Archive pour avril, 2016

Jesus Christ the Good Shepherd

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PAPA FRANCESCO – GESÙ BUON PASTORE – REGINA COELI

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PAPA FRANCESCO – GESÙ BUON PASTORE – REGINA COELI

11/05/2014 – Regina Coeli del 11 Maggio 2014

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

L’evangelista Giovanni ci presenta, in questa IV domenica del tempo pasquale, l’immagine di Gesù Buon Pastore. Contemplando questa pagina del Vangelo, possiamo comprendere il tipo di rapporto che Gesù aveva con i suoi discepoli: un rapporto basato sulla tenerezza, sull’amore, sulla reciproca conoscenza e sulla promessa di un dono incommensurabile: «Io sono venuto – dice Gesù – perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). Tale rapporto è il modello delle relazioni tra i cristiani e delle relazioni umane. Molti anche oggi, come ai tempi di Gesù, si propongono come “pastori” delle nostre esistenze; ma solo il Risorto è il vero Pastore, che ci dà la vita in abbondanza. Invito tutti ad avere fiducia nel Signore che ci guida. Ma non solo ci guida: egli ci accompagna, cammina con noi. Ascoltiamo con mente e cuore aperti la sua Parola, per alimentare la nostra fede, illuminare la nostra coscienza e seguire gli insegnamenti del Vangelo. In questa domenica preghiamo per i Pastori della Chiesa, per tutti i Vescovi, compreso il Vescovo di Roma, per tutti i sacerdoti, per tutti! In particolare preghiamo per i nuovi sacerdoti della Diocesi di Roma, che ho ordinato poco fa, nella Basilica di San Pietro. Un saluto a questi 13 sacerdoti! Il Signore aiuti noi pastori ad essere sempre fedeli al Maestro e guide sagge e illuminate del popolo di Dio a noi affidato. Anche a voi, per favore, chiedo di aiutarci: aiutarci ad essere buoni pastori. Una volta ho letto una cosa bellissima di come il popolo di Dio aiuta i vescovi e i sacerdoti ad essere buoni pastori. E’ uno scritto di San Cesario di Arles, un padre dei primi secoli della Chiesa. Lui spiegava come il popolo di Dio deve aiutare il pastore, e faceva questo esempio: quando il vitellino ha fame va dalla mucca, dalla madre, a prendere il latte. La mucca, però, non lo dà subito: sembra che se lo trattenga per sé. E cosa fa il vitellino? Bussa col suo naso alla mammella della mucca, perché venga il latte. E’ bella l’immagine! “Così voi – dice questo santo – dovete essere con i pastori: bussare sempre alla loro porta, al loro cuore, perché vi diano il latte della dottrina, il latte della grazia e il latte della guida”. E vi chiedo, per favore, di importunare i pastori, di disturbare i pastori, tutti noi pastori, perché possiamo dare a voi il latte della grazia, della dottrina e della guida. Importunare! Pensate a quella bella immagine del vitellino, come importuna la mamma perché gli dia da mangiare. Ad imitazione di Gesù, ogni Pastore «a volte si porrà davanti per indicare la strada e sostenere la speranza del popolo – il pastore deve essere avanti a volte – altre volte starà semplicemente in mezzo a tutti con la sua vicinanza semplice e misericordiosa, e in alcune circostanze dovrà camminare dietro al popolo, per aiutare coloro che sono rimasti indietro» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 31). Che tutti i Pastori siano così! Ma voi importunate i pastori, perché diano la guida della dottrina e della grazia. In questa domenica ricorre la Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni. Nel Messaggio di quest’anno ho ricordato che «ogni vocazione richiede in ogni caso un esodo da sé stessi per centrare la propria esistenza su Cristo e sul suo Vangelo» (n. 2). Per questo la chiamata a seguire Gesù è nello stesso tempo entusiasmante e impegnativa. Perché si realizzi, è necessario sempre entrare in profonda amicizia con il Signore per poter vivere di Lui e per Lui. Preghiamo perché anche in questo tempo, tanti giovani sentano la voce del Signore, che ha sempre il rischio di venire come soffocata da tante altre voci. Preghiamo per i giovani: forse qui in Piazza c’è qualcuno che sente questa voce del Signore che lo chiama al sacerdozio; preghiamo per lui, se è qui, e per tutti i giovani che sono chiamati.

