Archive pour octobre, 2016

Pharisee and Publican

Pharisee and Publican dans immagini sacre 7-Pharasee%20&%20the%20Publican

http://www.friendlybaptistbranson.com/lloyd-durre-art/7-pharisee-and-publican/

Publié dans:immagini sacre |on 21 octobre, 2016 |Pas de commentaires »

OMELIA (23-10-2016) – ESSERE GIUSTI PER DIVINA MISERICORDIA

http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20161023.shtml

OMELIA (23-10-2016) – ESSERE GIUSTI PER DIVINA MISERICORDIA

padre Gian Franco Scarpitta

Un fariseo e un pubblicano a confronto. Non fra di loro e neppure con terze persone ipotetiche, ma ciascuno a rapporto con il Signore. Ciò che conta non è insomma che li osserviamo noi e tracciamo paragoni su di loro, ma che ciascuno di essi si confronti con il Signore. E’ a Dio infatti che il fariseo rende lode per la sua integerrima condotta di scrupoloso osservante delle norme mosaiche sul digiuno, sul pagamento della decima e altre prescrizioni, tutte effettivamente adempiute con impeccabile puntualità; è a Dio che egli si atteggia in posizione eretta, secondo la prassi rituale giudaica, dandosi a una preghiera ipocrita e presuntuosa che lo legittima a ritenersi superiore al pubblicano che gli sta accanto: « Ti ringrazio perché non sono come questo pubblicano », quasi come se la preghiera autorizzasse la propria spocchia e l’esecrazione degli altri! Sempre davanti al Signore, come sottolineano anche alcuni esegeti, questo fariseo ostenta una giustizia che sembra provenire esclusivamente da lui, della quale egli solo ha il merito e in forza della quale Dio dovrebbe sentirsi « obbligato » nei suoi confronti. Forse risiede in questo la colpa del fariseo, zelante conoscitore della Legge di Mosè e del Talmud (raccolta di tradizioni dell’antico Israele): nell’attribuire a se stesso i meriti del suo essere impeccabile, nel vantare come propria la perfezione di cui tende a fare sfoggio e di pretendere ricompense ed elargizioni quasi come se Dio avesse debiti di riconoscenza nei suoi confronti.
Dicevamo poc’anzi che il fariseo si colloca a confronto con Dio e di fronte a lui esalta se stesso. Nulla di più sbagliato, perché il vero confronto con chi è pur sempre un Altro da noi dovrebbe portare ad esaminarsi, non ad esaltarsi. Nei riguardi di Dio ciascun uomo dovrebbe concepirsi come insufficiente per il solo fatto di essere uomo; operare una necessaria introspezione che lo conduca certamente a valorizzare il proprio potenziale, indubbiamente a valorizzare e a stimare se stesso e le sue risorse, ma non senza considerare le immancabili lacune e le defezioni che tutti ci caratterizzano. Se il confronto con il Signore è reale, esso conduce a riconoscerci in ogni caso immeritori e peccatori, sempre in debito nei confronti di Chi comunque ci usa misericordia. E i nostri meriti? Le nostre adempienze? E i nostri lati in positivo? Non sono certo di nostra personale origine e non si ascrivono alle nostre capacità e alle qualità da noi coltivate e custodite, ma vanno riconosciuti come dono di origine divina, per il quale rendere grazie senza enfasi eccessiva di autoesaltazione. Si tratta infatti di carismi, cioè di qualità infuse dallo Spirito, di talenti da mettere a frutto dei quali rendere lode mentre si chiede perdono per i propri peccati. Nessuna giustizia è mai propria dell’uomo, ma è Dio che adempie ogni giustizia, poiché Lui solo è in grado di rendere giusto l’uomo. Nel confronto con il Signore l’uomo si trova raggiunto dalla grazia giustificante per la quale scopre di essere stato reso giusto, messo in condizioni di meritare e di salvarsi.
