Archive pour avril, 2016

DALLE «OMELIE SUI VANGELI» DI SAN GREGORIO MAGNO, PAPA – GIOVANNI 20, 24

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DALLE «OMELIE SUI VANGELI» DI SAN GREGORIO MAGNO, PAPA – GIOVANNI 20, 24

(Om. 26, 7-9; PL 76, 1201-1202)

«Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù» (Gv 20, 24). Questo solo discepolo era assente. Quando ritornò udì il racconto dei fatti accaduti, ma rifiutò di credere a quello che aveva sentito. Venne ancora il Signore e al discepolo incredulo offrì il costato da toccare, mostrò le mani e, indicando la cicatrice delle sue ferite, guarì quella della sua incredulità. Che cosa, fratelli, intravedere in tutto questo? Attribuite forse a un puro caso che quel discepolo scelto dal Signore sia stato assente, e venendo poi abbia udito il fatto, e udendo abbia dubitato, e dubitando abbia toccato, e toccando abbia creduto? No, questo non avvenne a caso, ma per divina disposizione. La clemenza del Signore ha agito in modo meraviglioso, poiché quel discepolo, con i suoi dubbi, mentre nel suo maestro toccava le ferite del corpo, guariva in noi le ferite dell’incredulità. L’incredulità di Tommaso ha giovato a noi molto più, riguardo alla fede, che non la fede degli altri discepoli. Mentre infatti quello viene ricondotto alla fede col toccare, la nostra mente viene consolidata nella fede con il superamento di ogni dubbio. Così il discepolo, che ha dubitato e toccato, è divenuto testimone della verità della risurrezione. Toccò ed esclamò: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto» (Gv 20, 28-29). Siccome l’apostolo Paolo dice: «La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono», è chiaro che la fede è prova di quelle cose che non si possono vedere. Le cose che si vedono non richiedono più la fede, ma sono oggetto di conoscenza. Ma se Tommaso vide e toccò, come mai gli vien detto: «Perché mi hai veduto, ha creduto?» Altro però fu ciò che vide e altro ciò in cui credette. La divinità infatti non può essere vista da uomo mortale. Vide dunque un uomo e riconobbe Dio, dicendo: «Mio Signore e mio Dio!». Credette pertanto vedendo. Vide un vero uomo e disse che era quel Dio che non poteva vedere. Ci reca grande gioia quello che segue: «Beati quelli che pur non avendo visto crederanno!» (Gv 20, 28). Con queste parole senza dubbio veniamo indicati specialmente noi, che crediamo in colui che non abbiamo veduto con i nostri sensi. Siamo stati designati noi, se però alla nostra fede facciamo seguire le opere. Crede infatti davvero colui che mette in pratica con la vita la verità in cui crede. Dice invece san Paolo di coloro che hanno la fede soltanto a parole: «Dichiarano di conoscere Dio, ma lo rinnegano con i fatti» (Tt 1, 16). E Giacomo scrive: «La fede senza le opere è morta» (Gc 2, 26).

3 APRILE 2016 | 2A DOMENICA DI PASQUA – ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/2016/04-Pasqua_C/Omelie/02a-Domenica.di.Pasqua-C-2016/14-02a-Domenica-C_2016-SC.htm

3 APRILE 2016 | 2A DOMENICA DI PASQUA – ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO

« RISPOSE TOMMASO: MIO SIGNORE E MIO DIO! »

Immediatamente potrebbe sembrare che la prima lettura, ripresa dagli Atti degli Apostoli (5,12-16), non si inquadri bene in questa festa liturgica di dopo-Pasqua: in essa, infatti, niente pare rimandare al clima pasquale in cui si inseriscono invece assai felicemente gli altri due brani liturgici. Riflettendoci meglio, però, anche qui la dimensione pasquale è evidente. Luca infatti intende descriverci la vita concreta della primitiva comunità di Gerusalemme, invasa dalla lievitante presenza dello Spirito, procuratale proprio dal Cristo morto e risorto. È il Cristo « risorto » che mediante il suo Spirito agisce nei fedeli, fa di loro una comunità ben compaginata che tende sempre più a dilatarsi e a distinguersi dagli altri: « Tutti erano soliti stare insieme nel portico di Salomone; degli altri nessuno osava associarsi a loro, ma il popolo li esaltava. Intanto andava aumentando il numero degli uomini e delle donne che credevano nel Signore, fino al punto che portavano gli ammalati nelle piazze, ponendoli su lettucci e giacigli, perché, quando Pietro passava, anche solo la sua ombra coprisse qualcuno di loro » (At 5,12-15). È la potenza del Risorto che agisce dunque nella comunità in quanto tale, con a capo gli Apostoli e Pietro in modo particolare. I « molti miracoli e prodigi », che avvengono « per opera » loro (v. 12), stanno a dimostrare che Gesù opera nei suoi e adempie quanto aveva loro promesso: « Chi crede in me, anche lui farà le opere che io compio e ne farà anche di più grandi, perché io vado al Padre » (Gv 14,12). Perfino « l’ombra » di Pietro guarisce! Una comunità, dunque, la Chiesa, in cui agisce la presenza trasformante del Cristo risorto e che deve testimoniare al mondo la realtà di una « vita nuova »: questo è il « prodigio » più grande di tutti, che i « risorti » in Cristo sono chiamati anche oggi ad annunciare ai fratelli. Con la risurrezione Cristo è diventato per sempre « Signore »: ma la sua « signoria » può rendersi visibile e controllabile soltanto attraverso la « potenza » con cui egli agisce nei suoi, facendone altrettanti « segni » del suo nuovo modo di esistere nella gloria del Padre.

