Archive pour octobre, 2016

LA PREGHIERA APOSTOLICA – II PARTE – PRIMA LETTERA AI TESSALONICESI – STANISLAO LYONNET

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LA PREGHIERA APOSTOLICA – II PARTE – PRIMA LETTERA AI TESSALONICESI – STANISLAO LYONNET,

L’efficacia della preghiera e la sua necessità vanno cercate in un’azione che essa esercita non su Dio, ma su «colui stesso che prega». Dio è sempre disposto a colmarci dei suoi doni; ma noi non sempre siamo pronti ad accoglierli: la preghiera ce ne rende capaci.

Il lettore che dia una scorsa alle lettere di San Paolo rimane probabilmente sorpreso dal posto che vi occupa la preghiera, specialmente quell’aspetto particolare di essa che si potrebbe chiamare la preghiera apostolica: questa, essendo essenzialmente legata all’apostolato, non solo da esso trae la sua origine e trova in esso il suo alimento, ma lo prepara, lo accompagna, e persino lo supplisce (1).
S. Paolo, per limitarci a un esempio, nei cinque capitoli della prima lettera indirizzata alla comunità di Tessalonica, ricorda questa preghiera non meno di cinque volte:
Rendiamo grazie a Dio in ogni istante per voi tutti, quando vi ricordiamo nelle nostre preghiere. Ripensiamo senza posa, alla presenza del nostro Dio e Padre, all’attività della vostra fede, alla fatica della vostra carità, alla costanza della vostra speranza, che sono l’opera di nostro Signore Gesù Cristo (1,2-3). Ecco perché noi pure non cessiamo di render grazie a Dio, perché voi, una volta ricevuta la parola di Dio…, l’avete accolta non come una parola d’uomo, ma, quale essa è realmente, la parola di Dio (2,13).
Come potremmo rendere a Dio grazie sufficienti riguardo a voi, per tutta la gioia di cui voi ci fate lieti davanti al nostro Dio? Notte e giorno gli domandiamo con estrema insistenza di rivedere il vostro volto e di poter completare ciò che ancora manca alla vostra fede (3,9-10).
E alle preghiere di Paolo i fedeli devono aggiungere le proprie: Pregate senza posa. In ogni cosa state nell’azione di grazie… Pregate anche per noi (5, 17-25 ) (2).
Preghiere di ringraziamento o di domanda; preghiere di Paolo o dei fedeli: tutte sono preghiere ‘apostoliche’; ogni volta ne viene specificato l’oggetto: si tratta sempre del regno di Dio che dev’essere incrementato.
La preghiera di Paolo non solo è incessante, continua, come deve essere quella di ogni cristiano «notte e giorno» (1Tess. 2,9), – ma si rivolge a Dio con estrema insistenza: l’avverbio, intraducibile («supereccessivamente»), creato probabilmente dall’Apostolo, è usato un po’ più avanti nella stessa lettera (5, 13) per dire la stima in cui i cristiani devono tenere i loro superiori, e in Ef. 3,20 per qualificare la potenza di Dio, capace di esaudirci «infinitamente più di quanto noi possiamo domandare o concepire». È chiaro che qui
Paolo vuol esprimere qualcosa dell’intensità della sua supplica.
Già questo suggerisce che per lui la preghiera è una specie di lotta, di combattimento che l’uomo ingaggia con Dio. Certo è che in altri passi San Paolo non ha esitato ad usare tale termine. Alla fine della lettera ai Romani, riprendendo dopo lunghe esposizioni teologiche il tono confidenziale dell’amicizia, confessa ai fedeli di Roma l’inquietudine che lo tormenta. Li supplica che preghino secondo le sue intenzioni, affinché sfugga alle imboscate dei Giudei, e perché le elemosine raccolte con tanta cura tra le chiese dei gentili siano accettate di buon grado dalla chiesa-madre di Gerusalemme: «Ve lo domando, o fratelli, per il Signore nostro Gesù Cristo e per la carità dello Spirito, lottate con me nelle preghiere che per me indirizzate a Dio» (Rom. 15,30).
Nella lettera ai Colossesi lo stesso verbo caratterizza la preghiera di Epafra, il fondatore della chiesa di Colossi (Col. 1,17), per quelli che ha istruito: «Epafra, vostro compatriota, vi saluta: questo servitore del Cristo Gesù non cessa di lottare per voi nelle sue preghiere, affinché voi siate fermi, perfetti e decisi in tutti i voleri divini» (Col. 4,12). Anche all’inizio del capitolo secondo in un contesto simile ritorna la stessa immagine. Tutto effettivamente, e in special modo il passo parallelo di 4,12, fa capire che Paolo intende parlare dell’attività apostolica che egli, come Epafra, esercita per mezzo della preghiera. Prigioniero a Roma e lontano da Colossi, che è nell’Asia Minore, egli ha cura di informare i suoi destinatari che non cessa di essere attivamente il loro apostolo: «Poiché desidero che voi sappiate quale lotta io combatto per voi e per quelli di Laodicea – ai quali chiede che la sua lettera sia trasmessa (4, 16) e per tanti altri che non mi hanno mai visto con i loro occhi» (2, I). Paolo sicuramente concorre alla loro «edificazione nel Cristo» con tutta la sua vita di prigioniero e segnatamente con le sofferenze. che per essi sopporta «completando nella sua carne ciò che manca alle tribolazioni del Cristo per il suo Corpo che è la Chiesa» (Col. 1,24). Ma in tale attività apostolica del «prigioniero» la preghiera ha il suo posto, come l’aveva in quella di Epafra. Orbene, anche qui Paolo parla di una lotta che l’apostolo sostiene con Dio per la salvezza delle anime che gli sono affidate.