17 APRILE 2016 | 4A DOMENICA DI PASQUA – ANNO C – « L’AGNELLO… SARÀ IL LORO PASTORE »

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17 APRILE 2016 | 4A DOMENICA DI PASQUA – ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO

« L’AGNELLO… SARÀ IL LORO PASTORE »

Il tema dominante della Liturgia di questa Domenica è quello di Gesù « buon Pastore » (Gv 10,27-30), che ritorna anche nelle rispettive Domeniche dei cicli A e B. Qui però esso è mescolato a un’altra immagine assai caratteristica, che sembra starle in contropposizione e quasi eliderla: l’immagine di Gesù « Agnello » immolato (2ª lettura), più segno di debolezza che segno di vigore e di forza, quale ci si attenderebbe appunto da colui che deve esercitare una missione di « guida » in mezzo al popolo. Mi sembra che proprio questa tensione fra le due immagini (Cristo Agnello e Pastore nello stesso tempo) rappresenti l’aspetto più originale della Liturgia odierna, che vorremmo approfondire nelle riflessioni che seguono. La bellissima sequenza « Victimae paschali laudes » proprio da questa contrapposizione di immagini, sia pur leggermente modificate, prende felicissimo avvio: « Agnus redemit oves, Christus innocens Patri reconciliavit peccatores ».

« Le mie pecore ascoltano la mia voce » Il brano di Vangelo, ripreso da Giovanni (10,27-30), non fa parte della nota allegoria-parabola in cui Gesù si proclama « buon Pastore » (10,1-18), ma la segue quasi immediatamente: direi che ne è come l’applicazione semplice e spontanea in un caso particolare. Gesù si trova a Gerusalemme in occasione della festa della Dedicazione, che capitava d’inverno. I Giudei, increduli, gli chiedono di rivelar loro chi egli sia: « Fino a quando terrai l’animo nostro sospeso? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente » (10,24). Gesù risponde loro: « Ve l’ho detto e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste mi danno testimonianza; ma voi non credete, perché non siete mie pecore » (vv. 24-26). La richiesta dei Giudei, dunque, non è sincera: essi non sono disposti ad accettare né la testimonianza delle sue « parole », né quella delle « opere ». E il motivo di fondo è che essi non sono delle sue « pecore ». È questo il punto di attacco con il brano di Vangelo che oggi ci viene proposto. L’ultima espressione potrebbe farci pensare a una specie di predestinazione, per cui alcuni sono « pecore » di Cristo e altri no. In realtà le cose non stanno così: si è « gregge » di Cristo nella misura in cui « si ascolta » la sua voce. Tutto dipende dalla capacità che l’uomo ha di mettersi alla sua scuola, senza pretendere di imporre i propri schemi, o i propri giudizi, o le proprie valutazioni al Signore. È nella convergenza di ascolto docile della parola di Cristo che si costruisce la comunità dei credenti, che si forma di tante pecore disperse l’unico « gregge » del Signore: « Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. Io e il Padre siamo una cosa sola » (vv. 27-30). Se la condizione preliminare per far parte del gregge di Cristo è « l’ascolto » della sua parola, questo vuol dire che non siamo tanto noi a muoverci verso di lui, quanto piuttosto lui che si muove verso di noi: egli infatti ci « chiama » per primo e noi rispondiamo al suo appello. All’inizio, dunque, del nostro rapporto con Cristo sta il suo amore per noi. Tale amore poi tende sempre più a dilatarsi e approfondirsi: l’importante è che l’uomo si apra a Dio. A questo punto egli avrà come la sensazione « fisica » di essere protetto dal suo Signore: « Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano » (v. 28). E non solo Cristo dà sicurezza e tranquillità al suo gregge; il Padre stesso è impegnato alla salvezza delle pecore, perché, in ultima analisi, a lui esse appartengono: « Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio » (v. 29). Affidarsi a Cristo, pertanto, non è affidarsi a lui solamente, ma attraverso lui risalire al Padre: « per Christum ad Deum ». Il mistero della Chiesa rimanda perciò molto lontano: al « disegno » eterno di salvezza e di amore che da sempre il Padre ha stabilito di « realizzare nella pienezza dei tempi » (cf Ef 1,10). Credo che difficilmente i cristiani possano trovare motivi più profondi di gioia e di serenità, pur in mezzo alle tempeste che li sconquassano sia come credenti sia semplicemente come cittadini della città terrena, che in queste parole di Gesù: nessuno può « rapirci » dalle mani di Cristo e dalle mani del Padre! L’ultima espressione « Io e il Padre siamo una cosa sola » (v. 30) vuole infatti rimarcare la infrangibilità dell’amore che sostiene i cristiani: è l’amore « potenziato » del Padre e del Figlio che sembra quasi far cerchio attorno ai credenti perché la seduzione del male non li strappi dalle loro mani. Al di là di questo, però, credo che le ultime parole vogliano anche darci come l’esemplare su cui si deve modellare la Chiesa per essere imprendibile alle forze del male: una « unità » così profonda come è l’unità misteriosa che lega il Padre al Figlio, tanto da far dire altrove a Gesù: « Chi ha visto me ha visto il Padre… Non credi che io sono nel Padre e il Padre in me? » (14,9-10). Bisogna che i cristiani imparino a riscoprire l’unità di fede, di amore, di atteggiamenti, di unione in tutti i campi, anche nel sociale e nel politico, se possibile, per essere autentico gregge di Cristo. L’immagine del Pastore e delle pecore, infatti, rimanda non soltanto ad un rapporto « personale » di ciascuno di noi con Cristo, ma anche a un rapporto « comunitario » e fraterno fra tutti noi, fino al punto di riprodurre il modello dell’unione trinitaria. Fino a che le « pecore » di Cristo non realizzeranno fra di loro e con il Signore una vita di così profonda unità, non potranno rendere testimonianza di fronte al mondo che esse davvero « ascoltano la sua voce » ed egli « le conosce » ed esse « lo seguono » (v. 27)!

« Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello » Un’immagine di amore, perciò, quella di Cristo-pastore offertaci dal Vangelo, più che un’immagine di forza. Proprio a questo ci richiama il brano dell’Apocalisse che ci descrive, sempre nel solenne stile liturgico che le è proprio, il trionfo finale degli eletti che Dio ha « preservato » dalla catastrofe che colpisce la terra all’infrangersi dei sette sigilli che solo l’Agnello immolato ha il potere di aprire, per esprimere così il suo potere universale sulla creazione e sulla storia. « Dopo ciò, apparve una moltitudine immensa che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e portavano palme nelle mani. E uno degli anziani disse: « Non avranno più fame, né avranno più sete, né li colpirà il sole, né arsura di sorta, perché l’Agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro Pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio tergerà ogni lacrima ai loro occhi »" (Ap 7,9.14-17). Il protagonista indiscusso di questa scena grandiosa è l’Agnello, che già precedentemente ci era stato presentato come « immolato » (5,6): il che significa che qui egli viene preso come simbolo della sofferenza e del sacrificio. Ed è protagonista non solo perché verso di lui si innalza la celebrazione cosmica, ma anche perché soltanto per merito suo gli eletti ottengono la salvezza: « Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello » (v. 14). Proprio perché egli è l’Agnello sgozzato, è anche Colui che salva; proprio perché si è fatto debole, è il dominatore assoluto dei destini degli uomini! La cosa più strana in questo quadro, infatti, è che l’Agnello « sgozzato » assuma ad un certo punto il ruolo di « pastore », che esercita potere e forza per proteggere il suo gregge. Se è « Agnello », come può essere « Pastore »? Se è debole e bisognoso lui stesso di essere difeso dai lupi, come può difendere gli altri? Qui è tutta la forza drammatica delle immagini antitetiche che l’autore sacro ha tuttavia osato mettere insieme: « Non avranno più fame, né avranno più sete, né li colpirà il sole, né arsura di sorta, perché l’Agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita » (vv. 16-17). Al di là delle immagini, che non sembrano facilmente componibili, c’è la realtà da esse rappresentata che si impone alla nostra fede, sorpresa e meravigliata: il Cristo, che si è annunziato agli uomini come « buon Pastore » (Gv 10,11), non ha avanzato una pretesa di dominio su di loro, ma solo una proposta di amore e di servizio che arriva fino al dono della vita. « Io sono il buon Pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me… e offro la vita per le pecore » (10,14-15). Quasi a dire che solo facendosi sgozzare egli ha acquistato il diritto di essere capo del suo gregge: egli è diventato « Pastore », perché prima si è fatto trepido e belante « Agnello »! « Immaginiamo Dio ricco e potente e lo è certamente, ma non nel modo in cui lo pensiamo noi: la sua ricchezza non consiste nel possedere ma nel dare, nell’impoverirsi; e non fa uso della sua potenza per imporsi ma per farsi accettare. La liberalità del Figlio manifesta qual è il Padre, povero per eccesso di ricchezza, traboccante di una vita che non cerca di tenere per sé, ma che riversa per liberalità, smisuratamente, in noi, attraverso il Cristo; infatti « egli dona il suo Spirito senza misura » (Gv 3,34). Come esempio di questa generosità, Paolo dice: « Lui che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha sacrificato per tutti noi, come potrà non accordarci con lui tutto il resto? » (Rm 8,32). Se Dio non rifiuta di sacrificare ciò che ha di più caro, il proprio Figlio, si deve comprendere che egli non risparmia se stesso, che si spoglia per noi del proprio essere e della propria vita, che dà se stesso a noi mentre ci dà suo Figlio » (J. Moingt).

