“I VIAGGI MISSIONARI DI PAOLO”

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“I VIAGGI MISSIONARI DI PAOLO”

Duemila anni fa Paolo ha macinato quasi 14 mila chilometri: è stato uno che, per quel tempo e in quelle condizioni, ha viaggiato tanto. Ma cosa spingeva questo uomo a fare tutto quello che ha fatto? Io credo che ci sono molte cose di Paolo che fanno si che sia veramente un uomo del nostro tempo: noi abbiamo molte cose in comune con lui. Duemila anni fa Paolo ha macinato quasi 14 mila chilometri: è stato uno che, per quel tempo e in  quelle condizioni, ha viaggiato tanto. Ma cosa spingeva questo uomo a fare tutto quello che ha fatto? Io credo che ci sono molte cose di Paolo che fanno si che sia veramente un uomo del nostro tempo: noi abbiamo molte cose in comune con lui. La prima è questa: non sappiamo se Paolo abbia conosciuto Gesù quando Gesù viveva sulla terra. Quindi Paolo, come noi, è uno che è arrivato alla fede grazie all’esperienza del Risorto: un incontro con il Cristo risorto gli ha cambiato tutta la vita. Questa esperienza, leggendo gli scritti di Paolo, sembra che sia stata una grande esplosione di libertà. Per poter amare uno deve essere libero: la libertà è una condizione dell’amore, non si può amare in una forma obbligata.  A me piace descrivere Paolo come un ‘postmoderno’, perché racchiudeva in sé le culture del suo tempo. Era un ebreo nato in una città greca – Tarso (nel sud della Turchia) – e allo stesso tempo era anche un cittadino romano, quindi aveva dentro di sé la confusione del suo tempo e ha fatto una scelta come quelle che vediamo fare anche oggi: è andato a cercare le sue radici. Per questo motivo ha lasciato la sua terra per andare a Gerusalemme a studiare sotto i Farisei. E’ andato alla migliore scuola che c’era in quel tempo, quella di Galaliele, che era tra i più grandi latini presenti a Gerusalemme in quel tempo. In questo modo ha voluto affermare la sua identità. Nella lettera ai Filippesi Paolo descrive il suo curriculum vitae dicendo: “Io sono ebreo, nato da ebrei della tribù di Benjamin, fariseo di Farisei irreprensibile”.  Teneva veramente a tutte le sue credenziali e per questo quando ha visto nascere all’interno della comunità degli Ebrei una nuova corrente che sembrava una nuova setta – il Cristianesimo- ha voluto perseguitare e cancellare quello che appariva un momento di divisione. Paolo compare nella Sacra Scrittura per la prima volta negli atti degli Apostoli, dove si racconta di un giovane chiamato Saulo che chiese il permesso di andare a Damasco per perseguitare i Cristiani. Ed è lì che avvenne l’esperienza forte della sua vita: fu accecato lungo il cammino verso Damasco e la tradizione rappresenta questo episodio con l’immagine di Paolo che cade dal suo cavallo. Un aspetto curioso sta nel fatto che nel Nuovo Testamento non si fa menzione del cavallo, ma gli artisti hanno sempre rappresentato il momento della caduta.  In quell’esperienza ci sono cose molto interessanti. Paolo che credeva di vedere con chiarezza, di avere tutte le certezze, viene colpito proprio nella vista. Questo vuol dire che spesso uno crede di avere tutte le certezze ma in realtà non sta veramente vedendo. Da qui nasce tutta l’esperienza di Paolo. In questo momento di buio venne chiamato Anania, a cui il Signore disse di andare a battezzare Paolo e Anania inizialmente resistette ma alla fine lo battezzò. Poi il Signore disse a Paolo “Io ti ho scelto per essere un mio testimone