Concezione ardita, ma perfettamente in accordo con l’insegnamento del vangelo, quale si ha, per esempio, nella parabola dell’amico importuno (Lc. 11, 5-8), la quale non dimentichiamolo, appare come un commento del Pater, cioè dell’insegnamento di Cristo sulla preghiera (3). E il Cristo non faceva altro che riprendere a sua volta la dottrina che la Bibbia si sforzava di inculcare fin dall’inizio. Si pensi alla preghiera di Abramo in favore di Sodoma e Gomorra, la prima che si incontri, come se dovesse servire da modello a tutte le altre (Cen. 18,17-39), oppure alla grande preghiera di Mosè (Es. 32, 11 – 14 e 30-32), quando, «prostrato davanti a Jahvé per quaranta giorni e quaranta notti senza mangiar pane né bere acqua» (Deut. 9,18 e 25), intercede per il popolo di Israele. Cristo, novello Mosè, inaugurerà lui pure la sua carriera messianica, subito dopo il battesimo, con un soggiorno misterioso di quaranta giorni e quaranta notti nel deserto, nel digiuno e – senza dubbio nella preghiera; soggiorno che S. Matteo chiaramente accosta alla solenne intercessione di Mosè sul Sinai nell’atto di concludere la prima alleanza (Mt.4,2).
Né Cristo né San Paolo hanno esitato a insegnare che Dio vuol essere quasi importunato dalle nostre preghiere e lasciarsi strappare a viva forza, si direbbe, ciò che gli domandiamo. Così facendo essi si sono tenuti nello spirito della più pura tradizione biblica, che non rifugge dai paragoni più audaci. Si pensi che i Padri hanno visto nella lotta di Giacobbe coll’angelo di Jahvé raccontata nel Genesi (32,23-33) una immagine dell’efficacia della preghiera.
Non bisogna però dimenticare che si tratta di espressioni paraboliche, di cui si deve precisare il significato. Col pretesto della fedeltà alla Scrittura si potrebbe lasciar capire che l’uomo con la preghiera si propone di piegar Dio a volere ciò che prima non voleva, come se la creatura potesse esercitare un’azione su Dio stesso, o come se Dio non fosse il padre pieno di amore, sempre disposto a dare ai suoi figli ciò che loro conviene (4), infinitamente più sollecito del loro vero bene che di nutrire gli uccelli del cielo o vestire i gigli del campo (5). Ciò equivarrebbe ad attentare a due prerogative del «Dio vivente», la trascendenza e l’amore, che la Bibbia presa nel suo insieme – poiché il Nuovo Testamento spiega l’Antico – sembra gelosa di salvaguardare più di ogni altra cosa.
Se Paolo, fedele all’insegnamento di Cristo e della Bibbia, si compiace di designare la preghiera come una lotta che l’uomo sostiene con Dio, lo fa sicuramente per sottolineare la necessità. Orbene, è possibile fare ciò senza togliere nulla né alla trascendenza di Dio né al suo amore. Il problema non è solo di oggi, e già in passato eccellenti soluzioni furono proposte soprattutto da parte di Sant’ Agostino. Il suo insegnamento fu poi ripreso da San Tommaso in formule di particolare limpidezza; per esempio nel Compendio di Teologia rimasto incompiuto, in cui verso la fine spiega insieme «la necessità della preghiera e la differenza tra la preghiera che si rivolge a Dio e quella che si rivolge a un uomo»:
Rivolta a un uomo la preghiera si presenta anzitutto per esprimere il desiderio di colui che prega e la sua indigenza e in secondo luogo per piegare il cuore di colui che si prega fino a farlo cedere. Quando invece si prega Dio…, non intendiamo manifestare i nostri bisogni o i nostri desideri a lui, che conosce tutto… Ancor meno intendiamo piegare con parole umane la volontà divina a volere ciò che prima non voleva… Ma, per ottenere qualcosa da Dio, la preghiera è necessaria all’uomo in ragione di colui stesso che prega per mezzo di essa egli si rende capace di ricevere (6).
L’efficacia della preghiera e la sua necessità vanno cercate in un’azione che essa esercita non su Dio, ma su «colui stesso che prega». Dio è sempre disposto a colmarci dei suoi doni; ma noi non sempre siamo pronti ad accoglierli: la preghiera ce ne rende capaci.
Perciò non si deve temere di essere importuni. Infine la sola cosa che possiamo domandare nelle nostre preghiere è il pieno compimento della volontà divina: «venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà»; ma, proprio perché essa si compia, non è indifferente che noi preghiamo, perché ciò costituisce la parte di collaborazione della nostra libertà, che Dio rispetta sempre in modo sovrano.
Naturalmente ciò che San Tommaso afferma della preghiera che il cristiano indirizza a Dio per se stesso si applica a ciò che l’apostolo indirizza a Dio per le anime a lui affidate; Dio vuole servirsi di noi per l’espansione del suo regno e cioè, concretamente, per procurare la salvezza e la santificazione dei nostri fratelli, specialmente di quelli di cui ci ha fatti responsabili a un titolo particolare. Ora noi, così come siamo, non siamo strumenti adatti ad essere utilizzati da Dio: la preghiera – ogni preghiera, ma specialmente quella che indirizziamo a Dio per queste anime – permette a lui di servirsi di noi per comunicar loro i suoi doni secondo il piano della sua sapienza.
È pur vero che la preghiera possiede ugualmente un’efficacia generale in virtù della comunione dei santi, ma ciò che abbiamo detto ci fa comprendere meglio, mi sembra, perché San Paolo attribuisce tale posto alla preghiera di intercessione – azione di grazia e di domanda, correlative l’una dell’altra – e perché nella sua fedeltà alla più pura tradizione biblica egli la concepisce volentieri come una lotta che l’Apostolo combatte con Dio in favore della missione stessa che gli ha assegnato. Quindi la preghiera, essendo effetto essa stessa della grazia di Dio, non esercita su di lui alcuna pressione, non mira affatto a cambiare la volontà di Dio, che non può essere se non una volontà d’amore, ma ha per fine di rendere lo strumento apostolico atto a compiere la parte di strumento di Dio e di permettere così a Dio di realizzare in noi e nell’umanità intera i suoi disegni d’amore. Una tale preghiera, lungi dall’entrare in conflitto con le «necessità dell’azione», trova piuttosto in questa la sua ragion d’essere: parte integrante quale essa è del nostro compito apostolico, se manchiamo ad essa manchiamo alla parte più importante del nostro dovere di apostoli.

