Archive pour octobre, 2016

LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO AI ROMANI – INTRODUZIONE

http://www.movimentoapostolico.it/romani/testi/capitoli/introdrom.htm

LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO AI ROMANI – INTRODUZIONE

La Lettera di San Paolo Apostolo ai Romani possiamo definirla un compendio perfetto del mistero della salvezza. In essa tutti i temi legati alla Redenzione dell’uomo vengono affrontati e risolti con somma chiarezza di dottrina e di sapienza nello Spirito Santo, che dona ad ogni realtà il suo valore, ma soprattutto la legge secondo la sua interiore verità.
San Paolo è questa luce soprannaturale di sapienza che dice bene il bene e male il male. In questo è di Maestro al nostro secolo che avvolto dalla grande confusione e dall’ambiguità sa trasformare il bene in male e il male in bene. Per San Paolo il peccato è peccato, la luce è luce, la grazia è grazia, il male è male e nessuno lo può chiamare bene. La non retta conoscenza di Dio o l’ignoranza circa la sua conoscenza anche questa è un male, che produce tanto altro male nel mondo.
Per San Paolo tutto il mondo è avvolto dalla non conoscenza di Dio, da una cattiva conoscenza, da una conoscenza non secondo verità. È compito dell’apostolo del Signore – e l’apostolo per questo è stato chiamato – far risplendere nel mondo dell’ignoranza e dell’ambiguità circa la conoscenza di Dio il mistero e la luce radiosa del Vangelo.
L’obbedienza alla fede è la via della salvezza. Per Paolo la fede non è un sentimento che parte dal cuore dell’uomo e raggiunge Dio. La fede nasce dalla Parola, la Parola è Cristo, Verbo Eterno ed increato del Padre, Suo Figlio Unigenito generato da Lui nell’eternità. La Parola eterna si è fatta carne, quindi parola visibile ed udibile, parola pronunziata che rivela il mistero di Dio e dell’uomo, ma lo rivela nella sua vita, per la sua vita, chiamando ognuno a diventare sua vita, divenendo suo corpo. L’obbedienza alla fede dice essenzialmente accoglienza di Cristo e della sua Parola, vita in Cristo e nella sua Parola, ascolto del Vangelo per essere vissuto in ogni sua parte. L’obbedienza pertanto è un fatto soprannaturale e l’adesione della mente e del cuore; è la consegna di noi stessi a Dio che ha parlato a noi per mezzo di Gesù Suo Figlio. L’obbedienza alla fede è il tema portante di tutta la Lettera ai Romani.
L’uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio ha in sé la possibilità di conoscere Dio attraverso molteplici vie. La Scrittura conosce la via analogica: dalla perfezione e bellezza delle opere di Dio si può pervenire all’infinita bellezza e sapienza di colui che le ha create. Di fatto però molti uomini vivono nell’ignoranza di Dio. Non lo conoscono, perché? La risposta Paolo non la trova nell’intelligenza dell’uomo, ma nella sua volontà. Quando un uomo non è più puro nel cuore, quando si abbandona al vizio e al peccato, quando si lascia avvolgere dalle tenebre, egli altro non fa che soffocare la verità nell’ingiustizia e l’ingiustizia è il suo agire in totale difformità con la giustizia di Dio che è la sua volontà, scritta nel nostro cuore, manifestata attraverso la rivelazione. Da qui l’urgenza di iniziare la via dell’evangelizzazione dei popoli, affinché attraverso l’ascolto della verità e il dono dello Spirito Santo possano entrare nella vera conoscenza di Dio, piena e totale, e godere i frutti della salvezza accogliendo la redenzione di Cristo Gesù.
Altro problema suscitato è quello della coscienza e della legge. Siamo salvati per l’osservanza della giustizia. La conoscenza della giustizia è data dalla coscienza e dalla conoscenza della legge. La coscienza tuttavia non possiede la pienezza della conoscenza della giustizia. La coscienza non illuminata dalla perfezione della verità conosce come a tentoni, a sprazzi. Ma l’uomo non è chiamato ad una giustizia parziale, ad una conoscenza imperfetta, ad una realizzazione a metà di sé, egli è chiamato a compiere tutto il cammino della salvezza che è per ogni uomo vocazione ad essere in tutto conforme all’immagine di Cristo Gesù. Poiché questo può solo avvenire nella conoscenza di Cristo e della sua Parola è più che giusto, anzi necessario che ogni uomo venga a conoscenza di questa verità, venga a sapere chi è Cristo e cosa ha fatto per lui, perché scegliendolo ed accogliendolo e vivendo santamente il suo Vangelo raggiunga la perfezione a cui è stato chiamato fin dall’eternità.
La giustificazione per mezzo della fede al Vangelo, cioè che nasce dall’adesione a Cristo e alla sua Parola di salvezza, è la sola salvezza perfetta. Tutte le altre sono imperfette. Sono imperfette perché non realizzano a pieno il mistero dell’uomo né su questa vita, né nell’eternità. È in questa imperfezione salvifica la ragione profonda per cui ogni cristiano e in modo particolare l’apostolo del Signore e i suoi collaboratori – Vescovo e presbiteri – hanno l’obbligo grave di coscienza di predicare il Vangelo, di annunziare Cristo, di andare per terra e per mare per fare conoscere Lui e la potenza della sua salvezza. Questo non solo per obbedire a Gesù Cristo che li ha chiamati e li ha costituiti missionari della sua Morte e della sua Risurrezione, ma anche per amore dell’uomo. Chi ama veramente l’uomo deve dargli il bene più grande, il bene assoluto, il bene eterno, il solo bene che lo fa veramente essere uomo e questo unico bene è Gesù Cristo, solo Lui e nessun altro, nel suo mistero di morte e di risurrezione.
Gesù è il Redentore di ogni uomo e Lui ha compiuto la Redenzione mentre noi eravamo empi, lontani da Dio, suoi nemici, perché avvolti dal peccato sia originale che attuale. La morte di Gesù per gli empi al tempo stabilito non deve significare in nessun modo che noi dobbiamo restare tali o che saremo comunque salvati perché Cristo è morto per noi. Cristo è morto per gli empi, è morto per il mondo intero. La salvezza si compie nel momento in cui risuona la parola della salvezza e la si accoglie, prestando l’obbedienza alla fede, cioè alla Parola e vivendo secondo la verità in essa contenuta. Dall’empietà ognuno è chiamato a passare nella pietà, nell’amore filiale, lo stesso amore che manifestò Gesù al Padre offrendo a Lui la propria vita per la salvezza del genere umano.
Ci sono pertanto due misteri che si devono compiere nell’uomo. L’uomo attuale non è l’uomo voluto da Dio. Egli non diviene uomo per il semplice fatto di essere concepito, di nascere e di crescere come creatura umana. Ogni uomo che viene in questo mondo è avvolto dal mistero di Adamo, nasce con la sua disobbedienza, nella perdita dei beni divini ed eterni. Nasce come diviso in se stesso. Ogni sua facoltà è come se camminasse per se stessa, ma questa è solo apparenza, poiché la passione, la concupiscenza ha il sopravvento sull’anima; è il corpo che governa l’anima e non viceversa. Quando il corpo governa l’anima, tutto l’uomo cammina di peccato in peccato, di morte in morte, di stoltezza in stoltezza. L’insipienza lo avvolge e lo consuma.
Dal mistero di Adamo ogni uomo deve fare il passaggio nel mistero di Cristo e Cristo è l’uomo che è mosso solo dallo Spirito Santo, secondo la Volontà di Dio. Cristo è l’uomo che ha sottomesso tutto se stesso corpo, anima e spirito a servizio del Padre per la redenzione del mondo. Tutto Egli ha consegnato di se stesso al Padre, niente che è in Lui gli è appartenuto per un solo istante. Questa è la vocazione dell’uomo: diventare in Cristo servo del Padre, mosso dallo Spirito Santo, pronto sempre a compiere il suo volere. Questo è possibile solo per grazia, accogliendo tutta la grazia e la verità che Cristo ha fruttificato per noi sull’albero della croce, nel suo mistero di morte e di risurrezione. Cristo è la perfetta immagine a somiglianza della quale ogni uomo è chiamato a trasformarsi. Senza questa trasformazione egli non compirà il mistero di Cristo in lui che è la sua vocazione eterna. Dio Padre creando l’uomo lo ha creato perché divenisse ad immagine di Cristo suo figlio. Lo ha fatto a sua immagine e somiglianza, ma lo ha fatto solo come primo momento della creazione dell’uomo, come momento incipiente, il momento perfettivo, momento assoluto, è quello però di divenire ad immagine di Cristo crocifisso e risorto. Questa è la vocazione e questo è il mistero che deve realizzare in sé.
Lo potrà realizzare solo per mezzo dello Spirito Santo. Lo Spirito Santo è il primo frutto del mistero pasquale di Cristo Gesù, frutto dato, frutto da dare ad ogni uomo. Lo Spirito Santo è stato dato agli Apostoli, questi dovranno darlo ad ogni uomo, altrimenti il mistero della loro configurazione totale a Cristo Gesù non si compie, non si può realizzare. Lo Spirito viene dato attraverso una duplice via. È dato come Spirito di conversione attraverso la Parola di Cristo annunziata nella santità del missionario del Vangelo. Con la Parola che giunge al nostro orecchio lo Spirito che è nel missionario e che vive in lui operativamente a causa della sua santità, tocca il cuore e lo fa aderire alla Parola della Predicazione. Poi è dato come Spirito di rigenerazione e di conformazione al mistero di Cristo nel Battesimo e negli altri sacramenti. Nel Battesimo compie egli in noi, spiritualmente, il mistero di Cristo. In esso, nelle sue acque, egli ci fa morire al peccato e ci risuscita a vita nuova, muore l’uomo vecchio e nasce l’uomo nuovo. È questo il mistero che lo Spirito realizza per noi nel santo Battesimo. L’uomo conformato ora alla morte e alla risurrezione di Cristo Gesù, sempre mosso dallo Spirito e da Lui guidato, cammina verso la realizzazione piena di Cristo in sé, affinché veramente muoia all’ingiustizia e alla disobbedienza e nasca alla verità e all’ascolto del Padre in ogni suo desiderio. Questo mistero si compie solo alla fine del tempo quando anche nel corpo risuscitato egli sarà reso in tutto simile a Cristo, morto e risorto.
In Cristo tutto il creato è chiamato a ricevere nuova forma, nuova luce, nuova energia. Come il peccato di Adamo ha coinvolto la creazione nella caducità e l’ha costituita strumento di peccato e non di obbedienza, di caduta e non di elevazione, di deperimento e non di innalzamento, così l’obbedienza di Cristo porta la creazione nuovamente nel mistero della verità di se stessa, poiché attraverso la redenzione dell’uomo, anche la creazione è redenta e dall’uomo redento e salvato essa ogni giorno viene messa a servizio della gloria di Dio. Anche per la creazione deve compiersi il mistero della sua totale novità in Cristo, poiché è Cristo risorto il Capo della nuova creazione e questa sarà totalmente rinnovata attraverso la santità del cristiano; gusterà però tutti i frutti della bellezza e della sapienza secondo la quale il Signore l’ha creata, quando saranno creati i cieli nuovi e la terra nuova. Allora veramente tutta la bellezza di Dio si rifletterà in essa, poiché non ci sarà la stoltezza e l’insipienza del peccato dell’uomo a corromperla e a deprimerla, facendola divenire strumento di male e di perdizione.
Cristo è il compimento di tutto il disegno salvifico di Dio. Fuori di Cristo e in assenza di Lui non c’è alcun disegno di salvezza mantenuto in vigore dal Padre celeste. Dell’Antico Israele che ne è attualmente? Tutto l’Antico Israele è divenuto il Nuovo Israele. È la Chiesa l’Israele di Dio, il suo popolo, il popolo che Cristo si è acquistato mediante il suo sangue. Dei figli di Abramo nati secondo la carne e non secondo la fede, perché la fede è solo nella discendenza di Abramo che è Cristo Gesù, cosa ne avverrà? Un giorno anche loro riconosceranno che Gesù è il loro Salvatore e non ne dovranno attendere un altro, perché un altro non c’è. San Paolo sa per scienza ispirata che la non fede dei figli di Abramo in Cristo Gesù avrà un termine. Quando questo avverrà e nessuno lo sa, né può saperlo, la gloria di Dio sarà manifestata nel mondo in modo eminentemente grande. Essa brillerà in tutto il suo fulgore, e questo perché anche i discendenti di Abramo, i figli suoi secondo la carne, avranno riconosciuto che solo in Cristo è la vera discendenza e solo in Lui si diviene suoi veri figli. Quanti non sono in Cristo non possono essere detti discendenti di Abramo secondo la fede, perché la fede di Abramo è Cristo Gesù.
La legge della salvezza è la fede in Cristo. Vale per i pagani, vale anche per i Giudei. La salvezza non viene dalle opere, ma dalla fede. Se venisse dalle opere non sarebbe salvezza in Cristo, sarebbe merito dell’uomo e Cristo non sarebbe il Salvatore universale, il solo redentore dell’umanità, poiché ognuno potrebbe gloriarsi dinanzi a Dio di aver fatto abbastanza per essere giustificato. Non viene dalle opere perché l’uomo è attualmente morto alla grazia e quindi nessuno può operare frutti di santità dal momento che è concepito nel peccato e nel peccato nasce. Che non siano necessarie le opere per essere giustificati, cioè per passare dalla morte alla vita, non significa in alcun caso che non siano necessarie per essere salvati, cioè per entrare nel paradiso. Si è già detto qual è la vocazione dell’uomo: quella di essere conforme all’immagine di Cristo Gesù. Questa conformità è necessaria che sia realizzata, altrimenti non si può entrare nel regno di Dio, non si può godere il frutto della risurrezione gloriosa in Cristo Gesù. Il pericolo della dannazione eterna per coloro che pur avendo creduto non hanno compiuto le opere della fede è così reale, che veramente ognuno deve attendere alla propria santificazione con timore e tremore.
Nasce l’urgenza per ogni cristiano di divenire in vita e in morte in tutto simile a Cristo. Occorre pertanto che si disponga ognuno ad offrire se stesso a Dio in sacrificio spirituale, in tutto come ha fatto Gesù Signore. È questo il vero culto del cristiano. Da qui l’impegno di fare ogni cosa sul modello di Cristo. Chi legge la Lettera ai Romani comprende una verità basilare. Paolo ha dinanzi ai suoi occhi Cristo Gesù nel suo mistero di obbedienza fino alla morte e alla morte di croce, nel suo mistero di amore, di carità, di pazienza. Guardando Cristo egli traccia l’identità del cristiano e per lui scrive le regole perché questa identità possa essere raggiunta fino alla perfezione assoluta. Il Cristo è il martire della verità e dell’amore del Padre, il cristiano è il martire della verità e dell’amore di Cristo Gesù, nello Spirito Santo.
C’è pertanto una sola via perché il cristiano possa compiere se stesso secondo la sua eterna vocazione: la contemplazione della croce di Cristo Gesù. È l’unica identità possibile da cercare, da realizzare, da insegnare, da mostrare, da predicare. Quando il cristiano cresce e progredisce nella realizzazione della sua identità, egli diviene testimone di Cristo, è testimone non solo perché attesta e dice ciò che Cristo in verità è, perché lui lo ha conosciuto e lo conosce secondo verità, è testimone perché lo mostra al vivo. In fondo solo il cristiano che diviene cristiforme è il vero testimone di Cristo Gesù, è testimone perché lo rivela, lo manifesta, lo rende presente nel mondo, lo fa conoscere all’uomo.
Quando questo avviene dal cuore e dalla vita del cristiano si innalza a Dio l’inno di gloria e di benedizione. La gloria di Dio Padre è Cristo Gesù, morto e risorto. Chi vuole rendere vera gloria a Dio deve divenire in Cristo in tutto simile a Lui, deve morire e risorgere per obbedienza al Padre, per compiere la sua volontà, per amare il Padre sino alla fine con la consumazione totale della sua vita.
Sono solo pochi cenni sul mistero di Cristo e del cristiano contenuto nella Lettera di Paolo Apostolo ai Romani. Leggendo il testo della Lettera, e se lo si ritiene utile, servendosi di appena qualche riflessione che si è riuscita a decifrare e a scrivere in queste pagine, invocando lo Spirito del Signore e lasciandosi aiutare da Colei che più di ogni altra creatura ha compreso il mistero del Figlio Suo, poiché le ha dato la carne e la vita quando il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi, sicuramente si crescerà nella conoscenza e dalla conoscenza un nuovo amore per Cristo sgorgherà nel nostro cuore, portato in esso dallo Spirito Santo e nuova luce di Cristo si riverserà nel mondo, per liberarlo dalle sue tenebre e introdurlo nella luce radiosa del Figlio unigenito del Padre.
Che la Madre della Redenzione interceda per noi e mandi dal cielo lo Spirito Santo, suo Mistico Sposo, affinché ci dia la piena conoscenza di Cristo e ci faccia ad immagine perfetta di Lui.
Vivere è conoscere Te, o Cristo Gesù, amare Te, servire Te, gioire per Te, morire per Te, risuscitare in Te, abitare in Te per tutta l’eternità.