« Io ero morto, ma ora vivo per sempre… » Il brano dell’Apocalisse, che ci riporta solo una parte della grandiosa visione iniziale del libro, ci presenta, in una forma anche più incisiva, il tema di questa « signoria » del Cristo risorto sulla sua Chiesa, qui rappresentata dalle « sette » Chiese dell’Asia minore, simboleggiate dai « sette candelabri d’oro » in mezzo ai quali si muove il Figlio dell’uomo: « Rapito in estasi, nel giorno del Signore, udii dietro di me una voce potente, come di tromba che diceva: Quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette Chiese. Ora, come mi voltai per vedere chi fosse colui che mi parlava, vidi sette candelabri d’oro e in mezzo ai candelabri c’era uno simile a Figlio di uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto il petto con una fascia d’oro » (Ap 1,10-13). Sono interessanti alcuni particolari di questa fascinosa visione celeste, che ci aiutano ad afferrare il senso d’insieme del suo messaggio. Prima di tutto il fatto che essa avvenga « nel giorno del Signore » (v. 10), cioè di Domenica. Il Cristo poi che appare nelle sembianze di « Figlio dell’uomo », quale già ce lo descrive Daniele (7,13-14), porta contemporaneamente i segni della sacerdotalità (la veste lunga fino ai piedi) e della regalità (la fascia d’oro). I candelabri d’oro rimandano allo sfolgorio del servizio liturgico che si svolgeva nel tempio di Gerusalemme. Tutto l’insieme sembra dunque evocare una scena di intensa partecipazione « liturgica », come riconoscono oggi ampiamente gli studiosi per tutta la intelaiatura dei libro dell’Apocalisse. Il che significa che il momento privilegiato della « signoria » del Cristo risorto nella comunità dei credenti si ha proprio nella celebrazione « liturgica », qualunque essa sia: dalla Eucaristia a tutti gli altri sacramenti, al canto delle lodi del Signore. E questo perché in ogni gesto liturgico si compie sempre da capo « l’opera della nostra Redenzione ». Ma la Redenzione che si compie o si rinnova vuol dire una dilatazione della « signoria » del Cristo, vuol dire una irradiazione della « vita » che adesso, dopo essersi riappropriata del corpo di Gesù « il terzo giorno » dalla sua morte, tende a riappropriarsi anche di ognuno dei credenti in lui. È quanto troviamo anche più chiaramente espresso nel seguito della visione: « Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando su di me la destra, mi disse: Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi. Scrivi dunque le cose che hai visto, quelle che sono e quelle che accadranno dopo » (vv. 17-19). Perché fu morto, ora Cristo « vive per sempre e ha potere sulla morte » (v. 18); egli è « il Vivente », nelle cui mani sono i destini degli uomini e delle cose. La risurrezione gli ha dato il dominio su tutto: egli è « il Primo e l’Ultimo », e tutto deve confrontarsi con lui. Tocca alla Chiesa esserne la testimonianza « profetica » nel mondo, continuando la missione di Giovanni e degli altri Apostoli: « Scrivi dunque le cose che hai visto… » (v. 19). Come si potrà rendere testimonianza al Risorto senza essere dei « risorti »? Come si potrà annunciare che Cristo è il  » Signore  » senza essere « signoreggiati » da lui?