« I discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo » È chiaro che in tutto questo c’è un messaggio di fede per tutti i cristiani, specialmente per coloro che in mezzo al popolo di Dio sono costituiti « pastori »; e più che altro un messaggio di vita. Intendo dire che il nuovo stile di presenza dei cristiani nel mondo dovrà imitare l’atteggiamento di Cristo, che si è fatto Agnello mansueto per farsi accettare come Pastore dagli uomini. Anche noi potremo essere riaccettati da questa civiltà « secolarizzata », se sapremo dimostrare che non abbiamo nessuna volontà di dominarla, ma solo di « servirla », per aiutarla a meglio comprendersi e realizzarsi come una società di fratelli. Perché il « gregge » di Cristo non può rinchiudersi in se stesso, anzi tende necessariamente a dilatarsi. La sua forza di espansione « missionaria » è proporzionata alla vitalità interiore che esso riesce a sprigionare dalla sua fede e dalla sua capacità di amare. È quanto vediamo nella prima lettura (At 13,14.43-52), che ci descrive il successo missionario di Paolo e Barnaba ad Antiochia di Pisidia, accompagnato dalle inevitabili difficoltà: gli Apostoli però non disarmano e, attraverso di loro, « la parola di Dio si diffondeva per tutta la regione » (v. 49). È interessante la conclusione del brano: mentre Paolo e Barnaba, davanti alla persecuzione scatenata contro di loro, se ne vanno a Iconio, « i discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo » (v. 52). Quella « gioia » che forse manca a noi, perché non abbiamo ancora imparato che niente avremo da insegnare agli altri, se prima non saremo diventati anche noi « agnelli » sgozzati per l’amore e il servizio dei fratelli, a imitazione di Cristo.

Settimio CIPRIANI  (+)

 

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(William Kurelek, El burro que lleva a Dios) Sac. Ignazio La China XXV° anniversario della Ordinazione Presbiterale 1988 – 10 settembre – 2013

(William Kurelek, El burro que lleva a Dios) Sac. Ignazio La China XXV° anniversario della Ordinazione Presbiterale 1988 - 10 settembre - 2013 dans immagini sacre William%2BKurelek_El%2Bburro%2Bque%2Blleva%2Ba%2BDios_Cards-WK006
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L’ARMONIA CATTOLICA – DI GIANFRANCO RAVASI (anche Paolo)

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L’ARMONIA CATTOLICA – DI GIANFRANCO RAVASI (anche Paolo)

«Al “duello” tra i diversi volti della verità Schlier sostituisce il “duetto” che è armonia e che egli trova nella fede cattolica, scoperta come un’adesione alle sorgenti della Rivelazione neotestamentaria»

