Archive pour septembre, 2016

Stabat Mater

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Publié dans:immagini sacre |on 16 septembre, 2016 |Pas de commentaires »

INNO CRISTOLOGICO: Col 1,3-12-20 – PAPA BENEDETTO

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INNO CRISTOLOGICO: Col 1,3-12-20 – PAPA BENEDETTO

Ringraziamo con gioia il Padre che ci ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce. È lui infatti che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto, per opera del quale abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati.

Egli è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura; poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui.

Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa; il principio, il primogenito di coloro che risuscitano dai morti, per ottenere il primato su tutte le cose.

Perché piacque a Dio di fare abitare in lui ogni pienezza e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose, rappacificando con il sangue della sua croce, cioè per mezzo di lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli.

Ci soffermiamo a meditare il celebre inno cristologico contenuto nella Lettera ai Colossesi, che è quasi il solenne portale d’ingresso di questo ricco scritto paolino. L’Inno proposto alla nostra riflessione, recitato ai Vespri del Mercoledì della quarta settimana, è incorniciato da un’ampia formula di ringraziamento (cf vv. 3.12-14). Essa ci aiuta a creare l’atmosfera spirituale per vivere bene questi giorni pasquali, come pure il nostro cammino lungo l’intero anno liturgico (cf vv. 15-20).

La lode sale a «Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo» (v. 3), sorgente di quella salvezza che è descritta in negativo come «liberazione dal potere delle tenebre» (v. 13), cioè come «redenzione e remissione dei peccati» (v. 14). Essa è poi riproposta in positivo come «partecipazione alla sorte dei santi nella luce» (v. 12) e come ingresso «nel regno del Figlio diletto» (v. 13).

Gesù rende visibile il Padre

A questo punto si schiude il grande e denso Inno, che ha al centro il Cristo, del quale è esaltato il primato e l’opera sia nella creazione sia nella storia della redenzione (cf vv. 15-20). Due sono, quindi, i movimenti del canto. Nel primo è presentato il primogenito di tutta la creazione, Cristo, «generato prima di ogni creatura» (v. 15). Egli è, infatti, l’«immagine del Dio invisibile», e questa espressione ha tutta la carica che l’«icona» ha nella cultura d’Oriente: si sottolinea non tanto la somiglianza, ma l’intimità profonda col soggetto rappresentato.

Cristo ripropone in mezzo a noi in modo visibile il «Dio invisibile», attraverso la comune natura che li unisce. Cristo per questa sua altissima dignità precede «tutte le cose» non solo a causa della sua eternità, ma anche e soprattutto con la sua opera creatrice e provvidente: «per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili… e tutte sussistono in lui» (vv. 16-17). Anzi, esse sono state create anche «in vista di lui» (v. 16).

Cristo è la pienezza della vita

Il secondo movimento dell’Inno (cf Col 1,18-20) è dominato dalla figura di Cristo salvatore all’interno della storia della salvezza. La sua opera si rivela innanzitutto nell’essere «capo del corpo, cioè della Chiesa» (v. 18): è questo l’orizzonte salvifico privilegiato nel quale si manifestano in pienezza la liberazione e la redenzione, la comunione vitale che intercorre tra il Capo e le membra del corpo, ossia tra Cristo e i cristiani. Lo sguardo dell’Apostolo si protende alla meta ultima verso cui converge la storia: Cristo è «il primogenito di coloro che risuscitano dai morti» (v. 18), è colui che dischiude le porte alla vita eterna, strappandoci dal limite della morte e del male.

Ecco, infatti, quel pleroma, quella «pienezza» di vita e di grazia che è in Cristo stesso e che è a noi donata e comunicata (cf v. 19). Con questa presenza vitale, che ci rende partecipi della divinità, siamo trasformati interiormente, riconciliati, rappacificati: è, questa, un’armonia di tutto l’essere redento nel quale ormai Dio è «tutto in tutti» (1 Cor 15,28).

Salvati nella carne di Cristo

A questo mistero grandioso della redenzione dedichiamo ora uno sguardo contemplativo e lo facciamo con le parole di San Proclo di Costantinopoli, morto nel 446. Egli nella sua Prima omelia sulla Madre di Dio Maria ripropone il mistero della Redenzione come conseguenza dell’Incarnazione.

