PAOLO A ROMA, COSCIENTE DI UN DEBITO

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PAOLO A ROMA, COSCIENTE DI UN DEBITO

di Andrea Lonardo

Il Centro culturale Gli scritti 26/9/2008

Sentirsi in debito. Meglio: essere in debito. Questo il motivo del desiderio di Paolo di giungere a Roma. Come di ogni suo altro viaggio dopo la conversione. «Poiché sono in debito verso i Greci come verso i barbari, verso i dotti come verso gli ignoranti: sono quindi pronto, per quanto sta in me, a predicare il vangelo anche a voi di Roma» (Rm 1, 14-15). Annunciare il vangelo, per Paolo, non è un’eccedenza, non è volontariato, non è opera buona. È piuttosto ciò che “lega” chi ha incontrato per grazia il Signore. Se per pura grazia Paolo ha ricevuto la manifestazione del risorto sulla via di Damasco, da quel momento egli non può tenere per sé il dono ricevuto. «Non è infatti per me un vanto predicare il vangelo; è un dovere per me: guai a me se non predicassi il vangelo! Se lo faccio di mia iniziativa, ho diritto alla ricompensa; ma se non lo faccio di mia iniziativa, è un incarico che mi è stato affidato» (1 Cor 9, 16-17). Ricordo come fosse ieri don Tonino D’Ammando, uno dei parroci “romani” della vecchia generazione, che spiegava cosa fosse per lui la gratitudine. Era stato chiamato al sacerdozio da adulto mentre era ingegnere presso le acciaierie di Terni ed aveva beneficiato di una borsa di studio per poter studiare al Collegio Capranica e pagare le tasse universitarie. Aveva compreso che non si trattava di dire “grazie” a chi aveva offerto a lui il denaro per prepararsi al sacerdozio, ma che il debito di gratitudine sarebbe stato saldato solo quando una nuova persona avrebbe ricevuto in dono una borsa di studio offerta da lui, don Tonino. Egli era in debito e l’azione del rendimento di grazie non riguardava semplicemente i suoi benefattori; era lui stesso a dovere ora rendere possibile per una nuova generazione ciò che a lui era accaduto. La fede ricevuta e l’annuncio che ne deriva sono, per Paolo, un binomio indissolubile. Dove c’è l’una, l’altro non può mancare: «Animati da quello stesso spirito di fede di cui sta scritto: Ho creduto, perciò ho parlato, anche noi crediamo e perciò parliamo» (2 Cor 4, 13). Mons. Gianfranco Ravasi, con l’acutezza e l’affabilità che gli è consueta, dichiarava alcuni mesi fa in risposta ad una delle ricorrenti prese di posizione che vorrebbero etichettare come illegittimo l’annunzio cristiano: «Si auspica anche alle persone che si considerano vicine, care e significative, una realtà che si ritiene preziosa e salvifica. Scriveva un importante esponente della cultura francese del Novecento, Julien Green, che “è sempre bello e legittimo augurare all’altro ciò che è per te un bene o una gioia: se pensi di offrire un vero dono, non frenare la tua mano”. Certo, questo deve avvenire sempre nel rispetto della libertà e dei diversi percorsi che l’altro adotta. Ma è espressione di affetto auspicare anche al fratello quello che tu consideri un orizzonte di luce e di vita» Paolo avvertiva di non poter tenere per sé il tesoro prezioso che aveva ricevuto. A lui era stato affidato, perché anche altri potessero goderne. Se tutta la sua azione ha il suo senso in questo debito di cui era consapevole – «charitas Christi urget nos» – è ad Efeso che nacque in lui il desiderio specifico di raggiungere Roma, secondo il racconto degli Atti degli Apostoli. È, infatti, dopo le dispute accesesi in quella città, che «Paolo si mise in animo di attraversare la Macedonia e l’Acaia e di recarsi a Gerusalemme dicendo: “Dopo essere stato là devo vedere anche Roma”» (At 19, 21). Un evento, però, giungerà a confermare Paolo in questo suo proposito. L’apostolo, infatti, recatosi a Gerusalemme fu rinchiuso nella Fortezza Antonia, della quale gli scavi archeologici hanno riportato alla luce il famoso Lithostrotos, il cortile pavimentato in marmo. Ciò avvenne per proteggerlo da alcuni che volevano ucciderlo, accusandolo di aver profanato il Tempio. Gli Atti raccontano che, mentre Paolo era tenuto prigioniero nella Fortezza Antonia, durante la notte «gli venne accanto il Signore e gli disse: “Coraggio! Come hai testimoniato per me a Gerusalemme, così è necessario che tu mi renda testimonianza anche a Roma”» (At 23, 11). È l’unico versetto del Nuovo Testamento nel quale è Gesù stesso, il Signore risorto, a pronunziare il nome dell’urbe, il nome di Roma. Luca, autore degli Atti, che accompagnò l’apostolo fin nella capitale dell’impero, dovette ascoltare dallo stesso Paolo questo racconto. In quella notte gli era stato rivelato che il progetto di raggiungere Roma non discendeva solo dal suo cuore di uomo, ma derivava come chiamata dalla esplicita volontà del Cristo. Proprio la lettera ai Romani esprime, ancora una volta, con una straordinaria progressione retorica che vede il susseguirsi di incalzanti domande, il nesso che lega la salvezza dei nuovi credenti alla vocazione di chi la trasmette loro: «Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato. Ora, come potranno invocarlo senza aver prima creduto in lui? E come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi? E come lo annunzieranno, senza essere prima inviati? Come sta scritto: Quanto son belli i piedi di coloro che recano un lieto annunzio di bene!» (Rom 10, 13-15).

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