[1]. Nella rivista «Christus» n. 10 (1958), pp. 222-229, si troverà un’esposizione un po’ più ampia delle stesse idee.
[2]. Vedere anche, tra i molti altri esempi, 2 Tess. 1,3 e 11; 2,13; 3,12; oppure 2 Cor. 1,2-4 e 11; 2,14; 8,16; 9,15; 12,7-9; 13,7-9 e 14.
[3]. Lc.11,1-4. La stessa dottrina si trova anche nell’episodio della Cananea, Mc. 7,24-30; Mt.15,2I-28.
[4]. Lc. 11,11-13; Mt.7,9-11.
[5]. Lc. 12,22-31; Mt.6,25-34.
[6]. Compendium Theologiae II 2.

(L’autore) Stanislao Lyonnet, Dieci meditazioni su San Paolo – autore: Stanislao Lyonnet

Publié dans:Lettera ai Tessalonicesi - prima |on 17 octobre, 2016 |Pas de commentaires »

PERCHÉ NON CAPISCO LA BIBBIA? (LETTERE PAOLINE, ALTRE LETTERE, VANGELI)

http://www.studibiblici.eu/Perch%C3%A9%20non%20capisco%20la%20Bibbia.htm

Giuseppe Guarino

PERCHÉ NON CAPISCO LA BIBBIA? (LETTERE PAOLINE, ALTRE LETTERE, VANGELI)

L’argomento del quale mi accingo a discutere è molto delicato. Ed è anche un problema molto serio. Capire o non capire il contenuto delle Sacre Scritture, il senso del loro messaggio, può infatti fare la differenza nella vita di un essere umano.
Scriveva l’apostolo Paolo a Timoteo: « … fin da bambino hai avuto conoscenza delle sacre Scritture, le quali possono darti la sapienza che conduce alla salvezza mediante la fede in Cristo Gesù. » (2 Timoteo 3:15)
La Bibbia è un libro storico, narrativo, persino poetico di indubbio valore letterario ed anche storico, ma è soprattutto la Parola di Dio, attraverso di lei Dio si rivela all’uomo, parla all’uomo.
Proseguiva così Paolo nella sua esortazione al suo caro Timoteo: « Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona. » (2 Timoteo 3:16-17)
Ero appena un ragazzo quando mi venne regalata la prima Bibbia, mi parlarono di Gesù e di questo meraviglioso libro che ha Dio ha donato all’umanità quale testimonianza della Verità. Da allora sono passati oltre trent’anni e non credo di essermi mai dedicato ad altro nella vita con altrettanta costanza e passione come lo studio della Parola di Dio.
Ero un adolescente quando lessi di Salomone e di come Dio aveva esaudito la sua preghiera di renderlo saggio (leggi se vuoi il brano). Allo stesso modo, come quel re antico, io, allora ragazzo, chiesi a Dio di darmi saggezza per capire la sua Parola. Oggi Lo ringrazio per il suo dono, perché è mia convinzione che la relativa facilità con la quale riesco ad avvicinarmi alla lettura ed allo studio della Bibbia non sia per una qualche mia facoltà o per mia intelligenza, ma sia veramente un dono di Dio, datomi in risposta alla mia preghiera specifica. Allo stesso modo, per completare il mio accenno di testimonianza, dirò che in questi molti anni di fede, ho potuto constatare in prima persona la verità del passo della Bibbia che dice: « Ma cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose (i beni materiali) vi saranno sopraggiunte. » (Matteo 6:33 Nuova Diodati)
Mi capita spesso, con una certa regolarità, di sentirmi dire da alcune persone (oneste, sincere di cuore) anche con un livello di istruzione medio – alto, che non riescono a capire la Bibbia. Ma come può accadere questo? E, soprattutto, perché accade?

Cerchiamo di capirlo.
Leggiamo cosa accadeva nei vangeli quando Gesù parlava alle folle.
Ad un certo punto del suo ministero, Gesù fa un’affermazione tanto significativa quanto sorprendente: « Io ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli. » (Matteo 11:25). Continuando a leggere il vangelo di Matteo vediamo che il Signore insegna al popolo sotto forma di parabole. Addirittura leggiamo: « Tutte queste cose disse Gesù in parabole alle folle e senza parabole non diceva loro nulla. » (Matteo 13:34).
La Bibbia non dice nulla della reazione della gente alle parole di Gesù, ma ci dice dei discepoli. « Allora Gesù, lasciate le folle, tornò a casa; e i suoi discepoli gli si avvicinarono, dicendo: « Spiegaci la parabola delle zizzanie nel campo. » (Matteo 13:36)
Gesù spiega ai suoi discepoli il senso delle parabole dette in pubblico ed aggiunge altri insegnamenti privati alla fine dei quali, come farebbe ogni bravo insegnante, chiede apertamente: « Avete capito tutte queste cose? » Essi risposero: « Sì »" (Matteo 13:51)
Qual era la differenza fra le folle che tornavano a casa interrogandosi sul senso delle parole di Gesù, forse, come diciamo a Catania, più confusi che persuasi, e i discepoli? La semplice chiave per la comprensione delle parole di Gesù era andare da lui e chiedergli di spiegare il senso di quello che aveva detto – semplice; persino ovvio, no? Come ogni maestro che merita questo nome, anche Gesù non si è mai tirato indietro davanti a chi gli poneva delle domande o gli chiedeva delle spiegazioni.