Dio, infatti, ricorda il Vescovo, si è fatto uomo per salvarci e così strapparci dal potere delle tenebre e ricondurci nel regno del Figlio diletto, come ricorda appunto l’inno della Lettera ai Colossesi. «Chi ci ha redento non è un puro uomo: – osserva Proclo – tutto il genere umano infatti era asservito al peccato; ma neppure era un Dio privo di natura umana: aveva infatti un corpo. Che, se non si fosse rivestito di me, non m’avrebbe salvato. Apparso nel seno della Vergine, Egli si vestì del condannato. Lì avvenne il tremendo commercio, diede lo spirito, prese la carne» (8: Testi mariani del primo millennio, I, Roma 1988, p. 561).

Siamo, quindi, davanti all’opera di Dio, che ha compiuto la Redenzione proprio perché anche uomo. Egli è contemporaneamente il Figlio di Dio, salvatore ma è anche nostro fratello ed è con questa prossimità che Egli effonde in noi il dono divino.

Benedetto XVI – L’Osservatore Romano, 05-01-2006

Parable of the Unjust Steward

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OMELIA (18-09-2016) – ASTUTI E FURBI IN VISTA DELLA CARITÀ

http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20160918.shtml

OMELIA (18-09-2016) – ASTUTI E FURBI IN VISTA DELLA CARITÀ

padre Gian Franco Scarpitta

Parecchi commentatori considerano le letture di oggi non facili da interpretare e fra questi vi è anche il sottoscritto. Sembra inverosimile che Dio, sia a proposito del profeta Amos (I Lettura) sia in riferimento al furbissimo personaggio evangelico dedito all’amministrazione, legittimi o addirittura stimi la disonestà. Forse che il Signore si compiace di un amministratore capace di trucchi e di raggiri? Occorre allora innanzitutto considerare l’intero contesto nel quale il messaggio parabolico di Luca viene a trovarsi, cioè il tema della subdola e falsa ricchezza. La corsa al potere e al successo economico, la presunta sicurezza di cui sarebbe capace il denaro e le cose materiali, il vantaggio che in teoria offrirebbero le agiatezze e le condizioni economiche, sono argomenti che sottendono come la ricchezza in realtà impoverisce e rende schiavi, diventando causa di disagio sociale perché preclude ogni possibilità di apertura verso i poveri e i bisognosi. San Francesco di Paola diceva che « il denaro è vischio dell’anima », poiché ci impregna di futilità collose e attaccaticce dalle quali è difficile svincolarci e di cui diventiamo schiavi. In più, la brama del possesso e l’anelito al potere e al vantaggio economico oltre misura, sono matrice di chiusura egoistica e di indifferenza verso il prossimo bisognoso. Chi più possiede, più diventa incontentabile, avido e distaccato e incapace di condividere. Ora, la ricchezza fa la parte del leone anche in questa liturgia di oggi, poiché in queste letture si riscontra come essa può anche essere « ricchezza disonesta », conseguita cioè con espedienti illeciti e truffaldini. Chi ambisce a possedere denaro succube della cupidigia e dell’avidità insaziabile, coglie qualsiasi occasione per coltivare i propri interessi, soprattutto quando riveste ruoli di estrema responsabilità, come l’economo delegato di cui alla parabola di Luca. E’ evidente che, trovandosi nelle possibilità di poter trarre profitto per sé dalle immense ricchezze del padrone che lo aveva preposto all’amministrazione; aveva usato e abusato del suo ruolo, traendo da esso personale vantaggio economico. Le risorse del suo padrone erano servite a soddisfare spesso i suoi piaceri e le sue voluttà personali, sicuro di poter disporre liberamenre di risorse che non gli appartenevano. Mi fa pensare questo suo atteggiamento a tutti quegli scandali che emergono alcune volte dall’operato di amministratori regionali o comunali che sperperano il patrimonio pubblico per fini voluttuari o per banalità effimere, per poi essere smascherati e indagati dalla magistratura. Avevano il ruolo di amministrare le ricchezze per le pubbliche necessità e per sovvenire ai bisogni dei cittadini, e ne hanno invece fatto uso personale improprio. In questo caso, complice riprovevole è la ricchezza, lo smodato possesso di beni materiali, la cupidigia e l’attrattiva che suscita la materia. Ma anche la mancata rettitudine di coscienza, la carenza nel senso del dovere e della responsabilità nei confronti degli altri. Non è fuori luogo a tal proposito la deplorazione di Dio espressa nel profeta Amos (I Lettura): questi condanna le truffe commerciali da parte di tutti quegli esercenti che, nella prosperità economica dell’VIII secolo potevano « usare bilance false », « calpestare il povero », « diminuire le misure (delle merci) e aumentare il siclo ». Il giudizio del profeta Amos è di condanna e di riprovazione e si trasforma in un richiamo accorato rivolto a tutta la società e a tutto il popolo, forse culturalmente proclive alle ingiustizie e alle falsità. La perversione sembra qui coniugarsi con l’astuzia e l’iniquità del malaffare e della pessima amministrazione conculcano soprattutto le classi più deboli e indifese. Ovviamente Gesù, nella persona del padrone di questo disonesto amministratore, non elogia certo la disonestà e la corruzione e non vuole legittimare l’illiceità degli atti amministrativi. Assolutamente è inconcepibile che si approvino ingiustizie e atti truffaldini, non importa dove si esercitino e da dove essi provengano. Ciononostante il Signore sottolinea che vi è una qualità che il più delle volte coltivano i « figli delle tenebre », ma che andrebbe invece messa in atto dai « figli della luce », cioè dalle persone oneste e integerrime: la furbizia. Grazie a un piano ingegnoso, probabilmente rinunciando alla parte che gli spetta, il disonesto amministratore riesce a recuperare la stima e la fiducia del padrone mettendo questi nelle condizioni di non perdere nulla. Agisce insomma con scaltrezza e con fare astuto, al punto che il padrone ritiene opportuno non rimuoverlo dall’amministrazione, in quanto vede che è capace di uscirne anche nelle situazioni difficili. La sua furbizia lo salva nella situazione di disonestà. E qui subentra l’insegnamento di Gesù: osservato questo disonesto economo: non approvo la sua nequizia e la sua ingiustizia, ma come lui ha usato scaltrezza nel perseguire i suoi illeciti vantaggi, anche voi dovete essere altrettanto furbi e astuti nel realizzare onestà, giustizia ed equità per guadagnare il Regno di Dio. Ciò che i malfattori esercitano in senso perverso, voi « figli della luce » mettetelo in atto per nobili finalità. Dosare insomma la bontà e l’onestà con la furbizia è il monito fondamentale di Gesù, innanzitutto per non lasciarci ingannare da chi sempre tende a destabilizzarci: chi opera le truffe, i raggiri, gli inganni ha di mira soprattutto i figli della luce, le brave persone generose e ben disposte, gli umili e i sensibili di cuore, che sono oggetto irrinunciabile di astute manovre di raggiro. E’ il caso di tutte quelle telefonate che arrivano ai Conventi e alle parrocchie da parte di presunte « associazioni di beneficenza » o « editori di libri spirituali » che sperano di approfittare della buona fede degli ignari interlocutori per poter concludere i loro affari. Come pure le visite di falsi bisognosi capaci di ingannare con la recita di storie lacrimose per carpire denaro ai parroci buoni e consenzienti. Non sono casi affatto rari anche nella mia personale esperienza, che mi ragguagliano sul fatto che davvero la prudenza non è mai troppa e che la carità priva di attenzione e di furbizia non è che una falsa carità. Occorre prestare attenzione alla scaltrezza dei figli delle tenebre per non cadere nella loro trappola. Ma occorre anche sfruttare la loro stessa furbizia per la causa del Regno di Dio, cioè per realizzare con essa le cose oneste così come « quelli » realizzano i loro piani disonesti. Come concretamente? Aiutando i poveri e i bisognosi, concedendo volentieri a loro parte delle nostre ricchezze materiali per costruire le basi della vera ricchezza, presente e futura. La frase di Gesù « fatevi amici con la disonesta ricchezza, perché quando essa verrà a mancare vi accolgano nelle dimore eterne » individua (secondo gli esegeti) negli « amici » i poveri e gli indigenti, verso i quali va espressamente usata carità con solerzia e con tutti i mezzi. Non c’è che un modo allora per valorizzare la « furbizia » in senso buono: prodigarsi per i bisognosi. Non soltanto accorrendo alle loro richieste di aiuto, ma sostenendo anche la loro causa, salvaguardando la loro incolumità e proteggendoli dagli oltraggi altrui. I poveri sono i prediletti del Signore, ogni attenzione rivolta nei loro riguardi otterrà sempre per noi la giusta considerazione divina e la giusta ricompensa così come ogni sopruso nei loro confronti ci sarà messo sul conto. L’astuzia va quindi esercitata nella carità e nella condivisione, perché appunto l’amore al disinteressato al prossimo, che combatte l’egoismo e la lussuria, è un rimedio infallibile contro la schiavitù a cui le smodate ricchezze ci costringono.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 15 septembre, 2016 |Pas de commentaires »