 

Publié dans:Lettera ai Romani |on 27 octobre, 2016 |Pas de commentaires »

Lectio divina

Risultati immagini per lectio divina

Publié dans:immagini sacre |on 26 octobre, 2016 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – IN UN MISTERO SENZA CONFINI (anche Paolo)

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2016/documents/papa-francesco-cotidie_20161020_in-un-mistero-senza-confini.html

PAPA FRANCESCO – IN UN MISTERO SENZA CONFINI (anche Paolo)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA

DOMUS SANCTAE MARTHAE

Giovedì, 20 ottobre 2016

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVI, n.242, 21/10/2016)

Pregare, adorare, riconoscersi peccatori: sono le tre strade che aprono al cristiano la conoscenza e la comprensione del mistero di Dio. A indicarle è stato Papa Francesco nell’omelia della messa celebrata a Santa Marta giovedì mattina, 20 ottobre.
La riflessione del Pontefice ha preso le mosse dalla frase di san Paolo — tratta dalla lettera ai Filippesi (3, 8) — proclamata nel canto al Vangelo: «Tutto ho lasciato perdere e considero spazzatura, per guadagnare Cristo ed essere trovato in lui». La volontà di «guadagnare Cristo» è anche «la grazia» che l’apostolo chiede per gli Efesini nel passo della lettera (3, 14-21) scelta per la prima lettura liturgica. Si tratta di «un passo di preghiera», ha spiegato Francesco. Paolo infatti insegna agli Efesini «questa strada» e «prega in ginocchio: “Io piego le ginocchia davanti al Padre perché vi conceda secondo la ricchezza della sua gloria di essere potentemente rafforzati nell’uomo interiore mediante il suo Spirito”».
Quella che l’apostolo invoca è dunque la «grazia di essere forti, rafforzati, mediante lo Spirito». Ma perché vuole «che gli Efesini siano rafforzati mediante lo Spirito Santo?». Perché — risponde lo stesso Paolo — «Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori». Questo «è il centro», ha evidenziato il Papa. Ma l’apostolo «non si ferma, va avanti: “E così, radicati e fondati nella carità siate in grado di comprendere con tutti i santi Cristo”». E di tale comprensione la lettera agli Efesini dà questa originale spiegazione: «Comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza, la profondità e di conoscere l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza».
«Paolo In questa preghiera — ha ribadito Francesco — va avanti e si immerge in questo mare, in questo mare senza fondo, senza rive, un mare immenso che è la persona di Cristo». E così «prega perché il Padre dia agli Efesini — prega anche per noi — questa grazia: conoscere Cristo».
Ma come si può «conoscere Cristo» per far sì che egli sia «il vero guadagno» davanti al quale «tutte le altre cose sono spazzature»? Si può farlo attraverso il Vangelo. Cristo infatti, ha ricordato il Papa, «è presente nel Vangelo»: dunque, «leggendo il Vangelo conosciamo Cristo». E «tutti noi questo lo facciamo, almeno sentiamo il Vangelo quando andiamo a messa». Certo, si può conoscere Gesù anche «con lo studio del catechismo: il catechismo ci insegna chi è Cristo». Ma tutto questo — ha precisato Francesco — «non è sufficiente. Per essere in grado di comprendere quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità di Gesù Cristo bisogna entrare in un contesto, primo, di preghiera, come fa Paolo, in ginocchio: “Padre inviami lo Spirito per conoscere Gesù Cristo”».
In tal modo la conoscenza va oltre la superficie e si addentra nelle profondità del mistero. «Noi — ha fatto notare in proposito il Papa — conosciamo il Bambino Gesù, Gesù che guarisce gli ammalati, Gesù che predica, che fa i miracoli, che muore per noi e resuscita. Sappiamo tutto questo, ma questo non vuol dire conoscere il mistero di Cristo». Si tratta infatti di «una cosa più profonda e per questo è necessaria la preghiera: “Padre, inviami il tuo Spirito perché io conosca Cristo”. È una grazia. È una grazia che dà il Padre».
Oltre alla preghiera, c’è bisogno dell’adorazione. Paolo Infatti, ha osservato Francesco, «non solo prega, adora questo mistero che supera ogni conoscenza e in un contesto di adorazione chiede questa grazia “a colui che tutto ha in potere di fare molto più di quanto possiamo domandare o pensare secondo la potenza che opera in noi: a lui la gloria nella Chiesa in Cristo Gesù per tutte le generazioni”». Questo è dunque «un atto di adorazione, di lode: adorare». Perché «non si conosce il Signore senza questa abitudine di adorare, di adorare in silenzio». Un atteggiamento che, per il Pontefice, non sempre trova spazio nella vita del cristiano. «Credo, se non sbaglio — ha confidato — che questa preghiera di adorazione è la meno conosciuta da noi, è quella che facciamo di meno», come se si trattasse di «perdere il tempo davanti al Signore, davanti al mistero di Gesù Cristo». Va invece riscoperto «il silenzio dell’adorazione: lui è il Signore e io adoro».
Infine, «per conoscere Cristo è necessario avere coscienza di noi stessi, cioè avere l’abitudine di accusare se stessi, di accusare se stesso», riconoscendo davanti a Dio: «Sono peccatore. Ma, no, sono peccatore per definizione, perché tu sai le cose che ho fatto e le cose che sono capace di fare». In proposito Francesco ha richiamato il capitolo 6 di Isaia, quando il profeta, nel momento in cui vede «il Signore e tutti gli angeli che adorano il Signore», esclama: «Ohimè, sono perduto perché sono un uomo dalle labbra impure!»: ossia, ammette di essere un peccatore. Dunque, «non si può adorare senza accusare se stessi».
In definitiva, «per entrare in questo mare senza fondo, senza rive, che è il mistero di Gesù Cristo», sono necessari i tre atteggiamenti che il Papa ha richiamato in conclusione: «La preghiera: “Padre, inviami lo Spirito perché lui mi conduca a conoscere Gesù”. Secondo, l’adorazione al mistero, entrare nel mistero, adorando. E terzo, accusare se stesso: “Sono un uomo dalle labbra impure”». Da qui l’auspicio che «il Signore ci dia questa grazia che Paolo chiede per gli Efesini anche per noi, questa grazia di conoscere e guadagnare Cristo».

 

Volto di Cristo in croce

volto di cristo in croce 120

Publié dans:immagini sacre |on 25 octobre, 2016 |Pas de commentaires »

«LA GRAZIA DI DIO SALVATORE: LIBERA, BASTEVOLE, PER NOI NECESSARIA» – GIOVANNI BATTISTA MONTINI,

http://www.30giorni.it/articoli_id_21298_l1.htm

«LA GRAZIA DI DIO SALVATORE: LIBERA, BASTEVOLE, PER NOI NECESSARIA» – GIOVANNI BATTISTA MONTINI,

Con queste parole Giovanni Battista Montini, negli appunti scritti da giovane sacerdote sulle Lettere di san Paolo, indica l’esperienza e il messaggio dell’Apostolo

