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IL RAPPORTO CON LA LEGGE PAOLO ERA UN VERO FARISEO

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IL RAPPORTO CON LA LEGGE PAOLO ERA UN VERO FARISEO

di PAOLO DE BENEDETTI    

Tra gli articoli sull’Apostolo ci mancava il punto di vista di un cristiano di radici e fedeltà ebraiche come De Benedetti, che ci parla dell’autocoscienza ebraica di Paolo, dell’adesione alla corrente farisaica e della sua tensione messianica. 

Che Paolo fosse e si sentisse ebreo, appare da diverse sue affermazioni, a cominciare dalla dichiarazione che, secondo Atti 22,3, fece sui gradini del tempio al momento dell’arresto: «Fratelli, io sono un giudeo, nato a Tarso di Cilicia, ma cresciuto in questa città, formato alla scuola di Gamaliele nelle più rigide norme della legge paterna, pieno di zelo per Dio, come oggi siete tutti voi». E poco dopo, davanti al sinedrio: «Fratelli, io sono un fariseo, figlio di farisei; io sono chiamato in giudizio a motivo della speranza nella risurrezione dei morti» (Atti 23,6). Vetrata della cattedrale di Saint-Julien a Le Mans, XIII sec. (foto Censi). Da queste due dichiarazioni emerge non soltanto la sua autocoscienza ebraica, ma anche la sua adesione alla corrente farisaica (in cui, secondo alcuni studiosi moderni, si era formato Gesù): Gamaliele il Vecchio era nipote di Hillel, il grande maestro che, a differenza del contemporaneo Shammaj, era noto per la sua dolcezza e moderazione. La tradizione farisaica non era compatta e omogenea. Una citazione talmudica distingue sette tipi di farisei: «Il fariseo shikmi (che, come il biblico personaggio Sichem, si converte per opportunismo); il fariseo niqpi (che cammina a piccoli passi per ostentare umiltà); il fariseo kizai (che per non vedere le donne cammina a testa bassa e quindi picchia contro i muri e si copre di sangue); il fariseo pestello (che cammina curvo come il pestello nel mortaio); il fariseo che grida sempre (qual è il mio dovere perché io lo possa compiere?); il fariseo per amore e il fariseo per timore» (Talmud babilonese, Sotah 22b). Ma che cosa dice la Scrittura a proposito dei precetti? «Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male; poiché io oggi ti comando di amare il Signore tuo Dio, di camminare per le sue vie, di osservare i suoi comandi, le sue leggi e le sue norme perché tu viva» (Dt 30,15-16). Ascoltando tali precetti – dopo la rivelazione sinaitica – il popolo disse a Mosè: «Tutto ciò che il Signore ha parlato, eseguiremo e ascolteremo» (Es 24,7). Dove si deve notare la precedenza dell’ »eseguire » sull’ »ascoltare », della prassi sulla riflessione.

Il rapporto di Paolo con la legge Qual è la posizione di Paolo sui precetti? «Quelli che si richiamano alle opere della legge, stanno sotto la maledizione [...] e che nessuno possa giustificarsi davanti a Dio per la legge, risulta dal fatto che il giusto vivrà in virtù della fede [...]. Cristo ci ha salvati dalla maledizione della legge» (Gal 3,10-11.13). A questa e altre numerose negazioni della legge, Paolo alterna valutazioni di altro senso (per esempio in Rm 7,7.14-16). Tutto ciò deriva, a mio parere, da un’esperienza giovanile turbata e forse traumatica dell’osservanza dei precetti, come quella esemplificata nella citazione talmudica proposta sopra. Mi pare evidente che nella sua giovanile presenza farisaica il rapporto di Paolo con la legge non sia stato quello del « fariseo per amore ». La sua colpa (che ha avuto conseguenze gravissime nelle interpretazioni cristiane dell’ebraismo) sta nell’aver generalizzato ed esclusivizzato il modello del fariseo kizai, e nell’aver ignorato una tradizione orale che insiste su quello che potremmo chiamare il significato sacramentale del precetto: il precetto, come il sacramento, non ha il suo significato nell’atto o nella materia prescritti, ma nella « provenienza ». Ossia: il precetto, come il sacramento, è un memoriale, una memoria attiva ed efficace, della volontà di Dio. Quando mi astengo, per esempio, da cibi proibiti, il vero senso del precetto è che io mi ricordo di Dio. Mi sia consentito riprendere in proposito quanto ho scritto nella mia Introduzione al giudaismo (Morcelliana 1999, pp. 74 -75). La presenza,Vetrata del duomo di Prato, 1459, realizzata su disegno di Filippo Lippi (foto Censi). l’incarnazione della volontà di Dio – potremmo dire di Dio in quanto volontà – è la radice biblica della halakhà, « norma ». Come afferma E. Levinas, la halakhà è un accesso all’intellettuale – direi alla conoscenza di Dio – a partire dall’obbedienza. Leggiamo uno dei precetti biblici più incompresi dai non ebrei: «Parla ai figli di Israele e di’ loro che si facciano delle frange agli angoli delle loro vesti, per tutte le loro generazioni, e mettano alla frangia di ogni angolo un filo di porpora azzurra. E della frangia avverrà che quando la guarderete vi ricorderete di tutti i comandi del Signore, e li eseguirete, e non devierete dietro il vostro cuore e dietro i vostri occhi, al seguito dei quali vi siete prostituiti» (Nm 15,38-39). Se Paolo non avesse sofferto una situazione psicologica disturbata come quella del fariseo kizai, avrebbe compreso che i due versetti sono il cuore della Torà, perché contengono tre elementi assolutamente fondamentali: un comando di Dio, un comando spoglio di senso etico, e un collegamento del comando al ricordo. Potremmo aggiungere: al ricordo di Dio come voce. Proprio perché il valore dei precetti sta nella provenienza, si capisce quel detto midrashico secondo cui «non bisogna soffermarsi a ponderare sul valore dei precetti». Il grande rabbi Jochanan ben Zakkaj, contemporaneo di Paolo, diceva: «Né il morto contamina né l’acqua purifica [che sono due principi della Torà] ma è il decreto del Re dei re, come dice il Santo benedetto sia: « Ho decretato i miei decreti e ho prescritto le mie prescrizioni, né l’uomo può violare il mio decreto »» (Midrash Rabbà a Numeri 19,8). E due secoli dopo Rav – altro grande maestro della tradizione orale – diceva a proposito delle regole di macellazione rituale: «Forse importa al Santo, benedetto sia, che chi scanna l’animale lo colpisca al collo o lo colpisca alla nuca? Così, i precetti non sono stati dati se non allo scopo di purificare le creature» (Midrash Rabbà 6,2). Questi precetti « punteggiano » l’esistenza quotidiana, indipendentemente dall’eventuale formazione teologica del singolo: potremmo dire perciò che in un certo senso sono un modo che Dio ha di arrivare all’uomo comune. Ecco perché è stato affermato che Dio sta nel precetto (e, aggiungiamo noi, non soltanto nella morale). La posizione, o meglio l’alternanza di posizioni di Paolo sui precetti (che, lo ripetiamo, è responsabile di gravissimi fraintendimenti dell’ebraismo da parte dei cristiani) è tuttavia, paradossalmente, un fattore intra-giudaico. Infatti il giudaismo si è sempre nutrito di discussioni anche violente, di divergenze profonde, come quelle famose, nel primo secolo, tra la scuola di Hillel e quella di Shammaj. Se i cristiani leggessero più criticamente le discordanti asserzioni di Paolo sui precetti, forse anch’essi, come i discepoli dei due maestri, sentirebbero una voce dal cielo che afferma: «Queste e quelle sono parole del Dio vivente». Ma ci vuole ancora pazienza e libertà.

La sua tensione messianica Se l’ebraicità di Paolo emerge anche dalle sue ossessioni, c’è un altro elemento ebraico del pensiero paolino, che lo pone tra le più grandi – se non la più grande – personalità del Nuovo Testamento. Mi riferisco alla sua tensione messianica, tipica del medio giudaismo e radice perenne del cristianesimo. Essa trova il suo culmine in un passo della lettera ai Romani che vorrei fosse riletto da ogni ebreo e da ogni cristiano ogni giorno: «La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità, non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa, e nutre la speranza di essere liberata dalla corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino a oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Poiché nella speranza noi siamo stati salvati» (Romani 8,19-24). E non dimentichiamo che questa è anche la speranza messianica di Dio.

Paolo De Benedetti

ACTS 02 PENTECOST AND PREACHING

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PENTECOSTE (2008, non è anno c) – OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

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CAPPELLA PAPALE NELLA SOLENNITÀ DI PENTECOSTE (2008, non è anno c)