La semplice chiave di lettura per la comprensione della Bibbia è chiedere a Dio di farci comprendere la Sua Parola!
E questo ci riporta alle parole di Gesù considerate poco fa: « Io ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli. » (Matteo 11:25). La comprensione della Parola di Dio non è possibile per via di sapienza o di intelligenza umana, ma è Dio che si rivela e che ci fa comprendere la Sacra Scrittura!
Adesso metto alla prova il lettore, quanto realmente forte sia il suo desiderio di comprendere, esaminando un discorso un po’ più complesso ma stimolante fatto dall’apostolo Paolo nella sua epistola ai Corinzi. Citerò a saltare da 1 Corinzi, capitolo 1 e 2, che invito poi il lettore a leggere per intero egli stesso per conto suo.
« Poiché la predicazione della croce è pazzia per quelli che periscono, ma per noi, che veniamo salvati, è la potenza di Dio; infatti sta scritto: « Io farò perire la sapienza dei saggi e annienterò l’intelligenza degli intelligenti ». Dov’è il sapiente? Dov’è lo scriba? Dov’è il contestatore di questo secolo? Non ha forse Dio reso pazza la sapienza di questo mondo? Poiché il mondo non ha conosciuto Dio mediante la propria sapienza, è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione. »
Non è forse vero che secondo i canoni di questo mondo, la crocefissione di Cristo appare come una sconfitta? Eppure è lì che la vittoria sul peccato e sulla morte cominciano e che la nostra salvezza diventa possibile. La sapienza umana non può conoscere Dio, le sue vie, i suoi piani, e per questo Paolo parla addirittura di follia del messaggio cristiano: perché tale appare secondo i canoni della logica umana e comune.
« I Giudei infatti chiedono miracoli e i Greci cercano sapienza »
Non è lo stesso anche oggi? Oggi potremmo sostituire il termine « giudei » con « religiosi ». Vi sono infatti molti « religiosi » che sono in cerca di miracoli per credere. Allo stesso modo vi sono persone che vorrebbero che la scienza o la filosofia ci spiegassero il senso della nostra fede in Cristo, il che è impossibile, perché la sapienza di Dio è talmente lontana dalla sapienza umana da diventare per l’uomo appunto follia!
Ma Paolo ribadisce: « ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo, e per gli stranieri (i non giudei) pazzia. »
Ed è bellissimo l’appunto dell’apostolo: « la pazzia di Dio è più saggia degli uomini e la debolezza di Dio è più forte degli uomini. »
Paolo conclude così il suo ragionamento: « Ma com’è scritto: « Le cose che occhio non vide, e che orecchio non udì, e che mai salirono nel cuore dell’uomo, sono quelle che Dio ha preparate per coloro che lo amano ». A noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito, perché lo Spirito scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio. Infatti, chi, tra gli uomini, conosce le cose dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Così nessuno conosce le cose di Dio se non lo Spirito di Dio. Ora noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito che viene da Dio, per conoscere le cose che Dio ci ha donate; e noi ne parliamo non con parole insegnate dalla sapienza umana, ma insegnate dallo Spirito, adattando parole spirituali a cose spirituali. Ma l’uomo naturale non riceve le cose dello Spirito di Dio, perché esse sono pazzia per lui; e non le può conoscere, perché devono essere giudicate spiritualmente. »
L’uomo « naturale » di cui parla il brano è l’essere umano che non conosce Dio e che non vuole conoscerlo. Ed è qui che fa il suo ingresso un altro personaggio, un altro insegnante, un altro rivelatore, come Gesù, della Parola di Dio: lo Spirito Santo. Se lo Spirito Santo non ci insegna e non ci rivela le cose di Dio, per quanto sapienti, intelligenti, istruiti, colti, possiamo essere, non riusciremo a comprendere le verità spirituali di cui parla la Bibbia.
Ma perché è importante il ruolo dello Spirito Santo?
Intanto direi subito, perché è proprio lo Spirito Santo che ha ispirato le Scritture, rendendole Parola di Dio. « Infatti nessuna profezia venne mai dalla volontà dell’uomo, ma degli uomini hanno parlato da parte di Dio, perché sospinti dallo Spirito Santo » (2 Pietro 1:21)
Aggiungerei anche che è Gesù che, poco prima di tornare al Padre, ci ha detto che avrebbe lasciato allo Spirito Santo il compito che era stato suo durante il suo ministero terreno, di insegnarci e farci comprendere l’insegnamento della Parola di Dio.
Disse Gesù: « La parola che voi udite non è mia, ma è del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose, stando ancora con voi; ma il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto. » (Giovanni 14:24-26).
Ecco quindi che lo stesso Gesù annuncia che il ruolo che lui aveva avuto con i suoi discepoli, l’avrebbe trasmesso allo Spirito Santo, il quale sarebbe stato inviato da Dio dopo la sua resurrezione ed ascensione. (Vedi libro degli Atti capitolo 1 e seguenti).
Non facciamoci abbindolare da alcuni che insegnano il contrario, lo Spirito Santo non è prerogativa di pochi, ma riguarda ogni vero credente che ha posto la propria fede in Cristo, ricevendolo come personale salvatore. Non ci facciamo poi prendere dalla pigrizia preferendo credere a chi vuole usurpare il posto dello Spirito di Dio e deferisce ad un’organizzazione o ad una gerarchia il monopolio della comprensione della Parola di Dio.
La comprensione della Parola di Dio è un privilegio ed un diritto di ogni credente, perché in ognuno che crede in Cristo dimora lo Spirito Santo.