di don Giacomo Tantardini
Ringrazio chi mi ha invitato in questa bella città di Ortona dove, nella Cattedrale, è custodito il corpo dell’apostolo Tommaso. Ringrazio sua eccellenza monsignor Ghidelli per la sua presenza a questo incontro.
Io non ho competenza specifica per parlare di san Paolo. Quello che conosco di Paolo nasce semplicemente dalla lettura delle sue Lettere, in particolare da quella lettura che ne viene fatta nella santa messa e nella preghiera del breviario, e credo che questa sia la cosa più importante. Paolo VI in un discorso tenuto in un convegno di esegeti sulla risurrezione di Gesù, citando sant’Agostino, diceva che per comprendere la Scrittura «praecipue et maxime orent ut intelligant», la cosa «più importante e principale è pregare per capire».
Così nella preghiera può essere donato di intuire l’esperienza che ha fatto Paolo, l’esperienza di essere amato da Gesù. Iniziando l’Anno paolino, papa Benedetto XVI ha detto che Paolo è un nulla amato da Gesù Cristo. «Io sono un nulla», dice Paolo stesso al termine della seconda Lettera ai Corinzi (2Cor 12, 11) e nella Lettera ai Galati: «Ha amato me e ha dato sé stesso per me» (Gal 2, 20).
Così anche a noi, nella distanza infinita dall’apostolo, può accadere la stessa esperienza, la stessa comunione di grazia, perché è reale la comunione dei santi. Ed è questa identità di esperienza, l’esperienza di essere gratuitamente amati da Gesù Cristo, che fa rivivere le parole dell’apostolo, che può rendere Paolo così vicino, così prossimo, così amico, così familiare.
Vorrei iniziare leggendo alcune frasi pronunciate da papa Benedetto durante l’Angelus di domenica 25 gennaio. Quest’anno, la festa della conversione di san Paolo è caduta di domenica, e il Papa, spiegando l’incontro di Saulo con Gesù sulla via di Damasco (anche nella messa di oggi lo abbiamo letto dagli Atti degli apostoli), ha detto queste parole che mi hanno sorpreso e confortato, e che ho riletto tante volte: «In quel momento [quando ha incontrato Gesù: «Io sono Gesù che tu perseguiti» (At 9, 5)] Saulo comprese che la sua salvezza [possiamo anche dire la sua felicità, perché il riverbero umano della salvezza è la felicità, il riverbero umano della Sua grazia è il piacere della Sua grazia] non dipendeva dalle opere buone compiute secondo la legge [mi ha molto colpito l’aggettivo buone. Opere buone. Il Papa ha voluto sottolineare che la salvezza non dipende dalle opere buone, compiute secondo la legge, opere buone, come buona e santa è la legge (cfr. Rm 7, 12)], ma dal fatto che Gesù era morto anche per lui, il persecutore [«Ha amato me e ha dato sé stesso per me» (Gal 2, 20)], ed era, ed è, risorto». L’altra parola che mi ha colpito è stata quel verbo al presente: «Era, ed è, risorto».
Benedetto XVI, quest’anno, ha tenuto venti meditazioni su san Paolo durante le udienze del mercoledì. Una di queste meditazioni, forse la più bella, l’undicesima, tratta della fede di Paolo nella risurrezione del Signore. Commentando il capitolo 15 della prima Lettera ai Corinzi, il Papa ha sottolineato che Paolo trasmette ciò che a sua volta ha ricevuto (cfr. 1Cor 15, 3), cioè «che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, e che fu sepolto, e che è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici» (1Cor 15, 3-5). La risurrezione di Gesù è un fatto accaduto in un momento preciso del tempo e Colui che è risuscitato, in quel preciso momento, è vivo ora, in questo momento. È risorto e quindi vivo nel presente.
La conversione di Paolo, secondo il Papa, sta in questo passaggio. Il passaggio dal ritenere che la salvezza dipendeva dalle sue opere buone, compiute secondo la legge (la legge è la legge di Dio, la legge sono i dieci comandamenti di Dio), al riconoscere semplicemente che la salvezza era ed è la presenza di un Altro. Era ed è la presenza di Gesù.
Sempre nell’Angelus di domenica 25 gennaio Benedetto XVI ha aggiunto (e la cosa mi ha colpito anche perché il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, che stimo molto e che posso dire amico di 30Giorni, ha sottolineato questo accenno del Papa) che non si potrebbe propriamente parlare di conversione di Paolo, perché Paolo già credeva nel Dio unico e vero ed era «irreprensibile» per quanto riguarda la legge di Dio. Lo dice lui stesso nella Lettera ai Filippesi (3, 6).
La conversione di Paolo (e qui permettetemi di riprendere le parole che sant’Agostino usa per indicare la propria conversione) è semplicemente il passaggio dalla sua dedizione a Dio al riconoscimento di quello che Dio ha compiuto e compie in Gesù.
Agostino così descrive la propria conversione: «Quando ho letto l’apostolo Paolo [e subito dopo – perché non basta neppure leggere le Scritture – aggiunge:] e quando la Tua mano ha curato la tristezza del mio cuore, allora ho compreso la differenza inter praesumptionem et confessionem / tra la dedizione e il riconoscimento». Praesumptio non indica inizialmente una cosa cattiva. Alla lunga decade in presunzione cattiva; ma inizialmente indica il tentativo dell’uomo di voler raggiungere l’ideale buono intuìto. La conversione cristiana è il passaggio da questo tentativo dell’uomo di compiere il bene (le opere buone, diceva papa Benedetto) al semplice riconoscimento della presenza di Gesù. Dalla praesumptio, dedizione, alla confessio, riconoscimento. La confessio, riconoscimento, è come quando il bambino dice: «Mamma». Come quando la mamma viene incontro al bambino e lui le dice: «Mamma».
<I>La conversione di Paolo</I>, Caravaggio, Cappella Cerasi, chiesa di Santa Maria del Popolo, Roma
La conversione di Paolo, Caravaggio, Cappella Cerasi, chiesa di Santa Maria del Popolo, Roma
La conversione cristiana, per Agostino e per Paolo, è (permettetemi di usare questa immagine di don Giussani che, secondo me, non ha l’equivalente) il passaggio dall’entusiasmo della dedizione all’entusiasmo della bellezza; dall’entusiasmo della propria dedizione, che in sé è buono, all’entusiasmo destato da una presenza che attrae il cuore, una presenza che gratuitamente si fa incontro e gratuitamente si fa riconoscere. Paolo non ha fatto nulla per incontrarLo. Il Suo gratuito venire incontro attua il passaggio dalla nostra dedizione alla bellezza della Sua presenza che per attrattiva si fa riconoscere. E tra dedizione e riconoscimento non c’è contraddizione. Giussani dice semplicemente che «l’entusiasmo della dedizione è imparagonabile all’entusiasmo della bellezza». È lo stesso termine che usa sant’Agostino quando descrive il rapporto tra la virtù degli uomini e i primi piccoli passi di chi pone la speranza nella grazia e nella misericordia di Dio.
Potremmo anche dire che, quando accade di vivere per grazia l’esperienza stessa che Paolo ha vissuto, l’identica sua esperienza, nell’infinita distanza da lui, è come se tutte le parole cristiane, la parola fede, la parola salvezza, la parola chiesa, fossero trasparenti dell’iniziativa di Gesù Cristo. È Lui che desta la fede. La fede è opera Sua. È Lui che salva. È Sua iniziativa il donare la salvezza. È Lui che costruisce la Sua chiesa. «Aedificabo ecclesiam meam» (Mt 16, 18). Aedificabo è un futuro: «Edificherò la mia chiesa» sulla professione di fede di Pietro, sulla grazia della fede donata a Pietro (cfr. Mt 16, 18). È Lui che edifica personalmente, nel presente, la Sua chiesa su un Suo dono.
Come è bello dire le parole cristiane più semplici, la parola fede, la parola speranza, la parola carità, e accorgersi che queste parole indicano un’iniziativa Sua, fanno intravvedere un gesto Suo, il Suo agire. Come è accaduto a santa Teresina di Gesù Bambino: «Quando sono caritatevole, è solo Gesù che agisce in me».
Noi sacerdoti, la seconda settimana dopo Pasqua, abbiamo letto nel breviario, dall’Apocalisse, le lettere che Gesù invia alle sette chiese. In una di queste lettere Gesù dice: «Non hai rinnegato la mia fede» (Ap 2, 13). La mia fede. È la fede di Gesù.
«Gratia facit fidem». Come è semplice e bella questa espressione di san Tommaso d’Aquino! È la grazia che crea la fede. È Lui che si fa riconoscere. «Nessuno viene a me se non lo attira il Padre mio» (Gv 6, 44.65), dice Gesù. E sant’Agostino commenta: «Nemo venit nisi tractus / Nessuno viene [a Gesù], se non è attirato». È Sua iniziativa la fede. È Sua iniziativa la salvezza. È Sua iniziativa la Sua chiesa.
Permettetemi di raccontarvi uno dei miei primi incontri con don Giussani. L’occasione mi è stata data dal fatto che a Venegono, nel mio seminario, ho conosciuto Angelo Scola, l’attuale patriarca di Venezia. È stato lui a farmi incontrare don Giussani. Ricordo ancora quell’incontro a Milano. Giussani parlava a un gruppo di giovani. A un certo punto chiese: «Che cosa ci mette in rapporto con Gesù Cristo? Che cosa, adesso, ci mette in rapporto con Gesù Cristo?». Alcuni risposero: «La chiesa», «la comunità», «la nostra amicizia», eccetera. Alla fine di tutti questi interventi, Giussani ripeté la domanda: «Che cosa ci mette in rapporto con Gesù Cristo?», e poi diede lui stesso la risposta: «Il fatto che è risorto». Questa cosa non la dimenticherò più! «Il fatto che è risorto». Perché se non fosse risorto, se non fosse vivo, la chiesa sarebbe un’istituzione meramente umana, come tante altre. Un peso in più. Tutte le cose meramente umane alla fine diventano un peso.
«Che cosa ci mette in rapporto con Gesù Cristo? Il fatto che è risorto». La chiesa è la visibilità di Lui vivo. «La chiesa non ha altra vita», dice il Credo del popolo di Dio di Paolo VI, «se non quella della Sua grazia». Non ha altro inizio, momento per momento, che l’attrattiva Sua, l’attrattiva della Sua grazia. La chiesa è il termine visibile del gesto di Gesù vivo che incontra il cuore e lo attrae.
Leggere san Paolo, vivendo per grazia quello che Paolo ha compreso (come dice il Papa) nella sua conversione, rende tutte le parole cristiane trasparenti di Lui, di Gesù Cristo, dona a tutte le parole cristiane questa leggerezza. Altrimenti diventano pesanti. Se la fede fosse un’iniziativa nostra, saremmo finiti. Siccome è un’iniziativa Sua, è possibile sempre il rinnovarsi del Suo dono. E quindi è possibile sempre ricominciare. È un’iniziativa Sua, in ogni istante. «Gratia facit fidem… quamdiu fides durat».
È stata una cosa molto bella che nel 1999 la Commissione teologica di studio tra la Chiesa cattolica e i luterani, valorizzando proprio questa frase di san Tommaso d’Aquino, ha riconosciuto che tra la teologia di Lutero sulla giustificazione per la fede e aspetti essenziali della dottrina dogmatica del Concilio di Trento nel decreto De iustificatione c’è una sorprendente identità.
San Tommaso d’Aquino dunque dice che «la grazia crea la fede non solo quando la fede inizia, ma in ogni istante in cui dura». E aggiunge questa osservazione bellissima: ci vuole la stessa attrattiva di grazia, lo stesso tesoro di grazia, sia per far rimanere nella fede, adesso, noi che crediamo, sia per far passare una persona (se ci fosse qui uno che non crede) dalla non fede alla fede.
Ho detto questo solo per dire che la conversione di Paolo, come di ogni cristiano, si attua nel passaggio dall’iniziativa dell’uomo all’iniziativa di Gesù, allo stupore dell’iniziativa di Gesù, alla confessio supplex. Com’era bello, nella messa in latino, quando, prima del Sanctus, si diceva sempre: «Supplici confessione / Con riconoscimento che domanda». Perché non si può riconoscere una presenza che ti ama se non domandando che essa continui a volerti bene.
Ora, tre suggerimenti.

