discorsi pubblici degli apostoli, la sapiente e tutto sommato organica proporzione delle parti, hanno fatto propendere gli studiosi verso una datazione complessiva del documento – che appare stilisticamente omogeneo – ad un periodo posteriore di almeno vent’anni la morte di Paolo (avvenuta fra il 65 e il 67).
Tuttavia, la brusca interruzione del racconto con la (prima?) prigionia romana dell’apostolo, i resoconti spesso sommari di singoli episodi (dovuti forse a interventi redazionali successivi o più probabilmente all’utilizzo di fonti diverse) e l’uso della prima persona plurale nelle cosiddette Wir-stücken o “sezioni-noi” (At 16,10-17; 20,5-21; 27,1-28,16), che presuppongono tra le fonti un testimone oculare (plausibilmente un compagno di viaggio di Paolo), non possono far escludere una prima stesura attorno agli anni che vanno dal 62 al 66.
Il classico argomento a favore di una datazione così alta è il fatto che l’autore di At non accenna nemmeno all’esistenza di uno scambio epistolare fra l’apostolo e le varie comunità: avrebbe potuto attingervi comodamente, per la stesura dei discorsi di Paolo riportati.
Ma cosa può significare, in realtà, questo strano silenzio? Lo spettro delle spiegazioni possibili è molto ampio:
l’autore, disponendo di altre fonti (forse lo stesso Paolo), non ha bisogno di citare le lettere;
l’autore trascura intenzionalmente l’epistolario, perché: b1) lo considera già sufficientemente noto (cosa improbabile); b2) il suo è un lavoro di integrazione di alcune fonti con altre (dunque per una ragione di economia storiografica); b3) si rivolge ad un destinatario al quale non è importante (o opportuno) far conoscere l’esistenza della comunicazione epistolare dell’apostolo; b4) non è interessato tanto a presentare il pensiero di Paolo, quanto a tracciarne il dinamismo missionario (di qui l’insistenza sui “miracoli” e le peripezie dei viaggi);
l’autore ignora l’esistenza stessa dell’epistolario paolino.
Non si può non dar ragione a Giuseppe Barbaglio, quando scrive che, in una ricerca storica su Paolo, il testo degli Atti dovrebbe essere usato con grande senso critico, tuttavia non si può essere d’accordo con lui nel valutare come “ibrido” il metodo di abbinare i dati delle lettere alla testimonianza degli Atti, in quanto «fonti documentarie non parallele e ancor meno omogenee» (così in Paolo di Tarso e le origini cristiane, Assisi 1989, p. 19).
Se è corretto rilevare la sistemazione teologica dell’autore degli Atti nel delineare il ritratto del “suo” Paolo, non lo è altrettanto subordinare i numerosi dati storici ch’esso fornisce, integrabili con testimonianze esterne, alla presentazione in ogni caso “di parte” che Paolo fornisce di sé nelle proprie lettere, o alle pur scarse testimonianze autobiografiche ivi reperibili.
D’altra parte, va anche ricordato che il ripudio di Atti come fonte storicamente inattendibile trascura la modalità stessa di presentazione della storiografia antica, che non era interessata a una ricostruzione del passato «wie es denn eigentlich gewesen» (secondo la celeberrima espressione di Leopold von Ranke), «così come è stato».
In questo, l’operazione storiografica degli antichi potrebbe addirittura essere considerata, nella valutazione dei propri limiti e scopi, come (involontariamente) più onesta di quella di tanti autori moderni. È un po’ quello che accade, facendo un paragone ardito, nell’arte dell’icona.

In questa icona russa del XVI secolo, ad esempio, vediamo Luca intento a ritrarre la Madre di Dio:

PAOLO E LA TESTIMONIANZA DEGLI ATTI DEGLI APOSTOLI dans LETTURE DAGLI  ATTI DEGLI APOSTOLI img01

Ed è sufficiente confrontare la posa di quest’ultima con quella ch’essa stessa assume nella tela dell’evangelista-pittore, per accorgersi della differenza fra un piano di realtà e l’altro.