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana

Domenica, 11 maggio 2008

Cari fratelli e sorelle,

il racconto dell’evento di Pentecoste, che abbiamo ascoltato nella prima Lettura, san Luca lo pone al secondo capitolo degli Atti degli Apostoli. Il capitolo è introdotto dall’espressione: « Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo » (At 2,1). Sono parole che fanno riferimento al quadro precedente, nel quale Luca ha descritto la piccola compagnia dei discepoli, che si radunava assiduamente a Gerusalemme dopo l’Ascensione al cielo di Gesù (cfr At 1,12-14). E’ una descrizione ricca di dettagli: il luogo « dove abitavano » – il Cenacolo – è un ambiente « al piano superiore »; gli undici Apostoli vengono elencati per nome, e i primi tre sono Pietro, Giovanni e Giacomo, le « colonne » della comunità; insieme con loro vengono menzionate « alcune donne », « Maria, la madre di Gesù » e i « fratelli di lui », ormai integrati in questa nuova famiglia, basata non più su vincoli di sangue ma sulla fede in Cristo. A questo « nuovo Israele » allude chiaramente il numero totale delle persone che era di « circa centoventi », multiplo del « dodici » del Collegio apostolico. Il gruppo costituisce un’autentica « qahal », un’ »assemblea » secondo il modello della prima Alleanza, la comunità convocata per ascoltare la voce del Signore e camminare nelle sue vie. Il Libro degli Atti sottolinea che « tutti questi erano assidui e concordi nella preghiera » (1,14). E’ dunque la preghiera la principale attività della Chiesa nascente, mediante la quale essa riceve la sua unità dal Signore e si lascia guidare dalla sua volontà, come dimostra anche la scelta di gettare la sorte per eleggere colui che prenderà il posto di Giuda (cfr At 2,25). Questa comunità si trovava riunita nella stessa sede, il Cenacolo, al mattino della festa ebraica di Pentecoste, festa dell’Alleanza, in cui si faceva memoria dell’evento del Sinai, quando Dio, mediante Mosè, aveva proposto ad Israele di diventare sua proprietà tra tutti i popoli, per essere segno della sua santità (cfr Es 19). Secondo il Libro dell’Esodo, quell’antico patto fu accompagnato da una terrificante manifestazione di potenza da parte del Signore: « Il monte Sinai – vi si legge – era tutto fumante, perché su di esso era sceso il Signore nel fuoco e il suo fumo saliva come il fumo di una fornace: tutto il monte tremava molto » (Es 19,18). Gli elementi del vento e del fuoco li ritroviamo nella Pentecoste del Nuovo Testamento, ma senza risonanze di paura. In particolare, il fuoco prende forma di lingue che si posano su ciascuno dei discepoli, i quali « furono tutti pieni di Spirito Santo » e per effetto di tale effusione « cominciarono a parlare in altre lingue » (At 2,4). Si tratta di un vero e proprio « battesimo » di fuoco della comunità, una sorta di nuova creazione. A Pentecoste la Chiesa viene costituita non da una volontà umana, ma dalla forza dello Spirito di Dio. E subito appare come questo Spirito dia vita ad una comunità che è al tempo stesso una e universale, superando così la maledizione di Babele (cfr Gn 11,7-9). Solo infatti lo Spirito Santo, che crea unità nell’amore e nella reciproca accettazione delle diversità, può liberare l’umanità dalla costante tentazione di una volontà di potenza terrena che vuole tutto dominare e uniformare. « Societas Spiritus », società dello Spirito: così sant’Agostino chiama la Chiesa in un suo sermone (71, 19, 32: PL 38, 462). Ma già prima di lui sant’Ireneo aveva formulato una verità che mi piace qui ricordare: « Dov’è la Chiesa, là c’è lo Spirito di Dio, e dov’è lo Spirito di Dio, là c’è la Chiesa ed ogni grazia, e lo Spirito è la verità; allontanarsi dalla Chiesa è rifiutare lo Spirito » e perciò « escludersi dalla vita » (Adv. Haer. III, 24, 1). A partire dall’evento di Pentecoste si manifesta pienamente questo connubio tra lo Spirito di Cristo e il mistico Corpo di Lui, cioè la Chiesa. Vorrei soffermarmi su un aspetto peculiare dell’azione dello Spirito Santo, vale a dire sull’intreccio tra molteplicità e unità. Di questo parla la seconda Lettura, trattando dell’armonia dei diversi carismi nella comunione del medesimo Spirito. Ma già nel racconto degli Atti che abbiamo ascoltato, questo intreccio si rivela con straordinaria evidenza. Nell’evento di Pentecoste si rende chiaro che alla Chiesa appartengono molteplici lingue e culture diverse; nella fede esse possono comprendersi e fecondarsi a vicenda. San Luca vuole chiaramente trasmettere un’idea fondamentale, che cioè all’atto stesso della sua nascita la Chiesa è già « cattolica », universale. Essa parla fin dall’inizio tutte le lingue, perché il Vangelo che le è affidato è destinato a tutti i popoli, secondo la volontà e il mandato di Cristo risorto (cfr Mt 28,19). La Chiesa che nasce a Pentecoste non è anzitutto una Comunità particolare – la Chiesa di Gerusalemme – ma la Chiesa universale, che parla le lingue di tutti i popoli. Da essa nasceranno poi altre Comunità in ogni parte del mondo, Chiese particolari che sono tutte e sempre attuazioni della sola ed unica Chiesa di Cristo. La Chiesa cattolica non è pertanto una federazione di Chiese, ma un’unica realtà: la priorità ontologica spetta alla Chiesa universale. Una comunità che non fosse in questo senso cattolica non sarebbe nemmeno Chiesa. A questo riguardo occorre aggiungere un altro aspetto: quello della visione teologica degli Atti degli Apostoli circa il cammino della Chiesa da Gerusalemme a Roma. Tra i popoli rappresentati a Gerusalemme nel giorno di Pentecoste, Luca cita anche gli « stranieri di Roma » (At 2,10). In quel momento Roma era ancora lontana, « straniera » per la Chiesa nascente: essa era simbolo del mondo pagano in generale. Ma la forza dello Spirito Santo guiderà i passi dei testimoni « fino agli estremi confini della terra » (At 1,8), fino a Roma. Il libro degli Atti degli Apostoli termina proprio quando san Paolo, attraverso un disegno provvidenziale, giunge alla capitale dell’impero e vi annuncia il Vangelo (cfr At 28,30-31). Così il cammino della Parola di Dio, iniziato a Gerusalemme, giunge alla sua meta, perché Roma rappresenta il mondo intero ed incarna perciò l’idea lucana della cattolicità. Si è realizzata la Chiesa universale, la Chiesa cattolica, che è il proseguimento del popolo dell’elezione e ne fa propria la storia e la missione. A questo punto, e per concludere, il Vangelo di Giovanni ci offre una parola, che si accorda molto bene con il mistero della Chiesa creata dallo Spirito. La parola uscita per due volte dalla bocca di Gesù risorto quando apparve in mezzo ai discepoli nel Cenacolo, la sera di Pasqua: « Shalom – pace a voi! » (Gv 20, 19.21). L’espressione « shalom » non è un semplice saluto; è molto di più: è il dono della pace promessa (cfr Gv 14,27) e conquistata da Gesù a prezzo del suo sangue, è il frutto della sua vittoria nella lotta contro lo spirito del male. E’ dunque una pace « non come la dà il mondo », ma come solo Dio può darla. In questa festa dello Spirito e della Chiesa vogliamo rendere grazie a Dio per aver donato al suo popolo, scelto e formato in mezzo a tutte le genti, il bene inestimabile della pace, della sua pace! Al tempo stesso, rinnoviamo la presa di coscienza della responsabilità che a questo dono è connessa: responsabilità della Chiesa di essere costituzionalmente segno e strumento della pace di Dio per tutti i popoli. Ho cercato di farmi tramite di questo messaggio recandomi recentemente alla sede dell’O.N.U. per rivolgere la mia parola ai rappresentanti dei popoli. Ma non è solo a questi eventi « al vertice » che si deve pensare. La Chiesa realizza il suo servizio alla pace di Cristo soprattutto nell’ordinaria presenza e azione in mezzo agli uomini, con la predicazione del Vangelo e con i segni di amore e di misericordia che la accompagnano (cfr Mc 16,20). Fra questi segni va naturalmente sottolineato principalmente il Sacramento della Riconciliazione, che Cristo risorto istituì nello stesso momento in cui fece dono ai discepoli della sua pace e del suo Spirito. Come abbiamo ascoltato nella pagina evangelica, Gesù alitò sugli apostoli e disse: « Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi » (Gv 20,21-23). Quanto importante e purtroppo non sufficientemente compreso è il dono della Riconciliazione, che pacifica i cuori! La pace di Cristo si diffonde solo tramite cuori rinnovati di uomini e donne riconciliati e fatti servi della giustizia, pronti a diffondere nel mondo la pace con la sola forza della verità, senza scendere a compromessi con la mentalità del mondo, perché il mondo non può dare la pace di Cristo: ecco come la Chiesa può essere fermento di quella riconciliazione che viene da Dio. Può esserlo solo se resta docile allo Spirito e rende testimonianza al Vangelo, solo se porta la Croce come e con Gesù. Proprio questo testimoniano i santi e le sante di ogni tempo! Alla luce di questa Parola di vita, cari fratelli e sorelle, diventi ancora più fervida e intensa la preghiera, che quest’oggi eleviamo a Dio in spirituale unione con la Vergine Maria. La Vergine dell’ascolto, la Madre della Chiesa ottenga per le nostre comunità e per tutti i cristiani una rinnovata effusione dello Spirito Santo Paraclito. « Emitte Spiritum tuum et creabuntur, et renovabis faciem terrae – Manda il tuo Spirito, tutto sarà ricreato e rinnoverai la faccia della terra ». Amen!

15 MAGGIO 2016 | 8A DOMENICA DI PASQUA: PENTECOSTE – ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO

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15 MAGGIO 2016 | 8A DOMENICA DI PASQUA: PENTECOSTE – ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO

« Vieni, Santo Spirito! » Non è facile presentare la ricchezza del « mistero » della Pentecoste, che non è solo un fatto di ieri, e perciò irripetibile nella sua « sostanza » come sono tutti i misteri della vita di Cristo, ma è anche e soprattutto l’inizio di una irruzione e di una « presenza » che si continua nella Chiesa di tutti i tempi. La Chiesa vive solo della forza e della « presenza » dello Spirito: insegna, santifica, guida, solo in virtù dello Spirito. Senza l’assistenza dello Spirito la Chiesa non potrebbe neppure celebrare l’Eucaristia, cioè realizzare di nuovo la presenza di Cristo in mezzo a noi! La Liturgia odierna, pur consapevole della immensità del mistero, si sforza di farci percepire almeno i risultati o, come dire, i « frutti » di questa inabitazione dello Spirito nella comunità dei credenti, un po’ a somiglianza di quello che avvenne circa duemila anni fa a Gerusalemme nel giorno della prima Pentecoste cristiana. È quanto si esprime nella meravigliosa colletta iniziale: « O Padre, che nel mistero della Pentecoste santifichi la tua Chiesa in ogni popolo e nazione, diffondi sino ai confini della terra i doni dello Spirito Santo, e continua oggi, nella comunità dei credenti, i prodigi che hai operato agli inizi della predicazione del Vangelo ». Dunque si prega il Padre che « rinnovi » oggi, in qualche maniera, i prodigi che furono realizzati in quegli inizi.

« Furono tutti pieni di Spirito Santo » E i « prodigi » di quegli inizi sono appunto narrati, sia pure con linguaggio pieno di simbolismi, da S. Luca, all’inizio degli Atti degli Apostoli. Di questo racconto noi vogliamo raccogliere soltanto alcune sollecitazioni. La prima è data dalla veemenza, come di un ciclone, che si abbatte gagliardo e riempie « tutta la casa dove si trovavano » gli Apostoli (At 2,2). È il simbolo della potenza dello Spirito, a cui niente e nessuno può resistere! La seconda sollecitazione deriva dal senso di quelle « lingue come di fuoco che si dividevano e si posavano su ciascuno di loro » (2,3): simbolo dell’ardore che invade gli Apostoli, prima timidi e paurosi, adesso invece coraggiosi, e li abilita a « parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere di esprimersi » (2,4). Comunque si debba spiegare il miracolo delle « lingue », il suo significato di fondo è che il Vangelo della salvezza deve esser espresso « in ogni lingua », a tutti gli uomini della terra. E precisamente questa è la terza sollecitazione che emerge dal testo, il quale sottolinea espressamente la « moltitudine » di persone che in occasione della festa ebraica della Pentecoste si trovavano a Gerusalemme: « Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia… stranieri di Roma… » (2,9-11). Eppure tutti « li udivano annunciare nella propria lingua le grandi opere di Dio » (2,1). È chiaro che la salvezza operata da Cristo è ormai destinata a tutte le genti. Proprio da questo nasce la domanda: dove abbiamo relegato noi cristiani, noi ministri della Chiesa, la responsabilità « missionaria » dell’annuncio del Vangelo a tutti i popoli della terra? È molto probabile che neppure nella nostra casa sappiamo annunciare e testimoniare il Vangelo: e forse neppure nella nostra parrocchia!

« Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore » Se il racconto del libro degli Atti (2,1-11) ci descrive la discesa dello Spirito nel giorno della Pentecoste, come un evento che rende « visibile » la potenza di Dio in quel piccolo gruppo di credenti in Gesù morto e risorto, e perciò li indica davanti al mondo come la nuova « comunità » dei salvati, il brano del Vangelo di Giovanni (14,15-16.23-26) ci descrive piuttosto gli « effetti » della presenza dello Spirito nel cuore dei cristiani. Vorrei dire che la lettura evangelica mette in evidenza la « forza » di trasformazione interiore e di illuminazione, che porta con sé questo « ospite dolce dell’anima », come lo invoca la insuperabile « sequenza » liturgica: « Consolator optime, / dulcis hospes animae, / dulce refrigerium.. / O lux beatissima, / reple cordis intima / tuorum fidelium ». È tutta l’anima mistica di Giovanni che si esprime nel brano di Vangelo odierno. Esso è ripreso dal lungo discorso di addio, che Gesù fa dopo l’ultima Cena. Anche per temperare l’amarezza del distacco, egli promette ai suoi Apostoli il dono dello Spirito: « Se mi amate, osserverete i miei comandamenti. Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre » (Gv 14,15-16). Il termine greco, reso qui con « Consolatore », è il più vago « Paraclito » (paràkletos), che può indicare sia colui che perora una causa (avvocato), sia colui che dà assistenza, rianima, conforta, dona sicurezza. Tutto questo orizzonte concettuale è espresso dal termine « Paraclito », che perciò indica molto di più che « Consolatore ». Quello che è importante, comunque, è che esso continua, in qualche maniera, la funzione stessa di Cristo presso i discepoli: perciò viene chiamato « un altro Consolatore ». Tutto questo egli lo farà interiorizzandosi al cuore dei credenti, dando loro soprattutto la forza di penetrare meglio il mistero di Cristo e di attuarne il messaggio in una docilità amorosa. Di qui il riferimento iniziale all’amore: « Se mi amate, osserverete i miei comandamenti » (v. 15).