Paolo nella Lettera ai Romani e in Galati parlerà della « giustizia di Dio » (Dikaiousyne Teou) come l’intervento con cui Dio rende l’uomo « giusto », cioè in grado di ristabilire i rapporti con Lui; il che avviene in modo esaltante sul legno della croce (Rm 5, 8; Gal 5, 4) ma anche in questo contesto è evincibile che ogni « giustizia » non è prerogativa umana ma conseguenza dell’azione di grazia da parte di Dio. Essa coincide quindi con la gratuità e con la misericordia e in questa ottica essa va guardata e interpretata, poiché il fatto che solo il Signore è in grado di renderci giusti attesta all’evidenza del suo amore e della sua misericordia spontanea e ineccepibile. Atteggiamento riprovevole del pubblicano è quello di non confidare nella misericordia con cui Dio gli fa dono della giustizia, di prescindere da essa e di vantare una falsa giustizia, che decade proprio nella sua stessa preghiera tronfia, altezzosa e auto affermativa. Non può essere giustificato chi giustifica se stesso in partenza con i propri mezzi. E infatti il nostro pubblicano non viene giustificato affatto. Confidare in una giustizia propria, vantarsi di se stessi senza pensarsi peccatori e bisognosi di misericordia, esaltare le proprie qualità a discapito della conoscenza dei limiti, equivale a gonfiarsi di orgoglio e di presunzione e per ciò stesso dimostrare di non radicarsi nella vera fede in Colui dal quale tutto dipende. Di conseguenza precipitare nella vanità e nella protervia che allontanano da Dio e dal prossimo e nei confronti degli altri conseguentemente ci si ergerà a giudici vanitosi. Tale è la condizione del fariseo così altezzoso che non può trovare gratificazione di fronte a un Dio il cui procedere è ben diverso da quello dell’uomo e i cui parametri di preferenza prediligono soprattutto gli ultimi, i poveri e gli indifesi (Prima Lettura) e per ciò stesso chi si associa a loro nell’umiltà.
A confronto con il Signore è anche il pubblicano, uomo legato agli affari del governo di Roma per il quale si impegnava a riscuotere le tasse e i tributi, frodando spesso la gente. Un ladro miscredente, dunque, ben lungi dalla fisionomia dotta e spiritualmente elevata propinataci dal fariseo. Ebbene, in questo soggetto del tutto estraneo ai canoni di ritualità mosaica, si evince la consapevolezza di non aver nulla da ostentare a Dio ma tutto da meritare da lui. La posizione del capo reclinato lo induce a riconoscersi peccatore, bisognoso di misericordia e di predetta « giustificazione » e in fine dei conti mostra molta più coerenza di fede di qualsiasi altro sedicente fedele o credente. La sua umiltà e la sua buona disposizione gli otterranno più ricompense quante saranno le riprovazioni che riceverà il fariseo millantatore, perché nel suo agire dimesso e contrito vi è una volontà di emendazione, una sottesa sincerità e trasparenza e una buona prospettiva di vita per il futuro.
Coleridge diceva che « il peccato prediletto del demonio è l’orgoglio che scimmiotta l’umiltà » e questo in effetti è alla radice di ogni demerito e sfregio di tutte le virtù. L’umiltà invece « è quella virtù che, quando la si possiede, non si crede di averla » (M. Soldati) e solo a queste condizioni essa è veramente tale.
Anche la preghiera, espressione della fede, inizia con l’umiltà. Quale orazione potrebbe mai essere ben accetta al Signore quando sia motivata dalla tracotanza e dalla presunzione, quale preghiera potrà mai essergli gradita quando ad essa è affinata la malizia e l’affezione al peccato?