1. «… nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato…»
Leggiamo Galati 1, 15 in cui Paolo stesso descrive il passaggio dalla sua iniziativa all’iniziativa di Dio.
«Ma quando Colui che mi scelse fin dal seno di mia madre… [c’è un mistero da cui nasce la grazia della fede ed è la scelta di Dio, l’elezione di Dio. Non possiamo giudicare noi questo mistero: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15, 16)] … quando Colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia [com’è bello questo mi chiamò con la sua grazia! Non basta la voce, neppure la voce di Gesù, se l’attrattiva di Gesù non tocca il cuore. È la Sua grazia, è la Sua attrattiva che commuove il cuore] si compiacque di rivelare a me suo Figlio…». Si degnò di mostrarmi Suo Figlio. Questa è la conversione di Paolo. Colui che mi ha scelto e mi ha chiamato con la Sua grazia mi ha fatto riconoscere Suo Figlio.
Galati 2, 20: «Questa vita che vivo nella carne [nella condizione umana, segnata dal peccato originale, anche dopo il battesimo. Il battesimo toglie il peccato, ma lascia la fragilità che proviene dal peccato e che inclina al peccato], io la vivo nella fede del Figlio di Dio [nel riconoscimento del Figlio di Dio], che mi ha amato e ha dato sé stesso per me».
Vi leggo come papa Benedetto XVI ha commentato questa frase: «La sua fede [la fede di Paolo] è l’esperienza dell’essere amato da Gesù Cristo in modo tutto personale […] Cristo ha affrontato la morte […] per amore di lui – di Paolo – e, come Risorto, lo ama tuttora. […] La sua fede non è una teoria, un’opinione su Dio e sul mondo. La sua fede è l’impatto dell’amore di Dio sul suo cuore».
La fede nasce dall’impatto dell’amore di Gesù con il cuore di Paolo. La fede è l’iniziativa dell’amore di Gesù Cristo sul suo cuore.
Permettetemi di leggervi una frase che ho scoperto andando a Cascia a pregare santa Rita (santa Rita era sposata e aveva due figli. Il marito viene ucciso e lei perdona pubblicamente l’assassino e domanda che i suoi due figli non vendichino il padre. Poi entra nel monastero delle monache agostiniane di Cascia). La frase che vi leggo è di un beato monaco agostiniano il cui scritto sulla passione di Gesù era conosciuto da santa Rita: «L’amicizia è una virtù, ma l’essere amati non è una virtù, è la felicità». Mi sembra che queste parole indichino da dove provenga la carità e che cosa sia la carità. L’amicizia è una virtù, è il vertice delle virtù. San Tommaso d’Aquino dice che la carità è amicizia. Ma l’essere amati non è una virtù, è la felicità. Viene prima l’essere amati (cfr. 1Gv 4, 19). Per amare bisogna prima essere amati. Bisogna prima essere contenti di essere amati.
Sant’Agostino, in quel brano stupendo in cui, paragonando tra loro gli apostoli Pietro e Giovanni, si domanda chi sia più buono tra i due, risponde che più buono è Pietro, tanto è vero che a Gesù che gli domanda: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?» (Gv 21, 15), Pietro risponde: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene» (Gv 21, 15). Quindi Pietro è più buono di Giovanni. Confrontando la condizione di Pietro, che vuole bene di più a Gesù, con la condizione di Giovanni, che è più amato da Gesù, Agostino dice: «Facile responderem meliorem Petrum, feliciorem Ioannem / È facile per me rispondere che Pietro è più buono [perché vuole più bene a Gesù] ma Giovanni è più felice [perché è amato di più da Gesù]». L’essere felice dipende dall’essere amato. Non dipende neppure dal nostro povero amore. Pietro è più buono perché vuole più bene a Gesù, ma Giovanni è più felice perché è più amato da Gesù.
Il Papa dice che la fede di Paolo è l’impatto dell’amore di Gesù sul suo cuore e così questa stessa fede, proprio perché è l’impatto dell’amore di Gesù sul suo cuore, desta ed è anche il povero amore di Paolo a Gesù. Questa attrattiva amorosa di Gesù, rendendo lieto il cuore di Paolo, desta anche il povero amore di Paolo a Gesù, povero come quello di Pietro.
Papa Benedetto, in un’udienza del mercoledì, commentando la domanda di Gesù a Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami tu?», ha insistito sulla differenza dei verbi greci che Gesù e Pietro usano. Gesù usa un verbo che indica un amore totalizzante («… mi ami tu?»). Pietro usa un verbo che esprime il povero amore umano («tu sai che ti voglio bene»). «Ti voglio bene così come è possibile a un povero uomo». Allora, la terza volta (è bellissimo come il Papa descrive questo!), Gesù si adegua al povero amore umano di Pietro e gli chiede semplicemente se gli vuole bene, così come un povero uomo può volere bene.
Leggo ora 1 Corinzi 15, 8 e seguenti. Anche qui Paolo descrive l’incontro con Gesù sulla via di Damasco: «In seguito, ultimo fra tutti…». Come è bello questo ultimo fra tutti! Nella liturgia ambrosiana il sacerdote che celebra la messa dice: «Nobis quoque minimis et peccatoribus». Nella liturgia romana dice solo: «Nobis quoque peccatoribus». Nella liturgia ambrosiana colui che celebra la santa messa, che sia il vescovo oppure l’ultimo prete, dice: «Anche a noi che siamo i più piccoli e peccatori». Così Paolo dice di essere l’ultimo, il più piccolo.
«In seguito ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. Io, infatti, sono l’ultimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me».

2. Paolo è sempre sospeso all’iniziativa di Gesù
Paolo è sempre sospeso all’iniziativa della grazia. E questa è una delle cose più impressionanti per chi legge le sue Lettere. Non solo l’inizio è grazia, non solo l’inizio è iniziativa di Gesù. Paolo è sempre sospeso all’iniziativa di Gesù, momento per momento. Come è nella realtà per ciascuno di noi. Ma l’esperienza di Paolo, da questo punto di vista, è di una drammaticità e di una bellezza uniche.
Vi leggo un brano, che già nel mio seminario mi confortava tanto, dalla seconda Lettera ai Corinzi, 12, 7 e seguenti. Allora mi colpivano le parole, ora il cammino della vita, per Sua grazia e Sua rinnovata misericordia, ha donato realtà a quelle parole.
La seconda Lettera ai Corinzi per me è la Lettera più bella perché è quella in cui Paolo – lo dice lui stesso – apre tutto il suo cuore (2Cor 6, 11). È la Lettera in cui Paolo di fronte alla «dolcezza e mitezza di Cristo» (2Cor 10, 1) descrive quello che lui è, l’inermità che lui è, la fragilità che lui è.
«Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia [comunque si legga questa “spina nella carne”, questa fragilità, questa tentazione, Paolo dice così]. A causa di questo [a causa di questa sofferenza] per ben tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me [che allontanasse questa sofferenza, questa tentazione, questa fragilità]. Ed egli mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”». La Sua forza si manifesta pienamente nella debolezza.
Permettetemi di fare una piccola correzione a una frase che ho letto prima in un pannello della mostra su san Paolo. Non avrei scritto che Paolo è «orgoglioso della sua debolezza». Non si può essere orgogliosi della propria debolezza. Sant’Ireneo, commentando questo brano della seconda Lettera ai Corinzi, e avendo presente la gnosi (uno degli elementi essenziali dell’eresia gnostica è la non distinzione tra il bene e il male, fino a porre, ed Hegel lo teorizza, il male in Dio e da Dio), è attentissimo a distinguere la debolezza dalla grazia. La debolezza rende evidente la grazia. La debolezza, quando viene abbracciata, rende più evidente l’essere abbracciati. Ma il positivo è l’essere abbracciati, non la debolezza. Nella debolezza, che è la condizione umana, l’essere abbracciati gratuitamente da Gesù è più evidente. Quando un bambino è ammalato, la mamma e il papà è come se gli volessero più bene, ma non è un valore l’essere ammalato del bambino. È che quella debolezza rende più evidente l’essere amato. In un tempo in cui la gnosi culturalmente è egemone nella mentalità del mondo e tante volte anche nella Chiesa del Signore, come è importante questa distinzione! La debolezza non è in sé stessa un bene. La debolezza rende più evidente l’essere abbracciati quando si è abbracciati, l’essere amati quando si è amati. Rende più evidente la gratuità dell’essere amati. Il peccato è peccato e il peccato mortale merita l’inferno, come dice il Catechismo. Ma quando Gesù, dopo essere stato tradito, guardò Pietro (Lc 22, 61), quello sguardo rese più evidente l’amore di Gesù al povero Pietro.
«Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo». La debolezza è la condizione perché la Sua potenza si riveli con più evidenza a tutti.