« Se uno mi ama, osserverà la mia parola » È solo in forza dello Spirito che il cristiano potrà attuare le rigorose esigenze del Vangelo (si pensi soltanto al Discorso della montagna!), senza sentirle come un « giogo », ma come una manifestazione di « amore ». Questo tema viene ripreso e approfondito nei versetti successivi: « Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato » (vv. 23-24). Come si vede, il discorso qui si amplia: Gesù non reclama solamente fedeltà ai suoi « comandamenti », ma più in generale alla « parola » in quanto « parola » del Padre. Il cerchio dell’amore allora si allarga: da Cristo arriva fino al Padre che lo ha « mandato », e di cui egli è la « immagine » che lo esprime nella maniera più perfetta. D’altra parte, il Padre, vedendosi amato nel Figlio, sua Parola vivente, non potrà rifiutarsi a coloro che a questa « parola » totalmente si affidano. Non è facile però avvertire la Parola come « presenza » del Padre e del Figlio in noi, senza la luce dello Spirito che ce la interpreta e ce la fa penetrare fino in fondo. Infatti, essa non è un messaggio generico, ma contiene delle indicazioni precise per tutte le situazioni sempre cangianti della storia. Solo lo Spirito può aiutarci a vedere le infinite implicanze di questa Parola, senza che essa si stemperi e si vanifichi nella storia medesima, accondiscendendo a tutte le pretese e ai fraintendimenti degli uomini, magari anche teologi e responsabili delle comunità cristiane. Tutti, dal più sprovveduto cristiano al capo visibile della Chiesa, possiamo essere tentati di strumentalizzare la Parola!

« Lo Spirito di verità… vi insegnerà ogni cosa » Ecco perché Gesù promette di mandare lo Spirito Santo, che è « Spirito di verità » (v. 17): « Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra voi. Ma il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto » (vv. 25-26). L’ »insegnamento » dello Spirito non è qualcosa di autonomo da quello di Cristo, ma una maggiore comprensione del medesimo, un richiamo alla mente e al cuore dei credenti, nelle situazioni più diversificate e imprevedibili, la « Parola » che fa per quel momento. Egli è la « memoria » fedele del passato, di tutto quello che Gesù ha fatto e detto, perché il « presente » della Chiesa e degli uomini riviva in tutta la sua forza esplodente la « Parola », che è stata detta una volta per sempre. Per conto proprio, Giovanni più di una volta ricorda come lo Spirito ha aiutato gli stessi Apostoli a capire meglio i gesti e i detti di Gesù. Si pensi alla cacciata dei venditori dal tempio (2,17.22), oppure al suo ingresso solenne in Gerusalemme: « Sul momento i suoi discepoli non compresero queste cose, ma quando Gesù fu glorificato, si ricordarono che questo era stato scritto di lui e questo gli avevano fatto » (12,16). Ecco perché la Chiesa a tutti i suoi livelli (pastori, teologi e semplici fedeli) ha bisogno di riscoprire la « presenza » dello Spirito, che l’aiuti a interpretare il presente alla luce del passato, per preparare il « futuro »: proprio perché « Spirito di verità », egli è anche « Spirito di profezia » (Ap 19,10). Perché allora molte volte la Chiesa è in ritardo sugli eventi e non sa leggere i « segni dei tempi »? Giustamente perciò la liturgia ci fa oggi pregare: « Manda, Signore, lo Spirito Santo promesso dal tuo Figlio, perché riveli pienamente ai nostri cuori il mistero di questo sacrificio e ci apra alla conoscenza della verità » (Orazione sulle offerte).

« Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, sono figli di Dio » Anche la seconda lettura (Rm 8,8-17) ci descrive in maniera mirabile gli « effetti » della presenza dello Spirito nel cuore dell’uomo redento: però in prospettiva più « personale » che comunitaria, a differenza del testo evangelico. Un primo effetto è quello di trasformare la nostra vita in una vita « secondo lo Spirito », sottraendoci alle voglie della « carne », che sta qui a indicare il principio del mero calcolo utilitaristico, o anche della dimensione esclusivamente umana dell’agire: « Quelli che vivono secondo la carne non possono piacere a Dio. Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi… Così dunque, fratelli, noi siamo debitori, ma non verso la carne per vivere secondo la carne; poiché se vivete secondo la carne, voi morirete; se invece con l’aiuto dello Spirito voi fate morire le opere del corpo, vivrete » (Rm 8,8-9.12-13). Lo Spirito, secondo tutta la prospettiva biblica, è principio di vita; le « opere della carne », invece, portano alla « morte ». Lo Spirito « di santità » non può convivere con il peccato! Il secondo effetto dello Spirito è quello di costituirci « figli di Dio » in Cristo e di farcene gustare la gioia e la intimità, fino a poter chiamare anche noi Dio con il nome di « Abbà », come lo ha chiamato Gesù nella orazione del Getsemani. Il termine « Abbà », infatti, non vuol dire semplicemente « padre », ma « papà mio », con il senso di infantile abbandono con cui i bambini della Palestina di quel tempo si rivolgevano al loro genitore. « Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: « Abbà, Padre! » Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze, per partecipare anche alla sua gloria » (vv. 14-17). In tal modo Dio non è più il Dio « lontano », che ci atterrisce, o di cui ci si può disinteressare: ma è il Dio « vicino » che è coinvolto nella nostra vita, che noi possiamo riamare come lui ci ama, perché ci ha fatto partecipi del « suo » Spirito, che è essenzialmente « Spirito d’amore ».

Settimio CIPRIANI  (+)

ACTS 01 THE ASCENSION…L’ASCENSION

ACTS 01 THE ASCENSION...L'ASCENSION dans immagini sacre 17%20ETHIOPIC%20ASCENSION

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Publié dans:immagini sacre |on 12 mai, 2016 |Pas de commentaires »

“I VIAGGI MISSIONARI DI PAOLO”

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“I VIAGGI MISSIONARI DI PAOLO”