davanti a tutte le genti”. Quindi Paolo ebbe un primo contatto con i discepoli, che hanno guardato verso di lui con un po’ di sospetto. La sua accettazione all’interno della comunità non è avvenuta immediatamente. Per questo Paolo si ritirò verso il deserto dell’Arabia, per meditare sull’esperienza avuta e per lasciarla crescere. Anche questo è molto interessante per noi, perché spesso pensiamo che la conversione sia una cosa che avviene automaticamente, da un giorno all’altro, ma purtroppo le cose non funzionano così. Ci vuole tempo e anche sforzo per approfondire e lasciare che quest’esperienza prenda forza dentro di noi.  Paolo visse la sua esperienza nel momento in cui c’era Barnaba e Barnaba andò a cercarlo a Tarso e lo portò nella comunità di Antiochia di Siria, dove Paolo cominciò a fare vita di comunità all’interno di questa comunità che ha dato il nome di Cristiani ai seguaci di Cristo, prima chiamati discepoli del Nazzareno. In quella comunità Paolo e Barnaba ricevettero la chiamata di andare a predicare il Vangelo e di rendere testimonianza della Risurrezione. Durante il primo viaggio Paolo e Barnaba portarono con loro Marco, che la tradizione identifica come colui che dopo fu l’interprete di San Pietro a Roma ed è l’autore dell’omonimo Vangelo. Ma poi Marco li abbandonò e quando arrivò il momento del secondo viaggio le strade di Barnaba e di Paolo si separarono e questo divenne l’occasione per diffondere di più il Vangelo, perché Barnaba andò verso Cipro e Paolo verso l’Asia Minore. In questo modo, passando attraverso la zona di Filippi (oggi la regione di Chetala in Grecia) Paolo entrò in Europa. Poi si diresse verso il centro della cultura – Atene – e lì cercò di convincere i Greci a convertirsi al Cristianesimo, anche utilizzando un approccio filosofico. Nell’Areopago di Atene disse “Voi adorate un Dio ignoto” e citò i pensatori greci, poi quando arrivò il momento di parlare di Risurrezione i presenti gli dissero che non volevano più ascoltarlo e lui si rese conto che era chiamato non tanto a convincere con gli argomenti quanto ad essere testimone del Vangelo della Risurrezione. Così quando più tardi nella sua vita scrisse ai Corinzi disse “Quando sono venuto in mezzo a voi non sono venuto con grande sapienza ma con umiltà, come testimone del Cristo crocifisso”.  Paolo ha dovuto imparare qual è il cammino dell’apostolo e questo vale anche per noi, che spesso pensiamo che dobbiamo convincere tutte le persone a forza di argomenti, affinché vedano che noi siamo coloro che posseggono la verità. Ma in realtà è la verità che possiede noi, che ci ha cooptato, e noi siamo suoi servitori. Per tanto quello che siamo chiamati a fare è rendere testimonianza di ciò che abbiamo conosciuto e toccato con le nostre mani, e rendere testimonianza vuol dire avere vissuto un’esperienza. Quindi per essere veri testimoni dobbiamo entrare in profondità in questa esperienza. Così Paolo cominciò a diffondere il Vangelo. Secondo gli storici la prima cristiana europea fu una donna, Lidia, e dalle parti di Chetala c’è una chiesa dedicata proprio a questa prima cristiana. Dopo l’ingresso nel continente europeo Paolo viaggiò fino ad arrivare a Roma. Esiste però un altro viaggio di Paolo, che io definisco il suo viaggio più lungo, ed è quello interiore. Noi di solito parliamo dei viaggi apostolici, ma lui ha fatto un viaggio interiore molto più avventuroso di tutti gli altri: quello di passare dalla religione ebraica al