Archive pour avril, 2016

PAPA FRANCESCO – DIREZIONE OBBLIGATORIA

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PAPA FRANCESCO – DIREZIONE OBBLIGATORIA

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Lunedì, 18 aprile 2016

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVI, n.089, 19/04/2016)

Le coordinate della vita cristiana sono molto semplici, non c’è bisogno di andare a cercare mille consigli: basta seguire una voce, così come fanno le pecore con il loro pastore. E proprio l’immagine di Gesù buon pastore è stata al centro dell’omelia tenuta da Papa Francesco durante la messa celebrata a casa Santa Marta lunedì 18 aprile. La liturgia del giorno, del resto, proponeva una sorta di «eco delle letture» della iv domenica di Pasqua, chiamata appunto «la domenica del buon pastore, in cui Gesù si presenta come il “buon pastore”». E proprio su questo tema, nel Vangelo di Giovanni (10, 1-10) commentato dal Pontefice, emergevano «tre realtà» sulle quali il Papa ha voluto «riflettere un poco: la porta, il cammino e la voce». Innanzitutto la «porta». Il brano evangelico riporta le parole di Gesù: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante». Ecco la prima immagine, ha sottolineato Francesco: «Lui è la porta: la porta per entrare nel recinto delle pecore è Gesù. Non ce n’è un’altra». Va notato, ha detto il Papa, come Gesù parlasse sempre alla gente utilizzando «immagini semplici»: di fatto, «tutta quella gente conosceva com’era la vita di un pastore, perché la vedeva tutti i giorni». Perciò chi lo ascoltava ha capito molto bene: «Soltanto si entra per la porta del recinto delle pecore». Quelli che invece vogliono entrare nel recinto passando «dalla finestra o da un’altra parte, sono delinquenti». Il Vangelo li definisce ladri o briganti. Tutto è quindi molto chiaro: «Non si può entrare nella vita eterna da un’altra parte che non sia la porta, cioè che non sia Gesù». E, ha aggiunto il Pontefice, il Signore «è la porta della nostra vita e non solo della vita eterna, ma anche della nostra vita quotidiana». Così, ad esempio, una qualsiasi decisione si può prendere «in nome di Gesù, per la porta di Gesù», oppure, utilizzando un «linguaggio semplice», la si può prendere «di contrabbando». Ma il Signore «parla chiaro»: nel recinto si entra «soltanto dalla porta, che è Gesù». Il Vangelo di Giovanni continua e nelle parole del Signore si incontra un altro elemento importante: il «cammino». Infatti si legge: «Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce; egli chiama le sue pecore ciascuna per nome e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti ad esse e le pecore lo seguono». Francesco si è soffermato su questa seconda parola chiave: «Il cammino è proprio questo: seguire Gesù». Anche qui a essere coinvolta è la vita quotidiana: si parla infatti del «cammino della vita, della vita di tutti i giorni», che «è seguire Gesù». E anche qui l’indicazione è chiara: «Non sbagliare!» si è raccomandato il Papa. È Gesù «che è la porta attraverso la quale entriamo e attraverso la quale usciamo con lui per fare il cammino della vita»; ed è Gesù che «ci indica la strada». Dunque «chi segue Gesù non sbaglia». Nonostante ciò, le occasioni di intraprendere una strada sbagliata non mancano, tanto che il Pontefice ha ipotizzato una situazione che si potrebbe presentare: «Eh, padre, sì, ma le cose sono difficili… Tante volte io non vedo chiaro cosa fare… Mi hanno detto che là c’era una veggente e sono andato là o sono andata là; sono andato dal cartomante, che mi ha letto le carte…». Il consiglio del Papa è stato immediato: «Se fai questo, tu non segui Gesù! Segui un altro che ti dà un’altra strada, diversa», perché «non c’è un altro che possa indicare il cammino». Quella descritta è una difficoltà dalla quale lo stesso Gesù aveva messo in guardia: «Verranno altri che diranno: il cammino del Messia è questo, questo… Non ascoltate! Non sentire loro. Il cammino sono io!». Questa, ha detto il Papa, è la certezza: «Se seguiamo lui non sbaglieremo». Infine la terza parola: la «voce». Le pecore, infatti, seguono Gesù «perché conoscono la sua voce». Un concetto che il Pontefice ha voluto approfondire per evitare fraintendimenti: «Conoscere la voce di Gesù! Non pensate che vi sto parlando di una apparizione, che verrà Gesù e ti dirà: “Fai questo”. No, no!». E allora qualcuno potrebbe chiedere: «Come posso, padre, conoscere la voce di Gesù? E anche difendermi dalla voce di quelli che non sono Gesù, che entrano dalla finestra, che sono briganti, che distruggono, che ingannano?». Ancora una volta la «ricetta» è «semplice» e prevede tre indicazioni. Prima di tutto, ha suggerito Francesco, «tu troverai la voce di Gesù nelle beatitudini». Perciò, se qualcuno insegna «una strada contraria alle beatitudini, è uno che è entrato dalla finestra: non è Gesù!». Poi: la voce di Gesù si può riconoscere in chi «ci parla delle opere di misericordia. Per esempio nel capitolo 25 di san Matteo». Quindi ha chiarito il Papa: «Se qualcuno ti dice quello che Gesù dice lì, è la voce di Gesù». Infine, la terza indicazione: «Tu puoi conoscere la voce di Gesù quando ti insegna a dire “Padre”, cioè quando ti insegna a pregare il Padre Nostro». Ha concluso il Pontefice: «È così facile la vita cristiana! Gesù è la porta; lui ci guida nel cammino e noi conosciamo la sua voce nelle beatitudini, nelle opere di misericordia e quando ci insegna a dire “Padre”». E ha aggiunto una preghiera: «Che il Signore ci faccia capire questa immagine di Gesù, questa icona: il pastore, che è porta, indica il cammino e insegna a noi ad ascoltare la sua voce».