Duemila anni fa Paolo ha macinato quasi 14 mila chilometri: è stato uno che, per quel tempo e in quelle condizioni, ha viaggiato tanto. Ma cosa spingeva questo uomo a fare tutto quello che ha fatto? Io credo che ci sono molte cose di Paolo che fanno si che sia veramente un uomo del nostro tempo: noi abbiamo molte cose in comune con lui. Duemila anni fa Paolo ha macinato quasi 14 mila chilometri: è stato uno che, per quel tempo e in  quelle condizioni, ha viaggiato tanto. Ma cosa spingeva questo uomo a fare tutto quello che ha fatto? Io credo che ci sono molte cose di Paolo che fanno si che sia veramente un uomo del nostro tempo: noi abbiamo molte cose in comune con lui. La prima è questa: non sappiamo se Paolo abbia conosciuto Gesù quando Gesù viveva sulla terra. Quindi Paolo, come noi, è uno che è arrivato alla fede grazie all’esperienza del Risorto: un incontro con il Cristo risorto gli ha cambiato tutta la vita. Questa esperienza, leggendo gli scritti di Paolo, sembra che sia stata una grande esplosione di libertà. Per poter amare uno deve essere libero: la libertà è una condizione dell’amore, non si può amare in una forma obbligata.  A me piace descrivere Paolo come un ‘postmoderno’, perché racchiudeva in sé le culture del suo tempo. Era un ebreo nato in una città greca – Tarso (nel sud della Turchia) – e allo stesso tempo era anche un cittadino romano, quindi aveva dentro di sé la confusione del suo tempo e ha fatto una scelta come quelle che vediamo fare anche oggi: è andato a cercare le sue radici. Per questo motivo ha lasciato la sua terra per andare a Gerusalemme a studiare sotto i Farisei. E’ andato alla migliore scuola che c’era in quel tempo, quella di Galaliele, che era tra i più grandi latini presenti a Gerusalemme in quel tempo. In questo modo ha voluto affermare la sua identità. Nella lettera ai Filippesi Paolo descrive il suo curriculum vitae dicendo: “Io sono ebreo, nato da ebrei della tribù di Benjamin, fariseo di Farisei irreprensibile”.  Teneva veramente a tutte le sue credenziali e per questo quando ha visto nascere all’interno della comunità degli Ebrei una nuova corrente che sembrava una nuova setta – il Cristianesimo- ha voluto perseguitare e cancellare quello che appariva un momento di divisione. Paolo compare nella Sacra Scrittura per la prima volta negli atti degli Apostoli, dove si racconta di un giovane chiamato Saulo che chiese il permesso di andare a Damasco per perseguitare i Cristiani. Ed è lì che avvenne l’esperienza forte della sua vita: fu accecato lungo il cammino verso Damasco e la tradizione rappresenta questo episodio con l’immagine di Paolo che cade dal suo cavallo. Un aspetto curioso sta nel fatto che nel Nuovo Testamento non si fa menzione del cavallo, ma gli artisti hanno sempre rappresentato il momento della caduta.  In quell’esperienza ci sono cose molto interessanti. Paolo che credeva di vedere con chiarezza, di avere tutte le certezze, viene colpito proprio nella vista. Questo vuol dire che spesso uno crede di avere tutte le certezze ma in realtà non sta veramente vedendo. Da qui nasce tutta l’esperienza di Paolo. In questo momento di buio venne chiamato Anania, a cui il Signore disse di andare a battezzare Paolo e Anania inizialmente resistette ma alla fine lo battezzò. Poi il Signore disse a Paolo “Io ti ho scelto per essere un mio testimone davanti a tutte le genti”. Quindi Paolo ebbe un primo contatto con i discepoli, che hanno guardato verso di lui con un po’ di sospetto. La sua accettazione all’interno della comunità non è avvenuta immediatamente. Per questo Paolo si ritirò verso il deserto dell’Arabia, per meditare sull’esperienza avuta e per lasciarla crescere. Anche questo è molto interessante per noi, perché spesso pensiamo che la conversione sia una cosa che avviene automaticamente, da un giorno all’altro, ma purtroppo le cose non funzionano così. Ci vuole tempo e anche sforzo per approfondire e lasciare che quest’esperienza prenda forza dentro di noi.  Paolo visse la sua esperienza nel momento in cui c’era Barnaba e Barnaba andò a cercarlo a Tarso e lo portò nella comunità di Antiochia di Siria, dove Paolo cominciò a fare vita di comunità all’interno di questa comunità che ha dato il nome di Cristiani ai seguaci di Cristo, prima chiamati discepoli del Nazzareno. In quella comunità Paolo e Barnaba ricevettero la chiamata di andare a predicare il Vangelo e di rendere testimonianza della Risurrezione. Durante il primo viaggio Paolo e Barnaba portarono con loro Marco, che la tradizione identifica come colui che dopo fu l’interprete di San Pietro a Roma ed è l’autore dell’omonimo Vangelo. Ma poi Marco li abbandonò e quando arrivò il momento del secondo viaggio le strade di Barnaba e di Paolo si separarono e questo divenne l’occasione per diffondere di più il Vangelo, perché Barnaba andò verso Cipro e Paolo verso l’Asia Minore. In questo modo, passando attraverso la zona di Filippi (oggi la regione di Chetala in Grecia) Paolo entrò in Europa. Poi si diresse verso il centro della cultura – Atene – e lì cercò di convincere i Greci a convertirsi al Cristianesimo, anche utilizzando un approccio filosofico. Nell’Areopago di Atene disse “Voi adorate un Dio ignoto” e citò i pensatori greci, poi quando arrivò il momento di parlare di Risurrezione i presenti gli dissero che non volevano più ascoltarlo e lui si rese conto che era chiamato non tanto a convincere con gli argomenti quanto ad essere testimone del Vangelo della Risurrezione. Così quando più tardi nella sua vita scrisse ai Corinzi disse “Quando sono venuto in mezzo a voi non sono venuto con grande sapienza ma con umiltà, come testimone del Cristo crocifisso”.  Paolo ha dovuto imparare qual è il cammino dell’apostolo e questo vale anche per noi, che spesso pensiamo che dobbiamo convincere tutte le persone a forza di argomenti, affinché vedano che noi siamo coloro che posseggono la verità. Ma in realtà è la verità che possiede noi, che ci ha cooptato, e noi siamo suoi servitori. Per tanto quello che siamo chiamati a fare è rendere testimonianza di ciò che abbiamo conosciuto e toccato con le nostre mani, e rendere testimonianza vuol dire avere vissuto un’esperienza. Quindi per essere veri testimoni dobbiamo entrare in profondità in questa esperienza. Così Paolo cominciò a diffondere il Vangelo. Secondo gli storici la prima cristiana europea fu una donna, Lidia, e dalle parti di Chetala c’è una chiesa dedicata proprio a questa prima cristiana. Dopo l’ingresso nel continente europeo Paolo viaggiò fino ad arrivare a Roma. Esiste però un altro viaggio di Paolo, che io definisco il suo viaggio più lungo, ed è quello interiore. Noi di solito parliamo dei viaggi apostolici, ma lui ha fatto un viaggio interiore molto più avventuroso di tutti gli altri: quello di passare dalla religione ebraica al Cristianesimo. E in questo viaggio credo che abbia scoperto cose che sono state veramente sconvolgenti per lui, perché si era affidato ad una serie di leggi per trovare le certezze – alla dottrina dei Farisei – ma poi dopo l’incontro con Gesù si rese conto che l’uomo non può essere salvato da una serie di cose scritte. Serve un altro uomo, un Dio-uomo, ed è solo nell’incontro con un’altra persona, se questa è Dio stesso, che l’uomo fa veramente un’esperienza piena dell’amore. Questo è avvenuto nella vita di Paolo: è stata un’esperienza talmente forte che lui ha sentito il bisogno di condividerla con tutte le persone che incontrava ed è per questo che si è dedicato a viaggiare tanto. Ed è bello vedere che ha avuto, grazie al suo incontro con Cristo, una trasformazione nella sua personalità: all’inizio era un po’ spigoloso come persona, non era facile, ma con il passare del tempo è diventato molto dolce. Se si prendono le sue ultime lettere, quelle a Timoteo, si vede che scrive quasi come un padre anziano a suo figlio, dandogli dei consigli. Lui stesso dice: “In me la grazia di Dio non è stata vana”. Infatti la grazia di Dio ha saputo ammorbidire questo uomo che era così duro. C’è stata una crescita spirituale nella sua vita, fatta anche di momenti di lotta. Basti pensare che nella lettera ai Romani dice: “Io con il mio spirito e la mia anima voglio fare quello che Dio vuole, ma allo stesso tempo mi trovo a fare quello che non devo fare”. E questa è la lotta che vive ciascuno di noi: spesso sappiamo quello che dobbiamo fare, il problema è che non lo facciamo. Solo Gesù può liberaci. Paolo, quindi, si affida al Signore e per questo ciascuno di noi, cercando di entrare nella sua esperienza interiore, può trovare tanti spunti per la sua vita. Paolo ha avuto anche problemi all’interno della Chiesa e credo che anche questo sia molto importante per noi, perché spesso ci sono persone che vivono della difficoltà all’interno della Chiesa e decidono di allontanarsi. Questo, però, non deve succedere. Anche Paolo ha avuto da discutere con Pietro, ma non ha detto “Vado via e mi faccio la mia chiesa”, al contrario ha lottato per l’unità, anche nelle differenze di posizione. Nella lettera ai Galati dice “Pietro è venuto qui, gli ho detto tutto quello che dovevo dirgli”, ma  rimane fedele a Cristo e alla sua Chiesa. Queste sono  per noi lezioni di un’attualità enorme. Avendo questa vocazione che il Papa ci ha concesso – di vivere un anno Paolino – noi dobbiamo riscoprire questa figura, conoscerla da vicino e questo dovere incombe soprattutto sui romani, perché Paolo era cittadino romano, ha vissuto in questa città ed ha dedicato una bella lettera di Romani.   Paolo a Roma  Paolo a Roma arrivò come prigioniero. Quando tornò a Gerusalemme, alla fine del suo secondo viaggio, venne preso come prigioniero e da Cesaria Marittima venne trasportato fino a Roma, passando per Malta, Siracusa e Pozzuoli. Gli storici dicono che nel primo periodo visse nella zona tra Largo di Torre Argentina e Campo de’ Fiori, dove c’è la chiesa di San Paolo alla regola che commemora la sua presenza. La chiesa si trova all’interno del vecchio quartiere dei tessitori: Paolo, infatti, era un tessitore di tende. Lì visse come prigioniero. In quel tempo le prigioni erano gestite anche da imprese private, c’erano persone che avevano delle carceri e si offrivano di prendere i prigionieri. Anche Paolo finì in una casa privata e fu soggetto a restrizioni. Ebbe anche contatti con la comunità di Roma e da qui cominciarono a sorgere le prime comunità cristiane.  Poi ci fu un periodo in cui ebbe la possibilità di viaggiare da Roma fino a Santiago: c’è una tradizione in Spagna che ricorda un passaggio di Paolo. Ma durante la persecuzione di Nerone Paolo si trovava nuovamente a Roma, viveva in una casa che, secondo gli storici, è identificabile con la Chiesa di Santa Maria in via Lata, sull’attuale Via del Corso. A Roma fu condannato e ucciso, nel luogo in cui sorge oggi l’Abbazia delle Tre fontane, e il suo corpo fu depositato nella attuale Chiesa di San Paolo fuori le mura, dove ancora ci sono il sarcofago e le catene con cui era stato legato. Un altro luogo importante è il Carcere Mamertino nei Fori imperiali, in cui Paolo e Pietro furono tenuti prigionieri. Pietro venne, poi, crocifisso perché non era cittadino romano, mentre Paolo fu decapitato e, secondo la tradizione, quando gli tagliarono la testa questa rimbalzò facendo sgorgare le tre fontane.  A Roma ci sono tante testimonianze della presenza di Paolo e dei pellegrini che, sin dal II secondo secolo, venivano a Roma per venerare i resti di Pietro sul colle Vaticano e di Paolo sulla via Ostiense, a San Paolo fuori le mura. E questa tradizione è rimasta ininterrotta fino ai nostri giorni. Nel ricordare la figura di Paolo è bello che anche noi cerchiamo di conoscere questi luoghi, perché sono legati alla sua vita. Per questo noi dell’Opera Romana Pellegrinaggi abbiamo creato un itinerario Paolino da fare con i nostri autobus scoperti bianchi e gialli – si chiamano Roma Cristiana – che girano per la città. All’inizio dell’itinerario si riceve una scheda (la “Paolina”), su cui si attacca un adesivo man mano che si percorrono le diverse tappe. E’ una piccola proposta per aiutare chi vuole vivere questa esperienza di Paolo a Roma.   Itinerari Paolini nel mondo Naturalmente ci sono anche molti altri pellegrinaggi che stiamo proponendo sulle orme di Paolo. Quest’anno in particolare proponiamo la possibilità di seguire le sue orme in Turchia, in Grecia e in Siria, dove ci sono ancora la Via Dritta menzionata negli atti degli apostoli e la casa di Anania. La Siria è una nazione islamica, ma molto rispettosa, tanto che il governo siriano ha accolto l’idea del Santo Padre di lanciare l’anno Paolino e lo sta celebrando ufficialmente. Sono stati ripristinati i luoghi legati a San Paolo e si può anche andare alla chiesa che commemora il luogo della sua caduta o alla parte delle mura della città di Damasco da cui Paolo scappò perché cercavano di ucciderlo. La Siria offre anche un altro dato interessante. Gesù parlava l’aramaico che era la lingua della gente, mentre l’ebraico era la lingua ufficiale della preghiera, e uno dei luoghi del mondo in cui oggi si conserva ancora quella lingua è Malula in Siria. Andare lì a sentire le persone che pregano il Padre Nostro in aramaico ti fa pensare quasi di sentire come Gesù l’avrebbe insegnato ai suoi discepoli.  Un altro posto interessante è Malta, dove si trova la grotta del naufragio di San Paolo. L’anno prossimo proporremo a tutte le persone che già hanno fatto l’esperienza del pellegrinaggio in Terra Santa di continuare a seguire le orme del Cristianesimo, perché se Gesù è vissuto in Palestina, il passo successivo della Chiesa, subito dopo la risurrezione, fu quello di dar vita ad un movimento che si spinse verso l’Asia Minore, per poi arrivare a Roma. Quindi se uno vuole veramente sapere come la fede si è diffusa da Gerusalemme fino ai confini della terra può anche seguire la traccia dei viaggi di Paolo e gradualmente arrivare a vedere come la fede è arrivata qui a Roma e da qui, con l’impulso missionario, è poi ripartita per le diverse parti del mondo. Credo che questa occasione – che il Papa ha definito ecumenica – sia importante in diversi sensi perché ci dà la possibilità di conoscere le Chiese ortodosse, che condividono con noi tutto tratte il fatto di riconoscere il Papa come capo della Chiesa. Ci sono diverse tradizioni, perché loro hanno la liturgia di San Giovanni Crisostomo mentre noi utilizziamo quella latina, però è bello imparare anche cose diverse. Anche scoprire la chiesa orientale, che ha sviluppato molto la parte contemplativa. Giovanni Paolo II parlava di una Chiesa che respira con due polmoni: noi siamo dentro un polmone, conoscere l’altro ci aiuta dal punto di vista ecumenico. Poi si dovrebbe conoscere anche la Chiesa protestante, che riconosce la figura di Paolo. Anche la polemica di Lutero con Roma era nata dalla lettura della lettera ai Romani. Credo che soprattutto oggi abbiamo bisogno di conoscere gli altri, perché il mondo sta diventando ‘globalizzato’ e quindi oggi si entra in contatto con realtà diverse ed è importante conoscerle anche per sapere come noi ci poniamo davanti ad esse. L’anno Paolino, quindi, ha una valenza ecumenica importante: conoscere la parola di Dio vivendo l’esperienza di Paolo. Questi itinerari che proponiamo sono anche esperienze di viaggi dentro l’anima di Paolo, di questo uomo che non aveva paura, che ha testimoniato fino all’ultimo l’esperienza della risurrezione. Domandarci da dove Paolo prendesse tutta la sua forza permetterà anche a noi di trovare la forza per  testimoniare la nostra fede.   Domanda di Don Francesco Che forma assume questo viaggio interiore a Roma? Come si apre al mistero della risurrezione in questo caso? Per noi rimane un po’ misterioso dagli Atti degli Apostoli.   Risposta Il Cardinale Martini aveva un corso di esegesi spirituale predicato su Paolo e le sue confessioni e iniziava gli esercizi spirituali parlando delle tre fontane. Alla fine della sua vita Paolo compie una specie di ‘retropensiero’, guarda alla sua vita passata. Esaminando i suoi ultimi scritti – per esempio le lettere a Timoteo e a Filemone – ci si accorge della sua trasformazione. Lui stesso dice che si stavano per sciogliere le vele della sua esperienza, in quanto ha visto un nuovo orizzonte che si apriva, l’approssimarsi dell’incontro con Gesù, che lui ha cercato di testimoniare durante la sua vita. E credo che gli anni a Roma, soprattutto il periodo in cui lui, persona attiva, era costretto a stare fermo, sono stati anni di una meditazione interiore di questa esperienza e quasi di preparazione per l’incontro definitivo con il suo destino.  E’ stato il periodo della maturazione profonda della sua esperienza di Cristo e dagli scritti di quel periodo si vede che era arrivato ad un certo livello di intimità con il Signore. Nella lettera ai Galati dice: “Questa vita che io vivo nella carne la vivo nella fede del figlio di Dio, che mi ha amato e salvato”. Si possono trovare alcuni passaggi interessanti: infatti prima parlava del nostro Signore Gesù Cristo, ora parla del mio Signore. Questo indica un ulteriore passaggio nella sua maturazione, perché la sua esperienza non è più solo generica – il nostro Signore – ma personale: il mio Signore.