3. Il Vangelo che Paolo trasmette
Due brevi cenni sull’annuncio di Paolo.
Che cosa annuncia Paolo? Innanzitutto quello che lui, a sua volta, ha ricevuto. Come è bello! Paolo non inventa nulla, annuncia quello che, a sua volta, ha ricevuto.
Vi leggo 1 Corinzi 15, 1 e seguenti. Questi versetti racchiudono tutto l’annuncio di Paolo. Tutto l’annuncio di Gesù Cristo.
«Vi rendo noto, fratelli, il vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, e dal quale anche ricevete la salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui ve lo ho annunziato. Altrimenti, avreste creduto invano! Vi ho trasmesso, dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici». Paolo annuncia la testimonianza di Gesù. «La testimonianza di Dio» (1Cor 2, 1). La testimonianza che Dio ha dato col risuscitare Gesù dai morti. La testimonianza che Gesù Cristo ha dato di essere risorto col mostrarsi ai discepoli. Fa parte dell’essenza dell’annuncio cristiano il rendersi visibile del Risorto ai testimoni che Lui sceglie. Se non si fosse reso visibile ai testimoni, se non avesse dato Lui stesso testimonianza di essere risorto, la testimonianza degli apostoli sarebbe stata una loro invenzione.
Heinrich Schlier, che, secondo me, è il più grande esegeta che la Chiesa abbia avuto nel secolo scorso, come insiste su questo fatto! È Gesù che, rendendosi visibile, dà testimonianza di Sé stesso. È Gesù che, rendendosi visibile agli apostoli, facendosi toccare e mangiando con loro, testimonia della realtà della Sua risurrezione: «Tommaso, guarda e metti la tua mano» (cfr. Gv 20, 27). «Visus est, tactus est et manducavit. Ipse certe erat / Fu visto, fu toccato, mangiò. Era proprio Lui», dice sant’Agostino in un discorso contro gli gnostici, commentando l’apparizione di Gesù risorto agli apostoli dal Vangelo di Luca (Lc 24, 36-49).
È Gesù che, rendendosi visibile, testimonia di essere risorto, di essere vivo. La testimonianza degli apostoli è un riflesso della Sua testimonianza. Com’è importante questo! La luce della Chiesa è solo una luce riflessa. «Lumen gentium cum sit Christus / È Cristo la luce delle genti». La Chiesa riflette questa Sua luce come in uno specchio. Una delle frasi più belle di Paolo, che mi è così cara, dice: «Noi tutti, a viso scoperto, riflettendo, come in uno specchio, la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine [il riflesso di Gesù è efficace: cambia la vita], di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore» (2Cor 3, 18).
Paolo annuncia ciò che ha ricevuto, ciò che Gesù Cristo stesso ha testimoniato ai Suoi apostoli.
Un secondo cenno riguardo all’annuncio di Paolo. Anche questa cosa bellissima si legge nella prima Lettera ai Corinzi, 2, 1 e seguenti. L’annuncio di Gesù porta in sé la prova della sua verità. Non si tratta di dimostrare noi che Gesù è vivo. È Gesù stesso che mostrandosi, operando, dimostra di essere vivo. Altrimenti, aumentiamo il dubbio, nostro e degli altri. È Gesù che, agendo, e quindi mostrandosi, dimostra di essere vivo. La dimostrazione della verità del cristianesimo è l’agire e il mostrarsi di Gesù nel presente.
Schlier dice questo con un’espressione bellissima: «Il kerygma e i doni, il kerygma e i miracoli formano un tutt’uno». E Paolo lo dice più semplicemente che non il grande esegeta: «Anch’io, fratelli, quando sono venuto tra voi, non mi sono presentato ad annunziarvi la testimonianza di Dio [la testimonianza che Dio ha donato] con sublimità di parola e di sapienza. Io ritenni, infatti, di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso. Io venni in mezzo a voi in debolezza [come è bello questo!] e con molto timore e trepidazione; e la mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza [non voleva lui dimostrare che Gesù era reale], ma sulla manifestazione dello Spirito [cioè sul fatto che Gesù risorto si manifesta] e della sua potenza [sul Suo agire, sul Suo manifestarsi], perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio» (1Cor 2, 1-5).
La fede può essere fondata solo sulla potenza di Dio, cioè sull’agire di Gesù, sul manifestarsi di Gesù. Non si vince la paura della morte (cfr. Eb 2, 15) con gli argomenti di sapienza, con i nostri discorsi. La paura della morte è vinta quando Gesù, agendo nel presente, si fa riconoscere vivo. Gesù si dimostra reale, vivo, quando si mostra. Quando mostra la Sua azione, quando mostra la Sua potenza. «Con una prova totalmente Sua», scrive Schlier, che si sperimenta «come realtà tangibile».

Termino con le parole di Giovanni Battista Montini, nei suoi appunti sulle Lettere di san Paolo, scritti a Roma quando era giovane sacerdote, tra il 1929 e il 1933: «Nessuno più di lui [Paolo] ha sentito l’insufficienza umana e ha riconosciuto ed esaltato l’azione libera, da sé sola bastevole, necessaria per noi, della grazia di Dio Salvatore». È bellissimo! Libera: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15, 16). Da sé sola bastevole: «Ti basta la mia grazia» (2Cor 12, 9). Necessaria per noi: «Senza di me non potete fare nulla» (Gv 15, 5).
E Montini aggiunge una frase, commovente se si pensa anche alle umiliazioni ricevute: «Egli [Paolo] ha sentito il fastidio della sua presenza “contemptibilis” [disprezzabile]».
«Praesentia corporis infirma [scrive nella seconda Lettera ai Corinzi, 10, 10] / La presenza fisica è debole / et sermo contemptibilis / e la parola è da disprezzare».
«Egli ha sentito il fastidio della sua presenza contemptibilis. Ha provato desolanti depressioni di spirito».
Un’espressione di questa umanità così debole di Paolo si trova nella seconda Lettera ai Corinzi, 2, 12: «Giunto pertanto a Troade per annunciare il Vangelo di Cristo, sebbene la porta mi fosse aperta nel Signore [quindi gli era possibile annunciare il Vangelo di Cristo], non ebbi pace nello spirito perché non vi trovai Tito, mio fratello; perciò, congedandomi da loro, partii per la Macedonia». Paolo non ha neanche la forza di annunciare il Vangelo, se non ha il conforto della grazia del Signore che brilla riflessa sul volto di una persona cara. Cara semplicemente per questo riflesso di grazia.
E poi continua (2Cor 7, 5 e seguenti): «Da quando siamo giunti in Macedonia, la nostra carne [la nostra debole umanità] non ha avuto sollievo alcuno, ma da ogni parte siamo tribolati: battaglie all’esterno, timori al di dentro».
Com’è vero! «La Chiesa vive», dice la Lumen gentium, «tra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio». Sant’Agostino, nel brano del De civitate Dei da cui è tratta questa frase, scrive che le persecuzioni del mondo provengono innanzitutto dall’interno della Chiesa. Anche perché le persecuzioni del mondo sono innanzitutto i nostri poveri peccati che fanno soffrire il cuore di chi è amato da Gesù e vuole bene a Gesù.
Continua Paolo: «Ma Dio che consola gli afflitti ci ha consolati con la venuta di Tito, e non solo con la sua venuta, ma con la consolazione che ha ricevuto da voi». Paolo che a Troade non aveva avuto la forza di annunciare il Vangelo, quando arriva Tito è confortato anche perché Tito gli parla dell’affetto che le persone di Corinto hanno per lui.
«A questa nostra consolazione si è aggiunta una gioia ben più grande per la letizia di Tito» (2Cor 7, 13). Perché non basta ricordare l’affetto di persone lontane, se chi ne parla non è lui stesso lieto, contento nel presente.
Quando vado a pregare sulla tomba di Paolo nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, a Roma, in ginocchio, ripeto sempre un inno: «Pressi malorum pondere, te, Paule, adimus supplices / Oppressi dal peso di tante contrarietà [innanzitutto dei nostri poveri peccati] veniamo a te, Paolo, supplici / […] quos insecutor oderas defensor inde amplecteris / [...] quelli che tu quando eri persecutore hai odiato, adesso come difensore li abbracci». In questo abbraccio, in questo essere amati da Gesù, anche attraverso gli amici di Gesù, possiamo ripetere: «L’amicizia è una virtù, ma l’essere amati non è una virtù, è la felicità».
Grazie.

