BRANO BIBLICO SCELTO – 2 TIMOTEO 2,8-13

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BRANO BIBLICO SCELTO – 2 TIMOTEO 2,8-13

Carissimo, 8 ricordati che Gesù Cristo, della stirpe di Davide, è risuscitato dai morti, secondo il mio vangelo, 9 a causa del quale io soffro fino a portare le catene come un malfattore; ma la parola di Dio non è incatenata! 10 Perciò sopporto ogni cosa per gli eletti, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna.
11 Certa è questa parola: Se moriamo con lui, vivremo anche con lui; 12 se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, anch’egli ci rinnegherà; 13 se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso

COMMENTO
2 Timoteo 2,8-13

Sofferenza e missione
La Seconda lettera a Timoteo si apre con il prescritto e il ringraziamento epistolare, nel quale l’autore ricorda la fede di Timoteo, ricevuta dalla madre e dalla nonna (1,1-5). Viene poi il corpo della lettera in cui sono svolti i seguenti temi: A. Il vero pastore (1,6-18); B. Il comportamento di Timoteo (2,1-26); C. Gli ultimi tempi (3,1-17); D) Il testamento di Paolo (4,1-18). Nella seconda di queste parti l’autore riporta alcuni brani in cui affronta i seguenti temi: trasmissione delle verità udite (2Tm 2,1-2); partecipazione alle sofferenze dell’apostolo (2Tm 2,3-7); comunione totale con Cristo (2Tm 2,8-13); lotta contro le false dottrine (2Tm 2,14-26). La liturgia riporta soltanto il terzo di questi brani, il quale si apre con una composizione in forma innica in cui è messo in luce il ruolo salvifico di Cristo (vv. 8-9a); ad essa fa seguito una dichiarazione in prosa nella quale si accenna al significato della sofferenza (vv. 9b-11a); in conclusione è riportata un’altra composizione innica riguardante il nostro rapporto con Cristo (vv. 11b-13).
Il presente capitolo era cominciato con un riferimento all’incarico dato da Paolo al discepolo/figlio Timoteo, a cui aveva fatto seguito l’esortazione alla perseveranza e all’impegno nonostante le sofferenze che si prospettano. A questo punto ha luogo l’esortazione rivolta a Timoteo perché si ricordi di Gesù Cristo: «Ricordati di Gesù Cristo, risorto dai morti, discendente di Davide, come io annuncio nel mio Vangelo, per il quale soffro fino a portare le catene come un malfattore» (vv. 8-9a). Al centro dei pensieri di Timoteo deve stare la persona di Cristo. Di lui si dice, con riferimento a un’antica professione di fede, che è risorto dai morti ed è discendente di Davide. Il collegamento immediato è con l’apertura della Lettera ai Romani, in cui Gesù è presentato come discendente di Davide secondo la carne e Figlio di Dio in forza della risurrezione dai morti (cfr. Rm 1,3-4). L’allusione alla discendenza davidica potrebbe suggerire l’origine giudeo-cristiana o palestinese di questa formula. Ma la sua associazione con il tema della risurrezione rientra nello schema tipico della tradizione paolina. L’origine davidica di Gesù Cristo, il Messia, richiama al fatto che per mezzo suo si sono attuate le promesse. Parlando della sua risurrezione, non può prescindere dalla sua morte di croce. Su questo sfondo la sua risurrezione dai morti è il senso ultimo e profondo delle sofferenze che ora toccano in sorte a tutti i credenti, dei quali Paolo rimane il prototipo o il modello ideale. Perciò egli può a buon diritto considerare la logica della croce, che è fedeltà nelle sofferenze, fondata sulla speranza nella risurrezione, come il «mio vangelo».
Il tema della sofferenza dell’Apostolo e della sua attuale prigionia introduce un’affermazione di principio cui fa seguito un nuovo riferimento alla sua esperienza: «Ma la parola di Dio non è incatenata! Perciò io sopporto ogni cosa per quelli che Dio ha scelto, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna» (vv. 9b-10). Nonostante Paolo sia incatenato come un criminale comune, non così è per la parola di Dio, cioè per il vangelo di Gesù Cristo, che raggiunge tutti gli uomini di buona volontà. La parola di Dio non può essere sequestrata o incatenata. Anzi, si può dire che la partecipazione personale di Paolo all’esperienza di morte e risurrezione di Cristo serva alla diffusione del vangelo più dell’annuncio pubblico che egli ne fa con la sua parola. L’efficacia dell’annuncio o della testimonianza deriva infatti dalla fedeltà nonostante le resistenze o le pressioni esterne. La sofferenza che Paolo sopporta non consiste semplicemente nello stress fisico o psicologico che accompagna in misura più o meno intensa ogni esistenza umana, ma deriva dalla scelta cristiana e dall’impegno missionario.
L’esempio di Paolo, figura ideale e tipica dell’apostolo e martire per il vangelo, introduce la citazione di un altro inno in cui questo pensiero è applicato a tutti i cristiani: «Questa parola è degna di fede: Se moriamo con lui, con lui anche vivremo; se perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, lui pure ci rinnegherà; se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso» (2,11-13). Questo inno è introdotto con una formula che indica l’autorevolezza di quanto si sta per dire. Di essa si fa garante l’Apostolo, in sintonia con la tradizione della Chiesa. Il brano innico si distingue dai versi precedenti per il passaggio delle forme verbali dal singolare al plurale. Esso contiene affermazioni abbinate in un parallelismo sinonimico (2,11-12) e antitetico (2,13a), che rivelano l’indole innica e semitizzante tipica di una composizione primitiva. L’alternanza di esortazione e formule di fede è un tratto caratteristico delle lettere pastorali. Il tema è quello dei versi precedenti: la solidarietà con il destino di Gesù morto e risorto, che dà senso e valore alle sofferenze e tribolazioni di ogni cristiano. Il morire con lui comporta di riflesso il vivere con lui. La perseveranza nelle prove ha come effetto l’ingresso con lui nel suo regno. Il rinnegarlo comporta invece l’essere rinnegati da lui. Il termine «rinnegare» (arnêomai), che ricorre nel contesto della pubblica professione di fede in un ambito conflittuale (cfr. Mt 10,33; 26,70.72), indica il rifiuto e la ribellione nei confronti di Cristo. A questo rifiuto corrisponde simmetricamente il rifiuto da parte di Cristo. Quest’ultima affermazione viene però subito corretta: anche in caso di infedeltà da parte del discepolo, Gesù rimane fedele, perché questo fa parte del suo modo di essere, venendo meno al quale egli rinnegherebbe se stesso. Si tratta quindi di un rapporto che non può venire meno perché non si basa sulla buona volontà del credente, ma su una scelta irrevocabile di Dio. L’affinità tematica con Rm 6,5.8, e Col 2,20; 3,1 depone non solo a favore dell’aspetto tradizionale e paolino di questo frammento, ma anche del suo originario contesto battesimale.