Cristianesimo. E in questo viaggio credo che abbia scoperto cose che sono state veramente sconvolgenti per lui, perché si era affidato ad una serie di leggi per trovare le certezze – alla dottrina dei Farisei – ma poi dopo l’incontro con Gesù si rese conto che l’uomo non può essere salvato da una serie di cose scritte. Serve un altro uomo, un Dio-uomo, ed è solo nell’incontro con un’altra persona, se questa è Dio stesso, che l’uomo fa veramente un’esperienza piena dell’amore. Questo è avvenuto nella vita di Paolo: è stata un’esperienza talmente forte che lui ha sentito il bisogno di condividerla con tutte le persone che incontrava ed è per questo che si è dedicato a viaggiare tanto. Ed è bello vedere che ha avuto, grazie al suo incontro con Cristo, una trasformazione nella sua personalità: all’inizio era un po’ spigoloso come persona, non era facile, ma con il passare del tempo è diventato molto dolce. Se si prendono le sue ultime lettere, quelle a Timoteo, si vede che scrive quasi come un padre anziano a suo figlio, dandogli dei consigli. Lui stesso dice: “In me la grazia di Dio non è stata vana”. Infatti la grazia di Dio ha saputo ammorbidire questo uomo che era così duro. C’è stata una crescita spirituale nella sua vita, fatta anche di momenti di lotta. Basti pensare che nella lettera ai Romani dice: “Io con il mio spirito e la mia anima voglio fare quello che Dio vuole, ma allo stesso tempo mi trovo a fare quello che non devo fare”. E questa è la lotta che vive ciascuno di noi: spesso sappiamo quello che dobbiamo fare, il problema è che non lo facciamo. Solo Gesù può liberaci. Paolo, quindi, si affida al Signore e per questo ciascuno di noi, cercando di entrare nella sua esperienza interiore, può trovare tanti spunti per la sua vita. Paolo ha avuto anche problemi all’interno della Chiesa e credo che anche questo sia molto importante per noi, perché spesso ci sono persone che vivono della difficoltà all’interno della Chiesa e decidono di allontanarsi. Questo, però, non deve succedere. Anche Paolo ha avuto da discutere con Pietro, ma non ha detto “Vado via e mi faccio la mia chiesa”, al contrario ha lottato per l’unità, anche nelle differenze di posizione. Nella lettera ai Galati dice “Pietro è venuto qui, gli ho detto tutto quello che dovevo dirgli”, ma  rimane fedele a Cristo e alla sua Chiesa. Queste sono  per noi lezioni di un’attualità enorme. Avendo questa vocazione che il Papa ci ha concesso – di vivere un anno Paolino – noi dobbiamo riscoprire questa figura, conoscerla da vicino e questo dovere incombe soprattutto sui romani, perché Paolo era cittadino romano, ha vissuto in questa città ed ha dedicato una bella lettera di Romani.   Paolo a Roma  Paolo a Roma arrivò come prigioniero. Quando tornò a Gerusalemme, alla fine del suo secondo viaggio, venne preso come prigioniero e da Cesaria Marittima venne trasportato fino a Roma, passando per Malta, Siracusa e Pozzuoli. Gli storici dicono che nel primo periodo visse nella zona tra Largo di Torre Argentina e Campo de’ Fiori, dove c’è la chiesa di San Paolo alla regola che commemora la sua presenza. La chiesa si trova all’interno del vecchio quartiere dei tessitori: Paolo, infatti, era un tessitore di tende. Lì visse come prigioniero. In quel tempo le prigioni erano gestite anche da imprese private, c’erano persone che avevano delle carceri e si offrivano di prendere i prigionieri. Anche Paolo finì in una casa privata e fu soggetto a restrizioni. Ebbe anche contatti con la comunità di Roma e da qui cominciarono a sorgere le prime comunità cristiane.  