PIETRO HA SUPERATO IL SOLE E PAOLO LA LUNA

http://w2.vatican.va/content/osservatore-romano/it/comments/2011/documents/148q01b1.html

La festa dei santi apostoli nella tradizione siro-occidentale

PIETRO HA SUPERATO IL SOLE E PAOLO LA LUNA

di MANUEL NIN

La festa degli apostoli Pietro e Paolo Il 29 giugno è celebrata in tutte le Chiese cristiane di oriente e occidente, e in alcune tradizioni orientali è preceduta da un periodo di digiuno (quaresima) dalla durata variabile. Nelle tradizioni liturgiche orientali il giorno successivo sono poi celebrati i dodici apostoli, discepoli del Signore, testimoni della sua risurrezione e predicatori del suo Vangelo nel mondo intero. La tradizione patristica e liturgica siro-occidentale molto spesso congiunge i due apostoli. Così Efrem il Siro, benché nutra una particolare stima per Pietro, li contempla quasi sempre in modo unico. In uno dei suoi inni sulla crocifissione di Cristo infatti egli afferma: « Che l’oriente offra a Cristo una corona con i suoi fiori: Noè, Sem, l’illustre Abramo, i magi benedetti e la stella. L’occidente offra due corone sfavillanti, il cui profumo si è diffuso ovunque. L’occidente nel quale tramontò la coppia di astri, i due apostoli sepolti che vi fanno sfavillare raggi mai tramontati. Ecco Simone ha superato il sole e l’Apostolo ha eclissato la luna ».
Nell’ufficiatura vespertina siro-occidentale troviamo un sedro – composizione liturgica anonima in prosa poetica sulla festa – che costituisce una lode a Pietro e Paolo. Sin dall’inizio, dà a Pietro il titolo di « capo degli apostoli » e a Paolo quello di « vaso di elezione » (Atti degli apostoli, 9, 15); quindi li paragona a « colonne forti » su cui la Chiesa viene edificata: « A te la lode, Cristo Dio nostro, il cui regno si espande nel cielo e nella terra, che hai innalzato nella tua Chiesa due colonne forti e magnifiche, Pietro il capo degli apostoli e Paolo vaso di elezione, e hai dato loro il tuo aiuto affinché ti imitino nel dare la propria vita per le loro pecore spirituali ». Il testo sottolinea come la scelta degli apostoli da parte di Cristo è per loro un dono di sapienza, un passaggio, quasi una conversione, dall’ignoranza alla conoscenza.
Il sedro descrive poi la santità di Pietro, primo nella confessione della fede, esempio di pentimento dopo il tradimento: « Tra i tuoi discepoli tu hai collocato un fondamento e un capo: Pietro, sublime nella perfezione. A lui tu hai rivelato per primo i divini insegnamenti e i misteri, e lo hai costituito modello ed esempio dei peccatori che si pentono. Essendo il capo e primo dei suoi fratelli l’hai mandato a Roma, la grande capitale ». Viene poi la descrizione del persecutore diventato apostolo: « Poi ti sei apparso a Paolo che perseguitava i discepoli, l’hai illuminato nel cammino e ne hai fatto un vaso di elezione, riempiendolo di rivelazioni sublimi ed elevate, e hai insegnato a lui i tuoi divini misteri. Ha percorso tutte le strade della terra volando come aquila del volo rapido, e ha riempito il mondo con l’annuncio di vita: ha ammonito re e principi, incoraggiato i deboli e alla fine ha chinato la testa al taglio della spada e ricevuto la corona del martirio assieme a Pietro, capo degli apostoli ».
Seguono dodici invocazioni che iniziano tutte con la stessa formula: « Pace a voi apostoli Pietro e Paolo, coltivatori e agricoltori zelanti che avete sradicato dalla terra le erbe delle dottrine sbagliate e le spine dell’errore. Pace a voi, Pietro e Paolo, pescatori abili, perché nelle reti del Vangelo avete salvato le anime degli uomini ». Cinque altre invocazioni contemplano Pietro e Paolo nel loro ruolo di apostoli, garanti della professione di fede, predicatori della verità della croce di Cristo, annunciatori della fede da Gerusalemme sino ai confini del mondo: « Pace a voi, illustri apostoli Pietro e Paolo, principi degli eserciti del re celeste e garanti dei tesori della sua divinità. Pace a voi, Pietro e Paolo, apostoli scelti, capi che avete fatto ammutolire l’empietà dei re pagani con la testimonianza della verità e dell’autenticità della croce. Pace a voi, Pietro e Paolo, apostoli benedetti, vero oro puro, perché i raggi del vostro insegnamento risplendono per tutta la terra e la illuminano. Pace a voi, Pietro e Paolo, grandi apostoli, predicatori della vera fede che da Gerusalemme avete portato la buona novella a tutto il mondo ».
Una delle invocazioni ancora li paragona a un grappolo d’uva pressato, con un riferimento al martirio, e il cui vino è annuncio del Vangelo: « Pace a voi, Pietro e Paolo, apostoli virtuosi, grappoli mistici, pressati dagli empi ma il cui vino ha annunciato per tutta la terra il vero Dio, e tutti gli uomini lo hanno adorato ». L’ultima invocazione riprende l’immagine di Pietro e Paolo come colonne della Chiesa edificata su di loro: « Pace a voi, Pietro e Paolo, colonne e fondamento della santa Chiesa, perché contro di essa non può niente la forza dell’inferno ».