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 21 octobre, 2016 |Pas de commentaires »

« The Garden of Eden » by Adi Holzer

https://en.wikipedia.org/wiki/Garden_of_Eden

Publié dans:immagini sacre |on 20 octobre, 2016 |Pas de commentaires »

ATTI 17, 22-34 – DISCORSO DI PAOLO NELL’AREOPAGO DI ATENE

http://bibbiaeteologia.blogspot.it/2008/04/atti-17-22-34-discorso-di-paolo_13.html

ATTI 17, 22-34 – DISCORSO DI PAOLO NELL’AREOPAGO DI ATENE

Meditazione di Aldo Palladino
Chiesa Valdese di Via Nomaglio, 8 – Torino
Domenica, 13 aprile 2008

Il testo biblico
22 E Paolo, stando in piedi in mezzo all’Areòpago, disse:
«Ateniesi, vedo che sotto ogni aspetto siete estremamente religiosi. 23 Poiché, passando, e osservando gli oggetti del vostro culto, ho trovato anche un altare sul quale era scritto: Al dio sconosciuto. Orbene, ciò che voi adorate senza conoscerlo, io ve lo annunzio. 24 Il Dio che ha fatto il mondo e tutte le cose che sono in esso, essendo Signore del cielo e della terra, non abita in templi costruiti da mani d’uomo; 25 e non è servito dalle mani dell’uomo, come se avesse bisogno di qualcosa; lui, che dà a tutti la vita, il respiro e ogni cosa. 26 Egli ha tratto da uno solo tutte le nazioni degli uomini perché abitino su tutta la faccia della terra, avendo determinato le epoche loro assegnate, e i confini della loro abitazione, 27 affinché cerchino Dio, se mai giungano a trovarlo, come a tastoni, benché egli non sia lontano da ciascuno di noi. 28 Difatti, in lui viviamo, ci moviamo, e siamo, come anche alcuni vostri poeti hanno detto: « Poiché siamo anche sua discendenza ». 29 Essendo dunque discendenza di Dio, non dobbiamo credere che la divinità sia simile a oro, ad argento, o a pietra scolpita dall’arte e dall’immaginazione umana. 30 Dio dunque, passando sopra i tempi dell’ignoranza, ora comanda agli uomini che tutti, in ogni luogo, si ravvedano, 31 perché ha fissato un giorno, nel quale giudicherà il mondo con giustizia per mezzo dell’uomo ch’egli ha stabilito, e ne ha dato sicura prova a tutti, risuscitandolo dai morti».
32 Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni se ne beffavano; e altri dicevano: «Su questo ti ascolteremo un’altra volta». 33 Così Paolo uscì di mezzo a loro. 34 Ma alcuni si unirono a lui e credettero; tra i quali anche Dionisio l’areopagìta, una donna chiamata Damaris, e altri con loro.

oooOooo

Rivelazione di Dio e religione a confronto
L’altare « al dio sconosciuto » (agnosto theo), che Paolo trova ad Atene, è l’espressione originale ed estrema di una religiosità espressa attraverso attività cultuali idolatriche e un sistema d’affari che si era sviluppato intorno al mercato del sacro. Quella religiosità tentava di fornire le risposte alle domande ricorrenti di quel tempo in merito al potere e ai desideri delle divinità, all’origine e al destino dell’umanità, alla possibilità dell’uomo di rispondere agli dèi con offerte, sacrifici, e ogni altro comportamento rivolto ad evitare soprattutto la loro ira o i loro capricci. Per Paolo, quell’altare è il sintomo di una ricerca, di domande che attendono una risposta, di un bisogno spirituale inappagato. Gli Ateniesi sono un popolo che indaga e discute, che riflette e critica, che dialoga ed è pronta al confronto con le novità emergenti, e Atene, definita « la pupilla della Grecia » da Filone, « la lampada [il faro] di tutta la Grecia » da Cicerone, « la madre di tutte le arti », ancorché in possesso di un patrimonio artistico e culturale di grande splendore, è un gran mercato non solo d’idoli (At 17,16), di statuette di marmo, di bronzo, di legno o di argilla, ma anche sede culturale d’importanti sistemi filosofici epicurei, stoici, cinici, neopitagorici, medioplatonici. Insomma, Atene è il più importante centro di incontro e di confronto culturale dell’area mediterranea e mediorientale.
In quel panorama, anche per Paolo c’è spazio per l’annuncio dell’evangelo, della « buona notizia » di Gesù e della sua risurrezione. Non si sottrae al confronto, non guarda le cose con lo spirito di un turista, un po’ divertito e distaccato, ma al contrario si getta nella mischia con il carattere del missionario che ha qualcosa d’importante da comunicare o Qualcuno da presentare: nella sinagoga discute con i Giudei e nella piazza con quelli che vi si trovavano (v. 17), gente comune, bigotti, curiosi, tradizionalisti, uomini e donne di passaggio, artigiani e commercianti. E incontra anche filosofi epicurei e stoici (18) e personaggi della cultura ateniese.
Il messaggio cristiano raggiunge dunque gli ateniesi « estremamente religiosi » (deisidaimonestérous) e la rivelazione di Dio, sia pur mediata dall’uomo, entra in contatto con la « religione », di cui svela limiti e debolezze.
Così scrive il prof. Paolo Ricca in un suo recente articolo, comparso sul n. 13 del settimanale « Riforma » della Chiesa Valdese: « Karl Barth… ha dedicato alla religione un lungo e importante paragrafo (il § 17) della sua Dogmatica, nel quale contrappone la religione alla rivelazione e, alla luce di quest’ultima, definisce la religione come «incredulità», come «la specialità dell’uomo senza Dio». «Se l’uomo credesse – egli scrive – ascolterebbe; invece, nella religione, è lui che parla. Se l’uomo credesse, accetterebbe; invece, nella religione, vuole prendere. Se l’uomo credesse, lascerebbe Dio agire come Dio; invece, nella religione, l’uomo non esita a voler afferrare Dio». È vero: nella religione il protagonista è l’uomo, nella rivelazione è Dio. La religione è un prodotto umano (molto umano), la rivelazione è opera divina. Come prodotto umano, la religione può essere, come s’è detto, molte cose, anche negative (superstizione, settarismo, fanatismo, ecc.), e come tale è da combattere ovunque si manifesti, a cominciare dalle chiese… Ma la religione può anche essere altro, e cioè, molto semplicemente, una domanda, l’espressione di un bisogno, di un’attesa, forse persino di una ricerca. In questo senso, la religione non è da combattere, ma da capire, se possibile da decifrare, e forse da ascoltare, anche quando la domanda, come spesso accade, è formulata male o addirittura deviata. La religione come domanda non è, secondo me, «una cosa cattiva»; la «cosa cattiva» è considerata una risposta. La risposta alla domanda implicita nella religione non sta nella religione, ma nella rivelazione ».