Scrive l’apostolo Paolo nella stupenda epistola agli efesini: « In lui voi pure, dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza, e avendo creduto in lui, avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso » (Efesini 1:13)

Cosa fare quindi è chiaro:

- ascoltare la parola della verità, il vangelo, la buona notizia, della nostra salvezza cioè che Gesù Cristo « è stato dato (è morto sulla croce) a causa delle nostre offese ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione » (Romani 4:25). « Questa è la parola della fede che noi annunziamo; perché, se con la bocca avrai confessato Gesù come Signore e avrai creduto con il cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvato. » (Romani 10:8-9)

Cosa accade è semplice:

- avendo creduto in Cristo siamo figli di Dio. « ma a tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventar figli di Dio: a quelli, cioè, che credono nel suo nome » (Giovanni 1:12).

Se siamo figli di Dio, Dio è nostro Padre e dimora in noi tramite lo Spirito Santo. « In lui voi pure, dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza, e avendo creduto in lui, avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso, il quale è pegno della nostra eredità fino alla piena redenzione di quelli che Dio si è acquistati a lode della sua gloria. » (Efesini 1:13-14)

Tramite la fede in Gesù Cristo, « l’uomo naturale » di cui parlava Paolo ai Corinzi diviene « uomo spirituale », il cui spirito riceve vita per opera dello Spirito di Dio. Quest’uomo spirituale, guidato dallo Spirito Santo dimorante in lui, può servire Dio, comprende la sua Parola, vive cercando naturalmente di piacere a Dio obbedendo i Suoi insegnamenti.

Dio « ci ha salvati non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia, mediante il bagno della rigenerazione e del rinnovamento dello Spirito Santo, che egli ha sparso abbondantemente su di noi per mezzo di Cristo Gesù, nostro Salvatore. » (Tito 3:5-6)

Adesso che lo Spirito di Dio dimora in noi, la Parola di Dio diviene comprensibile, ma non secondo dei metodi comuni di comprensione o conoscenza. Conoscere e capire la Bibbia non significa accumulare delle nozioni, fare cultura, erudirsi in principi filosofici. La Parola di Dio compresa diviene una meravigliosa realtà interiore. « Questo è il patto che farò con loro dopo quei giorni, dice il Signore, metterò le mie leggi nei loro cuori e le scriverò nelle loro menti » (Ebrei 10:16). Leggeremo la Bibbia e il nostro cuore ci testimonierà che quello che leggiamo è Verità, mentre lo Spirito Santo ci illuminerà facendoci comprendere la volontà di Dio.

Queste cose riguardano altri, non me – diranno alcuni. Altri avranno vari tipi di obiezioni da opporre. La realtà invece è semplice – ed è per questo che è così facile per i piccoli, come diceva Gesù: basta riporre la propria fede in Dio, che non ci delude mai. Gesù ci ha infatti assicurato: « Se voi, dunque, che siete malvagi, sapete dare buoni doni ai vostri figli, quanto più il Padre celeste donerà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono! » (Luca 11:13)

Se chiediamo a Dio di illuminarci e farci davvero comprendere la sua Parola, apriremo la Bibbia e sentiremo la voce dello Spirito Santo, dolce e comprensibile, che parla ai nostri cuori con l’unico scopo di ricondurci alla comunione col nostro Padre Celeste.

 

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(1 Re 3:5-14)
« A Gabaon, il SIGNORE apparve di notte, in sogno, a Salomone. Dio gli disse: « Chiedi ciò che vuoi che io ti conceda ». Salomone rispose: « Tu hai trattato con gran benevolenza il tuo servo Davide, mio padre, perché egli agiva davanti a te con fedeltà, con giustizia, con rettitudine di cuore a tuo riguardo; tu gli hai conservato questa grande benevolenza e gli hai dato un figlio che siede sul trono di lui, come oggi avviene. Ora, o SIGNORE, mio Dio, tu hai fatto regnare me, tuo servo, al posto di Davide mio padre, e io sono giovane, e non so come comportarmi. Io, tuo servo, sono in mezzo al popolo che tu hai scelto, popolo numeroso, che non può essere contato né calcolato, tanto è grande. Dà dunque al tuo servo un cuore intelligente perché io possa amministrare la giustizia per il tuo popolo e discernere il bene dal male; perché chi mai potrebbe amministrare la giustizia per questo tuo popolo che è così numeroso? » Piacque al SIGNORE che Salomone gli avesse fatto una tale richiesta. E Dio gli disse: « Poiché tu hai domandato questo, e non hai chiesto per te lunga vita, né ricchezze, né la morte dei tuoi nemici, ma hai chiesto intelligenza per poter discernere ciò che è giusto, ecco, io faccio come tu hai detto; e ti do un cuore saggio e intelligente: nessuno è stato simile a te nel passato, e nessuno sarà simile a te in futuro. Oltre a questo io ti do quello che non mi hai domandato: ricchezze e gloria; tanto che non vi sarà durante tutta la tua vita nessun re che possa esserti paragonato. Se cammini nelle mie vie, osservando le mie leggi e i miei comandamenti, come fece Davide tuo padre, io prolungherò i tuoi giorni ».