 

Giusto de’ Menabuoi, Creation of the World. c.1376. (detail of the dome fresco) Baptistery, Padua

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BENEDETTO XVI – IO CREDO IN DIO: IL CREATORE DEL CIELO E DELLA TERRA, IL CREATORE DELL’ESSERE UMANO

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BENEDETTO XVI – IO CREDO IN DIO: IL CREATORE DEL CIELO E DELLA TERRA, IL CREATORE DELL’ESSERE UMANO

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 6 febbraio 2013

Cari fratelli e sorelle,

il Credo, che inizia qualificando Dio come “Padre Onnipotente”, come abbiamo meditato la settimana scorsa, aggiunge poi che Egli è il “Creatore del cielo e della terra”, e riprende così l’affermazione con cui inizia la Bibbia. Nel primo versetto della Sacra Scrittura, infatti, si legge: «In principio Dio creò il cielo e la terra» (Gen 1,1): è Dio l’origine di tutte le cose e nella bellezza della creazione si dispiega la sua onnipotenza di Padre che ama. Dio si manifesta come Padre nella creazione, in quanto origine della vita, e, nel creare, mostra la sua onnipotenza. Le immagini usate dalla Sacra Scrittura al riguardo sono molto suggestive (cfr Is 40,12; 45,18; 48,13; Sal 104,2.5; 135,7; Pr 8, 27-29; Gb 38–39). Egli, come un Padre buono e potente, si prende cura di ciò che ha creato con un amore e una fedeltà che non vengono mai meno, dicono ripetutamente i salmi (cfr Sal 57,11; 108,5; 36,6). Così, la creazione diventa luogo in cui conoscere e riconoscere l’onnipotenza del Signore e la sua bontà, e diventa appello alla fede di noi credenti perché proclamiamo Dio come Creatore. «Per fede, – scrive l’autore della Lettera agli Ebrei – noi sappiamo che i mondi furono formati dalla parola di Dio, sicché dall’invisibile ha preso origine il mondo visibile» (11,3). La fede implica dunque di saper riconoscere l’invisibile individuandone la traccia nel mondo visibile. Il credente può leggere il grande libro della natura e intenderne il linguaggio (cfr Sal 19,2-5); ma è necessaria la Parola di rivelazione, che suscita la fede, perché l’uomo possa giungere alla piena consapevolezza della realtà di Dio come Creatore e Padre. È nel libro della Sacra Scrittura che l’intelligenza umana può trovare, alla luce della fede, la chiave di interpretazione per comprendere il mondo. In particolare, occupa un posto speciale il primo capitolo della Genesi, con la solenne presentazione dell’opera creatrice divina che si dispiega lungo sette giorni: in sei giorni Dio porta a compimento la creazione e il settimo giorno, il sabato, cessa da ogni attività e si riposa. Giorno della libertà per tutti, giorno della comunione con Dio. E così, con questa immagine, il libro della Genesi ci indica che il primo pensiero di Dio era trovare un amore che risponda al suo amore. Il secondo pensiero è poi creare un mondo materiale dove collocare questo amore, queste creature che in libertà gli rispondono. Tale struttura, quindi, fa sì che il testo sia scandito da alcune ripetizioni significative. Per sei volte, ad esempio, viene ripetuta la frase: «Dio vide che era cosa buona» (vv. 4.10.12.18.21.25), per concludere, la settima volta, dopo la creazione dell’uomo: «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona» (v. 31). Tutto ciò che Dio crea è bello e buono, intriso di sapienza e di amore; l’azione creatrice di Dio porta ordine, immette armonia, dona bellezza. Nel racconto della Genesi poi emerge che il Signore crea con la sua parola: per dieci volte si legge nel testo l’espressione «Dio disse» (vv. 3.6.9.11.14.20.24.26.28.29). E’ la parola, il Logos di Dio che è l’origine della realtà del mondo e dicendo: “Dio disse”, fu così, sottolinea la potenza efficace della Parola divina. Così canta il Salmista: «Dalla parola del Signore furono fatti i cieli, dal soffio della sua bocca ogni loro schiera…, perché egli parlò e tutto fu creato, comandò e tutto fu compiuto» (33,6.9). La vita sorge, il mondo esiste, perché tutto obbedisce alla Parola divina. Ma la nostra domanda oggi è: nell’epoca della scienza e della tecnica, ha ancora senso parlare di creazione? Come dobbiamo comprendere le narrazioni della Genesi? La Bibbia non vuole essere un manuale di scienze