di Gianfranco Ravasi

Cerco nella mia libreria e trovo tutte le opere di Heinrich Schlier tradotte in italiano prevalentemente dall’editrice Paideia, dai commenti alle lettere ai Galati, agli Efesini e ai Romani, le tre opere esegetiche maggiori, alla piccola ma suggestiva lettura della Prima ai Tessalonicesi intitolata L’Apostolo e la comunità, fino a quell’importante saggio teologico che è La fine del tempo e alle Linee fondamentali di una teologia paolina, testo pubblicato da un’altra editrice bresciana, la Queriniana. Una presenza, quindi, abbastanza massiccia, anche se non molto incisiva nel panorama teologico contemporaneo, come attesta la striminzita voce che è riservata a questo grande discepolo di Barth, di Bultmann e di Heidegger dal recentissimo Dizionario dei teologi edito da Piemme. Ignoravo, invece, del tutto quel Breve rendiconto della conversione di Schlier dal luteranesimo al cattolicesimo offerto da 30Giorni, una testimonianza serena e pacata che non ha nulla delle tipiche eccitazioni dei convertiti i quali spesso – come diceva ironicamente Chesterton – «si convertono un po’ più in là del necessario». Basterebbe solo leggere l’avvio di questo racconto autobiografico: «La strada che conduce alla Chiesa non me la sono aperta da solo, l’ho presa. Era la strada che mi era data». O anche ascoltare la finale: «Pieno di gioia sono entrato nella terra straniera nella quale mi si è annunciata la patria e, se Dio vuole, sempre più mi si viene aprendo la patria definitiva». Certo, una linea di demarcazione tra il “prima” e il “poi” c’è e ha anche una data e un luogo: è, infatti, a Roma e il 24 ottobre 1953 che il docente all’Università di Bonn, allora cinquantatreenne, entra formalmente nella Chiesa cattolica, come è attestato da un curioso documento del Pontificio Collegio germanico-ungarico di Roma allegato al Rendiconto. Tuttavia, a differenza dell’epifania folgorante della via di Damasco, quella che Schlier vuole tracciare è piuttosto una strada in continuità. Essa parte dalle brume bavaresi della sua cittadina di nascita, Neuburg, da un luteranesimo popolare abituato a convivere con un cattolicesimo altrettanto popolare e da una frequentazione delle grandi scuole teologiche protestanti di Lipsia e Marburg, ed è destinata quasi naturalmente ad approdare a Roma. È ovvio che l’autobiografia coi suoi risvolti storici e psicologici affiori, ma Schlier vuole condurre il suo racconto a un livello quasi “oggettivo”, teologico, perché, come egli confessa, persone e scritti «non sarebbero riusciti da soli a farmi decidere». È stata, invece, la realtà stessa nella sua dimensione profonda ove si intrecciano grazia e libertà a condurre spontaneamente e senza soluzione di continuità (ed è questa la più forte sorpresa del libretto) Heinrich dalla “Chiesa confessante” – che si era opposta coraggiosamente al nazismo con una vigorosa e disarmata testimonianza cristiana – all’orizzonte cattolico. Le pagine del Breve rendiconto sono, quindi, soltanto una puntigliosa ma serena analisi della “logicità” teologica di quel percorso unitario e quasi obbligato nella sua evoluzione dal protestantesimo al cattolicesimo. In un dettato limpido, simile a quello che si scopre nei suoi scritti esegetici soprattutto quando sono letti in originale, Schlier adduce varie ragioni per giustificare il suo itinerario di fede. C’è innanzitutto la composizione di quell’antitesi che spesso tormenta la teologia protestante, cioè la dialettica tra carisma e istituzione: «Il dono personale dello Spirito