14 SETTEMBRE – ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE

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14 SETTEMBRE – ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE

dom Prosper Guéranger

Il senso della festa della Croce. « Abbiate in voi, fratelli miei, lo stesso sentimento da cui era animato Cristo Gesù il quale esistendo nella forma di Dio, non considerò questa sua eguaglianza con Dio come una rapina, ma annichilì se stesso, prendendo la forma di servo e, divenendo simile agli uomini, apparve come semplice uomo. Egli umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce ». Le parole dell’Apostolo, che leggiamo nell’Epistola della Messa, ci danno il senso della festa che oggi celebriamo. I termini schiavo, croce sono, è vero, per noi parole correnti, perché hanno perduto il senso abbietto che avevano nel mondo antico, prima dell’era cristiana e perciò i destinatari della lettera di san Paolo capivano meglio di noi l’orrore della cosa e misuravano meglio di noi quanto Gesù Cristo si era abbassato con l’Incarnazione e la morte sulla Croce.

Il supplizio della Croce. Non era la croce considerata dagli antichi come « il supplizio più terribile e più infamante » (Cicerone, In Verrem II)? Era allora cosa frequente vedere un ladro o uno schiavo messo in croce e ciò che di questo supplizio indirettamente conosciamo ci permette di valutarne l’atrocità. Il crocifisso moriva con lenta agonia, soffocato per l’asfissia, determinata dalla estensione delle braccia in alto, e torturato da crampi ai nervi irrigiditi.

Il culto della Croce. Il Cristo ha subito lo spaventevole supplizio per ciascuno di noi; ha offerto al Padre, con un amore infinito, il sacrificio del suo corpo disteso sulla Croce. Lo strumento di supplizio, fino allora oggetto di infamia, diventa per i cristiani la gloria e san Paolo non vuole aver gloria che nella croce del Signore, nella quale risiede la nostra salvezza, la nostra vita, la risurrezione, e per la quale siamo stati salvati e liberati (Introito della Messa). Il culto della Croce, strumento della nostra redenzione, si è molto diffuso nella Chiesa: la Croce è adorata e riceve omaggi, che non si concedono ad altre reliquie e le feste della Santa Croce rivestono particolare splendore. È stato già festeggiato il fortunato avvenimento del rinvenimento della Croce il tre maggio, oggi la Chiesa celebra l’Esaltazione della Croce, festa che ha un’origine complessa ma che la storia ci permetterà di precisare.

Origine della festa. La data del 14 settembre segna l’anniversario di una dedicazione che lasciò nella storia ecclesiastica un profondo ricordo. Il 14 settembre del 335 una folla considerevole di curiosi, di pellegrini, di monaci, di clero, di prelati, accorsi da tutte le province dell’Impero, si riunivano a Gerusalemme per la Dedicazione del magnifico santuario restaurato dall’imperatore Costantino nel luogo stesso dove il Signore aveva sofferto ed era stato sepolto. L’anniversario continuò ad essere celebrato con non minore splendore negli anni seguenti. La pellegrina Eteria, venuta a Gerusalemme, al tramonto del IV secolo, ci riferisce che più di 50  vescovi assistevano ogni anno alla solennità del 14 settembre. La Dedicazione aveva rito pari alla Pasqua e all’Epifania e si protraeva per otto giorni con immenso concorso di pellegrini.