 

The water from the rock. Victory over the Amalekites

The water from the rock. Victory over the Amalekites dans immagini sacre 19%20STURLER%20MOISE%20SUR%20LA%20MONTAGNE%20MONTAUBAN%20MIN
http://www.artbible.net/1T/Exo1708_Victory_amalekites/pages/19%20STURLER%20MOISE%20SUR%20LA%20MONTAGNE%20MONTAUBAN%20MIN.htm

Publié dans:immagini sacre |on 14 octobre, 2016 |Pas de commentaires »

XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (16/10/2016)

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Compendio del Credo

padre Gian Franco Scarpitta

XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (16/10/2016)

« Tutto posso in Colui che mi da la forza! » (Fil 4, 14) esclama Paolo mentre si proclama iniziato a tutto e pronto per ogni opera e in altri isolati riferimenti la Scrittura per intero gli fa eco. Qualsiasi successo o conquista realizzata non dipende dalle nostre sole capacità e anche gli stessi talenti vanno inquadrati come doni dello Spirito per l’edificazione di tutti, cioè come carismi. Ogni nostra potenzialità, attitudine, competenza è un carisma infuso dallo Spirito, un’elargizione divina che ci fa dipendere da Colui che ce ne ha fatto dono. E’ il Signore che ci dona forza e capacità, noi semplicemente esercitiamo queste mettendo a frutto nient’altro che un dono del suo Spirito. E così avviene in questo spettacolare episodio di belligeranza che si descrive fra Israeliti e Amaleciti che combattono a Refidim: non per la competenza militare o per solerzia vince l’esercito di Mosè, non per la sua maestria e capacità, ma solo perché Dio lo sostiene.
Sollevare le mani espressione di abbandono fiducioso in Dio, abbassarle sottende a voler prescindere dal sostegno divino sovrannaturale. In questo caso è necessario tenere le mani alzate, anche quando ci si dovesse stancare o debba coglierci la tentazione di arrenderci alla debolezza o all’ignavia. Ecco perché Aronne e Cur provvedono a che Mosè tenga sempre le mani sollevate verso l’alto. E’ necessario che si usufruisca nient’altro che della forza scaturita da Dio, del talento e del carisma e non già di conclamate capacità personali. Non che le nostre risorse non contino nulla, non che dobbiamo mancare di credere in noi stessi o autocompatirci e neppure è lecito non considerare ciascuno le proprie qualità. Ognuno deve anzi stimare se stesso e sapersi valutare adeguatamente. Illecito è però presumere solamente nelle proprie forze, idolatrarsi e concepirsi con esagerata ostentazione, come se ogni nostro potenziale dipendesse esclusivamente da noi. Considerare invece che ogni nostra risorsa è un carisma dello Spirito apporta in noi l’umiltà necessaria a manifestare riconoscenza e fiducia in Chi ci ha istruiti e ci conduce avanti. Non si tratta altro che di un atto di fede, cioè di abbandono spontaneo e fiducioso all’assistenza di Colui che interviene a nostro favore. Quella fede che dischiude tutte le porte, a volte anche quelle immediatamente impensabili e irraggiungibili e che adesso ci fa considerare quanto segue: se un giudice irremovibile e ostinato alla fine si decide a fare giustizia a una vedova importuna che lo tedia e lo perseguita, Dio non si sente affatto perseguitato dalle nostre preghiere e ogni qual volta gli rivolgiamo un solo atto di fede, quale Padre misericordioso è sempre pronto a intervenire a nostro favore. La preghiera è espressione della fede profonda, esteriorizzazione del sentimento di amore filiale che esterniamo nei confronti di Qualcuno che ci ascolta con attenzione sempre pronto a venirci incontro nelle difficoltà, anche quando ci sembri che non presti ascolto alle nostre richieste. Qualsiasi preghiera è un piccolo compendio del nostro Credo, perché ribadisce in noi l’affidamento spontaneo di fiducia di cui quel gesto di Mosè è una semplice espressione. Il rapportarsi a Dio nell’orazione e l’apertura del cuore spontanea, libera e fiduciosa accresce la serenità e aiuta a vivere il quotidiano senza che gli eventi cin travolgano o che le situazioni si impossessino di noi. E che le nostre battaglie giungano a buon fine. « Chi prega, si salva » diceva un saggio Santo, soprattutto perché rinnova la convinzione di non dovere ogni cosa alle sue sole risorse, ma di dover confidare sempre in Colui che ci da’ la forza, mentre a lui tendiamo le mani.

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Apocalypse depicted in Christian Orthodox traditional

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OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II – “MA È PROPRIO VERO CHE DIO ABITA SULLA TERRA?” (1 RE 8, 27)

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1993/documents/hf_jp-ii_hom_19930615_almudena-madrid.html

VIAGGIO APOSTOLICO IN SPAGNA

CELEBRAZIONE EUCARISTICA PER LA CONSACRAZIONE DELLA CATTEDRALE «DE LA ALMUDENA»

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Madrid – Martedì, 15 giugno 1993

“Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra?” (1 Re 8, 27)