naturali; vuole invece far comprendere la verità autentica e profonda delle cose. La verità fondamentale che i racconti della Genesi ci svelano è che il mondo non è un insieme di forze tra loro contrastanti, ma ha la sua origine e la sua stabilità nel Logos, nella Ragione eterna di Dio, che continua a sorreggere l’universo. C’è un disegno sul mondo che nasce da questa Ragione, dallo Spirito creatore. Credere che alla base di tutto ci sia questo, illumina ogni aspetto dell’esistenza e dà il coraggio di affrontare con fiducia e con speranza l’avventura della vita. Quindi, la scrittura ci dice che l’origine dell’essere, del mondo, la nostra origine non è l’irrazionale e la necessità, ma la ragione e l’amore e la libertà. Da questo l’alternativa: o priorità dell’irrazionale, della necessità, o priorità della ragione, della libertà, dell’amore. Noi crediamo in questa ultima posizione. Ma vorrei dire una parola anche su quello che è il vertice dell’intera creazione: l’uomo e la donna, l’essere umano, l’unico “capace di conoscere e di amare il suo Creatore” (Cost. past. Gaudium et spes, 12). Il Salmista guardando i cieli si chiede: «Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissato, che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi?» (8,4-5). L’essere umano, creato con amore da Dio, è ben piccola cosa davanti all’immensità dell’universo; a volte, guardando affascinati le enormi distese del firmamento, anche noi abbiamo percepito la nostra limitatezza. L’essere umano è abitato da questo paradosso: la nostra piccolezza e la nostra caducità convivono con la grandezza di ciò che l’amore eterno di Dio ha voluto per lui. I racconti della creazione nel Libro della Genesi ci introducono anche in questo misterioso ambito, aiutandoci a conoscere il progetto di Dio sull’uomo. Anzitutto affermano che Dio formò l’uomo con la polvere della terra (cfr Gen 2,7). Questo significa che non siamo Dio, non ci siamo fatti da soli, siamo terra; ma significa anche che veniamo dalla terra buona, per opera del Creatore buono. A questo si aggiunge un’altra realtà fondamentale: tutti gli esseri umani sono polvere, al di là delle distinzioni operate dalla cultura e dalla storia, al di là di ogni differenza sociale; siamo un’unica umanità plasmata con l’unica terra di Dio. Vi è poi un secondo elemento: l’essere umano ha origine perché Dio soffia l’alito di vita nel corpo modellato dalla terra (cfr Gen 2,7). L’essere umano è fatto a immagine e somiglianza di Dio (cfr Gen 1,26-27). Tutti allora portiamo in noi l’alito vitale di Dio e ogni vita umana – ci dice la Bibbia – sta sotto la particolare protezione di Dio. Questa è la ragione più profonda dell’inviolabilità della dignità umana contro ogni tentazione di valutare la persona secondo criteri utilitaristici e di potere. L’essere ad immagine e somiglianza di Dio indica poi che l’uomo non è chiuso in se stesso, ma ha un riferimento essenziale in Dio. Nei primi capitoli del Libro della Genesi troviamo due immagini significative: il giardino con l’albero della conoscenza del bene e del male e il serpente (cfr 2,15-17; 3,1-5). Il giardino ci dice che la realtà in cui Dio ha posto l’essere umano non è una foresta selvaggia, ma luogo che protegge, nutre e sostiene; e l’uomo deve riconoscere il mondo non come proprietà da saccheggiare e da sfruttare, ma come dono del Creatore, segno della sua volontà salvifica, dono da coltivare e custodire, da far crescere e sviluppare nel rispetto, nell’armonia, seguendone i ritmi e la logica, secondo il disegno di Dio (cfr Gen 2,8-15). Poi, il serpente è una figura che deriva dai culti orientali della fecondità, che affascinavano Israele e costituivano una costante tentazione di abbandonare la misteriosa alleanza con Dio. Alla luce di questo, la Sacra Scrittura presenta la tentazione che subiscono Adamo ed Eva come il nocciolo della tentazione e del peccato. Che cosa dice infatti il serpente? Non nega Dio, ma insinua una domanda subdola: «È vero che Dio ha detto “Non dovete mangiare di alcun albero del giardino?”» (Gen 3,1). In questo modo il serpente suscita il sospetto che l’alleanza con Dio sia come una catena che lega, che priva della libertà e