  La personalità di Paolo Alcuni sostengono che Paolo fosse un epilettico, perché scrisse: “Quando io sono venuto in mezzo a voi non mi avete sputato in faccia”. In quel tempo, infatti,  quando uno aveva un attacco di epilessia si pensava che fosse posseduto da uno spirito e si esorcizzava questo spirito sputando in terra. Poi si dice che avesse una psicologia molto ossessiva, perché era uno che poteva dire Gesù e Cristo anche cinque volte in una stessa frase. Inoltre era uno che quando prendeva una posizione era molto deciso. Vi dico questo perché noi siamo abituati a vedere i Santi come uomini o donne perfetti, ma in realtà non lo sono. La differenza tra i Santi e noi è che loro sono riusciti anche a valorizzare i loro difetti nell’amore per Dio: per esempio una persona testarda non lo era per se stessa, per motivi egoistici, ma lo era per il Vangelo. Cito un altro esempio che è molto vicino ai nostri tempi. Madre Teresa di Calcutta – che io ho avuto la grazia di conoscere – era una persona testarda, anche difficile, perché quando aveva un’idea in testa non c’era niente da fare. Questo sarebbe stato un difetto se lo avesse utilizzato per se stessa, invece lei era riuscita trasformarlo nella sua preoccupazione per aiutare i poveri e quello che normalmente è un difetto in una persona come lei è divento forse una virtù.  Anche noi quando stiamo facendo il nostro cammino spirituale a volte siamo ossessionati dal desiderio di cancellare i nostri difetti per diventare persone perfette, ineccepibili. Invece la cosa importante è riuscire a far crescere tanto l’amore di Dio e l’amore verso il prossimo in modo che possano prendere il sopravvento sulle nostre limitazioni. Questo è il segreto della vera ricerca della santità e noi lo vediamo in figure come Paolo e Pietro: analizzando le loro figure si vede che sono stati uomini fatti della stessa pasta di ciascuno di noi, però loro hanno preso sul serio l’esperienza della risurrezione. Noi purtroppo ci siamo abituati, ma mai nella storia dell’umanità si è registrata una risurrezione, che è una trasformazione. Gesù risorto è uno che non ubbidisce alle leggi dello spazio e del tempo e questo rende il Cristianesimo unico all’interno di tutte le religioni storiche, perché il Signore è risorto e vive fuori e, allo stesso tempo, dentro il tempo e lo spazio. Quando preghiamo Gesù oggi stiamo pregando una persona di 2000 anni fa, che allo stesso tempo è un nostro contemporaneo. Gesù vive in mezzo a noi. Se noi leggiamo il momento della caduta di Paolo lungo il cammino di Damasco, vediamo che lui ha sentito dentro una voce che gli domandava: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. In realtà Paolo non stava perseguitando Gesù, ma i Cristiani. Quindi si rende conto che Gesù vive nei suoi Cristiani e nella sua Chiesa.  C’è una identificazione della continuità della presenza del Signore nella vita della sua Chiesa e dei suoi fedeli e questo per Paolo è stata come un’esplosione, nella testa e nel cuore, che ha portato alla sua grande trasformazione. Purtroppo per noi, che le sentiamo tutti i giorni, queste cose perdono la loro forza. Dobbiamo soffermarci sulle parole della salvezza e la salvezza vuol dire liberare dal male, che c’è in noi e attorno a noi. Queste sono parole capaci di salvare. L’invito è a pregare Paolo, perché ci faccia vivere un briciolo dell’esperienza che lui ha vissuto, perché se lo viviamo la nostra vita ci trasformerà. Leggendo l’inno alla carità ci si domanda come una persona possa arrivare a tutto questo, quando noi ci arrabbiamo appena uno ci calpesta i piedi. Questo succede quando uno è veramente riuscito ad entrare nella profondità dell’esperienza di Cristo, che è capace di cambiare questo mondo.

E l’anno Paolino ci dovrebbe rinnovare. Il Cristianesimo in fondo è una esperienza gioiosa, forse noi l’abbiamo reso un po’ cupo, invece dovremmo essere persone gioiose. Paolo dice: “Chi ci separerà dall’amore di Dio? La morte?” Nemmeno quella! E riscoprire questo Cristianesimo dei nostri primi Cristiani ci dà questa gioia di viverlo. Io vengo da un paese in cui la chiesa cattolica ha solo 120 anni di presenza ufficiale e sono nato in un contesto in cui avevo amici musulmani, protestanti e cattolici. Noi cattolici sentivamo fortemente la nostra identità ed eravamo orgogliosi di esserlo. Forse le chiese giovani ancora hanno questa grinta, noi dobbiamo riscoprire questa gioia della fede, che è un grande dono. Nessuno può fare nulla per meritare questo grande dono se non la misericordia di Dio che ce lo concede.   Domanda Da dove parte l’itinerario Paolino a Roma? Risposta In genere i nostri pullman partono da San Pietro. L’esperienza di Paolo a Roma è legata molto anche a quella di Pietro: il Papa disse che come Remo e Romolo sono i fondatori della Roma antica così Paolo e Pietro sono le colonne della Roma cristiana. A San Pietro abbiamo degli uffici ed è lì che si prendono le “Paoline”. Se ci sono dei gruppi possiamo anche fare in modo di organizzare con un animatore pastorale che aiuti a vivere meglio l’esperienza del cammino Paolino.   Domanda Sentendo parlare di San Paolo viene quasi da pensare che sia stato quello che ha dato più fondamenti ideologici alla Chiesa. Perché allora San Pietro è sempre il primo a cui si fa riferimento? Risposta Pietro ricopre quel ruolo non perché glielo abbiano dato gli uomini, ma perché Gesù l’ha scelto. Gesù ha detto a Pietro: “Tu sei la roccia e sopra questa roccia io edificherò la mia chiesa”. Poi, dopo la risurrezione, dopo che Pietro lo aveva rinnegato, il Signore lo conferma dicendo: “Pasci i miei agnelli”. Quindi il ruolo di Pietro è per vocazione. Per me questa è una delle prove dell’autenticità del Vangelo, perché se i vangeli, come qualche autore moderno dice, fossero stati costruiti per raccontare delle storie, avrebbero cercato di fare bella la figura del primo Papa, invece Pietro viene descritto in tutti i suoi difetti.  Il suo ruolo come capo della chiesa è stato disegnato da Gesù stesso e tutti l’hanno riconosciuto. Anche Paolo, dopo la sua esperienza, ha detto: “Io sono andato a Gerusalemme e non vidi nessuno degli altri apostoli tranne Cefa e Giacomo”. Effettivamente Paolo aveva una base culturale più ampia, era cittadino romano, aveva vissuto in Grecia e aveva studiato la teologia ebraica. Aveva più strumenti e anche il suo vocabolario è più ricco di quello degli altri. Ma il Signore aveva consegnato a Pietro questo ruolo e il suo primato fu sempre riconosciuto, perché non era il frutto di un voto espresso dagli uomini, ma gli era stato dato dal Signore.   Intervento Infatti si legge che Paolo non è un costruttore di chiese ma un suscitatore di comunità ecclesiali. Risposta Si, Paolo costituiva queste comunità e poi inviava le lettere per mantenere un contatto, per sostenerle nella fede. Paolo si autodefiniva l’ultimo degli apostoli.   Domanda Si sa che nella persecuzione contro i Cristiani Paolo mettesse tutto se stesso, perché pensava che fossero dei bestemmiatori, e quindi doveva difendere il Dio in cui lui credeva e l’amore per il suo Dio. Potrebbe essere che nel momento della caduta, della conversione, riconoscendo Gesù come il suo Dio, lui abbia usato quella stessa forza per evangelizzare? Risposta Si, potrebbe essere. Gli altri apostoli ci descrivono Paolo come una persona energica, pertanto quando perseguitava lo faceva con forza. Ha dovuto sopportare naufragi, fame, flagellazioni e tante altre sofferenze e credo che ci voglia qualcosa di sovraumano per sopportare tutto questo. Tutti noi sappiamo che arriva un momento in cui uno si domanda “chi me lo fa fare?” e osservando  quanto Polo abbia spinto se stesso per andare avanti, si vede che lui stesso dice: “Conosco colui in cui io ho posto la mia fiducia, è lui che mi dà la forza”.   Domanda Quanto la conoscenza di Cristo da parte di Paolo è dovuta alla visione che ha avuto e quanto invece alla conoscenza della sua vita attraverso gli apostoli? Risposta Noi non sappiamo nemmeno quanto è durata quella visione, sappiamo solo che è stato un momento di luce, che lo ha accecato. Sappiamo anche che più tardi ha avuto qualche esperienza mistica, che lui stesso descrive. Leggendo le sue lettere non troviamo molti dettagli della vita di Gesù, sembrerebbe quindi che lui abbia imparato dalle persone che aveva attorno, dal contatto con la comunità. La sua conoscenza con Gesù, però, è soprattutto frutto di una meditazione profonda di quello che lui ha imparato e vissuto nella propria vita. I primi tre vangeli sono più storici, nel senso che sono racconti, quello di Giovanni invece è più teologico, perché trasmette le sue riflessioni. Anche Paolo nei suoi scritti non racconta fatti ma esprime l’esperienza che ha vissuto.   Domanda Possiamo dire che la forza che Paolo aveva prima della conversione derivava dal rapporto con Dio attraverso l’osservanza della legge e che dopo la sua forza derivava dalla conoscenza dell’amore di Cristo? Risposta Si, Paolo stesso quando scrive sulla legge è molto critico. E questo è interessante anche per noi. La legge non salva, ma ti rende schiavo e nell’incontro con Cristo Paolo ha visto che l’amore è più forte della legge e ti rende libero. Questo è stato il grande impulso della vita di Paolo ed è lo stesso anche per noi. Non sono i comandamenti che ci salvano, i comandamenti sono dei precetti che ci aiutano a preservare il grande dono che abbiamo ricevuto.   Mosé salì sulla montagna e incontrò Dio, che aveva scelto questo popolo come suo popolo, con cui stabilire un’alleanza e per conservare questa amicizia era necessario non fare certe cose. Infatti la seconda parte del decalogo contiene tutti comandamenti negativi. Alla base di questi comandamenti c’è la nostra amicizia con il Signore e noi li osserviamo perché ci teniamo a questo rapporto e non vogliamo rovinarlo. Questo dà senso ai comandamenti, perché altrimenti la legge diventa un fardello pesante e vuoto. E’vero che appena ne abbiamo l’occasione li mettiamo da una parte, ma se noi custodiamo il nostro rapporto con il Signore come qualcosa di prezioso, allora faremo di tutto per conservarlo, farlo crescere e non fare niente che possa nuocergli in nessun modo.   Intervento La profondità e la vastità di Paolo sono senza limiti e confini, ma la sua grandezza sta nella sua unione con Cristo e io la vedo specialmente in due punti: quando dice “Non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me” e poi quando parla della carità. Questi due punti mi riassumono tutta la sua grandezza. Risposta Ha toccato due punti fondamentali. Questa è la bellezza della fede cristiana: l’amore verso Dio che si manifesta nell’amore verso la creatura in cui Dio ha depositato la sua immagine. E il cristiano vero, innamorato di Dio, amando Dio ama tutti gli uomini, perché ogni uomo è fatto a sua somiglianza ed è per questo che San Giovanni dice che chi dice di amare Dio e odia suo fratello è un bugiardo. La nostra sfida da Cristiani, quindi, è mantenerci su questi due aspetti che sono un binario unico da percorrere: l’amore verso Dio e l’amore verso il prossimo. Matteo ci dice che alla fine della vita, quando noi verremo giudicati, il Signore ci dirà: “Ero forestiero, ero nudo, ero in prigione, quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli l’avete fatto a me”.   Pertanto l’amore verso il prossimo diventa anche una manifestazione del nostro amore. Un Cristiano, però, non può dimenticare l’amore verso Dio e andare sul sociale, perché alla fine noi siamo chiamati ad amare il prossimo come Dio lo ama ed è questo che ci permette di poter amare anche quelli che ci fanno del male: amare l’altro nonostante se stesso. Noi non amiamo il prossimo per i suoi meriti ma perché l’amiamo in Dio. C’è un aneddoto molto bello del cardinale di Kinshasa. C’erano dei conflitti tra Musulmani e Cristiani ed alcune persone hanno perso la vita, lui era molto arrabbiato perché alcuni Cristiani erano morti e mi disse: “Sai io non ce l’ho con i Musulmani, ma ce l’ho con il Signore che mi ha detto che li devo amare”. Nostro Signore ci ha detto questo. La vita in Cristo e l’inno alla carità sono le due dimensioni della nostra fede.   (Teologo Borèl) Gennaio 2009 – autore: padre Cesare Atuire