« Ricevete lo Spirito Santo: a chi rimetterete i peccati saranno rimessi… » È ancora questo aspetto della « signoria » di Cristo che vorrei mettere in evidenza nel denso brano di Vangelo odierno, che praticamente chiude il Vangelo di Giovanni (20,19-31). Esso consta di due scene nettamente distinte: la prima è una scena di « missione », con il potere conferito agli Apostoli di « rimettere i peccati » mediante il dono dello Spirito (vv. 19-23); la seconda è incentrata sulla iniziale incredulità di Tommaso, il quale alla fine si arrende e prorompe nella commossa confessione di fede: « Mio Signore e mio Dio! » (vv. 24-29). I vv. 30-31 contengono l’epilogo del quarto Vangelo, con la dichiarazione degli scopi che Giovanni intendeva raggiungere nello scriverlo: « Affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e, credendo, abbiate la vita nel suo nome ». Per l’Evangelista, dunque, la vicenda del Cristo risorto continua nella « vita » che i cristiani pure parteciperanno, se « crederanno » davvero che egli, il quale « fu morto », oggi è l’eterno « vivente », che però si porta dietro le cicatrici della sua Passione, che Tommaso ha potuto toccare con le sue mani e vedere con i propri occhi! Tutto il brano appare saturo dei segni e dei pegni della « signoria » del Risorto. A parte la confessione di fede di Tommaso, su cui tra poco ritorneremo, c’è un preciso formulario che insiste su questo aspetto. Così, per esempio, gli Apostoli annunceranno pieni di gioia a Tommaso, che era stato assente: « Abbiamo visto il Signore! » (v. 25). Per conto proprio l’Evangelista dice che « i discepoli gioirono al vedere il Signore » (v. 20). Gesù entra ed esce « a porte chiuse », affermando in tal modo di essere al di sopra e al di fuori delle leggi spazio-temporali: è una creazione « rinnovata » quella in cui ormai egli si muove! Ma ci sono soprattutto i pegni di questa nuova e già operante « signoria » di Cristo: la « pace » che egli offre ai suoi, la « missione » che conferisce loro e il « dono » dello Spirito che distrugge il peccato. La formula « pace a voi », che in questo brano ricorre per ben tre volte (vv. 19.21.26), non è una banale formula di augurio. È piuttosto l’attuazione della promessa che Gesù aveva fatto ai discepoli nei discorsi di addio: « Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore » (Gv 14,27). Una « pace », dunque, che è liberazione da ogni paura, di se stessi e degli altri: credere che Cristo è risorto dai morti ci dà garanzia assoluta su tutti i « turbamenti » che la vita porta con sé a ogni istante! E poi c’è la « missione », che Cristo affida ai suoi Apostoli: « Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi » (v. 21). Quello che qui sorprende di più non è tanto il fatto che egli « mandi » i suoi Apostoli, quanto l’affermazione di una quasi « identità » continuativa della missione: « Come il Padre ha mandato me… ». Il che significa che gli Apostoli continueranno ad annunciare agli uomini la parola di Dio che salva, e a compiere certi gesti di salvezza, così come ha fatto Cristo: senza di ciò non ci sarebbe « continuità » nella missione. E c’è anche il « dono » dello Spirito, che si manifesta soprattutto (ma non esclusivamente!) nella potestà di « rimettere » o « non rimettere » i peccati: « Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo: a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi » (vv. 22-23). Il gesto di « alitare » è un simbolo molto noto nell’A. Testamento ed esprime l’idea di una forza creatrice o rinnovatrice, come quella del vento impetuoso. La « potenza » della vita è in tutta la sua pienezza nel Cristo risorto; da lui si espande, per virtù dello Spirito, in ogni credente e in tutta la Chiesa. Il segno più convincente della potenza rinnovante dello Spirito sta nella « liberazione » dal peccato e nella sua condanna: è per questo che il Cristo risorto dona alla sua Chiesa il potere di « rimettere » i peccati, cioè di rinnovare i cuori. Non c’è « signoria » di Cristo se non là dove il peccato è debellato!

« Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi… » Abbiamo infine la confessione di fede di Tommaso dopo la richiesta, quasi sfidante, di una verifica dei sensi (v. 25). La « sovranità » di Cristo in questa confessione, che probabilmente ci riporta un’antica formula liturgica, è messa al primo posto: « Mio Signore e mio Dio! » (v. 28). Questa di Tommaso non è per niente una formula intimistica di fede, ma una formula « personalizzata »: Cristo risorto non diventerà mai « Signore » della Chiesa, se non diventa prima ancora « Signore » del cuore e della vita di ogni credente. Di qui quella specie di appropriazione: « Mio Signore e mio Dio! ». Soprattutto nella fede Cristo diventa « Signore », nel senso che credendo « ci affidiamo a lui tutti interi » perché egli plasmi la nostra vita come quella di « figli della risurrezione ». E anche nel senso che il « credere senza vedere » è cosa talmente alta, che solo la potenza del Signore risorto può compierla in noi. In questa luce comprendiamo anche meglio le parole con cui Gesù invita Tommaso ad andare più oltre, nella disponibilità radicale del suo spirito: « Perché hai veduto, Tommaso, hai creduto. Beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno » (v. 29).

Settimio CIPRIANI  (+) Da: CIPRIANI S., Convocati dalla Parola. Riflesisoni biblico-liturgiche, Elledici, Torino

 

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