delle cose più belle e preziose della vita. La tentazione diventa quella di costruirsi da soli il mondo in cui vivere, di non accettare i limiti dell’essere creatura, i limiti del bene e del male, della moralità; la dipendenza dall’amore creatore di Dio è vista come un peso di cui liberarsi. Questo è sempre il nocciolo della tentazione. Ma quando si falsa il rapporto con Dio, con una menzogna, mettendosi al suo posto, tutti gli altri rapporti vengono alterati. Allora l’altro diventa un rivale, una minaccia: Adamo, dopo aver ceduto alla tentazione, accusa immediatamente Eva (cfr Gen 3,12); i due si nascondono dalla vista di quel Dio con cui conversavano in amicizia (cfr 3,8-10); il mondo non è più il giardino in cui vivere con armonia, ma un luogo da sfruttare e nel quale si celano insidie (cfr 3,14-19); l’invidia e l’odio verso l’altro entrano nel cuore dell’uomo: esemplare è Caino che uccide il proprio fratello Abele (cfr 4,3-9). Andando contro il suo Creatore, in realtà l’uomo va contro se stesso, rinnega la sua origine e dunque la sua verità; e il male entra nel mondo, con la sua penosa catena di dolore e di morte. E così quanto Dio aveva creato era buono, anzi, molto buono, dopo questa libera decisione dell’uomo per la menzogna contro la verità, il male entra nel mondo. Dei racconti della creazione, vorrei evidenziare un ultimo insegnamento: il peccato genera peccato e tutti i peccati della storia sono legati tra di loro. Questo aspetto ci spinge a parlare di quello che è chiamato il “peccato originale”. Qual è il significato di questa realtà, difficile da comprendere? Vorrei dare soltanto qualche elemento. Anzitutto dobbiamo considerare che nessun uomo è chiuso in se stesso, nessuno può vivere solo di sé e per sé; noi riceviamo la vita dall’altro e non solo al momento della nascita, ma ogni giorno. L’essere umano è relazione: io sono me stesso solo nel tu e attraverso il tu, nella relazione dell’amore con il Tu di Dio e il tu degli altri.  Ebbene, il peccato è turbare o distruggere la relazione con Dio, questa la sua essenza: distruggere la relazione con Dio, la relazione fondamentale, mettersi al posto di Dio. Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma che con il primo peccato l’uomo “ha fatto la scelta di se stesso contro Dio, contro le esigenze della propria condizione creaturale e conseguentemente contro il proprio bene” (n. 398). Turbata la relazione fondamentale, sono compromessi o distrutti anche gli altri poli della relazione, il peccato rovina le relazioni, così rovina tutto, perché noi siamo relazione. Ora, se la struttura relazionale dell’umanità è turbata fin dall’inizio, ogni uomo entra in un mondo segnato da questo turbamento delle relazioni, entra in un mondo turbato dal peccato, da cui viene segnato personalmente; il peccato iniziale intacca e ferisce la natura umana (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 404-406). E l’uomo da solo, uno solo non può uscire da questa situazione, non può redimersi da solo; solamente il Creatore stesso può ripristinare le giuste relazioni. Solo se Colui dal quale ci siamo allontanati viene a noi e ci tende la mano con amore, le giuste relazioni possono essere riannodate. Questo avviene in Gesù Cristo, che compie esattamente il percorso inverso di quello di Adamo, come descrive l’inno nel secondo capitolo della Lettera di San Paolo ai Filippesi (2,5-11): mentre Adamo non riconosce il suo essere creatura e vuole porsi al posto di Dio, Gesù, il Figlio di Dio, è in una relazione filiale perfetta con il Padre, si abbassa, diventa il servo, percorre la via dell’amore umiliandosi fino alla morte di croce, per rimettere in ordine le relazioni con Dio. La Croce di Cristo diventa così il nuovo albero della vita. Cari fratelli e sorelle, vivere di fede vuol dire riconoscere la grandezza di Dio e accettare la nostra piccolezza, la nostra condizione di creature lasciando che il Signore la ricolmi del suo amore e così cresca la nostra vera grandezza. Il male, con il suo carico di dolore e di sofferenza, è un mistero che viene illuminato dalla luce della fede, che ci dà la certezza di poterne essere liberati: la certezza che è bene essere un uomo.