 

BRANO BIBLICO SCELTO – 2 TIMOTEO 2,8-13

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=2%20Timoteo%202,8-13

BRANO BIBLICO SCELTO – 2 TIMOTEO 2,8-13

Carissimo, 8 ricordati che Gesù Cristo, della stirpe di Davide, è risuscitato dai morti, secondo il mio vangelo, 9 a causa del quale io soffro fino a portare le catene come un malfattore; ma la parola di Dio non è incatenata! 10 Perciò sopporto ogni cosa per gli eletti, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna.
11 Certa è questa parola: Se moriamo con lui, vivremo anche con lui; 12 se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, anch’egli ci rinnegherà; 13 se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso

COMMENTO
2 Timoteo 2,8-13

Sofferenza e missione
La Seconda lettera a Timoteo si apre con il prescritto e il ringraziamento epistolare, nel quale l’autore ricorda la fede di Timoteo, ricevuta dalla madre e dalla nonna (1,1-5). Viene poi il corpo della lettera in cui sono svolti i seguenti temi: A. Il vero pastore (1,6-18); B. Il comportamento di Timoteo (2,1-26); C. Gli ultimi tempi (3,1-17); D) Il testamento di Paolo (4,1-18). Nella seconda di queste parti l’autore riporta alcuni brani in cui affronta i seguenti temi: trasmissione delle verità udite (2Tm 2,1-2); partecipazione alle sofferenze dell’apostolo (2Tm 2,3-7); comunione totale con Cristo (2Tm 2,8-13); lotta contro le false dottrine (2Tm 2,14-26). La liturgia riporta soltanto il terzo di questi brani, il quale si apre con una composizione in forma innica in cui è messo in luce il ruolo salvifico di Cristo (vv. 8-9a); ad essa fa seguito una dichiarazione in prosa nella quale si accenna al significato della sofferenza (vv. 9b-11a); in conclusione è riportata un’altra composizione innica riguardante il nostro rapporto con Cristo (vv. 11b-13).
Il presente capitolo era cominciato con un riferimento all’incarico dato da Paolo al discepolo/figlio Timoteo, a cui aveva fatto seguito l’esortazione alla perseveranza e all’impegno nonostante le sofferenze che si prospettano. A questo punto ha luogo l’esortazione rivolta a Timoteo perché si ricordi di Gesù Cristo: «Ricordati di Gesù Cristo, risorto dai morti, discendente di Davide, come io annuncio nel mio Vangelo, per il quale soffro fino a portare le catene come un malfattore» (vv. 8-9a). Al centro dei pensieri di Timoteo deve stare la persona di Cristo. Di lui si dice, con riferimento a un’antica professione di fede, che è risorto dai morti ed è discendente di Davide. Il collegamento immediato è con l’apertura della Lettera ai Romani, in cui Gesù è presentato come discendente di Davide secondo la carne e Figlio di Dio in forza della risurrezione dai morti (cfr. Rm 1,3-4). L’allusione alla discendenza davidica potrebbe suggerire l’origine giudeo-cristiana o palestinese di questa formula. Ma la sua associazione con il tema della risurrezione rientra nello schema tipico della tradizione paolina. L’origine davidica di Gesù Cristo, il Messia, richiama al fatto che per mezzo suo si sono attuate le promesse. Parlando della sua risurrezione, non può prescindere dalla sua morte di croce. Su questo sfondo la sua risurrezione dai morti è il senso ultimo e profondo delle sofferenze che ora toccano in sorte a tutti i credenti, dei quali Paolo rimane il prototipo o il modello ideale. Perciò egli può a buon diritto considerare la logica della croce, che è fedeltà nelle sofferenze, fondata sulla speranza nella risurrezione, come il «mio vangelo».