 

Publié dans:PAPA PAOLO VI |on 25 octobre, 2016 |Pas de commentaires »

San Paolo Apostolo, prega per noi

imm paolo

Publié dans:immagini sacre |on 24 octobre, 2016 |Pas de commentaires »

PADRE NOSTRO: VOI DUNQUE PREGATE COSÌ (Paolo, biblica Tessalonicesi)

http://www.ilfaro-it.net/Brevi%20meditazioni%20bibliche%20Montante1.htm

PADRE NOSTRO: VOI DUNQUE PREGATE COSÌ (Paolo Tessalonicesi)

(è un rtf, metto tutto l’indice, io ne propongo solo un parte, il link è alla copia cache)

Indice

Guida agli studi 2
0. Introduzione 3
1. Richieste meritevoli 4
Programmare la preghiera 6
2. Aver passione per le persone 7
La preghiera continua 8
3. Il contenuto di una preghiera fruttuosa 9
Metodi per non distrarsi 10
4. Pregare il Dio sovrano 11
Scuse per non pregare 13
5. Pregare per ottenere potenza 15
Liste di preghiera 17
6. Pregare per il ministero 18
Ostacoli alla preghiera 20
7. Pregare nell’avversità 21
Usare la Bibbia 22
8. La preghiera di Gesù 23
Preghiere pubbliche 24