Poi ci fu un periodo in cui ebbe la possibilità di viaggiare da Roma fino a Santiago: c’è una tradizione in Spagna che ricorda un passaggio di Paolo. Ma durante la persecuzione di Nerone Paolo si trovava nuovamente a Roma, viveva in una casa che, secondo gli storici, è identificabile con la Chiesa di Santa Maria in via Lata, sull’attuale Via del Corso. A Roma fu condannato e ucciso, nel luogo in cui sorge oggi l’Abbazia delle Tre fontane, e il suo corpo fu depositato nella attuale Chiesa di San Paolo fuori le mura, dove ancora ci sono il sarcofago e le catene con cui era stato legato. Un altro luogo importante è il Carcere Mamertino nei Fori imperiali, in cui Paolo e Pietro furono tenuti prigionieri. Pietro venne, poi, crocifisso perché non era cittadino romano, mentre Paolo fu decapitato e, secondo la tradizione, quando gli tagliarono la testa questa rimbalzò facendo sgorgare le tre fontane.  A Roma ci sono tante testimonianze della presenza di Paolo e dei pellegrini che, sin dal II secondo secolo, venivano a Roma per venerare i resti di Pietro sul colle Vaticano e di Paolo sulla via Ostiense, a San Paolo fuori le mura. E questa tradizione è rimasta ininterrotta fino ai nostri giorni. Nel ricordare la figura di Paolo è bello che anche noi cerchiamo di conoscere questi luoghi, perché sono legati alla sua vita. Per questo noi dell’Opera Romana Pellegrinaggi abbiamo creato un itinerario Paolino da fare con i nostri autobus scoperti bianchi e gialli – si chiamano Roma Cristiana – che girano per la città. All’inizio dell’itinerario si riceve una scheda (la “Paolina”), su cui si attacca un adesivo man mano che si percorrono le diverse tappe. E’ una piccola proposta per aiutare chi vuole vivere questa esperienza di Paolo a Roma.   Itinerari Paolini nel mondo Naturalmente ci sono anche molti altri pellegrinaggi che stiamo proponendo sulle orme di Paolo. Quest’anno in particolare proponiamo la possibilità di seguire le sue orme in Turchia, in Grecia e in Siria, dove ci sono ancora la Via Dritta menzionata negli atti degli apostoli e la casa di Anania. La Siria è una nazione islamica, ma molto rispettosa, tanto che il governo siriano ha accolto l’idea del Santo Padre di lanciare l’anno Paolino e lo sta celebrando ufficialmente. Sono stati ripristinati i luoghi legati a San Paolo e si può anche andare alla chiesa che commemora il luogo della sua caduta o alla parte delle mura della città di Damasco da cui Paolo scappò perché cercavano di ucciderlo. La Siria offre anche un altro dato interessante. Gesù parlava l’aramaico che era la lingua della gente, mentre l’ebraico era la lingua ufficiale della preghiera, e uno dei luoghi del mondo in cui oggi si conserva ancora quella lingua è Malula in Siria. Andare lì a sentire le persone che pregano il Padre Nostro in aramaico ti fa pensare quasi di sentire come Gesù l’avrebbe insegnato ai suoi discepoli.  