Il tema della sofferenza dell’Apostolo e della sua attuale prigionia introduce un’affermazione di principio cui fa seguito un nuovo riferimento alla sua esperienza: «Ma la parola di Dio non è incatenata! Perciò io sopporto ogni cosa per quelli che Dio ha scelto, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna» (vv. 9b-10). Nonostante Paolo sia incatenato come un criminale comune, non così è per la parola di Dio, cioè per il vangelo di Gesù Cristo, che raggiunge tutti gli uomini di buona volontà. La parola di Dio non può essere sequestrata o incatenata. Anzi, si può dire che la partecipazione personale di Paolo all’esperienza di morte e risurrezione di Cristo serva alla diffusione del vangelo più dell’annuncio pubblico che egli ne fa con la sua parola. L’efficacia dell’annuncio o della testimonianza deriva infatti dalla fedeltà nonostante le resistenze o le pressioni esterne. La sofferenza che Paolo sopporta non consiste semplicemente nello stress fisico o psicologico che accompagna in misura più o meno intensa ogni esistenza umana, ma deriva dalla scelta cristiana e dall’impegno missionario.
L’esempio di Paolo, figura ideale e tipica dell’apostolo e martire per il vangelo, introduce la citazione di un altro inno in cui questo pensiero è applicato a tutti i cristiani: «Questa parola è degna di fede: Se moriamo con lui, con lui anche vivremo; se perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, lui pure ci rinnegherà; se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso» (2,11-13). Questo inno è introdotto con una formula che indica l’autorevolezza di quanto si sta per dire. Di essa si fa garante l’Apostolo, in sintonia con la tradizione della Chiesa. Il brano innico si distingue dai versi precedenti per il passaggio delle forme verbali dal singolare al plurale. Esso contiene affermazioni abbinate in un parallelismo sinonimico (2,11-12) e antitetico (2,13a), che rivelano l’indole innica e semitizzante tipica di una composizione primitiva. L’alternanza di esortazione e formule di fede è un tratto caratteristico delle lettere pastorali. Il tema è quello dei versi precedenti: la solidarietà con il destino di Gesù morto e risorto, che dà senso e valore alle sofferenze e tribolazioni di ogni cristiano. Il morire con lui comporta di riflesso il vivere con lui. La perseveranza nelle prove ha come effetto l’ingresso con lui nel suo regno. Il rinnegarlo comporta invece l’essere rinnegati da lui. Il termine «rinnegare» (arnêomai), che ricorre nel contesto della pubblica professione di fede in un ambito conflittuale (cfr. Mt 10,33; 26,70.72), indica il rifiuto e la ribellione nei confronti di Cristo. A questo rifiuto corrisponde simmetricamente il rifiuto da parte di Cristo. Quest’ultima affermazione viene però subito corretta: anche in caso di infedeltà da parte del discepolo, Gesù rimane fedele, perché questo fa parte del suo modo di essere, venendo meno al quale egli rinnegherebbe se stesso. Si tratta quindi di un rapporto che non può venire meno perché non si basa sulla buona volontà del credente, ma su una scelta irrevocabile di Dio. L’affinità tematica con Rm 6,5.8, e Col 2,20; 3,1 depone non solo a favore dell’aspetto tradizionale e paolino di questo frammento, ma anche del suo originario contesto battesimale.