FREDERIC MANNS. SAN PAOLO IL TEOLOGO

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FREDERIC MANNS. SAN PAOLO IL TEOLOGO

Un re di Francia incontra un giorno dei tagliatori di pietra in pieno lavoro. Alla domanda : Che cosa fate? il primo dice : Sire, io taglio delle pietre; il secondo dice : Sire, io riunisco delle pietre tagliate, ed il terzo : Sire, io costruisco una cattedrale. All’inizio del terzo millennio la Chiesa sta scoprendo l’urgenza di una rinnovata evangelizzazione. Il santo Padre sollecita i cristiani a ritrovare lo slancio delle origini nei confronti del mondo contemporaneo. Chi ha incontrato il Signore Risorto non può tacere. « Guai a me se non predicassi il vangelo », esclamava in tal senso l’apostolo Paolo (1Cor 9,16). Il viaggio del santo Padre sulle orme di San Paolo in Grecia, Siria e Malta propone come modello di evangelizzatore Paolo di Tarso, uomo di una doppia cultura, che ha fatto l’esperienza del Risorto e che ha dedicato la vita a proclamare la sua certezza che Cristo è vivo. Vale la pena di riflettere sulle intuizioni e il pensiero teologico dell’apostolo delle genti.

Il corpo mistico In mezzo ai messaggeri della Buona Novella, Paolo è colui che ha costruito la prima cattedrale del pensiero cristiano. Il rosone che rischiara e trasfigura tutto il suo edificio, è l’apparizione di Cristo resuscitato sulla via di Damasco. Questa esperienza, dura e beneficente alla fede, illumina Paolo malgrado la sua momentanea cecità. Strumento di prima scelta, illuminato dallo Spirito Santo, istruito dagli altri Apostoli, l’Apostolo trarrà le conseguenze da questo incontro insperato. Perseguitare i cristiani, era perseguitare Gesù stesso. In un lampo Paolo, l’intuitivo, ha compreso tutta la dottrina della Chiesa come corpo mistico di Cristo. Il Cristo è la testa del corpo ed i cristiani sono le membra del corpo. Tra le verità che appaiono in rilievo nelle epistole che rischiarano la cattedrale di Paolo come delle vetrate, occorre indicare il primato di Cristo, la posizione essenziale della resurrezione, l’abolizione della legge mosaica, e la giustificazione per mezzo della fede in Gesù Cristo e l’intima unione di tutti i credenti nel Cristo e tra loro. La dottrina del primato di Cristo era già stata celebrata nell’inno pre-paulino ai Colossesi. E’ nell’ordine della creazione e della ri-creazione che Cristo ha ottenuto il primato. Tutto è stato creato per lui ed in vista di lui. Per la sua resurrezione dai morti, egli è divenuto il primo-nato tra i morti. Paolo prega assiduamente la Passione, al punto da poter dire che egli ostenta l’immagine di Gesù crocifisso davanti ai suoi ascoltatori (Gal 3,1). Ma egli non separa mai la resurrezione di Cristo dal suo sacrificio redentore. Egli amava ripetere le formule cherigmatiche che annunciavano la morte e la resurrezione di Gesù. Egli probabilmente non ha conosciuto Gesù durante la sua vita mortale (2 Cor 5,16), ma egli ha visto il Cristo resuscitato; l’apparizione sulla via di Damasco l’ha costituito autenticamente apostolo (1 Cor 9,1; 15,8) ed egli conserva sempre nel suo cuore l’ineffabile ricordo della manifestazione del Signore della Gloria (1 Cor 2,8). Egli si riferisce incessantemente alla resurrezione come all’avvenimento decisivo senza il quale la fede cristiana sarebbe vana e senza scopo (1 Cor 15,14-17). Egli vi vede la copia e la causa della resurrezione spirituale del cristiano ed il pegno della resurrezione corporale che coronerà all’ultimo giorno l’opera redentrice (Rm 6,4-11 ; Fil 3,10-11 ; 1 Cor 15,20-22).

La Parusia Le lettere di Paolo sono degli scritti di circostanza. E’ per rispondere a concrete questioni pastorali che egli detta le sue lettere che firma tuttavia di sua mano. Nelle lettere ai Tessalonicesi Paolo affronta il problema del ritorno di Cristo o della parusia. Parusia significa presenza. Il termine era riservato alla visita dei grandi personaggi. Nel Nuovo Testamento, e particolarmente presso Paolo, egli designa cosi l’avvento glorioso di Cristo alla fine dei tempi (1 Ts 3,13 etc.; 2 Ts 2,1-8; 1 Cor 15,23). La cristianità primitiva viveva in un ardente desiderio di questo avvenimento. Nella liturgia eucaristica si acclamava il Cristo : Marana tha ! Vieni, Signore Gesù! Paolo condivideva questa preghiera e questo desiderio. La parusia segnerà il compimento della redenzione e l’instaurazione totale e definitiva del regno di Dio. La vittoria di Cristo sarà allora definitiva. Una presentazione mal compresa di questa speranza provocò a Tessalonica la convinzione di un ritorno prossimo del Salvatore, al punto che alcuni fedeli incrociavano le braccia e vivevano nell’ozio. L’attesa di Cristo era diventata un’attesa passiva. L’Apostolo rimprovera con forza i Tessalonicesi (1 Ts 4,11-12 e sopratutto 2 Ts 3,6-15). Parecchi in mezzo a loro erano morti dopo il loro ingresso al cristianesimo. Da cui l’inquietudine della comunità : questi morti potevano mancare la venuta del Signore ? Paolo si sente solidale con questa angoscia. La risposta che egli dà si può cosi riassumere : prima della venuta del Signore i morti risusciteranno. In seguito, noi i viventi che saremo ancora là, saremo portati sulle nubi per incontrare il Signore nei cieli. Cosi noi saremo per sempre con il Signore (1 Ts 4,15-17). Questa consolazione sembra insinuare che Paolo ha atteso l’avvento definitivo mentre era vivo. Ma non è per lui un motivo per non vivere che nell’attesa. Paolo predica la vigilanza. Si tratta di rivestire la corazza della fede e della carità, il casco della speranza. Nessuno sa il giorno nè l’ora : ragione di più per essere pronto. Paolo insegna inoltre che la conversione dei pagani, poi quella degli Ebrei precederà la parusia (Rm 9-11), ciò che sembra suggerire un prolungato ritardo. Il Cristo deve presentare a suo Padre i frutti della sua vittoria. Fino a che tutti non sono entrati nell’unico battello, il ritorno di Cristo nella gloria è ritardato. Paolo insiste anche sulle lotte, le divisioni e le apostasie che precederanno il ritorno di Cristo (2 Ts 2,1-12), ma lo fa in termini oscuri, come in tutti i passaggi apocalittici del Nuovo Testamento. La Bibbia aveva intravisto prima della fine del mondo un ultimo sussulto del male (Ez 38-39) ; Dn 11,21-45). Paolo sottolinea due punti che a lui sembrano importanti. Il primo è che la morte introduce nella società di Cristo coloro la cui vita è stata conforme al Vangelo. Il secondo è che l’ultima generazione la quale sarà testimone della parusia avrà il privilegio di non passare attraverso la morte (1 Ts 4,15-18 ; 1 Cor 15,51-54); i corpi saranno trasformati in un batter d’occhio e resi simili ai corpi dei defunti ormai resuscitati. In breve, Paolo ricorda che il definitivo deve ancora venire. La prova ne è che il male e sempre misteriosamente presente ed attivo nel mondo. Ne deriva l’urgenza dell’annuncio della Parola e della conversione.

La giustificazione per mezzo della fede Figlio di Farisei, Paolo credeva prima della sua conversione che l’osservanza della legge gli sarebbe valsa per essere considerato come giusto. Ed ecco che il Cristo resuscitato lo chiama gratuitamente. Il suo universo religioso crolla. Nelle lettere ai Galati ed ai Romani Paolo ha sviluppato la dottrina della giustificazione per mezzo della fede in Gesù, ad esclusione delle opere della legge mosaica. La fede non è una pratica intellettuale. Essa è la confessione della divinità di Cristo, un dono totale ed irrevocabile della sua persona a Colui nel quale egli riconosceva il Figlio di Dio. Che devo fare, Signore ? (At 22,10) : Paolo è tutto intero in questa risposta al Resuscitato. Una fede astratta, senza influenza sulla vita, è per lui inconcepibile. La fede che giustifica, è la fede operante per mezzo della carità (Gal 5,6) la fede accompagnata dalle buone opere che Dio ha predisposto perché noi le praticassimo (Ef 2,8-10). Fiducia nella parola di Cristo, la fede comporta il pentirsi degli errori ed il proposito di cambiare la propria vita. Paolo non cessa d’insistere sulla fuga dal peccato, la morte dell’uomo vecchio che deve fare posto all’uomo nuovo (Rm 6,6; Ef 4,22-24), la pratica assidua di tutte le virtù unite dalla carità (1 Cor 13; Col 3,14). Il gesto decisivo della fede con tutto ciò che essa comporta germoglia alla domanda del battesimo ed a una radicale conversione che fa del cristiano una nuova creatura (Gal 6,15).

La fede e la Legge La giustificazione per la fede in Cristo presuppone che le opere della Legge (Gal 2, 16) sono impotenti ad ottenere la giustificazione. Se l’osservanza della Legge mosaica poteva giustificare, si potrebbe concludere che Cristo è morto per niente (Gal 2,21) e che il sacrificio della croce è stato inutile, ciò che sarebbe una manifesta assurdità. La Legge è stata inchiodata alla croce da Cristo (Col 2,14) ; essa è ormai abolita e non poteva essere imposta ai convertiti. Nell’epistola ai Romani Paolo rintraccia la storia dell’umanità dopo Adamo (5,12) fino alla venuta di Cristo. Ebrei e pagani hanno dato scacco al piano di Dio. Tutti sono l’oggetto della collera di Dio e votati alla punizione. Nondimeno gli Ebrei avevano la Legge che doveva loro servire da guida. Quanto ai pagani, è la coscienza che era la legge iscritta nei loro cuori. Gli Ebrei si sono glorificati della loro relazione privilegiata con Dio grazie alla Legge. Essi hanno interpretato l’alleanza come un privilegio, in luogo di vederla come una missione. Di fatto la Legge fu per essi un’occasione di disobbedire (4,15). Neppure il pagano è stato fedele alla sua coscienza. Egli si è abbandonato al peccato (7,14). Ma, la giustizia di Dio si è manifestata senza la Legge. Al tempo della collera segue quello della giustizia. Dio fa misericordia a riguardo di tutti per pura grazia. Su questo fondamento è costruito l’uomo nuovo. Egli è fedele grazie allo Spirito (8,12). Non vi è pió differenza tra Ebrei e pagani che erano sottomessi senza distinzione al peccato e che sono discolpati in virtù della redenzione (3,24). Paolo dimostra con molta abilità che Abramo è stato giustificato per la sua fede alla promessa divina di una posterità innumerevole e non per la Legge mosaica, posteriore di numerosi secoli (Gal 3,6-9 ; 16-18), nè ugualmente per la circoncisione, ma per la fede (Rm 4,1-12). Il cristiano a sua volta è giustificato attraverso la sua fede in Gesù che ha il medesimo oggetto di quella di Abramo, a conoscere le promesse divine realizzate per mezzo di Cristo (Rm 4,16-25). E’ dunque per mezzo della fede che Dio giustifica, tanto prima della promulgazione della Legge mosaica quanto dopo la sua abolizione : da Mosè a Gesù Cristo, quando la Legge era in vigore, essa non concorreva alla discolpa presso i santi dell’Antico Testamento che per il motivo che la fede si univa alle promesse, come per Abramo. Le opere della Legge non si sono mai potute giustificare per se stesse. Se fosse stato diversamente, il carattere gratuito e trascendente dell’ordine soprannaturale sarebbe compromesso. L’uomo non è discolpato dalle sue opere; la fede stessa è un dono di Dio. In nessun modo l’uomo puo glorificarsi come se egli fosse l’autore della sua salvezza (Gal 5,5-6; 1 Cor 1,28-31; Rm 3,27-28 ; Ef 2,8-10). E’ umilmente che egli deve accogliere il dono della salvezza. Il ragionamento di Paolo prendeva di mira insieme alcuni convertiti i quali pensavano che la Legge rimaneva tuttora in vigore e gli Ebrei che pretendevano di osservare con le loro sole forze la Legge e le tradizioni che i maestri vi avevano aggiunto e poneva fine ad un vicolo cieco. La legge non giustificava senza la fede.