Un altro posto interessante è Malta, dove si trova la grotta del naufragio di San Paolo. L’anno prossimo proporremo a tutte le persone che già hanno fatto l’esperienza del pellegrinaggio in Terra Santa di continuare a seguire le orme del Cristianesimo, perché se Gesù è vissuto in Palestina, il passo successivo della Chiesa, subito dopo la risurrezione, fu quello di dar vita ad un movimento che si spinse verso l’Asia Minore, per poi arrivare a Roma. Quindi se uno vuole veramente sapere come la fede si è diffusa da Gerusalemme fino ai confini della terra può anche seguire la traccia dei viaggi di Paolo e gradualmente arrivare a vedere come la fede è arrivata qui a Roma e da qui, con l’impulso missionario, è poi ripartita per le diverse parti del mondo. Credo che questa occasione – che il Papa ha definito ecumenica – sia importante in diversi sensi perché ci dà la possibilità di conoscere le Chiese ortodosse, che condividono con noi tutto tratte il fatto di riconoscere il Papa come capo della Chiesa. Ci sono diverse tradizioni, perché loro hanno la liturgia di San Giovanni Crisostomo mentre noi utilizziamo quella latina, però è bello imparare anche cose diverse. Anche scoprire la chiesa orientale, che ha sviluppato molto la parte contemplativa. Giovanni Paolo II parlava di una Chiesa che respira con due polmoni: noi siamo dentro un polmone, conoscere l’altro ci aiuta dal punto di vista ecumenico. Poi si dovrebbe conoscere anche la Chiesa protestante, che riconosce la figura di Paolo. Anche la polemica di Lutero con Roma era nata dalla lettura della lettera ai Romani. Credo che soprattutto oggi abbiamo bisogno di conoscere gli altri, perché il mondo sta diventando ‘globalizzato’ e quindi oggi si entra in contatto con realtà diverse ed è importante conoscerle anche per sapere come noi ci poniamo davanti ad esse. L’anno Paolino, quindi, ha una valenza ecumenica importante: conoscere la parola di Dio vivendo l’esperienza di Paolo. Questi itinerari che proponiamo sono anche esperienze di viaggi dentro l’anima di Paolo, di questo uomo che non aveva paura, che ha testimoniato fino all’ultimo l’esperienza della risurrezione. Domandarci da dove Paolo prendesse tutta la sua forza permetterà anche a noi di trovare la forza per  testimoniare la nostra fede.   Domanda di Don Francesco Che forma assume questo viaggio interiore a Roma? Come si apre al mistero della risurrezione in questo caso? Per noi rimane un po’ misterioso dagli Atti degli Apostoli.   Risposta Il Cardinale Martini aveva un corso di esegesi spirituale predicato su Paolo e le sue confessioni e iniziava gli esercizi spirituali parlando delle tre fontane. Alla fine della sua vita Paolo compie una specie di ‘retropensiero’, guarda alla sua vita passata. Esaminando i suoi ultimi scritti – per esempio le lettere a Timoteo e a Filemone – ci si accorge della sua trasformazione. Lui stesso dice che si stavano per sciogliere le vele della sua esperienza, in quanto ha visto un nuovo orizzonte che si apriva, l’approssimarsi dell’incontro con Gesù, che lui ha cercato di testimoniare durante la sua vita. E credo che gli anni a Roma, soprattutto il periodo in cui lui, persona attiva, era costretto a stare fermo, sono stati anni di una meditazione interiore di questa esperienza e quasi di preparazione per l’incontro definitivo con il suo destino.  E’ stato il periodo della maturazione profonda della sua esperienza di Cristo e dagli scritti di quel periodo si vede che era arrivato ad un certo livello di intimità con il Signore. Nella lettera ai Galati dice: “Questa vita che io vivo nella carne la vivo nella fede del figlio di Dio, che mi ha amato e salvato”. Si possono trovare alcuni passaggi interessanti: infatti prima parlava del nostro Signore Gesù Cristo, ora parla del mio Signore. Questo indica un ulteriore passaggio nella sua maturazione, perché la sua esperienza non è più solo generica – il nostro Signore – ma personale: il mio Signore.