Linee interpretative
Il tema di questo brano è quello dell’annunzio del vangelo, che diventa lo scopo di tutta la vita di Paolo. Questo annunzio ha come oggetto la persona di Cristo, nella sua duplice prerogativa di discendente di Davide e di Figlio di Dio risorto dai morti. Per svolgere il suo compito, Paolo è disposto a sostenere qualsiasi tipo di prova. Anche le catene che gli impediscono di muoversi liberamente non sono da lui considerate non come un ostacolo, ma come un valido mezzo per la propagazione del vangelo. In primo piano vi è dunque non una dottrina, ma un rapporto personale che viene proposto come modello di vita.
Il valore della sofferenza dipende unicamente dalla logica della croce e non da concetti più o meno misticheggianti o da finzioni giuridiche, quali il soffrire al posto di altri o in forma vicaria. La fedeltà e la perseveranza nelle prove è lo spazio ideale in cui si rivela l’efficacia salvifica dell’amore di Dio in Cristo. Da lui solo viene la salvezza definitiva e gloriosa. Però la perseveranza cristiana non consiste in una qualità eroica, riservata a pochi, ma nell’adesione a una persona, Gesù Cristo, inaugurata con il battesimo e fondata sulla fedeltà estrema di Dio che in lui ha rivelato il suo amore. È una fedeltà che spezza la logica della pura «giustizia» in senso di premio e castigo, per dare spazio alla gratuità di un amore incondizionato.

 

The ten lepers

The ten lepers dans immagini sacre 17_CHRIST_HEALING_THE_TEN_LEPERS-web

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Publié dans:immagini sacre |on 7 octobre, 2016 |Pas de commentaires »

OMELIA (09-10-2016) – MAI STANCARSI DI RICONOSCENZA

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OMELIA (09-10-2016) – MAI STANCARSI DI RICONOSCENZA