1. La liturgia di oggi ci presenta queste parole di Re Salomone, che abbiamo ascoltato nella prima lettura. E continua: “Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruita” (1 Re 8, 28).
L’uomo è consapevole dell’infinità e dell’immensità di Dio, non racchiuso nei limiti di spazio e di tempo, poiché “è Signore del cielo e della terra, non dimora in templi costruiti dalle mani dell’uomo” (At 17, 24). Ma il Dio dell’Alleanza, “Colui che è” (cf. Es 3, 14), ha voluto venire ad abitare in mezzo al suo popolo. Colui che abbraccia e permea tutto abitava nella tenda, detta dell’Incontro, durante il peregrinare del popolo fino alla terra promessa. Il Signore pose la sua dimora sul monte santo, Gerusalemme, poiché la sua delizia è abitare in mezzo ai figli degli uomini (cf. Pr 8, 31), e quando “venne la pienezza del tempo” (Gal 4, 4) si fece Emmanuele, “Dio con noi” (cf. Mt 1, 23). Nella persona di Gesù Cristo, Dio stesso va incontro all’uomo. Dio si rende accessibile ai sensi, tangibile: “abbiamo visto”, “abbiamo udito” e “abbiamo toccato il Verbo della Vita”, “poiché la Vita si è manifestata e noi l’abbiamo vista”, scrive l’apostolo San Giovanni (cf. 1 Gv 1, 1-2). Infatti, in Gesù Cristo “abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2, 9), al punto tale che il suo corpo è il tempio autentico, nuovo e definitivo, come abbiamo ascoltato nella lettura del Vangelo (cf. Gv 2, 21). “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1, 14). Per questo, con il cuore colmo di gioia, proclamiamo col Salmista: “Quanto sono amabili le tue dimore, Signore degli eserciti!” (Sal 83, 2).
2. A somiglianza del tempio di pietre vive che sono tutti i fedeli di questa Arcidiocesi, la Cattedrale di Santa Maria la Real de la Almudena, che oggi abbiamo la gioia di consacrare al culto divino, è un’espressione sublime di lode a Dio. Perciò, una gioia immensa ha riunito oggi la popolazione di Madrid, cui desidero esprimere, attraverso la radio e la televisione, il mio caloroso e affettuoso saluto. Una gioia che ho voluto fare mia nel venire qui come Successore di Pietro a consacrare questa dimora di Dio fra gli uomini. Questa chiesa, che si innalza fino al cielo, è tutta un simbolo: il simbolo del dinamismo del Popolo di Dio che ha unito le proprie forze, il proprio lavoro, le elemosine e le preghiere, per offrire a Dio una dimora degna nella quale invocare il suo nome e implorare la sua misericordia.
A tutti coloro che in un modo o nell’altro hanno contribuito alla sua costruzione: alla casa Reale, che ha avuto un ruolo decisivo nell’inizio dei lavori e ha continuato in seguito a sostenerla; al Presidente del Governo e alle numerose imprese che hanno contribuito alla sua edificazione; alle istituzioni che, insieme all’Arcivescovado, hanno formato il Patronato e cioè: il Comune di Madrid, la Comunità Autonoma, Caja Madrid e l’Associazione della Stampa madrilena; l’Architetto e i lavoratori che hanno dedicato all’opera le proprie capacità e le proprie energie; alle parrocchie, alle congregazioni religiose e alle associazioni di fedeli che hanno depositato qui i loro oggetti d’arte per ornarla, a tutti coloro che hanno contribuito con il loro sostegno economico, e alla Chiesa e al popolo di Madrid, a tutti il Papa vuole esprimere oggi il suo ringraziamento, in nome di Gesù Cristo e della Chiesa, per il coronamento di questo grande tempio.
Gratitudine, in modo particolare, al Pastore di questa arcidiocesi, il Signor Cardinale Angel Suquía oicoechea, che a nome di tutta la comunità ecclesiale, Vescovi Ausiliari, sacerdoti, religiosi, religiose e fedeli, mi ha rivolto le parole tanto cordiali di comunione e di amicizia. Che il Signore, ricco di misericordia, ricompensi abbondantemente il suo generoso e zelante ministero pastorale alla Chiesa di Dio. Ringrazio anche per la loro presenza il Cardinale Vicente Enrique y Tarancón e agli altri Cardinali, come anche il caro Episcopato spagnolo con il suo Presidente, Mons. Elías Yanez, Arcivescovo di Saragozza.
Rendiamo grazie alla Santissima Trinità per questo luogo santo in cui dimorerà la gloria del Signore! Rendiamole grazie perché, nella sua divina provvidenza, questo luogo sia dimora di preghiera e di suppliche, di culto e di adorazione, di grazia e di santificazione. Sia il luogo dove il popolo cristiano accorrerà per incontrare il Dio vivo e vero.
3. “Non sapete che siete tempio di Dio e che lo spirito di Dio abita in voi?” (1 Cor 3, 16). Queste parole di San Paolo che abbiamo ascoltato nella seconda lettura, ci portano anche, cari fratelli, a chiederci: “Qual è il fondamento del nostro essere e sapere di essere tempio di Dio?”. E la risposta è: Gesù Cristo. Per questo lo stesso apostolo potrà dire: “Nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo” (1 Cor 3, 11). E tutto ciò senza cancellare quello che dice l’Antico Testamento sul tempio di Gerusalemme, e che nel salmo responsoriale abbiamo ripetuto con tanta forza emotiva: “Beato chi abita la tua casa” (Sal 83, 5).
Vediamo che il fervore per la casa di Dio porta un giorno Gesù, nel tempio di Gerusalemme – quel tempio innalzato da Salomone e ricostruito dopo l’esilio in Babilonia – a cacciare i mercanti dicendo loro: “Non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato” (Gv 2, 16). E alla domanda degli ebrei: “Quale segno ci mostri per fare queste cose?” (Gv 2, 18), il Signore risponde: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere” (Gv 2, 19). Queste parole allora non potevano essere comprese dato che Gesù intendeva il tempio del suo corpo. Solo dopo la risurrezione i suoi discepoli le compresero e credettero.
