14 AGOSTO 2016 | 20A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO

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14 AGOSTO 2016 | 20A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO

« Sono venuto a portare il fuoco sulla terra »

Geremia, con le infinite sofferenze che hanno accompagnato la sua vita e l’indomito coraggio con cui si è opposto « come un muro di bronzo contro tutto il paese » (Ger 1,18), è diventato, prima nella tradizione biblico-esegetica e poi in quella liturgica, una « figura » profetica di Cristo, delle sue sofferenze, della sua forza di « segno di contraddizione ». Credo sia per questo che la Liturgia odierna ci fa leggere un brano altamente drammatico della vita del Profeta, « contraddetto » dalla sua gente. Poiché nel 586 i Babilonesi avevano momentaneamente sospeso l’assedio di Gerusalemme per fronteggiare il Faraone d’Egitto, Hofra, che nel frattempo era sceso in campo contro di loro (cf Ger 37,5), gli Ebrei si erano illusi che le cose avrebbero ormai preso una buona piega per loro. Geremia, però, stava là per ammonirli implacabilmente: « Non illudetevi pensando: Certo i Caldei si allontaneranno da noi, perché non se ne andranno. Anche se riuscireste a battere tutto l’esercito dei Caldei che combattono contro di voi, e ne rimanessero solo alcuni feriti, costoro sorgerebbero ciascuno dalla sua tenda e darebbero alle fiamme questa città » (Ger 37,9-10). In mezzo a una massa di illusi che come sempre, soprattutto in momenti di disperazione, cercano di dar corpo alle loro fantasie consolatorie e ai loro desideri di impossibili salvezze, il Profeta appariva come il guastafeste, il disfattista, il nemico del popolo. Di qui la ribellione e l’odio più accanito contro di lui: « Si metta a morte quest’uomo, perché scoraggia i guerrieri che sono rimasti in questa città e scoraggia tutto il popolo dicendo loro simili parole, poiché quest’uomo non cerca il benessere del popolo, ma il male » (38,4). Perciò i capi dell’esercito ottengono dal debole re Sedecia di farlo gettare in una cisterna fangosa, dove il Profeta sarebbe ben presto morto di fame e di stenti, qualora l’intervento coraggioso di un consigliere straniero, l’etiope Ebed-Melech, non avesse convinto il re a ordinare di « far risalire » Geremia dalla cisterna della morte (v. 10). Come si vede, il « vero » profeta non trova facile accoglienza presso la gente, per il fatto semplicissimo che egli non ne blandisce le illusioni o gli andazzi o le false sicurezze; anzi, egli va controcorrente e con la sua parola nuova e ardita « giudica » uomini e situazioni, diventando così segno di contraddizione e di discordia. « Me infelice, madre mia, che mi hai partorito oggetto di litigio e di contrasto per tutto il paese! », dirà candidamente in un momento di abbandono e di sfiducia il nostro Profeta (Ger 15,10).

« C’è un battesimo che devo ricevere » Se questa è stata la sorte dei Profeti dell’A. Testamento, non poteva essere migliore quella del « Profeta dei Profeti », cioè di Cristo. L’odierno brano di Luca mette in evidenza questo fatto, con tre brevi pericopi (12,49-50.51-53.54-57) di per sé autonome e indipendenti tra di loro, come lo dimostra il fatto che Matteo le presenta in contesti diversi, mentre il terzo Evangelista sembra averle unificate sotto il segno della forza « discriminante » del gesto profetico più sconvolgente di Gesù di Nazaret, cioè della sua passione e morte di croce. A queste infatti alludono i due versetti iniziali: « Sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e come vorrei che fosse già acceso! C’è un battesimo che devo ricevere: e come sono angosciato, finché non sia compiuto! » (vv. 49-50). Le immagini del « fuoco » e del « battesimo » qui adoperate da Gesù, anche se prese isolatamente possono significare cose diverse, abbinate fra di loro designano certamente la sua Passione, presentata come un « fuoco » che divora, purifica e divampa, e come una immersione « battesimale » nelle acque profonde della sofferenza e della morte. Si pensi al passo parallelo di Marco, dove Gesù chiede e preannuncia ai figli di Zebedeo, che gli avevano chiesto un posto privilegiato nel suo regno, la loro partecipazione al suo martirio: « Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo con cui io sono battezzato? » (10,38-40). Nella rilettura che fa Luca di queste parole di Gesù, le due immagini dovrebbero alludere anche all’esperienza dello Spirito Santo che, il giorno di Pentecoste, scese sugli Apostoli « in forma di lingue di fuoco » e fu per loro come una forma di « battesimo » purificatore (At 2,3.14): difatti alla luce dello Spirito gli Apostoli penetrarono meglio il senso salvifico della morte di Cristo, e l’annunciarono come una grande vampata di amore al mondo intero. In conclusione, i due versetti che abbiamo sottolineato esprimono il desiderio intenso di Gesù di portare a compimento la salvezza, che passerà però per la croce, e di vederla estesa a tutti gli uomini come una grande « fiamma » alimentata dallo Spirito.

« Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? » Ma la morte di Cristo è carica di questo significato perché l’intera sua missione ha una forza « discriminante »: davanti a un amore così grande e a un insegnamento così sublime gli uomini non possono non decidersi: o per Cristo o contro di Cristo. È così che lui diventa punto di incontro o di scontro fra i membri della stessa famiglia. « Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione. D’ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre: padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera » (vv. 51-53). Sulla grotta di Betlemme, secondo il racconto di Luca, gli Angeli cantarono: « Pace in terra agli uomini che egli (Dio) ama » (2,14). Qui Gesù sembra smentire con le sue parole quelle degli Angeli. C’è contraddizione fra le due affermazioni, quasi che Gesù sia, più che « principe della pace » (cf Is 9,5), fautore della guerra? Niente di tutto questo, perché il pensiero di Gesù non si arresta a uno schema superficialmente « politico », ma va alla radice degli atteggiamenti spirituali che guidano le azioni degli uomini. Orbene, è proprio in base alle « scelte » che Gesù propone ai credenti che avviene la « divisione » in opposti schieramenti: chi accetta la sua Parola come misura ultima del bene e del male, della verità e della falsità, non può non trovarsi in contrasto con chi accetta altre misure di valore e di giudizio. Il che non significa intolleranza, guerra fredda, chiusura di dialogo con chi non accetta la proposta cristiana: se mai, maggiore attenzione e delicatezza! Rimane però vero che il cristiano si trova a essere, direi per necessaria vocazione, uno scomodo « contestatore » delle ideologie, delle prassi sociali e politiche correnti, delle pretese verità anche già consolidate, qualora queste non coincidano con il Vangelo. Quando il cristiano diventa anche lui un « allineato », allora è sale « scipito », che « a null’altro serve se non a essere gettato via e calpestato dagli uomini » (Mt 5,13)! Le parole di Gesù perciò sono un invito a costruire la « pace » interiore degli spiriti, che nasce solamente da un’adesione radicale di fede alla sua Parola e dalla coerenza vissuta con tale fede. Questo è tremendamente aspro e porta davvero la « guerra » all’interno del proprio cuore, là dove, soltanto, la guerra non è un delitto ma è addirittura un « dovere » impostoci da Cristo.

« Sapete giudicare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo? » Dire però che Cristo e la sua Parola sono « discriminanti » e perciò separano e giudicano gli uomini, significa anche dire che sono capaci di lasciarsi « discernere » come « valori » determinanti: altrimenti, non ci sarebbe nessuna colpa da parte di chi non li accetta! È quanto Gesù dice nella paraboletta che segue: « Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: Viene la pioggia, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: Ci sarà caldo, e così accade. Ipocriti! Sapete giudicare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo? E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto? » (vv. 54-57). Gesù accusa, dunque, quelli della sua « generazione » di aver fiuto nel saper leggere in certi fenomeni meteorologici le « previsioni » per il domani, ma di non averne altrettanto nel saper « giudicare questo tempo » (v. 56), cioè quello che si svolge sotto i loro occhi, il tempo del Messia che offre a tutti la salvezza. Possibile che non se ne accorgano, se certi fatti sono così clamorosi da attirare l’attenzione anche dei più distratti? « Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciata la buona novella. E beato è chiunque non sarà scandalizzato in me! » (Lc 7,22-23). Se nonostante certi « segni » così clamorosi della presenza di Dio in Cristo, gli uomini non sanno « giudicare da se stessi ciò che è giusto » (v. 57), vale a dire non vogliono accettare né lui né il suo messaggio, vuol dire che sono falsi nel loro cuore, cercano dei pretesti per giustificare la loro fuga o la loro paura davanti alla verità. Di nuovo, Cristo è un Profeta scomodo, come e più di Geremia! Oggi c’è un abuso nella Chiesa circa i famosi « segni dei tempi », di cui ci parla il Concilio Vaticano II. Stranamente si è presa una frase del Vangelo per farne, da parte di alcuni, uno slogan superficiale di « irenismo » a tutti i costi, accettando per vero tutto ciò che lo sviluppo sociale ci offre: essa però nel suo tenore originale è una frase « polemica », che mette sotto accusa tutti coloro che non accettano fino in fondo Cristo come « segno di contraddizione » e di discriminazione fra gli uomini (cf Lc 2,34). Da questo punto di vista probabilmente tutti noi siamo mancanti, perché non è facile per nessuno « saper giudicare questo tempo » (v. 56). Non è questione di essere profeti o meno; tutti i cristiani devono essere profeti! È questione piuttosto di essere « fedeli » a Cristo fino a lasciarci battezzare anche noi nel « battesimo » della sua Passione e a lasciarci bruciare dal « fuoco » che egli ha acceso proprio dall’alto della Croce. A questo « segno » luminoso di fedeltà e di amore, che però costa, ci invita anche il meraviglioso brano della lettera agli Ebrei quando, dopo averci proposto l’esempio di tanti « testimoni » che hanno reso gloria a Dio e soprattutto quello di Cristo, che « in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla Croce, disprezzando l’ignominia », così conclude: « Non avete ancora resistito fino al sangue nella vostra lotta contro il peccato » (Eb 12,2-4).

Settimio CIPRIANI  (+)

Publié dans : OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |le 12 août, 2016 |Pas de Commentaires »

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