padre Gian Franco Scarpitta

Solo uno fra tutti rende lode a Dio per il prodigio di guarigione ottenuto! Considerando che la lebbra era una piaga sociale oltre che fisica, in quanto emarginava chi ne era colpito in quanto impuro e reietto, quella dei nove lebbrosi doveva essere davvero una grave ingratitudine, poiché essere guariti da un morbo come quello equivaleva non soltanto a recuperare la sanità fisica, ma anche a riottenere l’attendibilità pubblica, il consenso sociale, la piena considerazione dei conterranei. Essi aveva ottenuto tutto questo, eppure nessuno di loro aveva pensato di fare un solo atto di ringraziamento nei confronti di Gesù. Se ne erano andati tranquilli e risoluti, godendo del beneficio ottenuto. Non di rado questo avviene anche nei nostri rapporti odierni: ogni qualvolta si raggiunge una meta tanto agognata o si supera un pericolo esorbitante o si ottiene un favore immeritato, ci si preoccupa di gioire, di esultare e di usare e abusare del beneficio medesimo, senza però considerare quanti ci hanno aiutato ad ottenerlo. Poco si pensa a mostrare riconoscenza e a gratificare tutti quelli che ci hanno aiutato in un determinato obiettivo, ovviamente fatta eccezione per tante persone di lodevole condotta. Come nel caso di questo personaggio parabolico, tante volte a ringraziare sono coloro dai quali non ci si aspetterebbe mai un gesto simile. Coloro che solitamente non ci usano lo stesso metro di confidenza di altri o che non hanno con noi le medesime relazioni di altri. A rendere grazie a Dio nella persona di Cristo, in questo villaggio in cui questi adesso è giunto nel suo cammino è un Samaritano, che supera in coerenza e rettitudine i cosiddetti « bravi Israeliti », come già avveniva nella parabola nella quale un Samaritano si faceva prossimo di un viandante caduto nelle mani dei criminali. I lebbrosi che corrono in cerca di Gesù sono infatti in tutto dieci, lui compreso. Tutti quanti vengono guariti dall’intervento prodigioso del Messia Salvatore, che li risolleva oltre che dal male fisico anche dalla pecchia morale del peccato; fra tutti quanti solo il Samaritano ritorna indietro da Gesù a rendere lode a Dio. Gli altri sono intenti a correre dal sacerdote per aver decretato lo stato di avvenuta guarigione, valido per la riammissione nella società. A differenza di tutti gli altri, che si preoccupano solo di recarsi dal Sacerdote per le formalità rituali presi dalla gioia e dalla concitazione, Solo questo Samaritano invece torna indietro a dimostrare umiltà disarmante e filiale sottomissione a chi adesso egli vede come il Figlio di Dio che vince il male fisico e morale e che ha la meglio sulle infermità e sulle malattie. La sua reazione verte a instaurare un rapporto di spontanea fiducia con il Signore e ad immedesimarsi nella profondità dell’intimità con il Dio che solo in Gesù Cristo è ravvisabile. E in ogni caso si mostra umilmente in debito nei confronti del Signore, obbligato e ben disposto a qualsiasi cosa pur di meritarsi un tale beneficio ricevuto. La fede stessa, come finalmente commenta lo stesso Gesù, ha ottenuto la guarigione a questo oscuro personaggio di Samaria che non ha avuto neppure bisogno, a differenza di Naaman il Siro, di particolari ritualismi esteriori quali il bagnarsi nelle acque fluviali: è bastata la sola presenza di Gesù a risanarlo. E’ sufficiente la fede radicale nel Cristo a fare in modo che egli riottenesse la salute e il reinserimento nella società. Ringraziare significa ammettere. Nel dire « grazie » c’è infatti l’ammissione di essere stati raggiunti dal beneficio del quale ci stiamo compiacendo. Il Samaritano appunto ammette la gratuità del dono di Dio, la sua immeritata ricompensa, la sua piccolezza davanti all’immensità di Dio, per cui per lui il dire grazie è un atto di umiltà. L’ingratitudine è propria di chi, ottenuto finalmente il beneficio, pensa solamente a goderne e a trastullarsi, noncurante di essere stato gratificato. Ingratitudine è distrarsi dal prossimo che ci ha appena aiutati per concentrasi solo su stessi. La riconoscenza è invece il valore più alto della stima e nel cosa di Dio anche della fede. Chi ringrazia Dio è certamente uomo di fede. Ma il senso di gratitudine dovrebbe essere una costante del nostro rapporto con Dio considerando quanto noi possediamo e potrebbe esserci tolto e la precarietà miseranda di chi si trova in uno stato di abbandono e di miseria anche materiale. « Mi lamentavo perché non avevo scarpe, finché non incontrai una persona che non aveva piedi », dice una massima di un autore il cui nome non ricordo. Non dovremmo mai stancarci di rendere grazie a chi è fautore di tutte le grazie, soprattutto nella prosperità e nel benessere. Considerando che quanto abbiamo potrebbe non essere più a nostra disposizione.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 7 octobre, 2016 |Pas de commentaires »

Saint Mary Catholic Church (Dayton, Ohio) – Guardian angel statue

Saint Mary Catholic Church (Dayton, Ohio) - Guardian angel statue dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 6 octobre, 2016 |Pas de commentaires »