Il discorso nell’Areòpago
Dopo essere stato accusato da alcuni di essere un ciarlatano (letteralmente, una cornacchia), un seminatore di parole, e da altri un predicatore di divinità straniere (v.18) [da notare che gli uditori di Paolo credevano che egli fosse portatore di due divinità, Gesù e la dea Anastasis=risurrezione], l’apostolo Paolo è condotto nell’Aeròpago (da Areios pagos = collina di Ares, cioè di Marte) per consentirgli di spiegare in modo più approfondito il soggetto della sua predicazione. Ed è qui che Paolo intrattiene i suoi ascoltatori su quel « Dio sconosciuto o ignoto » al quale essi avevano eretto un altare.
Si tratta evidentemente di un pretesto, di un punto d’aggancio da cui far partire il suo discorso sul Dio unico e vero, una retorica captatio benevolentiae all’interno del comportamento di Paolo di farsi giudeo con i giudei e greco con i greci per guadagnare tutti a Cristo (1Cor. 9,20-23).

Dunque, Paolo rivela il « dio sconosciuto ». Il suo annuncio (kérigma) può essere riepilogato in quattro punti:
1) Dio è il Creatore dei cieli e della terra (v.24);
2) Dio è il Creatore dell’intera umanità, che è discendenza di Dio (v.26-28);
3) L’uomo è chiamato a convertirsi dagli idoli all’Iddio unico e vero (29-30);
4) Dio ha stabilito la sua giustizia per mezzo di un uomo, Gesù Cristo, morto e risuscitato (31).