  La personalità di Paolo Alcuni sostengono che Paolo fosse un epilettico, perché scrisse: “Quando io sono venuto in mezzo a voi non mi avete sputato in faccia”. In quel tempo, infatti,  quando uno aveva un attacco di epilessia si pensava che fosse posseduto da uno spirito e si esorcizzava questo spirito sputando in terra. Poi si dice che avesse una psicologia molto ossessiva, perché era uno che poteva dire Gesù e Cristo anche cinque volte in una stessa frase. Inoltre era uno che quando prendeva una posizione era molto deciso. Vi dico questo perché noi siamo abituati a vedere i Santi come uomini o donne perfetti, ma in realtà non lo sono. La differenza tra i Santi e noi è che loro sono riusciti anche a valorizzare i loro difetti nell’amore per Dio: per esempio una persona testarda non lo era per se stessa, per motivi egoistici, ma lo era per il Vangelo. Cito un altro esempio che è molto vicino ai nostri tempi. Madre Teresa di Calcutta – che io ho avuto la grazia di conoscere – era una persona testarda, anche difficile, perché quando aveva un’idea in testa non c’era niente da fare. Questo sarebbe stato un difetto se lo avesse utilizzato per se stessa, invece lei era riuscita trasformarlo nella sua preoccupazione per aiutare i poveri e quello che normalmente è un difetto in una persona come lei è divento forse una virtù.  Anche noi quando stiamo facendo il nostro cammino spirituale a volte siamo ossessionati dal desiderio di cancellare i nostri difetti per diventare persone perfette, ineccepibili. Invece la cosa importante è riuscire a far crescere tanto l’amore di Dio e l’amore verso il prossimo in modo che possano prendere il sopravvento sulle nostre limitazioni. Questo è il segreto della vera ricerca della santità e noi lo vediamo in figure come Paolo e Pietro: analizzando le loro figure si vede che sono stati uomini fatti della stessa pasta di ciascuno di noi, però loro hanno preso sul serio l’esperienza della risurrezione. Noi purtroppo ci siamo abituati, ma mai nella storia dell’umanità si è registrata una risurrezione, che è una trasformazione. Gesù risorto è uno che non ubbidisce alle leggi dello spazio e del tempo e questo rende il Cristianesimo unico all’interno di tutte le religioni storiche, perché il Signore è risorto e vive fuori e, allo stesso tempo, dentro il tempo e lo spazio. Quando preghiamo Gesù oggi stiamo pregando una persona di 2000 anni fa, che allo stesso tempo è un nostro contemporaneo. Gesù vive in mezzo a noi. Se noi leggiamo il momento della caduta di Paolo lungo il cammino di Damasco, vediamo che lui ha sentito dentro una voce che gli domandava: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. In realtà Paolo non stava perseguitando Gesù, ma i Cristiani. Quindi si rende conto che Gesù vive nei suoi Cristiani e nella sua Chiesa.  C’è una identificazione della continuità della presenza del Signore nella vita della sua Chiesa e dei suoi fedeli e questo per Paolo è stata come un’esplosione, nella testa e nel cuore, che ha portato alla sua grande trasformazione. Purtroppo per noi, che le sentiamo tutti i giorni, queste cose perdono la loro forza. Dobbiamo soffermarci sulle parole della salvezza e la salvezza vuol dire liberare dal male, che c’è in noi e attorno a noi. Queste sono parole capaci di salvare. L’invito è a pregare Paolo, perché ci faccia vivere un briciolo dell’esperienza che lui ha vissuto, perché se lo viviamo la nostra vita ci trasformerà. Leggendo l’inno alla carità ci si domanda come una persona possa arrivare a tutto questo, quando noi ci arrabbiamo appena uno ci calpesta i piedi. Questo succede quando uno è veramente riuscito ad entrare nella profondità dell’esperienza di Cristo, che è capace di cambiare questo mondo.