0. Introduzione
La preghiera è una fonte di grande benedizione, un momento in cui possiamo accogliere l’invito di Dio di venire da lui e di partecipare al suo banchetto celeste (Is 55:1). È quando possiamo veramente sperimentare la comunione con il nostro Creatore e Padre. È quando possiamo inginocchiarci in adorazione e confessione davanti alla sua santità e quando possiamo godere la sua presenza, come un amico, perché Gesù ha aperto la via per noi. Ma per la stessa ragione è difficile fare degli studi sulla preghiera, perché il nostro rapporto con Dio deve essere un motivo di meraviglia e non di studio. Inoltre c’è il pericolo che studieremo la preghiera invece di pregare!
La preghiera è anche potente, e come noi possiamo avere potenza nella nostra vita (non diventando potenti, ma utilizzando la potenza di Dio). Gv 14:13-14 rivela una potenza enorme. In Efes 6:18 è una di due arme offensive contro Satana. In Giuda 20 è un modo per edificarsi nella fede. Per noi, è come la potenza di un atomo, che c’era ma non sfruttata fino al secolo scorso; noi abbiamo la potenza della preghiera, ma spesso non la sfruttiamo.
La preghiera dà anche la tranquillità – invece di preoccuparci, dobbiamo pregare (Fili 4:6-7). Quando consegniamo le nostre difficoltà a Dio in preghiera e ringraziamento, affinché diventino la responsabilità di Dio e non di noi, siamo riempiti della sua pace invece della nostra preoccupazione.
Anche se è difficile fare degli studi sulla preghiera, abbiamo tutti bisogno di aiuto per la preghiera, perché la verità è che è difficile pregare e pregare bene. Non è sorprendente che è difficile pregare, perché siamo ancora pellegrini con molto da imparare, e non sperimenteremo mai la pienezza del nostro rapporto con Dio da questa parte di paradiso. Ma quello che è sorprendente è che preghiamo poco e preghiamo male, nonostante questo invito alla comunione con Dio, questa potenza della preghiera e la pace che dà. Abbiamo bisogno di incoraggiamento per pregare di più, e insegnamento per conoscere meglio Dio e così pregare meglio.
Questi studi non dicono tutto quello che c’è da dire sulla preghiera. Prendono da scontato, per esempio, che dobbiamo pregare. Ma lo scopo principale è di aiutarci a pregare meglio, non in modo superficiale ma secondo tutta la volontà di Dio. Il metodo per raggiungere questo scopo è di esaminare alcune delle preghiere della Bibbia, per scoprire come dovremmo rivolgerci al nostro Signore. Ci sarà anche un « angolo dei consigli » in ogni studio, con alcuni suggerimenti pratici per pregare meglio, e che possono anche essere delle spunte per condividere con gli altri suggerimenti che hanno per la preghiera.
Quello che gli studi non sono è un elenco di tecniche che garantiscono una vita di preghiera perfetta. Perché non esistono. La preghiera è una manifestazione di un rapporto con Dio, e non ci sono tecniche per vivere un rapporto. Ma vogliamo ascoltare quello che la Bibbia dice è la natura di Dio e del nostro rapporto con lui, in modo di vivere nel modo giusto questo rapporto. Anche l’angolo dei consigli contiene solo suggerimenti e non leggi; possono essere utili o non ad un certo individuo in un certo momento della sua vita. 1. Richieste meritevoli
2Tessalonicesi 1:3-12 [Carson capitoli 2-3]
Prima di considerare la preghiera di Paolo per i Tessalonicesi negli ultimi due versetti, vogliamo considerare la base o lo sfondo della preghiera. Infatti il versetto 11 inizia « Ed è anche a quel fine », oppure « Per questo motivo », come la Nuova Diodati ed altre versioni. Vedremo quali sono le verità che determinano il contenuto della sua preghiera per i Tessalonicesi.
1. Ringraziamo Dio spesso nelle nostre preghiere. Quali sono i motivi più comuni per cui lo ringraziamo?
Per il cibo, quando riceviamo benedizioni materiali, quando evitiamo un incidente in macchina, per la guarigione di noi o di altri, eccetera.
Leggere 2Tessalonicesi 1:3-10.
2. Quali sono i motivi per cui Paolo ringrazia Dio?
La loro fede cresce, il loro amore abbonda, la loro costanza e fede (cioè fedeltà) nella persecuzione.
Quello per cui ringraziamo di più rivela quello che stimiamo di più. È chiaro che spesso pensiamo che la prosperità e il benessere materiali e fisici siano le cose più importanti nella nostra vita. [Carson pagina 49].
3. Come possiamo fare sì che ringraziamo Dio per la vita spirituale dei membri della cellula, della chiesa, e di missionari che conosciamo?
Quando preghiamo per loro, cominciare sempre con un tale ringraziamento; conoscere bene le persone e la loro spiritualità per sapere per che cosa ringraziare; rispondere subito in preghiera quando vediamo evidenza di fede, amore o costanza; pregare in modo regolare per le persone, pensando ogni volta di quello che hai visto nella loro vita spirituale per cui puoi ringraziare.
4. Quali cose che possiamo vedere nella vita degli altri dovrebbero provocare un tale ringraziamento?
Un atto che scaturisce dall’amore, perseveranza nella difficoltà.
La seconda verità che è una ragione per la preghiera di Paolo per i Tessalonicesi è il « giusto giudizio di Dio » (il v. 5).
5. Secondo il brano, quali sono le conseguenze del giusto giudizio di Dio sulle persone?
Per i credenti, essere riconosciuti degni del regno di Dio (5), ricevere riposo (7) e ammirare Gesù (10); per i non credenti vendetta (6, 8) e punizione (9).
6. Se questo giusto giudizio di Dio fosse il nostro valore più importante, come pregheremmo per i nostri amici credenti? Per i nostri amici non credenti?
a) perseveranza, che glorificheranno Cristo; b) conversione, che glorificheranno Cristo.
Quindi i valori che Paolo porta alla supplica sono l’importanza della vita spirituale delle persone e la certezza che il Signore Gesù Cristo ritornerà per giustificare e per vendicare. Vediamo adesso le preghiere che questi valori creano.
Leggere 2Tessalonicesi 1:11-12.
7. Quali sono le richieste che Paolo fa per i Tessalonicesi?
Che Dio li ritenga degni della vocazione, e che compia i loro buoni desideri e opere di fede.
8. Quale è la vocazione di cui Paolo parla? In che modo siamo ritenuti degni di questa vocazione?
Non è la vocazione (=chiamata) generale a tutti (come Matteo 22:14), ma quella efficace tramite cui Dio ci salva (Rom 8:29-30). Non è che Dio debba ritenerci degni per poterci chiamare, perché i Tessalonicesi, già credenti, sono già stati chiamati. Invece, devono « comportarsi in modo degno della vocazione che è stata rivolta loro » (Efes 4:1); la preghiera è che Dio li trasformi affinché vivano secondo la chiamata ricevuta. Siamo giustificati per grazia, ma siamo anche santificati per grazia.
9. Di che tipo di desideri e opere parla Paolo? Avete degli esempi nella vostra vita? Perché prega Paolo che Dio compia questi desideri e opere?
Nuovi propositi e obiettivi nella vita, che porteranno gloria a Dio. Per esempio aiutare qualcuno, testimoniare in qualche modo specifico, servire nella chiesa. Abbiamo bisogno della potenza di Dio per realizzare un proposito spirituale, e se Dio non lo fa non potrà portare buona frutta (Salmo 127:1).
10. Quale è il motivo per cui Paolo prega queste cose per i Tessalonicesi? (il versetto 12)
Affinché il Signore Gesù sia glorificato in loro, e loro in lui. Il benessere (neanche il benessere spirituale) dei Tessalonicesi non è mai l’obiettivo ultimo; Paolo vuole il loro bene affinché Gesù sia glorificato di più.
11. In che modo l’adempimento di queste preghiere porterà gloria a Gesù in loro?
Vite trasformate dal Vangelo, dalla morte di Gesù, glorificheranno Gesù di più, e come testimonianza anche i non credenti dovrebbero glorificare Gesù per la vita dei suoi seguaci.
12. In che modo l’adempimento di queste preghiera porterà gloria a loro in Gesù?
Siamo nel processo di essere trasformati ad uno stato più glorioso, e un giorno saremo glorificati (2Cor 3:18; Rom 8:30). Se queste preghiere sono adempiute, i Tessalonicesi saranno più gloriosi.
13. Quale è il modo per cui queste preghiere saranno adempiute?
Per la grazia di Dio e Gesù. È Dio che ci trasforma, che opera potentemente in noi, che ci glorifica.