Dio è lontano e vicino
È evidente che il contributo di Paolo non poteva prescindere dalla sua cultura giudaica, né poteva distaccarsi dalla sua esperienza di fede consolidata in anni di servizio. Il Dio di cui parla Paolo è lo stesso di quello presentato nei racconti della creazione in Genesi, all’atto della creazione di Adamo, di Eva, ed è lo stesso Dio del Decalogo (Es. 20, 2-5) e dello Shèmà di Deut. 6,4, che celebra l’unicità di Dio. L’Iddio di Paolo non è materializzabile in un idolo, né può essere relegato in luoghi chiusi, templi o edifici costruiti per farne una sorta di pantheon di più divinità. L’Iddio di Paolo è creatore: medita, progetta, esegue, ama, entra in relazione con l’uomo, si avvicina e si allontana, è libero. È l’Iddio vivente e vero che, come dice il Salmista, ha fatto il cielo e la terra, il mare e tutto ciò ch’è in essi; che mantiene la fedeltà in eterno, che rende giustizia agli oppressi, che dà il cibo agli affamati…libera i prigionieri, apre gli occhi ai ciechi, rialza gli oppressi, ama i giusti, protegge i forestieri, sostenta l’orfano e la vedova, ma sconvolge la via degli empi, regna per sempre (Salmo 146,6-10), che odia il peccato e ama il peccatore fino a dare tutto per lui. Questo Dio è il motore e la vita dell’umanità e tutti hanno la possibilità di conoscerlo e rispettarlo come Padre, perché tutti sono suoi discendenti, essendo stati creati a sua immagine e a sua somiglianza. La relazione Dio-uomo, che rende Dio vicino all’uomo, non è tuttavia una relazione di possesso di Dio da parte dell’uomo né dell’uomo da parte di Dio, perché è in gioco la libertà di Dio e la libertà dell’uomo. Tutte le volte che l’uomo intende manipolare o imprigionare Dio, disponendo di Lui a suo piacimento, Dio, che è vicino o dentro l’uomo, si allontana. Dio, dunque, è vicino e lontano.
La nostra attuale vocazione: predicare Cristo, non colonizzare la società
L’annuncio di Paolo è per noi un modello di confronto pacato tra la cultura ellenistica e il messaggio giudeo-cristiano. Non c’è sentimento d’aggressività né arroganza nelle sue parole. Neanche di giudizio personale per una religione idolatra o per una cultura senza Dio. Lontana da lui è la volontà di imporre una propria visione della vita, con il proponimento di colonizzare quell’ambiente e piegarlo alle sue idee. Piuttosto, c’è in lui il sentimento di offrire un servizio, una via di fuga da una religiosità morta e senza speranza. La sua predicazione rende il « Dio sconosciuto » in Dio conoscibile attraverso la vita e l’opera di Gesù Cristo, che lui ha incontrato sulla via di Damasco. Conoscere Gesù Cristo morto e risorto significa riconoscere l’azione di Dio per questa umanità. Oggi come allora, è possibile comprendere che Dio agisce quando la linfa della vite, che è Gesù Cristo, scorre fino ai tralci (i credenti in Cristo) perché questi producano dei frutti (Giov. 15,1-11).Predicare il messaggio di liberazione e di salvezza in Cristo, vivere la vita con uno spirito di confronto e di dialogo (non di contrapposizione) è la nostra vocazione attuale. Non è più il tempo delle crociate o delle guerre di religione, alimentate da una cultura di violenza, di sopraffazione, dalla sete del potere, che hanno prodotto soltanto sangue, morte e a nulla sono servite. Quel tempo è finito. Oggi noi abbiamo la responsabilità di incontrare il fratello uomo nella sua dimensione d’umanità per dialogare, parlargli, accoglierlo anche nella differenza culturale e presentargli la visione di un cammino insieme seguendo le indicazioni di una vita possibile secondo lo spirito del Regno di Dio.
Come è successo a Paolo, può darsi che questo modo di ragionare faccia sorridere qualcuno. Ma noi andremo avanti in questo progetto, perché qualcuno si unirà a noi e crederà che il Regno di Dio e la sua giustizia in Cristo Gesù è possibile, qui e ora. Così han fatto Dionisio l’aeropagita, una donna chiamata Damaris e altri con loro, che si unirono a Paolo e credettero (v.34).

 

Luke with his painting, book, and ox

Luke with his painting, book, and ox dans immagini sacre luke
http://www.christianiconography.info/luke.html

Publié dans:immagini sacre |on 19 octobre, 2016 |Pas de commentaires »