PER UNA TEOLOGIA DELLA PACE

http://www.finesettimana.org/pmwiki/index.php?n=Db.Sintesi?num=36

PER UNA TEOLOGIA DELLA PACE

sintesi della relazione di Armido Rizzi Verbania Pallanza, 10-11 gennaio 1987

Oggi siamo sempre più consapevoli della necessità e dell’urgenza di una cultura della pace, non perché la violenza si sia manifestata solo oggi ma perché la violenza ha raggiunto un eccesso tale da non poter più essere giustificata. La violenza sia della natura (catastrofi, inondazioni, carestie) sia quella prodotta dagli uomini ha sempre accompagnato la storia dell’umanità, ma sempre lo spirito umano è riuscito a darle almeno un senso parziale, in qualche modo a giustificarla. Oggi si sono verificati due avvenimenti in cui la violenza ha raggiunto una tale dimensione da non poter più essere giustificabile, anche parzialmente. Da una parte Hiroshima ci ha reso coscienti della possibilità della distruzione dell’intera umanità (il troppo quantitativo); dall’altra Auschwitz ci ha mostrato la violenza fine a se stessa, la violenza senza giustificazioni (il troppo qualitativo), la volontà pura di negazione dell’altro. La novità essenziale: la distruzione non scaturisce dal puro gioco di forze o dall’istinto belluino, ma dalla volontà umana. È la soggettività violenta. il cuore violento e le radici della violenza umana Il racconto biblico di Adamo, del giardino di Eden e della colpa originaria narra che l’uomo è nel mondo buono di Dio di cui può disporre (albero della vita) a condizione di accettare l’ordine di valori (albero della conoscenza del bene e del male), che Dio ha già inscritto nel mondo stesso. In questo testo viene narrato non il peccato accaduto una volta, ma l’essenza stessa del peccato. Nel testo ci sono due formule (la scienza del bene e del male e l’essere come Dio) che hanno reso possibili due letture. Nella prima lettura l’uomo viene tentato a mangiare il frutto dell’albero proibito, cioè a porre un atto in cui afferma sé come creatore di un nuovo ordine di valori: bene e male non sono già posti nelle cose e in me stesso, ma sono quelli che io produco disegnando e realizzando i miei progetti. L’uomo rifiuta di accettare che ci sia un orizzonte di bene e male con cui confrontarsi e da cui lasciarsi misurare, ma diventa egli stesso misura di tutto, creatore di valori. L’uomo può ad esempio disattendere all’imperativo del « non uccidere » e uccidere per affermare i propri progetti. Questa prima lettura dell’essenza del peccato originale, pur valida, è insoddisfacente, perché non presenta una vera appropriazione della scienza del bene e del male, ma solo una rimozione, un disattendere. Una seconda lettura esprime l’essenza del peccato originale nell’essere come Dio, proprio nell’appropriazione del principio del bene e del male. L’istanza di bene e di male non solo viene disattesa, ma viene assorbita dentro la volontà di potenza dell’uomo, dentro tutto ciò che l’uomo può desiderare e progettare. Il principio etico non viene cancellato o disatteso, ma diventa un momento, una componente della propria volontà di potenza. L’uomo non dice: non devo, ma posso; ma dice: posso ed è giusto che faccia così. Non solo faccio così (prima lettura), ma è giusto che faccia così, perché ne ho il diritto. Non solo il potere fare una cosa ma il diritto di poterla fare. È il soggetto di diritto. Il mio volere e potere viene a identificarsi con ciò che è giusto, è davvero l’appropriarsi della conoscenza del bene e del male, è il « sarete come Dio ». L’esperienza fondamentale del Dio della bibbia è quella del Dio giusto, la cui parola in quanto tale è bene, è giustizia, è verità. L’essenza del peccato è appropriarsi di questo Dio, è ingabbiarlo dentro di me, per cui sono io che decido quando è giusto e quando è ingiusto. Per lo più la violenza umana è sorretta, legittimata, giustificata dalla consapevolezza che è bene, giusto comportarsi in un certo modo. È il significato della favola del lupo e dell’agnello. Il lupo-uomo deve trovare una giustificazione per fare violenza e mangiare l’agnello. Non si limita a rendere lecito il suo atto, lo rende obbligatorio, un dovere a cui non può sottrarsi, un’offesa da lavare, un onore da riscattare. Lo sguardo del Dio giusto lo posso disattendere, senza cancellarlo. Il peccato originale è invece il far proprio lo sguardo di Dio. Lo sguardo che mi dice di non uccidere, di non ferire, di non intorbidare l’acqua, lo faccio diventare mio e lo rivolgo all’altro accusandolo di avere intorbidato l’acqua. Qui si costituisce la violenza propriamente umana, la violenza etica: il principio etico di trascendenza su di me diventa principio etico della mia trascendenza sugli altri, per cui di fronte agli altri e alle cose io sono soggetto di diritto. Gli altri diventano strumenti disponibili per i miei progetti, o, se non accettano di essere strumenti, nemici da abbattere. E quando non riesco ad esercitare effettivamente questo mio sapermi soggetto di diritto, mi ripiego nel vittimismo percependo il mondo come persecutore. Inoltre la gloria di Dio è il povero che vive. Il bisogno del povero, fragile, impotente, viene avvolto e sorretto dallo sguardo di Dio che ci dice che non ci appartiene e che ne siamo responsabili. Ora appropriarsi del bene e del male significa non solo espropriare Dio alla fonte, ma anche l’altro, ogni uomo in quanto povero. L’altro diventa un dato (occasione o ostacolo) dentro i miei progetti. Vivo l’altro come strumento o come nemico. Certamente anch’io, in quanto povero ed essere bisognoso, ho i miei diritti, « miei » in quanto anche in me è presente lo sguardo di Dio. Non è mio diritto come genitivo possessivo, ma è il diritto che mi avvolge. Abitualmente la favola del lupo e dell’agnello ha vigenza generale. Difficilmente uno opera per il proprio vantaggio confessando a sé e agli altri che lo fa per il proprio vantaggio. L’uomo moderno si è costituito sempre di più trasformando i diritti dell’uomo in diritti individuali, in « i miei diritti ». Questo vale anche a livello delle nazioni: la guerra giusta è sempre quella che faccio io, difendendo il mio diritto dall’ingiusto aggressore. Il gesto con cui Adamo si appropria della conoscenza del bene e del male è l’inizio della storia che noi conosciamo, una storia attraversata dalla duplice inimicizia, l’uomo che si fa nemico di Dio nell’atto in cui si fa nemico dell’altro uomo. La buona notizia, l’evangelo è che Dio riconcilia l’uomo a sé e riconcilia gli uomini tra loro. Dio rovescia il rovesciamento che l’uomo ha fatto del proprio essere. Gesù, pace di Dio con l’uomo e pace tra gli uomini