Linee interpretative
Il tema di questo brano è quello dell’annunzio del vangelo, che diventa lo scopo di tutta la vita di Paolo. Questo annunzio ha come oggetto la persona di Cristo, nella sua duplice prerogativa di discendente di Davide e di Figlio di Dio risorto dai morti. Per svolgere il suo compito, Paolo è disposto a sostenere qualsiasi tipo di prova. Anche le catene che gli impediscono di muoversi liberamente non sono da lui considerate non come un ostacolo, ma come un valido mezzo per la propagazione del vangelo. In primo piano vi è dunque non una dottrina, ma un rapporto personale che viene proposto come modello di vita.
Il valore della sofferenza dipende unicamente dalla logica della croce e non da concetti più o meno misticheggianti o da finzioni giuridiche, quali il soffrire al posto di altri o in forma vicaria. La fedeltà e la perseveranza nelle prove è lo spazio ideale in cui si rivela l’efficacia salvifica dell’amore di Dio in Cristo. Da lui solo viene la salvezza definitiva e gloriosa. Però la perseveranza cristiana non consiste in una qualità eroica, riservata a pochi, ma nell’adesione a una persona, Gesù Cristo, inaugurata con il battesimo e fondata sulla fedeltà estrema di Dio che in lui ha rivelato il suo amore. È una fedeltà che spezza la logica della pura «giustizia» in senso di premio e castigo, per dare spazio alla gratuità di un amore incondizionato.

 

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