Doppio oggetto della festa. Altri elementi si aggiunsero in seguito alla festa anniversaria della Dedicazione. Primo fu il ricordo dell’antica festa giudaica dei Tabernacoli, che coronava le fatiche della vendemmia. Si credeva che fosse celebrata il 14 settembre e la festa cristiana della Dedicazione doveva prenderne il posto. Dal secolo IV un altro ricordo, questo prettamente cristiano, si attaccava alla festa del 14 settembre. e cioè il ritrovamento del legno sacro della Croce. Una cerimonia liturgica detta elevazione o esaltazione (hypsosis) della Croce ricordava tutti gli anni la fortunata scoperta. Il luogo in cui la Croce era stata innalzata era considerato centro del mondo e per questo un sacerdote alzava il legno sacro della Croce verso le quattro diverse parti del mondo. I pellegrini, a ricordo della cerimonia, si portavano a casa una minuscola ampolla contenente dell’olio, che era stata posta a contatto del legno della Croce.

Diffusione della festa. La cerimonia prese un’importanza sempre più grande e avvenne che nel VI secolo il ricordo del rinvenimento della Croce e la Dedicazione avvenuta sul Golgota passarono in secondo piano. I frammenti del sacro legno furono distribuiti nel mondo e con i frammenti si diffuse nelle Chiese cristiane la cerimonia della Esaltazione. Costantinopoli adottò la festa nel 612, sotto l’imperatore Eraclio e Roma l’ebbe nel corso del secolo VII. Sotto papa Sergio († 701) al Laterano il 14 settembre si ripeteva l’adorazione della Croce del Venerdì Santo e gli antichi Sacramentari hanno conservato un’orazione ad crucem salutandam in uso in tale cerimonia. Il rito durò poco e scomparì dagli usi romani, ma l’orazione restò nelle raccolte di orazioni private (Ephemerides liturgicae, 1932, p. 33 e 38, n. 16). Ai nostri tempi l’adorazione della Croce il 14 settembre si fa ormai solo nei monasteri e in poche chiese.

Nuovo splendore della festa. Un avvenimento venne nel corso dei secoli a rinnovare lo splendore della festa della Esaltazione. Gerusalemme nel 614 era stata occupata dai Persiani e messa a ferro e fuoco. Dopo le vittorie del pio imperatore Eraclio, la città santa era stata restaurata ed Eraclio aveva ottenuto che fosse restituita la Santa Croce, portata dagli invasori a Ctesifonte. Il 21 marzo del 630, la Croce fu di nuovo eretta nella Chiesa del S. Sepolcro e si riprese il 14 settembre seguente la cerimonia della Esaltazione.