E l’anno Paolino ci dovrebbe rinnovare. Il Cristianesimo in fondo è una esperienza gioiosa, forse noi l’abbiamo reso un po’ cupo, invece dovremmo essere persone gioiose. Paolo dice: “Chi ci separerà dall’amore di Dio? La morte?” Nemmeno quella! E riscoprire questo Cristianesimo dei nostri primi Cristiani ci dà questa gioia di viverlo. Io vengo da un paese in cui la chiesa cattolica ha solo 120 anni di presenza ufficiale e sono nato in un contesto in cui avevo amici musulmani, protestanti e cattolici. Noi cattolici sentivamo fortemente la nostra identità ed eravamo orgogliosi di esserlo. Forse le chiese giovani ancora hanno questa grinta, noi dobbiamo riscoprire questa gioia della fede, che è un grande dono. Nessuno può fare nulla per meritare questo grande dono se non la misericordia di Dio che ce lo concede.   Domanda Da dove parte l’itinerario Paolino a Roma? Risposta In genere i nostri pullman partono da San Pietro. L’esperienza di Paolo a Roma è legata molto anche a quella di Pietro: il Papa disse che come Remo e Romolo sono i fondatori della Roma antica così Paolo e Pietro sono le colonne della Roma cristiana. A San Pietro abbiamo degli uffici ed è lì che si prendono le “Paoline”. Se ci sono dei gruppi possiamo anche fare in modo di organizzare con un animatore pastorale che aiuti a vivere meglio l’esperienza del cammino Paolino.   Domanda Sentendo parlare di San Paolo viene quasi da pensare che sia stato quello che ha dato più fondamenti ideologici alla Chiesa. Perché allora San Pietro è sempre il primo a cui si fa riferimento? Risposta Pietro ricopre quel ruolo non perché glielo abbiano dato gli uomini, ma perché Gesù l’ha scelto. Gesù ha detto a Pietro: “Tu sei la roccia e sopra questa roccia io edificherò la mia chiesa”. Poi, dopo la risurrezione, dopo che Pietro lo aveva rinnegato, il Signore lo conferma dicendo: “Pasci i miei agnelli”. Quindi il ruolo di Pietro è per vocazione. Per me questa è una delle prove dell’autenticità del Vangelo, perché se i vangeli, come qualche autore moderno dice, fossero stati costruiti per raccontare delle storie, avrebbero cercato di fare bella la figura del primo Papa, invece Pietro viene descritto in tutti i suoi difetti.  Il suo ruolo come capo della chiesa è stato disegnato da Gesù stesso e tutti l’hanno riconosciuto. Anche Paolo, dopo la sua esperienza, ha detto: “Io sono andato a Gerusalemme e non vidi nessuno degli altri apostoli tranne Cefa e Giacomo”. Effettivamente Paolo aveva una base culturale più ampia, era cittadino romano, aveva vissuto in Grecia e aveva studiato la teologia ebraica. Aveva più strumenti e anche il suo vocabolario è più ricco di quello degli altri. Ma il Signore aveva consegnato a Pietro questo ruolo e il suo primato fu sempre riconosciuto, perché non era il frutto di un voto espresso dagli uomini, ma gli era stato dato dal Signore.   Intervento Infatti si legge che Paolo non è un costruttore di chiese ma un suscitatore di comunità ecclesiali. Risposta Si, Paolo costituiva queste comunità e poi inviava le lettere per mantenere un contatto, per sostenerle nella fede. Paolo si autodefiniva l’ultimo degli apostoli.   Domanda Si sa che nella persecuzione contro i Cristiani Paolo mettesse tutto se stesso, perché pensava che fossero dei bestemmiatori, e quindi doveva difendere il Dio in cui lui credeva e l’amore per il suo Dio. Potrebbe essere che nel momento della caduta, della conversione, riconoscendo Gesù come il suo Dio, lui abbia usato quella stessa forza per evangelizzare? Risposta Si, potrebbe essere. Gli altri apostoli ci descrivono Paolo come una persona energica, pertanto quando perseguitava lo faceva con forza. Ha dovuto sopportare naufragi, fame, flagellazioni e tante altre sofferenze e credo che ci voglia qualcosa di sovraumano per sopportare tutto questo. Tutti noi sappiamo che arriva un momento in cui uno si domanda “chi me lo fa fare?” e osservando  quanto Polo abbia spinto se stesso per andare avanti, si vede che lui stesso dice: “Conosco colui in cui io ho posto la mia fiducia, è lui che mi dà la forza”.   