Il NT è la narrazione di quello che Dio ha fatto in Gesù per riconciliare l’uomo a sé e per ricostituire l’uomo nella sua capacità di essere con gli altri. In Gesù Dio riconcilia l’umanità a sé Innanzitutto Gesù è un essere paradossale in cui si uniscono i poli estremi della santità e del peccato. È insieme – risulta questo aspetto dalle lettere di Paolo – l’innocente, il santo, colui che non conosce il peccato ed è colui che è coinvolto come nessun altro nella vicenda di peccato dell’umanità. Ma non c’è simultaneità tra le due facce, ma una si alimenta dell’altra: Gesù è santo proprio perché condivide radicalmente la condizione umana, nella sua adesione radicale alla volontà di Dio. Mentre un certo monachesimo ha inteso la santità come fuga mundi, come una presa di distanza dal partecipare a un mondo di peccato, come progressivo distacco dal mondo per avvicinarsi a Dio, Gesù aderisce a Dio sprofondandosi, in obbedienza, nell’esistenza del mondo. Si siede a tavola con i peccatori e muore in croce, esprimendo così la massima adesione alla storia umana peccatrice e la massima distanza da Dio. Proprio nell’essere maledetto, nello sperimentare l’abbandono di Dio vive la massima adesione al Padre che gli chiede di fare così. La resurrezione non è l’ultimo gradino di una salita, ma è un ribaltamento: il maledetto diventa il benedetto. La ragione della scelta di Gesù è stata forse quella di rovesciare il soggetto di diritto, il soggetto padronale, l’uomo che si è appropriato del divino per autoaffemarsi riducendo tutto a strumento da usare o a ostacolo da abbattere. Gesù, in solidarietà con il mondo perduto, dice di sì a quello che il Padre gli chiede, restituendo al Padre la divinità. Come dice Paolo, Gesù è l’anti-Adamo. La scelta di Gesù di essere radicalmente obbediente alla volontà del Padre ci dice che ciò che si realizza attraverso di lui è il disegno di Dio sull’umanità. Dire che l’identità di Gesù è l’obbedienza radicale al Padre è dire in modo più evangelico il dogma di Calcedonia che Gesù è Dio, che Gesù è la mano tesa di Dio verso l’uomo perduto. La storia di Gesù è la storia di Dio sul mondo. Perché Dio per riconciliare a sé l’umanità non è ricorso ad un gesto di liberalità, ma ha richiesto la fedeltà che ha comportato la croce? Forse una riposta la troviamo nell’analogia con l’esperienza del rapporto tra perdono e pentimento. Il pentimento è espressione del disagio per il male fatto all’altro, ma, a differenza del rimorso, è anche offerta di riconciliazione, è già un rispondere alla offerta di perdono, un volere risarcire il male fatto recuperando il tempo perduto. Il perdono è causa del pentimento, non l’effetto. Il pentimento è cogliere l’offerta di perdono per ricostituire interamente l’amicizia. Il rapporto tra perdono e pentimento sul piano individuale mostra quello che è avvenuto sul piano universale nella storia di Gesù. Dio dona il perdono e Gesù è in seno all’umanità la coscienza penitente. Gesù è il grande penitente che prende su di sé il peccato del mondo, la maledizione, la croce perché è convinto che è giusto. L’umanità che il Padre ha riconciliato a sé in Gesù riceve ora da Dio, individualmente, il suo spirito, cioè la capacità di vivere come Gesù, non come soggetti di diritto, padroni del mondo, ma come obbedienza a Dio e al diritto del povero e quindi come solidarietà e giustizia. L’amore di Dio si è manifestato in questo, nell’aver amato l’uomo quando l’uomo era suo nemico. In Gesù è avvenuto il riavvicinamento dell’umanità a Dio, in modo tale che, qualunque cosa l’uomo faccia, l’ultima parola