LA VITA SECONDO LO SPIRITO (Lettera ai Romani)

http://www.sermig.org/mons-giuseppe-pollano/164-nuovoprogetto/npoline/spiritualita/2294-meditando-paolo-17?lang=it

LA VITA SECONDO LO SPIRITO

LO SPIRITO CI LIBERA DALLA LEGGE INTERIORE A CUI SIAMO SOGGETTI

Non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù. Perché la legge dello Spirito, che dà vita in Cristo Gesù, ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte. (Rom 8,1-2) Paolo in Rom 7,15-25 ha messo in evidenza il dramma dell’uomo che si sente profondamente diviso nella sua coscienza e nella sua esistenza, tra un’istanza nobile ed alta ed una degradante. È una legge interiore che Paolo definisce “la legge del peccato e della morte”. Lettera ai RomaniNon si tratta di una legge nel senso legale della parola, fatta di articoli e codicilli, si tratta di una forza ineluttabile, obbligante che preme sull’uomo, gli indica e propone il bene ma non gli dà la forza per compierlo. Quindi una condizione disperante, percepita dagli uomini: non si può evitare né il peccato né la morte. Questa legge ci mette nella peggiore delle situazioni: conoscere il bene e non avere le energie per attuarlo è profondamente umiliante, anzi è lo stato più angoscioso dell’uomo che pensa, come ci ricorda anche Ovidio, contemporaneo di Gesù (morto nel 17 d.C.) che cantò la vita frivola della nobiltà romana: video meliora, proboque, deteriora autem sequor (vedo le cose migliori, e l’approvo, e poi mi lascio andare al peggio). Questo verso non è una formula superficiale, è una formula angosciata. Siamo perciò in presenza di una legge interiore necessitante, tragica, che non esime l’uomo dalla responsabilità di fare il bene, semplicemente gli impedisce di giungere là dove vorrebbe, alla giustizia morale, che è l’aspirazione più nobile e più profonda, comune a tutti gli uomini. L’uomo dunque con le sue sole forze non può vivere il suo destino di santità. Arrivati a questa soglia drammatica, chi ci salva? Lo Spirito. Ecco il cambiamento che rovescia la situazione: prima eri sotto la legge del peccato e della morte, ora, tramite lo Spirito, ne sei libero. Ma il tormento dovuto alla legge del peccato e della morte, nella misura che noi cristiani non ci lasciamo sostenere dallo Spirito, è anche nostro. D’altronde chi di noi potrebbe dire di aver fatto sempre il meglio che vedeva? Quando non siamo stati sufficientemente impegnati e fedeli, sebbene avessimo lo Spirito, abbiamo pensato come Ovidio.