Il corpo mistico di Cristo Sulla via di Damasco Paolo ha compreso che il Cristo ed i cristiani sono un tutt’uno. Nella prima lettera ai Corinti egli sviluppa questo pensiero. Egli aveva dovuto intervenire a proposito di divisioni in seno alla comunità. Delle divisioni si erano manifestate anche nelle assemblee liturgiche. Per di più, nelle comunità, dei gruppi di credenti si proclamavano di Paolo, altri d’Apollo, altri ancora di Cefa. Paolo combatte questa sapienza umana. Nelle scuole filosofiche, i maestri arruolavano i discepoli. Se la stessa divisione si produceva nella Chiesa, essa sarebbe votata a sbriciolarsi in differenti gruppuscoli. Il cristianesimo non è una filosofia, un prodotto del genio umano. Il messaggio del Vangelo è stato accolto non dai filosofi, ma dai poveri e dai piccoli. Il Regno è promesso ai poveri, ai dolci ed ai misericordiosi. La sapienza di Dio è follia agli occhi degli uomini. La doppia formazione di Paolo gli tornava utile. Paolo ha dovuto affrontare la mentalità ellenistica in ciò che concerne i corpi. Per i Greci il corpo è trascurabile, esso è un ostacolo alla realizzazione totale del destino umano. Esso è la tomba dell’anima. Sôma, Sêma (corpo, tomba), ripetevano i Greci. Per la Bibbia il corpo è una creatura di Dio. L’uomo è un corpo vivente. Perfino il corpo è chiamato ad essere glorificato. Paolo deve difendere la dignità del corpo. Egli non tollera il ricorso alle prostitute (6,12-20) e scomunica l’incestuoso che vive con la donna di suo padre (5,1-13). E’ la dignità del corpo che lo esige : il corpo, è il tempio dello Spirito e il dovere del cristiano e di servirsene per offrire a Dio il culto della sua fedeltà. Il corpo e chiamato a resuscitare, perché la resurrezione di Cristo primo nato di tra i morti, significa che egli trae tutta l’umanità dalla morte alla vita. Definendo il corpo come tempio dello Spirito, Paolo riprendeva una antica tradizione ebraica la quale sottolineava che tutti gli elementi presenti nel Tempio di Gerusalemme trovavano il loro corrispondente nel corpo umano e nel cosmo. Vi sono dunque tre templi dove l’uomo può incontrare Dio.

L’agape La mentalità greca favoriva la conoscenza. Apollo è il dio delle belle arti e del chiarore. Paolo ricorda ai Corinti che la scienza deve essere al servizio della carità. La comunità si costruisce grazie ai doni spirituali di cui Dio la gratifica. Questi carismi sono diversi, ma essi devono servire all’edificazione del corpo di Cristo che è la Chiesa. Questi doni provengono dallo Spirito. Vi è un solo e medesimo Spirito che opera nella Chiesa e che distribuisce i suoi doni come egli crede. Paolo riprende allora dai retori romani il confronto del corpo – il midrash ebraico lo conosce ugualmente : allo stesso modo come il corpo è un tutto unico avente più membra, e che tutte le membra non formano che un solo corpo, cosi è di Cristo. E’ in un solo Spirito che noi siamo stati battezzati per non formare che un corpo : Ebrei o Greci, schiavi o uomini liberi. Paolo ripeterà spesso che non vi è più né Ebreo né Greco, né schiavo né uomo libero, né uomo né donna. Nel Cristo tutti noi non formano che un solo corpo. Per comprendere questa insistenza occorre ricordarsi che nella preghiera del mattino l’Ebreo recitava una tripla benedizione : « Io ti benedico per non avermi creato pagano, ma Ebreo, per avermi creato libero e non schiavo ; uomo e non donna ». Dopo la resurrezione di Cristo questa formula e desueta agli occhi di Paolo. In mezzo ai più nobili doni, tutti devono cedere il passo all’amore (1 Cor 13,13). E’ ancora il l’amore-dono che permette ai cristiani di partecipare degnamente al culto eucaristico. Creando delle differenze tra loro nella mancanza di compartecipazione i cristiani offendono la carità fraterna indissociabile dal Banchetto nuziale di Cristo.

Continuità dei due testamenti San Paolo è il teologo della continuità del piano divino della redenzione che appare da una parte nell’unità dei due Testamenti, dall’altra nell’identità fondamentale tra lo stato del cristiano discolpato quaggiù e lo stato glorioso che gli è promesso. L’Antico Testamento, che si è compiuto nel Nuovo (Rm 1,2; 3,21), ha un carattere tipologico e profetico : è uno dei punti sui quali Paolo è stato profondamente illuminato dallo Spirito. Il Cristo è il si per eccellenza : tutte le promesse fatte da Dio ad Israele hanno trovato in lui la loro realizzazione (2 Cor 1,19-20). Paolo cita nominatamente l’Antico Testamento più di duecento volte, ed un rapido colpo d’occhio su una traduzione delle epistole permette di rendersi conto come al di fuori delle citazioni esplicite le reminiscenze sono continue, conformemente all’uso dei rabbini di ricorrere ai testi biblici per sostenere i loro ragionamenti. Le citazioni sono fatte più spesso secondo la versione greca dei Settanta, comune agli Ebrei ed ai cristiani della Diaspora, la maggior parte dei convertiti non conosceva l’ebraico. Accade che le citazioni siano approssimative e fatte a memoria e che esse siano delle semplici illustrazioni del pensiero per un riferimento alla Scrittura. Qualche volta lo stesso Paolo si avvicina alle tradizioni targumiche lette alla sinagoga. Qualche volta il ragionamento di Paolo non corrisponde alla nostra logica. Cosi la diffusione rapida del Vangelo e sottolineata nell’epistola ai Romani, 10, 18 con un versetto del salmo dove si tratta del linguaggio silenzioso degli astri percepito dovunque. Questo accomodamento non è un argomento scritturistico, si tratta di una semplice forma letteraria corrente presso gli Ebrei. Ma Paolo cita anche delle vere profezie, per esempio quando dichiara che il Cristo è morto per i nostri peccati e che egli è stato resuscitato conformemente alle Scritture (1 Cor 15,3-4) e cita sovente la Bibbia in senso letterale, come Osea 2,25, in Rm 9,25-26. D’altra parte Paolo dà al testo una completezza di significato che l’autore sacro non aveva senza dubbio intravisto, ma che era voluta da Dio e che egli riconosce alla luce della rivelazione evangelica. E’ alla luce della Resurrezione che la Scrittura trova il suo vero significato. La giustificazione per mezzo della fede in Ab 2,4 significa direttamente che la fede alle promesse divine sarà ricompensata con la fine della prigionia in Babilonia. Paolo vede in questa liberazione storica l’annuncio della vera liberazione, la salvezza messianica che sarà liberazione dal peccato e sorgente della vera vita del profeta : Il giusto vivrà per la fede è approfondita in una linea che non la deforma, perché si tratta di fiducia nella parola di Dio (Gal 3,11; Rm 1,17), rivelazione ancora frammentaria ai tempi del profeta e completata da Cristo (Eb 1,2). Paolo rinforza questo argomento con il salmo 142,2 ove si dice che nessuno è giusto davanti a Dio (Gal 2,16). Egli applica al caso degli Ebrei che attendono dalla Legge la loro discolpa l’affermazione senza restrizione del salmo ed egli si ritiene incaricato a dichiarare che nessuno è giustificato per mezzo delle opere della Legge, ciò che è inoltre stabilito per delle altre ragioni nei versetti che seguono (2,17). Alcuni ragionamenti scritturistici di Paolo non cessano di meravigliare il lettore moderno. Quando si ricordi la formazione rabbinica di Paolo, si comprendono meglio i suoi metodi di lettura ed il suo approccio al testo ispirato che deve parlare ancora al giorno d’oggi.

Tipologia Ai piedi di Gamaliele, Paolo aveva appreso a leggere le Scritture. Ma il Cristo Resuscitato si era manifestato a lui come colui che ha compiuto le Scritture. La lettura midrashica doveva cedere il passo alla lettura cristologica. Negli avvenimenti dell’Antico Testamento Paolo vede il carattere, la preparazione di quelli del Nuovo. La tradizione giovannea applica a Cristo gli episodi del serpente di bronzo (Gv 3,14), della manna (Gv 6, 32-33.58), dell’acqua viva (Gv 7,37-38), del buon pastore (Gv 10,11). I Sinottici usano lo stesso procedimento : il salmo 22 è applicato a Cristo durante la sua Passione (Mt 27,46); Gesù è il vero sposo e la vera vigna (Mc 2,19-20 ; Mt 22,1-14 ; Mc 12,1-9 ; Gv 15,1-8), la pietra angolare (Mc 12,10-11). La prima lettera di Pietro (2, 22-25) e l’autore dell’Apocalisse sottintendono la medesima dottrina. Paolo pone in principio che la Legge è l’ombra delle cose a venire (Col 2,17) e ne fa numerose applicazioni : Adamo è il tipo o figura di Cristo (Rm 5,12), la giustificazione di Abramo per mezzo della fede prefigura quella dei cristiani (Rm 4, 17.23) ; il Cristo è il vero agnello pasquale (1 Cor 5,7) ; l’antica alleanza annuncia la nuova conclusa nel sangue di Cristo (1 Cor 11,25), la manna del deserto e l’acqua sgorgata dalla roccia simbolizzano i sacramenti cristiani (1 Cor 10,1-6) e la punizione degli Israeliti privati dall’entrare nella terra promessa a causa della loro indocilità deve far temere ai cristiani la collera divina se essi seguono questo esempio (1 Cor 10,6-11) ; l’unione dell’uomo e della donna deve prendere esempio da quella di Cristo e della Chiesa (Ef 5,22-33) ; l’antico Israele, discendenza carnale di Abramo, prefigura l’Israele nuovo, secondo lo spirito (Gal 3,7-9.26), l’Israele di Dio (Gal 6,16) che non è più limitato ad un solo popolo, ma abbraccia tutta l’umanità (Gal 3,26-28).