non sarà il no dell’uomo, ma il sì di Dio. Dio dona all’uomo un cuore di carne (Ezechiele), che Paolo chiama spirito: lo spirito è la soggettività di Dio che diventa soggettività dell’uomo, capacità di vivere la storia secondo la vocazione originaria. « beati i costruttori di pace »: evangelo e cultura di pace Tratti essenziali di un soggetto di pace. L’essere soggetti di pace non deriva ultimamente da fattori psichici, sociali, istintuali. Nell’ottica biblica l’uomo è libertà in quanto responsabilità. L’uomo non è, ma è chiamato a farsi di fronte alla scelta tra bene e male, tra vita e morte, tra essere per o essere contro, tra promuovere e uccidere. Credere in Gesù Cristo vuol dire credere che la storia umana è tenuta sempre aperta dal sì di Dio, dallo spirito di Dio, aperta verso la possibilità di un mondo di pace. Credere in Gesù Cristo è credere nell’uomo, non per le sue risorse psichiche o culturali ma per la presenza dello spirito del risorto che riapre continuamente la storia. Secondariamente il dono dello spirito, il cuore nuovo donatoci da Dio, non è una realtà già tutta compiuta. La nostra appartenenza di base è la storia peccatrice (qui è il senso del battesimo). Il cuore nuovo è un dono iniziale e insieme un compito, è il dono di un compito, è la conversione continua. Le strutture sociali (e questo è il compito di una cultura di pace) possono essere in sintonia con il cuore nuovo, ma non lo possono produrre. Il cuore nuovo, costruttore di pace, è sempre un atto di libertà Terzo. Il gesto fondatore del cuore costruttore di pace è un cuore che consente di lasciarsi pacificare dentro di sé, di accettare di spogliarsi del cuore padronale, del soggetto di diritti. Nel cuore padronale c’è la violenza originaria di chi già in cuor suo ha costituito l’altro come nemico e quindi come legittimamente aggredibile. Dobbiamo abbattere dentro di noi il gesto fondatore dell’altro come nemico. Può darsi che effettivamente l’altro sia nemico, ma ciò di cui dobbiamo spogliarci è il cuore padronale che non tiene conto di ciò che realmente l’altro è. Occorre rifarci uno sguardo capace di vedere le cose come sono. Quarto. Il superamento del cuore padronale e del cuore vittimista che arma la mano è quanto c’è di più arduo. Non si fa pace senza far penitenza. La croce fondamentale che dobbiamo portare sulle spalle è la rinuncia all’inflazionamento dell’io, riaprendo la strada dall’io all’altro. Quinto. Anche la non violenza va posta sotto il segno della responsabilità. Io sono chiamato a costruire positivamente la pace e per questo devo evitare il ricorso a strumenti violenti. Però devo farmi carico (Bonhoeffer) del male che c’è nel mondo arrivando a condividerlo anche nella forma della violenza, nel senso che la non violenza diventa la minor violenza possibile. Il cuore padronale fa violenza senza problemi, il cuore pacificato con la consapevolezza di essere partecipe del peccato del mondo. Sesto. Una cultura della pace integra il cuore pacificato. Dal centro della libertà buona si dilata la cultura della pace, dal primo cerchio dei rapporti interpersonali, al secondo dei rapporti sociali (con il superamento dello spirito corporativo), al terzo cerchio della politica sia statuale che internazionale. Ad ogni livello la cultura della pace ha problematiche specifiche. Settimo. La chiesa muove verso Gerusalemme, visione di pace. Compito della chiesa è quello di dire a tutti che il loro fine ultimo è quello di essere momenti della universale fraternità, che la volontà di pace di Dio nella storia è il fine ultimo della storia stessa.