riposa sul dogma, non può prendere il suo posto. Il carisma è il movimento della Chiesa, ma non il suo fondamento». Ed egli trova che questo contrappunto armonico era già in germe nell’autentica “Chiesa confessante”. C’è, poi, un’altra classica tensione, quella tra Scrittura e Tradizione che egli vede dissolversi già nel Nuovo Testamento e quindi nella stessa genuina fede evangelica: «È stato il Nuovo Testamento, tal quale si presenta alla serena esegesi storica, che mi ha additato la Chiesa», «fu, se posso dir così, una strada prettamente protestante quella per la quale giunsi alla Chiesa, una strada esplicitamente prevista nei simboli di fede luterani». Decisiva è, inoltre, un’altra apparente tensione, quella tra storia e kerygma, tra umanità e divinità, tra tempo e escatologia, tra Chiesa e Regno di Dio. L’Incarnazione è, al riguardo, l’emblema fondamentale che incrocia “carne” e Logos, finito e infinito senza dissolvere l’uno e comprimere l’altro. «Perciò, della carne, della sostanza storica del mondo e soprattutto delle strutture mondane non c’è niente che non possa essere mezzo, strumento, veicolo, abitazione dell’opera efficace del Logos che entra nella nostra storia e nel nostro mondo». In questa prospettiva si deve comprendere la definizione paolina della Chiesa come “corpo di Cristo” che continua «ad assumere lo spazio del mondo», salvandolo, trasfigurandolo, irradiandolo di luce divina. È in questa linea che «il futuro è già cominciato» nel tempo e che «la Chiesa è ormai il mondo». All’interno di questo orizzonte si scioglie un’altra tensione fittizia, quella che ha la sua espressione nel sacramento. In esso non si ha mai una sicurezza magica e “disumana” di salvezza, ma neppure un’“umana” e quindi debole autosicurezza di liberazione. Col sacramento Dio «ha messo nelle nostre mani, di noi che non valiamo poi un granché, anzi che in certi casi non valiamo proprio niente, i mezzi della salvezza, ha messo a portata di mano il suo amore, al quale non siamo mai adeguati, e che pure è l’inizio e la fine di tutto». Sempre più emerge dalla composizione delle antitesi finora delineate l’elemento capitale che sta alla base della loro soluzione, la Chiesa. Ed è proprio all’apparente contrasto tra comunità e singolo che è riservata l’ultima riflessione di Schlier, il protestante divenuto cattolico per essere fedele proprio alle sue radici più pure. «La Chiesa sta prima del singolo cristiano. Questo “prima” naturalmente non ha solo un significato temporale, ma anche oggettivo. Essa è corpo di Cristo […] e perciò [...] sempre più della somma dei suoi membri, e [...] sempre “prima” dei suoi membri. […] Che la Chiesa è prima del singolo significa inoltre che l’interpretazione della Scrittura dev’essere sostenuta dalla Chiesa, che ultimamente ne stabilisce la norma», senza per questo annullare “semplicisticamente” la ricchezza dei doni dello Spirito. Una meditazione solida e serena è quella che ci offrono queste brevi pagine. Al “duello” tra i diversi volti della verità Schlier sostituisce il “duetto” che è armonia e che egli trova nella fede cattolica, scoperta non come un’espressione confessionale ma come un’adesione alle sorgenti della Rivelazione neotestamentaria. Lungi dall’essere una bellicosa apologetica, quella di Schlier – a distanza di poco più di 45 anni dalla sua scelta spirituale e di venti anni dalla sua morte – è, come voleva san Pietro, un «rispondere a chiunque domandi ragione della speranza che è in noi, con dolcezza, rispetto e retta coscienza» (1 Pt 3, 15-16).