Per questo, carissimi fratelli e sorelle, proclamiamo che il tempio della Nuova ed Eterna Alleanza è Gesù Cristo: il Signore crocefisso e risuscitato dai morti. In Lui “abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2, 9). Egli stesso è l’Emmanuele: “la dimora di Dio con gli uomini” (Ap 21, 3). In Cristo tutto il creato si è trasformato in un tempio grandioso che proclama la creazione di Dio.
4. A somiglianza di questo edificio materiale che oggi consacriamo a gloria di Dio, e nella cui costruzione tutte le pietre, ben assemblate, contribuiscono alla stabilità, alla bellezza e all’unità, voi, essendo figli di Dio, mediante il battesimo, “venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo” (1 Pt 2, 5). E alla base di questo edificio, ci sarà come garanzia di stabilità e di perennità la “pietra angolare, scelta, preziosa” (1 Pt 2, 6), il cui nome è Gesù Cristo.
Perciò, non rovinate questo tempio! Non rattristate lo Spirito Santo di Dio con il quale siete stati segnati (cf. Ef 4, 30), ma al contrario, curate l’unità della fede e la comunione in ogni cosa: nel sentire e nell’agire, attorno al vostro Pastore. Infatti, il Vescovo, in comunione con il successore di Pietro – “roccia” su cui viene edificata la Chiesa (cf. Mt 16, 18) – è il Pastore di ogni Chiesa particolare e ha ricevuto da Cristo, attraverso la successione apostolica, il mandato di insegnare, santificare e guidare la Chiesa diocesana (cf. Christus Dominus, 11). Accoglietelo, amatelo e obbeditegli come a Cristo, pregate costantemente per lui, affinché svolga il suo ministero con totale fedeltà al Signore.
5. Con l’ultimazione della Cattedrale di Madrid, opera in cui sono state impegnate tante energie, si compie un passo importante per la vita di questa Arcidiocesi. La cattedrale, infatti, è il simbolo e il focolare visibile della comunità diocesana, presieduta dal Vescovo, che ha in essa la sua cattedra. Perciò, questo giorno della consacrazione della cattedrale deve rappresentare per tutta la comunità diocesana un insistente richiamo alla nuova evangelizzazione a cui ho convocato la Chiesa.
La Chiesa spagnola, fedele alla ricchezza spirituale che l’ha caratterizzata nel corso della sua storia, deve essere oggi fermento del Vangelo per l’animazione e la trasformazione delle realtà temporali, con il dinamismo della speranza e la forza dell’amore cristiano. In una società pluralista come la vostra, si rende necessaria una maggiore e più incisiva presenza cattolica, individuale e associata, nei diversi settori della vita pubblica. Per questo è inammissibile, in quanto contraria al Vangelo, la pretesa di circoscrivere la religione all’ambito strettamente privato, dimenticando paradossalmente la dimensione essenzialmente pubblica e sociale della persona umana. Uscite, dunque, per strada, vivete la vostra fede con gioia, portate agli uomini la salvezza di Cristo che deve permeare la famiglia, la scuola, la cultura e la vita politica! Questo è il culto e la testimonianza di fede cui ci invita anche questa cerimonia della consacrazione della cattedrale di Madrid.
6. In questa prospettiva potremo capire meglio il profondo significato di questo atto. Vediamo l’immagine e contempliamo la realtà: vediamo il tempio e contempliamo la Chiesa. Guardiamo l’edificio e penetriamo dentro il mistero. Perché questo edificio ci rivela, con la bellezza dei suoi simboli, il mistero di Cristo e della sua Chiesa. Sulla cattedra del Vescovo, scopriamo Cristo Maestro che, in virtù della successione apostolica, ci insegna nel corso dei tempi. Sull’altare vediamo Cristo stesso nell’atto supremo della redenzione. Nel fonte battesimale, troviamo il cuore della Chiesa, Vergine e Madre, che rende chiara la vita di Dio nel cuore dei suoi figli. E guardando a noi stessi, potremo dire con San Paolo “Siete l’edificio di Dio… santo è il tempio di Dio, che siete voi” (1 Cor 3, 9-17). Questo è il mistero simboleggiato dalla cattedrale dedicata a Santa Maria la Real de la Almudena.
Lei, la Madre del Signore, è la patrona della diocesi di Madrid, con il titolo de la Almudena. Si tratta di un titolo antichissimo, che risale alle origini della città e la cui devozione è andata crescendo nel tempo. Ciò è dimostrato dal “Voto de la Villa” che la giunta municipale realizzò alla fine del secolo XVIII, e la partecipazione in massa di fedeli alle celebrazioni liturgiche della sua festa, negli ultimi anni. La devozione alla Vergine de la Almudena, insieme a quella di altre immagini mariane, come quella della Madonna de Madrid, la Virgen de la flor de Lys, la Virgen de Atocha e la Virgen de la Paloma, esprimono la venerazione e l’affetto profondo che i cattolici madrileni nutrono per la Madre di Dio. Nel consacrare questo tempio in onore di santa Maria, la Vergine de la Almudena, tutta la Chiesa di Madrid, e ognuno dei suoi fedeli, deve guardare a lei e imparare ad essere anche segno visibile della presenza di Dio fra gli uomini.
7. Chiesa di Madrid: per adempiere nel mondo di oggi all’immensa e meravigliosa missione di vivere con pienezza la Redenzione di Cristo e comunicarla agli uomini, devi fissare il tuo sguardo nella donna che un giorno accolse il gioioso annuncio dell’Incarnazione del Figlio di Dio. Lei, che cammina davanti alla Chiesa “nella peregrinazione della fede” (Redemptoris Mater, 2), ti mostrerà il cammino. Guardala e come lei dà il tuo assenso alla grazia, affinché tu sia ricolmo di Cristo e possa cantare anche tu il suo stesso canto di lode (cf. Lc 1, 46-55).
Così sia.

Israel. Camel in Negev Desert

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Publié dans:immagini |on 11 octobre, 2016 |Pas de commentaires »
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