Domanda Quanto la conoscenza di Cristo da parte di Paolo è dovuta alla visione che ha avuto e quanto invece alla conoscenza della sua vita attraverso gli apostoli? Risposta Noi non sappiamo nemmeno quanto è durata quella visione, sappiamo solo che è stato un momento di luce, che lo ha accecato. Sappiamo anche che più tardi ha avuto qualche esperienza mistica, che lui stesso descrive. Leggendo le sue lettere non troviamo molti dettagli della vita di Gesù, sembrerebbe quindi che lui abbia imparato dalle persone che aveva attorno, dal contatto con la comunità. La sua conoscenza con Gesù, però, è soprattutto frutto di una meditazione profonda di quello che lui ha imparato e vissuto nella propria vita. I primi tre vangeli sono più storici, nel senso che sono racconti, quello di Giovanni invece è più teologico, perché trasmette le sue riflessioni. Anche Paolo nei suoi scritti non racconta fatti ma esprime l’esperienza che ha vissuto.   Domanda Possiamo dire che la forza che Paolo aveva prima della conversione derivava dal rapporto con Dio attraverso l’osservanza della legge e che dopo la sua forza derivava dalla conoscenza dell’amore di Cristo? Risposta Si, Paolo stesso quando scrive sulla legge è molto critico. E questo è interessante anche per noi. La legge non salva, ma ti rende schiavo e nell’incontro con Cristo Paolo ha visto che l’amore è più forte della legge e ti rende libero. Questo è stato il grande impulso della vita di Paolo ed è lo stesso anche per noi. Non sono i comandamenti che ci salvano, i comandamenti sono dei precetti che ci aiutano a preservare il grande dono che abbiamo ricevuto.   Mosé salì sulla montagna e incontrò Dio, che aveva scelto questo popolo come suo popolo, con cui stabilire un’alleanza e per conservare questa amicizia era necessario non fare certe cose. Infatti la seconda parte del decalogo contiene tutti comandamenti negativi. Alla base di questi comandamenti c’è la nostra amicizia con il Signore e noi li osserviamo perché ci teniamo a questo rapporto e non vogliamo rovinarlo. Questo dà senso ai comandamenti, perché altrimenti la legge diventa un fardello pesante e vuoto. E’vero che appena ne abbiamo l’occasione li mettiamo da una parte, ma se noi custodiamo il nostro rapporto con il Signore come qualcosa di prezioso, allora faremo di tutto per conservarlo, farlo crescere e non fare niente che possa nuocergli in nessun modo.   Intervento La profondità e la vastità di Paolo sono senza limiti e confini, ma la sua grandezza sta nella sua unione con Cristo e io la vedo specialmente in due punti: quando dice “Non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me” e poi quando parla della carità. Questi due punti mi riassumono tutta la sua grandezza. Risposta Ha toccato due punti fondamentali. Questa è la bellezza della fede cristiana: l’amore verso Dio che si manifesta nell’amore verso la creatura in cui Dio ha depositato la sua immagine. E il cristiano vero, innamorato di Dio, amando Dio ama tutti gli uomini, perché ogni uomo è fatto a sua somiglianza ed è per questo che San Giovanni dice che chi dice di amare Dio e odia suo fratello è un bugiardo. La nostra sfida da Cristiani, quindi, è mantenerci su questi due aspetti che sono un binario unico da percorrere: l’amore verso Dio e l’amore verso il prossimo. Matteo ci dice che alla fine della vita, quando noi verremo giudicati, il Signore ci dirà: “Ero forestiero, ero nudo, ero in prigione, quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli l’avete fatto a me”.   Pertanto l’amore verso il prossimo diventa anche una manifestazione del nostro amore. Un Cristiano, però, non può dimenticare l’amore verso Dio e andare sul sociale, perché alla fine noi siamo chiamati ad amare il prossimo come Dio lo ama ed è questo che ci permette di poter amare anche quelli che ci fanno del male: amare l’altro nonostante se stesso. Noi non amiamo il prossimo per i suoi meriti ma perché l’amiamo in Dio. C’è un aneddoto molto bello del cardinale di Kinshasa. C’erano dei conflitti tra Musulmani e Cristiani ed alcune persone hanno perso la vita, lui era molto arrabbiato perché alcuni Cristiani erano morti e mi disse: “Sai io non ce l’ho con i Musulmani, ma ce l’ho con il Signore che mi ha detto che li devo amare”. Nostro Signore ci ha detto questo. La vita in Cristo e l’inno alla carità sono le due dimensioni della nostra fede.   (Teologo Borèl) Gennaio 2009 – autore: padre Cesare Atuire

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