LA POSSIBILITÀ DI UNA ESISTENZA “SPIRITUALE” Infatti ciò che era impossibile alla Legge, resa impotente a causa della carne, Dio lo ha reso possibile: mandando il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e a motivo del peccato, egli ha condannato il peccato nella carne, perché la giustizia della Legge fosse compiuta in noi, che camminiamo non secondo la carne ma secondo lo Spirito. (Rom 8,3-4) Ciò che era impossibile alla legge, resa impotente a causa della debolezza umana, Dio lo ha reso possibile. Ecco lo stupendo regalo che Dio ci ha fatto: non ci regala una legge morale da seguire, ma manda il proprio Figlio, uomo come noi a motivo del peccato, ma senza peccato, in modo che ciò che per la legge è giusto si realizza finalmente in noi che camminiamo secondo lo Spirito. Con pochi termini Paolo inquadra questa straordinaria verità. A renderci possibile il bene, la lealtà, la sincerità, la generosità, l’onestà che sentiamo in noi non sono bastati i profeti, non è bastata la Legge ebraica, è venuto niente di meno che il Figlio! Il Padre lo trae dal suo cuore, essendo l’abitazione del Verbo il seno del Padre, e lo colloca in condizione umana, perché questo Figlio conosca tutto di noi fuorché il peccato. In questa condizione pienamente fraterna egli vive secondo la sua intrinseca santità, perché è persona divina. Inizia così la possibilità di una tutt’altra esistenza non nelle piccole cose, ma là dove l’uomo è dinanzi alle grandi scelte, quelle che ti fanno essere chi sei: le tue scelte etiche profonde, quelle che sprigionano da te il meglio, l’eroismo, la forza, il senso di essere in questo mondo non solo per te ma per gli altri. Là dove ti qualifichi così, lì il tuo cristianesimo nasce, lì Dio si impegna con te. La scelta cristiana è forte e quando si insinua nella piccola vita quotidiana non vuole affatto dire che si riduca, si banalizzi il cristianesimo. Oggi si tende ad attenuare le differenze, si sente dire “tu sei cristiano, io no, ciascuno ha la sua lettura del mondo”. Questa affermazione non è inesatta, ma è superficiale, appunto perché il cristiano è afferrato da Dio e, grazie alla forza dello Spirito, comincia una tutt’altra esistenza in questo mondo. È ciò che intende Paolo quando afferma che noi cristiani camminiamo secondo lo Spirito. Il verbo camminare è inteso come prendere tutta l’esistenza vissuta. Il cristianesimo perciò si differenzia da una ideologia e da una religione fatta di gesti sacri e buoni, ma che si limita a questo intervento o chiede al più di dare un assenso ad una dottrina di verità che fa da sfondo alla vita, ma che non morde nel vissuto e lascia le persone come prima. Se fosse questo il cristianesimo, diventerebbe una religione con cui cerchiamo di soddisfare il nostro bisogno di trascendenza, come tutte le altre religioni. Il cristiano cammina secondo lo Spirito: sono cambiate le proporzioni. Prima il soggetto della mia vita ero io stesso, e lo dovevo essere, dovevo avere la mia coscienza, la mia intelligenza e la mia capacità per assumere le mie responsabilità; ma ora è venuto lo Spirito, che è soggetto, persona come me, anzi molto più di me, è Dio. Che cosa accade nell’incontro tra lui e me? Poiché mi rispetta, non viene a catturarmi o a spegnere la mia libertà, ma mi propone di agire insieme. Se io accetto con un’alleanza morale e quotidiana la sua proposta, inizia una interazione: la sua soggettività, la sua intelligenza, la sua sapienza, la sua forza, la sua capacità di amare, di decidere, di fare, entra in me. Divento, come usiamo dire, spirituale, forte aggettivo che non significa immateriale, ma che lo Spirito è in me. Noi siamo spirituali nella misura in cui l’alleanza con lui, il grande soggetto che guida noi piccoli soggetti, è da noi osservata, anzi aumentata. Allora saprò cose che non sapevo, saprò Dio. Vicki, Santo SpiritoNon perché avrò letto un libro in più, ma perché dentro di me una misteriosa luce che – come direbbe Agostino – è più illuminante di ogni luce, mi convince. Conosco perciò Dio dal di dentro, perché lo Spirito di lì viene e mi dice chi è Dio e, se lo voglio, mi fa crescere sempre più in questa conoscenza: so Dio come Dio sa Dio. La portata della vita dello Spirito mi supera all’infinito, e quindi non solo so Dio. Lo Spirito mi dilata il cuore, posso amare di più Dio, posso volere il bene degli altri come Dio lo vuole, amare come Dio ama e perciò non con un tipo di amore che si esaurirebbe presto. Lo Spirito nella vita di ogni giorno mi fa camminare, mi fa porgere la mano al povero, mi fa congiungere le mani quando prego. Se sono in equilibrio, se sono buono, se sono padrone di me stesso, se sono casto nella vita non è quindi per mio merito, perché senza lo Spirito sarei ancora sotto la legge interiore, condannato ad essere tutto l’opposto. Se egli vive in me e nella misura che vive in me, io cammino con lui.

Giuseppe Pollano tratto da un incontro all’Arsenale della Pace testo non rivisto dall’autore

Publié dans:Lettera ai Romani |on 6 octobre, 2016 |Pas de commentaires »
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