Carattere nuovo della festa. Si resta stupiti nel vedere che la festa, ripristinata con l’antica cerimonia, ha un nuovo carattere di tristezza e di penitenza. Hanno forse contribuito a fare della cerimonia di adorazione un rito di intercessione, nel corso del quale si ripete il Kyrie eleison, le sventure dell’Impero.  Il digiuno diventa in quel giorno di rigore, almeno nel mondo monastico. Il carattere di intercessione resta nei testi della nostra liturgia proprii della festa di questo giorno (gli altri testi sono presi dalla festa del 3 maggio o dalla Settimana Santa). Offertorio e Postcommunio chiedono protezione e soccorso mentre il Vangelo ricorda l’Esaltazione del Figlio dell’Uomo sulla Croce, figurata dal serpente di bronzo. Essendo stata l’adorazione della Croce un rito della festa di oggi per molto tempo, riportiamo la preghiera composta da sant’Anselmo per la cerimonia del Venerdì Santo. O Croce Santa, la vista della quale ci ricorda un’altra croce, quella sulla quale Nostro Signore Gesù Cristo ci ha strappati con la sua morte alla morte eterna, nella quale stavamo precipitando miseramente, risuscitandoci alla vita eterna perduta per il peccato, adoro, venero, glorifico in te la Croce che rappresenti e, in essa, il misericordioso Signore. Per essa egli compì la sua opera di misericordia. O amabile Croce, in cui sono salvezza, vita, e resurrezione nostra! O legno prezioso per il quale fummo salvati e liberati! O simbolo di cui Dio ci ha segnati! O Croce gloriosa della quale soltanto dobbiamo gloriarci! Come ti lodiamo? Come ti esaltiamo? Con quale cuore ti preghiamo? Con quale gioia ci glorieremo di te? Per te è spogliato l’inferno; è chiuso per tutti coloro che in te sono stati riscattati. Per te i demoni sono terrificati, compressi, vinti, schiacciati. Per te il mondo è rinnovato, abbellito, in virtù della verità che splende e della giustizia che regna in Lui. Per te la natura umana peccatrice è giustificata: era condannata ed è salvata; era schiava del peccato e dell’inferno ed è resa libera; era morta ed è risuscitata. Per te la beata città celeste è restaurata e perfezionata. Per te Dio, Figlio di Dio, volle per noi obbedire al Padre fino alla morte (Fil 2,8-9). Per questo egli, elevato da terra, ebbe un nome che è al di sopra di ogni nome. Per te egli ha preparato il suo trono (Sal 9,8) e ristabilito il suo regno. Sia su di te e in te la mia gloria, in te e per te la mia vera speranza. Per te siano cancellati i miei peccati, per te la mia anima muoia alla sua vita vecchia e sorga a vita nuova, la vita della giustizia. Fa’, te ne prego, che, avendomi purificato nel battesimo dai peccati nei quali fui concepito e nacqui, tu ancora mi purifichi da quelli che ho contratto dopo la nascita alla seconda vita, e che per te io pervenga ai beni per i quali l’uomo è stato creato per il medesimo Gesù Cristo Nostro Signore, cui sia benedizione nei secoli.

da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 1072-1076

 

Mother Teresa canonization: Rare photos of Saint Teresa of Calcutta

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VIAGGIO APOSTOLICO A MALTA IN OCCASIONE DEL 1950° ANNIVERSARIO DEL NAUFRAGIO DI SAN PAOLO

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2010/april/documents/hf_ben-xvi_spe_20100417_grotta-malta.html

VIAGGIO APOSTOLICO A MALTA IN OCCASIONE DEL 1950° ANNIVERSARIO DEL NAUFRAGIO DI SAN PAOLO

(17-18 APRILE 2010)