Conversione Paolo esamina cosi il significato profondo dell’Antico Testamento. A Qumran gli Esseni avevano già paragonato le Scritture al pozzo d’acque vive dato al popolo nel deserto. I rabbini compararono incessantemente la Legge all’acqua. Tuttavia le Scritture sono orientate verso il Cristo. Dimenticare questo orientamento messianico, è far prova di cecità. Il velo che era sul volto d’Israele nella lettura dell’Antico Testamento cade definitivamente quando ci si converte al Signore (2 Cor 3,13-16). Questo ragionamento, senza dubbio valevole solamente per chi riconosce il carattere ispirato e profetico della Scrittura, porta una conferma alle altre prove della fede. Eccezionalmente Paolo lo usa nell’allegoria di Sara e di Agar (Gal 4,21-31) con una sottigliezza degna dei metodi rabbinici. Vi è dunque tutta una gamma nell’utilizzazione della Scrittura da parte di Paolo; ogni citazione deve essere pesata con cura onde evitare di maggiorare o minimizzare l’insegnamento dell’Apostolo.

Continuità della vita di grazia e della vita eterna L’unità e la continuità dei due Testamenti hanno per complemento e coronamento la continuità tra la vita della grazia quaggiù e la vita eterna. Il dono dello Spirito Santo fa del cristiano il figlio del Padre celeste ed il fratello e coerede del Figlio (Gal 4,6-7; Rm 8,16-17.29). Il cristiano diviene figlio nel Figlio. Egli è trasformato fino al profondo del suo essere e posto in un nuovo stato che egli può perdere per il peccato, ma che non differisce dalla vita eterna che nel grado e non in natura. Le lettere di Paolo ritornano in diversi modi su questo aspetto del mistero redentore. Il cristiano vive nel tempo e nell’eternità; gli ultimi tempi sono iniziati per lui. La parusia, presenza velata di Cristo nei cuori (Ef 3,17), è l’inizio della sua parusia finale nella gloria; nostra vita, nascosta ora in Dio con il Cristo, si schiuderà con lui nella gloria al momento del suo ritorno nella Gloria (Col 3, 3-4). La celebrazione eucaristica, nel corso della quale i cristiani annunciano il ritorno di Cristo, è il legame per eccellenza tra questi due avvenimenti (1 Cor 11-26). I pegni e le primizie dello Spirito che noi possediamo ora (2 Cor 1,22; 5,5; Ef 1,14; Rm 8,23) garantiscono il dono totale. Noi viviamo della vita di Cristo (Gal 2,20). Il regno di Dio è incominciato, attendendo di divenire completo e definitivo (1 Cor 15,24-28). Dio ci chiama al suo Regno ed alla sua gloria (1 Ts 2,12) e noi vi siamo ora introdotti strappandoci alla potenza delle tenebre (Col 1,13). Paolo riprende la definizione della Pasqua ebraica per parlare della Pasqua definitiva. E’ nella speranza che noi saremo stati salvati (Rm 8,24). Tuttavia la nostra salvezza e parzialmente acquisita, noi siamo nei giorni della salvezza (2 Cor 6,2). La liberazione dal peccato e dalla morte è iniziata; si tratta di rimanere fedeli. Il cristiano non è destinato alla collera, ma all’ottenimento della salvezza per mezzo di Gesù (1 Ts 5,9). Egli è salvato dalla bontà di Dio mediante la fede (Ef 2,8). Tempi ed eternità si compenetrano. Benché vivente sulla terra il cristiano è già cittadino dei cieli (Fil 3,20). Paolo rivolta in tutti i significati questo pensiero che caratterizza la speranza cristiana : esso non può sbagliare (Rm 5,5). Un’inadempienza ed un insuccesso non sono possibili. La connessione costante delle due prospettive temporale ed eterna che si frammischiano può a prima vista sembrare oscura. La giustapposizione dei due orizzonti era già conosciuta nel pensiero apocalittico.

Vista d’insieme sul piano redentore La dottrina della redenzione della salvezza traspare dappertutto nelle lettere di Paolo. Le sue grandi articolazioni sono facili da cogliere, sopratutto nell’epistola ai Romani. Altrove esse sono più diffuse. Nulla di strano che Pietro abbia avuto difficoltà a seguire il pensiero di Paolo. Quest’ultimo è molto meno occupato a dare un insegnamento sistematico che a rispondere alle questioni concrete delle comunità cristiane. Dei casi delicati di coscienza si presentano in alcune comunità. Inoltre dei dottori di menzogne cercano di dividere il gregge di Cristo. Le eresie nascenti, in particolare quelle dei giudaizzanti che preconizzavano un ritorno all’osservanza della Legge ebraica, hanno avuto tuttavia una fortunata influenza : esse hanno portato Paolo ad approfondire la sua dottrina, a formularla in maniera più precisa, più completa. Paolo parla del suo Vangelo (Gal 1,11; Rm 2,16). Attraverso quello, egli intende meditare il mistero della redenzione universale, mistero di Cristo che associa coloro che credono in lui alla sua morte ed alla sua resurrezione. L’umanità ha fatto l’esperienza del peccato. Nessuno penserà di negarla. Lo spettacolo di Atene riempita di idoli aveva indignato Paolo (At 17,16). Nell’epistola ai Romani (1,18-3,20)) è redatta una tavola della corruzione del mondo pagano e dell’infedeltà d’Israele, che pone gli Ebrei in situazione cosi spiacevole come i pagani. Il regno del peccato e della morte risale alla disobbedienza di Adamo che ha fatto perdere all’umanità l’amicizia divina ed ha scatenato le passioni malvagi. Gli uomini sono sprofondati nella rivolta contro Dio. Il mondo pagano non ha saputo riconoscere il Creatore nelle sue opere. Israele, benché favorita dalle rivelazioni divine, si è dimostrata indocile ed ha violato i precetti della Legge. La Legge non le ha dato la forza di vivere il messaggio rivelato. Dio aveva, nella sua misericordia, promesso per mezzo dei profeti un Messia discendente da Davide che ridarà i sei oggetti perduti a causa del peccato di Adamo e che concluderà la nuova alleanza con tutta l’umanità. Quando i tempi furono compiuti, Dio a inviato il suo unico Figlio, preesistente, creatore ed eterno come lui. Nato dalla discendenza di Davide, secondo la carne, il Figlio di Dio ha rivestito una natura umana soggetta alla sofferenza ed alla morte. Nel suo amore per gli uomini, egli si è fatto obbediente fino alla morte in croce, divenendo secondo una volontà eterna del Padre mezzo d’espiazione per gli uomini. La sua obbedienza ha riparato le disobbedienze di Adamo. Il nuovo Adamo crea cosi una nuova umanità. Per la fede in lui i peccatori sono giustificati ; la solidarietà in Gesù Cristo è più forte che la solidarietà in Adamo. Per manifestare l’efficacia del sacrificio di Cristo, Dio l’ha sovranamente esaltato con la resurrezione e l’ascensione. Glorificato alla destra del Padre, Gesù ha ricevuto il titolo di Signore. Come redentore egli riconcilia gli uomini con Dio. Tale è il messaggio della redenzione.

La redenzione E’ il sangue di Cristo che redime l’uomo peccatore (1 Cor 6,20 ; 7,23). Ma Dio che ci ha redenti senza di noi, non ci salva senza chiederci il nostro libero consenso; questa soluzione è degna di Dio e dell’uomo. La risposta alla chiamata di Dio è data dalla fede che è accettazione per mezzo dell’intelligenza del messaggio cristiano e consacrazione vitale del credente al Salvatore nel suo essere e nella sua vita. La fede è essa stessa un dono di Dio. Dio non la rifiuta agli uomini di buona volontà. L’adesione a Cristo porta il convertito a chiedere il battesimo, che significa una nuova nascita, il perdono del peccato ed il dono della vita soprannaturale (Rm 6,3-11) che lo fa morire, lo seppellisce e lo risuscita spiritualmente con il Cristo. Egli muore al peccato e vive d’ora innanzi per Dio nel Cristo. Per non decadere dal suo stato di giustificato, il cristiano deve lottare contro le tendenze malvagi che sussistono in lui. Paolo conosce l’antropologia delle due tendenze che sono presenti nel cuore dell’uomo. La vita diventa cosi una battaglia spirituale. Per riportare la vittoria il cristiano e armato con il dono dello Spirito che lo fortifica per crocifiggere la carne, per vivere nella pratica della carità e di tutte le virtù, per riprodurre in se l’immagine del Cristo, al fine d’essere trasformato in questa stessa immagine (2 Cor 3,8). Lo Spirito lo illumina, l’ispira, gli dà gli aiuti indispensabili per vivere veramente da figlio del Padre celeste, da fratello di Cristo, da membro del suo corpo e da tempio dello Spirito. L’Eucaristia che fa memoria del sacrificio redentore è il mezzo privilegiato di trasmettere ed accogliere la vita divina.

La Chiesa Depositaria dell’insegnamento di Cristo e degli apostoli, essa è guardiana della fedeltà alle esigenze della vita cristiana. Membro di questo grande corpo (Col 1, 24 : Ef 1,22-23), il cristiano non è isolato. Egli è sostenuto dalla preghiera, gli esempi ed i sacrifici dei suoi fratelli; egli sa che tutte le sue azioni contribuiscono all’edificazione del corpo di Cristo. Nella posizione in cui Dio l’ha chiamato, verginità o matrimonio, si ricorda che egli ha carico dei suoi fratelli, unito a loro dal legame dell’Eucaristia. Lavorando alla salvezza di tutti nello stesso tempo che sua, egli cammina con amore verso la vita gloriosa promessa. Nella speranza del ritorno di Cristo, egli collabora alla venuta del Regno. Né Ebreo né pagano Tutti gli uomini sono invitati a superare il nazionalismo ed a realizzare che non vi sia più né Ebreo né pagano, né schiavo né uomo libero. Se Israele nella sua grande maggiorità ha tenuto una benda sugli occhi, un giorno verrà in cui riconoscerà in Gesù di Nazaret il Messia annunciato dalle Scritture. La sua incredulità ha portato la benedizione sui pagani; ma le promesse divine non saranno messe in scacco. Il popolo eletto rimane amato da Dio per merito dei Padri e sarà salvato a sua volta. Un terribile dramma si giocò in effetti dopo la caduta del primo uomo. Il Cristo ha vinto Satana sulla croce. Ma i nemici di Cristo e del Vangelo non hanno perduto tutta la loro virulenza e la battaglia continua. Il mistero d’iniquità, l’uomo del peccato che si sostituisce a Dio, sono sempre in azione. Delle apostasie affliggono la Chiesa. Tutti i cristiani sono attori in questo dramma e sono invitati a perseverare fino alla fine. Coloro che rimarranno fedeli saranno per sempre con il Cristo quando la morte verrà a porre un termine al loro soggiorno sulla terra. La battaglia proseguirà fino al giorno conosciuto soltanto da Dio quando il Salvatore discenderà dal cielo, annienterà l’Empio con il soffio della sua bocca ed il fulgore del suo avvento (2 Ts 2,1-12). Distruggendo la morte stessa, Gesù resusciterà per l’azione dello Spirito Santo, coloro che si sono addormentati; allora egli rimetterà il Regno nelle mani di suo Padre, i corpi mistici avranno raggiunto la loro statura perfetta e Dio sarà ormai tutto in tutti (1 Cor 1,24-28). Paolo insiste molto sulla libertà del cristiano. Da sottile dialettico egli afferma che tutto appartiene al cristiano, ma il cristiano appartiene a Cristo ed il Cristo appartiene a Dio. Tutto ciò che tiene conto di questo orientamento finale è lecito. « Ama e fai ciò che vuoi », dirà sant’Agostino. Paolo ed i suoi discepoli non furono dei teorici né degli speculativi. Prima di tutto essi furono dei pastori, sacerdoti ad illuminare il popolo di Dio. La loro teologia inizia da una vita spirituale profonda che fa di loro degli innati ottimisti. Sicuri dell’amore divino e della vittoria di Cristo sulla morte, essi avanzano in mezzo alle difficoltà. La croce e le prove non furono loro risparmiate. Ma unendo le loro sofferenze a quelle di Cristo essi completano nei loro corpi ciò che manca alla passione di Cristo (Col 1,24). In effetti, il Cristo è in agonia fino alla fine dei tempi.

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