PAPA FRANCESCO – DUE PERSECUZIONI

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PAPA FRANCESCO – DUE PERSECUZIONI

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Due persecuzioni

Martedì, 12 aprile 2016

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVI, n.084, 13/04/2016)

Sono due le persecuzioni contro i cristiani: c’è quella «esplicita» — e il ricordo del Papa è andato ai martiri uccisi a Pasqua in Pakistan — e c’è quella «educata, travestita di cultura, modernità e progresso» che finisce per togliere all’uomo la libertà, anche all’obiezione di coscienza. Ma proprio nelle sofferenze delle persecuzioni il cristiano sa di avere sempre accanto il Signore, ha ricordato Francesco durante la messa celebrata martedì mattina 12 aprile nella cappella della Casa Santa Marta. Per la sua meditazione il Pontefice ha preso le mosse dalla prima lettura, tratta dagli Atti degli apostoli (7, 51-8, 1). «Abbiamo ascoltato — ha spiegato — il martirio di Stefano: la tradizione della Chiesa lo chiama il protomartire, il primo martire della comunità cristiana». Ma «prima di lui c’erano stati i piccoli martiri che, senza parlare ma con la vita, sono stati perseguitati da Erode». E «da quel tempo a oggi ci sono martiri nella Chiesa, ci sono stati e ci sono». Sono «uomini e donne perseguitati soltanto per confessare e per dire che Gesù Cristo è il Signore: ma questo è vietato!». Anzi, questa confessione «provoca — in alcuni tempi, in alcuni posti — la persecuzione». «È quanto appare chiaramente — ha affermato il Papa — nel brano degli Atti degli apostoli che leggeremo domani: dopo il martirio di Stefano scoppiò una grande persecuzione in Gerusalemme». Allora «tutti i cristiani sono scappati via, sono solo rimasti gli apostoli». Ecco che, ha aggiunto, «la persecuzione — io direi — è il pane quotidiano della Chiesa: d’altronde lo ha detto Gesù». «Noi quando facciamo un po’ di turismo per Roma, e andiamo al Colosseo, pensiamo che i martiri erano quelli uccisi con i leoni» ha proseguito il Pontefice. Però «i martiri non sono stati solo quelli lì». In realtà i martiri «sono uomini e donne di tutti i giorni: oggi, il giorno di Pasqua, appena tre settimane fa». Il pensiero di Francesco è andato a «quei cristiani che festeggiavano la Pasqua nel Pakistan: sono stati martirizzati proprio per festeggiare il Cristo risorto». E «così la storia della Chiesa va avanti con i suoi martiri». Perché «la Chiesa è la comunità dei credenti, la comunità dei confessori, di quelli che confessano che Gesù è Cristo: è la comunità dei martiri». «La persecuzione — ha fatto notare il Papa — è una delle caratteristiche, dei tratti nella Chiesa, pervade tutta la sua storia». E «la persecuzione è crudele, come questa di Stefano, come quella dei nostri fratelli pachistani tre settimane fa». È crudele «come quella che faceva Saulo, che era presente alla morte di Stefano, del martire Stefano: andava, entrava nelle case, prendeva i cristiani e li portava via per essere giudicati». C’è però, ha messo in guardia Francesco, anche «un’altra persecuzione della quale non si parla tanto». La prima forma di persecuzione «si deve al confessare il nome di Cristo» ed è dunque «una persecuzione esplicita, chiara». Ma l’altra persecuzione «si presenta travestita come cultura, travestita di cultura, travestita di modernità, travestita di progresso: è una persecuzione — io direi un po’ ironicamente — educata». Si riconosce «quando viene perseguitato l’uomo non per confessare il nome di Cristo, ma per voler avere e manifestare i valori di figlio di Dio». È perciò «una persecuzione contro Dio Creatore nella persona dei suoi figli». E così «vediamo tutti i giorni che le potenze fanno leggi che obbligano ad andare su questa strada e una nazione che non segue queste leggi moderne, colte, o almeno che non vuole averle nella sua legislazione, viene accusata, viene perseguitata educatamente». È «la persecuzione che toglie all’uomo la libertà, anche della obiezione di coscienza! Dio ci ha fatti liberi, ma questa persecuzione ti toglie la libertà! E se tu non fai questo, tu sarai punito: perderai il lavoro e tante cose o sarai messo da parte». «Questa è la persecuzione del mondo» ha insistito il Pontefice. E «questa persecuzione ha anche un capo». Nella persecuzione di Stefano «i capi erano i dottori delle lettere, i dottori della legge, i sommi sacerdoti». Invece «il capo della persecuzione educata, Gesù lo ha nominato: il principe di questo mondo». Lo si vede «quando le potenze vogliono imporre atteggiamenti, leggi contro la dignità del figlio di Dio, perseguitano questi e vanno contro il Dio creatore: è la grande apostasia». Così «la vita dei cristiani va avanti con queste due persecuzioni». Ma anche con la certezza che «il Signore ci ha promesso di non allontanarsi da noi: “State attenti, state attenti! Non cadere nello spirito del mondo. State attenti! Ma andate avanti, Io sarò con voi”». In conclusione, Francesco ha chiesto al Signore, nella preghiera, «la grazia di capire che la strada del cristiano sempre va avanti nel mezzo di due persecuzioni: il cristiano è un martire, cioè un testimone, uno che deve dare testimonianza del Cristo che ci ha salvato». Si tratta di «dare testimonianza di Dio Padre, che ci ha creato, nel cammino della vita». Su questa strada il cristiano «tante volte deve soffrire: tante sofferenze questo porta». Ma «così è la nostra vita: sempre Gesù accanto a noi, con la consolazione dello Spirito Santo». E «quella è la nostra forza».  

 

Dragon initial from a Book of Hours made in the Netherlands or Germany, c.1463-76.

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Publié dans:immagini sacre |on 12 avril, 2016 |Pas de commentaires »
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