VISITA ALLA GROTTA DI SAN PAOLO

PAROLE DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Rabat

Sabato, 17 aprile 2010

Caro Arcivescovo Cremona, Cari fratelli e sorelle,

il mio pellegrinaggio a Malta è iniziato con un momento di preghiera silenziosa nella grotta di san Paolo, che per primo portò la fede in queste isole. Sono venuto sulle orme di quegli innumerevoli pellegrini lungo i secoli, che in questo santo luogo hanno pregato, affidando se stessi, le loro famiglie e la prosperità di questa Nazione all’intercessione dell’Apostolo dei Gentili. Mi rallegro di essere finalmente tra di voi e vi saluto tutti con grande affetto nel Signore. Il naufragio di Paolo e la sua sosta per tre mesi a Malta hanno lasciato un segno indelebile nella storia del vostro Paese. Le sue parole ai compagni prima di giungere a Malta sono ricordate per noi negli Atti degli Apostoli e sono state un tema speciale nella vostra preparazione alla mia visita. Queste parole – “Jehtieg izda li naslu fi gzira” [“Dovremo però andare a finire su qualche isola”] (At 27,26) – nel contesto originale sono un invito al coraggio di fronte all’ignoto e alla fiducia incrollabile nella misteriosa provvidenza di Dio. I naufraghi, infatti, furono calorosamente accolti dalla gente di Malta, a seguito dell’esempio dato da san Publio. Nel piano di Dio, san Paolo divenne perciò il vostro padre nella fede cristiana. Grazie alla sua presenza tra voi, il Vangelo di Gesù Cristo si radicò saldamente e portò molto frutto non soltanto nella vita degli individui, delle famiglie e delle comunità, ma anche nella formazione dell’identità nazionale di Malta, come pure nella sua vibrante e particolare cultura. Le fatiche apostoliche di Paolo portarono pure una ricca messe nella generazione di predicatori che seguirono le sue orme, e particolarmente nel gran numero di sacerdoti e religiosi che imitarono il suo zelo missionario lasciando Malta per andare a portare il Vangelo in lidi lontani. Sono lieto di aver avuto l’opportunità di incontrarne oggi così tanti in questa Chiesa di san Paolo, e di incoraggiarli nella loro vocazione piena di sfide e spesso eroica. Cari missionari: ringrazio ciascuno di voi, a nome di tutta la Chiesa, per la vostra testimonianza al Signore Risorto e per le vite spese al servizio degli altri. La vostra presenza ed attività in così tanti Paesi del mondo fa onore alla vostra Patria e testimonia la spinta evangelica innestata nella Chiesa a Malta. Preghiamo il Signore affinché susciti ancor più uomini e donne, che continuino la nobile missione di proclamare il Vangelo e di operare per il progresso del Regno di Dio in ogni terra e in tutti i popoli! L’arrivo di san Paolo a Malta non era programmato. Come sappiamo, si stava recando a Roma quando sopraggiunse un violento temporale e la sua nave fu scaraventata su quest’isola. I marinai possono tracciare una rotta, ma Dio, nella sua sapienza e provvidenza, dispiega il proprio itinerario. Paolo, che aveva incontrato in maniera drammatica il Signore Risorto sulla via di Damasco, lo sapeva molto bene. Il corso della sua vita cambiò improvvisamente; per lui, pertanto, vivere era Cristo (cfr Fil 1,21); ogni sua azione ed ogni suo pensiero erano diretti ad annunciare il mistero della croce ed il suo messaggio d’amore di Dio che riconcilia. Quella stessa parola, la parola del Vangelo, ha tutt’oggi il potere di irrompere nelle nostre vite e di cambiarne il corso. Oggi lo stesso Vangelo che Paolo predicò continua a esortare il popolo di queste isole alla conversione, ad una nuova vita e ad un futuro di speranza. Mentre mi trovo fra voi come Successore dell’apostolo Pietro, vi invito ad ascoltare la parola di Dio con animo nuovo, come fecero i vostri antenati, e di lasciare che essa sfidi i vostri modi di pensare e la maniera in cui trascorrete la vostra vita. Da questo luogo santo dove la predicazione apostolica si diffuse per prima in queste isole, invito ciascuno di voi a far propria la sfida esaltante della nuova evangelizzazione. Vivete la vostra fede in maniera ancor più piena assieme ai membri delle vostre famiglie, ai vostri amici, nei vostri quartieri, nei luoghi di lavoro e nell’intero tessuto della società maltese. In modo particolare esorto genitori, insegnanti e catechisti a parlare agli altri del vostro stesso incontro vivo con Gesù risorto, specialmente ai giovani che sono il futuro di Malta. “La fede si rafforza quando viene offerta agli altri” (cfr Redemptoris missio, 2). Sappiate che i vostri momenti di fede assicurano un incontro con Dio, il quale nella sua onnipotenza tocca il cuore dell’uomo. Così, introdurrete i giovani alla bellezza e alla ricchezza della fede cattolica, offrendo loro una solida catechesi ed invitandoli ad una partecipazione sempre più attiva alla vita sacramentale della Chiesa. Il mondo ha bisogno di tale testimonianza! Di fronte a così tante minacce alla sacralità della vita umana, alla dignità del matrimonio e della famiglia, non hanno forse bisogno i nostri contemporanei di essere costantemente richiamati alla grandezza della nostra dignità di figli di Dio e alla vocazione sublime che abbiamo ricevuto in Cristo? Non ha forse bisogno la società di riappropriarsi e di difendere quelle verità morali fondamentali che sono alla base dell’autentica libertà e del genuino progresso? Proprio ora, mentre stavo davanti a questa grotta, riflettevo sul grande dono spirituale (cfr Rm 1,11) che Paolo diede a Malta, ed ho pregato che voi possiate mantenere integra l’eredità consegnatavi dal grande Apostolo. Possa il Signore conservare voi e le vostre famiglie nella fede che opera mediante l’amore (cfr Gal 5,6), e rendervi gioiosi testimoni di quella speranza che non delude (cfr Rm 5,5). Cristo è risorto! Egli è veramente risorto! Alleluia!

   

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