18 OTTOBRE: SAN LUCA, APOSTOLO ED EVANGELISTA

http://collegiogreco.blogspot.it/2011/10/18-ottobre-san-luca-apostolo-ed.html

18 OTTOBRE: SAN LUCA, APOSTOLO ED EVANGELISTA

L’evangelista Luca in un manoscritto bizantino del X secolo

San Luca Evangelista, autore del terzo Vangelo e degli Atti degli Apostoli, è chiamato « lo scrittore della mansuetudine del Cristo ». Paolo lo chiama « caro medico », compagno dei suoi viaggi missionari, confortatore della sua prigionia. Il suo Vangelo, che pone in luce l’universalità della salvezza e la predilezione di Cristo verso i poveri, offre testimonianze originali come il vangelo dell’infanzia, le parabole della misericordia e annotazioni che ne riflettono la sensibilità verso i malati e i sofferenti. Nel libro degli Atti delinea la figura ideale della Chiesa, perseverante nell’insegnamento degli Apostoli, nella comunione di carità, nella frazione del pane e nelle preghiere. Secondo la tradizione Luca nacque ad Antiochia da famiglia pagana e fu medico di professione, poi si convertì alla fede in Cristo. Divenuto compagno carissimo di san Paolo Apostolo, sistemò con cura nel Vangelo tutte le opere e gli insegnamenti di Gesù, divenendo scriba della mansuetudine di Cristo, e narrando negli Atti degli Apostoli gli inizi della vita della Chiesa fino al primo soggiorno di Paolo a Roma. Ma che c’entra Teofilo? E chi lo conosce? Da sempre ci pare un po’ abusivo questo personaggio ignoto, che vediamo riverito e lodato all’inizio del Vangelo di Luca e dei suoi Atti degli Apostoli. La risposta si trova nella formazione ellenistica dell’autore. Con la dedica fatta a Teofilo, che doveva essere un cristiano eminente, egli segue l’uso degli scrittori classici, che appunto erano soliti dedicare le loro opere a personaggi insigni. Luca, infatti, ha studiato, è medico e tra gli evangelisti è l’unico non ebreo. Forse viene da Antiochia di Siria (oggi Antakya, in Turchia). Un convertito, un ex pagano, cui Paolo di Tarso si associa nell’apostolato, chiamandolo « compagno di lavoro » (Filemone 24) e indicandolo nella Lettera ai Colossesi come « caro medico » (4,14). Il medico segue Paolo dappertutto, anche in prigionia: due volte. E durante la seconda, mentre in un duro carcere attende il supplizio, Paolo scrive a Timoteo che ormai tutti lo hanno abbandonato. Meno uno. « Solo Luca è con me » (2 Timoteo 4,11). E questa è l’ultima notizia certa dell’evangelista.
Luca scrive il suo vangelo per i cristiani venuti dal paganesimo. Non ha mai visto Gesù e si basa sui testimoni diretti, tra cui probabilmente alcune donne, che furono le prime a rispondere all’annuncio. C’è un’ampia presenza femminile nel suo vangelo, cominciando naturalmente dalla Madre di Gesù: Luca è attento alle sue parole, ai suoi gesti, ai suoi silenzi. Di Gesù egli sottolinea l’invitta misericordia e quella forza che uscendo da lui « sanava tutti »: Gesù medico universale, chino su tutte le sofferenze, Gesù onnipotente e “mansueto” come lo credeva Dante nelle parole di Luca.Gli Atti degli Apostoli raccontano il primo espandersi della Chiesa cristiana fuori di Palestina, con i problemi e i traumi di questa universalizzazione. Nella seconda parte è dominante l’attività apostolica di Paolo, dall’Asia all’Europa; qui Luca si mostra attraente narratore quando descrive il viaggio, la tempesta, il naufragio, le buone accoglienze e le persecuzioni, i tumulti e le dispute, gli arresti dal porto di Cesarea Marittima fino a Roma e alle sue carceri. Secondo un’antica leggenda, Luca sarebbe stato anche pittore e, in particolare, autore di numerosi ritratti della Madonna. Altre leggende dicono che, dopo la morte di Paolo, egli sarebbe andato a predicare fuori Roma e si parla di molti luoghi. Di troppi. In realtà, nulla sappiamo di lui dopo le parole di Paolo a Timoteo dal carcere. Ma il Vangelo di Luca continua a essere annunciato insieme a quelli di Matteo, Marco e Giovanni in tutto il mondo. E con esso anche gli Atti degli Apostoli.

Paul’s Theology and Art

Paul's Theology and Art dans immagini sacre 16%20BECCAFUMI%20ST%20PAUL
http://www.artbible.net/2NT/PAUL%20S%20THEOLOGY%20AND%20ART%20…THEOLOGIE%20DE%20PAUL%20DANS%20L%20ART/slides/16%20BECCAFUMI%20ST%20PAUL.html

Publié dans:immagini sacre |on 17 octobre, 2016 |Pas de commentaires »
123456

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01