Le preghiere di Paolo sono una conseguenza di come lui vede il mondo e le nostre vite. Non è che per lo più andiamo bene e riusciamo a gestire la nostra vita, con un po’ di aiuto ogni tanto quando qualcosa va male o c’è qualcosa che non siamo in grado di sistemare. Perché le nostre preghiere hanno spesso questa comprensione del mondo. Invece Paolo ricorda la grazia ricevuta nel passato, e la direzione della vita – lo stato finale di tutti – e prega in base alla grazia ricevuta e come dovremmo vivere alla luce di quello che saremo. Siamo nell’universo di Dio, e tutto va fatto per la sua gloria e tramite la sua opera e grazia. Così dobbiamo pregare.
Angolo dei consigli
Durante questi studi, non solo vogliamo capire come si prega, vogliamo pregare di più. Oltre gli esempi delle preghiere bibliche, considereremo alcuni suggerimenti pratici per pregare; spero che possiamo anche condividere le nostre esperienze nella preghiera per poter aiutare gli altri con quello che noi abbiamo imparato.
Premessa: Non esiste una tecnica magica. Esistono gli aiuti e i metodi, ma hanno sempre la tendenza di tirare l’attenzione sui metodi invece di tirarla sul rapporto con Dio che è la preghiera. La preghiera non è come cucinare da una ricetta o costruire una scrivania da un kit dove ci sono le istruzioni. È come un matrimonio. Ci sono dei suggerimenti per il matrimonio, ma non ci sono tecniche che garantiscono un buon matrimonio. Ogni matrimonio è diverso, e il rapporto di ognuno con Dio è diverso, sia dai rapporti degli altri con Dio, sia dal rapporto della stessa persona nel passato e nel futuro. Ci sono dei limiti (nella preghiera e nel matrimonio), ma entro questi limiti è importante trovare quello che funziona meglio per te in questo momento. I consigli saranno degli aiuti per migliorare la tua vita di preghiera, affinché consideriamo qualcosa che potrebbe aiutare che non abbiamo pensare di fare prima.
Programmare la preghiera
La vita spirituale è una vita disciplinata; non succede per caso. Dobbiamo attivamente cercare di crescere nella preghiera con dei propositi fissi di non fare nient’altro che pregare. Naturalmente ciò non esclude la preghiera spontanea, ma neanche la preghiera in ogni momento esclude dedicare certi periodi di tempo alla preghiera, come faceva anche il nostro Signore (Luca 5:16). Un tempo fisso di preghiera può anche diventare una religione formale o legalismo, ma è comunque importante. Forse sarà necessario cambiare spesso l’ora di preghiera (per esempio chi lavora a turni), o di fare più tempi più brevi (per esempio chi ha figli piccoli; anzi forse è meglio così che un lungo periodo una volta al giorno), ma il fatto rimane che se non pianifichiamo di pregare, non pregheremo.
Quale periodo o periodi del giorno è più facile per te fermarti e pregare?
2. Aver passione per le persone
1Tessalonicesi 3:9-13 [Carson capitoli 4-5]
Nel primo studio, abbiamo visto come i valori di Paolo (tutto è merito della grazia di Dio, e Gesù ritornerà) l’hanno fatto pregare in un certo modo. Oggi vedremo che le sue preghiere erano una conseguenza anche dell’amore che aveva per le persone.
Leggere 1Tessalonicesi 2:17-3:8.
1. Quale evidenza c’è in questi brani dell’amore e della passione di Paolo per i Tessalonicesi?
Il grande desiderio di vederli (2:17); non poteva più resistere non aver notizie, e preferiva rimanere solo per confermarli e confortarli (3:1-2,5); era consolato dalle notizie della loro fede e che erano saldi (3:6-8) – spesso siamo scioccati da cattive notizie, ma non rispondiamo a buone notizie del genere.
Per Paolo le persone erano più importanti dei programmi o piani, e più importanti del suo benessere o dei suoi desideri e bisogni. Da una così forte passione per le persone, scaturisce la sua preghiera per loro.
Leggere 1Tessalonicesi 3:9-13.
2. Che cosa prega Paolo?
Ringraziamento per loro per la gioia che gli danno; preghiera per rivederli per poterli aiutare; che Dio li faccia crescere in amore, affinché siano saldi e santi quando Gesù ritornerà.
3. Perché Paolo dice ai Tessalonicesi che ringrazia Dio per loro?
Per incoraggiarli – non è soltanto per fare complimenti a loro, né c’è un distacco emotivo. Così ricorda i Tessalonicesi della loro crescita spirituale, ma anche quello che è la fonte di quella crescita.
4. Trovi difficile dire ad altri che ringrazi Dio per loro? Perché o perché non?
5. In quale modo i Tessalonicesi danno gioia a Paolo? Cosa dice della sua priorità e passione?
La loro fede dà gioia a Paolo (i versetti 7-8), perché per lui la cosa più importante è vedere Gesù glorificato nei suoi figli. Non è quello che lui riceve da loro che gli dà gioia, come è spesso il caso con noi.
Paolo è stato a Tessalonica per solo tre settimane (Atti 17:2), per cui non ha avuto molto tempo per insegnare ai credenti e c’erano ancora delle lacune nella loro fede. Paolo prega di poter colmare queste lacune – la preghiera non è un sostituito per il servizio, né il servizio per la preghiera.
6. Quale (la preghiera o il servizio) trovi più facile?
7. L’impedimento satanico (2:18) ha fatto Paolo pregare di più. Che cosa significa per quanto riguardo quello che Paolo crede dell’opera di Satana? Come rispondi agli ostacoli nella vita?
Dio è più potente di Satana e può sopraffare la sua opera – anche se non lo fa sempre. In un altro caso Paolo ha pregato ma poi ha smesso davanti ad un impedimento satanico – ma solo perché Dio, dopo tre preghiere, gli aveva detto che non avrebbe tolto l’impedimento (2Cor 12:7-9; anche Giobbe).
Anche se Paolo è stato con loro per poco tempo, e c’erano delle lacune nella loro conoscenza, non è la sola o principale cosa di cui avevano bisogno. Infatti la terza parte della preghiera è che il loro amore cresca, verso gli altri credenti e verso tutti.
8. In quale modo l’ultima parte della preghiera è una conseguenza dei valori di Paolo che abbiamo visto nello studio precedente?
Sa che Gesù ritornerà, e quindi vuole che i Tessalonicesi siano pronti per quel giorno.
9. In quale modo vorresti pregare diversamente questa settimana, alla luce di questa preghiera di Paolo?
Angolo dei consigli
La preghiera continua
Nel versetto 10 Paolo dice di pregare « notte e giorno » per i Tessalonicesi. Similmente, in 1Cor 1:4; Fili 1:4; 1Tess 1:2; 2:13 dice di pregare « sempre ». Non è che non faccia altro che pregare, né che si trovi in un costante ma vago ‘spirito di preghiera’ senza preghiere concrete (perché dice in questi brani di pregare cose concrete sempre). Piuttosto, le sue preghiere non sono limitate ad un unico periodo fisso in tutta la giornata, ma oltre i tempi dedicati alla preghiera pregava durante il giorno quando c’era qualcosa per cui pregare.
È difficile coltivare questa abitudine di pregare sempre, perché la nostra impostazione ‘predefinita’ è sempre di agire secondo le nostre capacità, prendendo da scontato quello che riceviamo, e non pensare a Dio.
Per imparare a pregare continuamente, bisogna pregare sempre e subito il momento che Dio o la preghiera ci vengono in testa. Basta un breve SMS, non una lunga lettera; l’importante è che riconosciamo il nostro rapporto con Dio in quel momento. Ciò potrebbe aiutare ad iniziare a pregare più spesso durante il giorno.
Un altro suggerimento è creare una ‘filatteria’ – i Farisei portavano delle corde per ricordarsi a pregare, che come ogni metodo poteva essere corrotto (Matteo 23:5 – ingrandivano le filatterie per fare vedere quanto pregavano). Ma se è possibile associare la preghiera ad un oggetto o un’azione che si usa spesso nel giorno, il risultato è che si prega di più. Questo è lo scopo degli oggetti come braccialetti su cui è scritto « W.W.J.D. ». Quando studiavo, ho messo un elastico intorno alla mia penna, per ricordarmi di pregare. Così ogni volta che prendeva la penna per scrivere qualche appunto, pregavo. Chi usa il cellulare o palmare spesso potrebbe attaccare qualcosa, in modo che si ricordi di pregare ogni volta che usa il cellulare. Oppure una mamma potrebbe decidere di pregare ogni volta che prende il bimbo in braccia.
Un’altra possibilità è di ricordarsi di usare tutti i tempi morti nel giorno per pregare – il tempo nella coda al supermercato, in macchina, quando dobbiamo camminare da un posto ad un altro, nella doccia, durante la pubblicità della televisione, eccetera. In questo modo abbiamo un ricordo costante del rapporto con Dio, e gli possiamo offrire qualche breve ringraziamento, preghiera, lode o confessione per quello che è appena successo, che stiamo facendo o che stiamo per fare.

123456

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01