Publié dans:TEOLOGIA, TEOLOGIA DELLA PACE |on 19 avril, 2016 |Pas de commentaires »

From Jerusalem to Antioch,

From Jerusalem to Antioch,  dans immagini sacre Jerusalem2Antioch

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Publié dans:immagini sacre |on 18 avril, 2016 |Pas de commentaires »

IN VIAGGIO CON PAOLO SECONDO L’ITINERARIO DEGLI ATTI DEGLI APOSTOLI (stralcio)

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IN VIAGGIO CON PAOLO SECONDO L’ITINERARIO DEGLI ATTI DEGLI APOSTOLI  (stralcio)

(lo studio prosegue con le città di: Filippi, Tessalonica, Atene, Corinto, Efeso, Cesarea, Roma)

Viaggiare è da sempre un costitutivo antropologico, caratteristica dell’uomo e suo bisogno. Oggi ancora di più. I celeri mezzi di trasporto, i fitti rapporti tra persone e Stati, lo scambio commerciale e culturale, la voglia di conoscere altri popoli e Paesi, tutto questo costituisce una ricca miscela che ha incrementato lo spostamento. La facilità di raggiungere le mete e i costi relativamente contenuti sono fattori vincenti per soddisfare la voglia di viaggiare. Il benefico vantaggio si è riverberato anche sul turismo religioso, spesso identificato con il termine “pellegrinaggio”. Non è una novità, se pensiamo a Gerusalemme, Roma, Santiago di Compostela, le tre grandi mete dell’antichità. Ai nostri giorni si registra l’eccezionalità di due fattori: l’accresciuto numero dei pellegrini e la ricca rosa degli itinerari come Fatima, Lourdes, Guadalupe, luoghi di Padre Pio e di altri santi, solo per citarne alcuni. Tra i pellegrinaggi biblici, il primo posto spetta ovviamente alla Terra Santa, subito seguito da quello sulle orme di San Paolo, con attenzione soprattutto alla Turchia e Grecia1. Seguendo gli Atti degli Apostoli, compiremo un ideale viaggio con l’Apostolo2, facendoci pellegrini che camminano con lui per portare a tutti il gioioso annuncio del Vangelo. Partendo da Gerusalemme, arriveremo a Roma, dopo aver toccato Antiochia, Filippi, Tessalonica, Atene, Corinto, Efeso, Cesarea3.   In viaggio con san Paolo Dopo l’esperienza di Damasco e il profondo ripensamento che ne è seguito, Paolo inizia la sua attività missionaria al seguito di Barnaba e in compagnia di Marco. Sperimenta di persona che cosa significhi essere apostolo dei pagani, vocazione a cui lo ha chiamato Dio stesso (cf Gal 1,15-16). Sotto i suoi occhi si aprono i prodigi della grazia, capace di far fiorire nel cuore dei pagani l’accoglienza per il Vangelo: Cipro, Perge, Pisidia, Antiochia, Iconio, Derbe, sono tappe che costellano la corsa del Vangelo e segnano l’ingresso dei pagani nel mondo, finora sigillato, delle Scritture. Per il secondo e il terzo viaggio lo Spirito riserva a Paolo nuove avventure. Egli diviene il primo responsabile della missione e trova altri collaboratori nelle persone di Silvano (o Sila) e di Timoteo. Partendo da Antiochia di Siria, centro di irradiazione del movimento missionario della Chiesa primitiva, il cammino conduce a rivisitare alcune comunità fondate nel primo viaggio e poi continua in Asia Minore fino al Mar Egeo. Da qui, sempre sotto la guida dello Spirito, i missionari compiono un balzo, relativamente breve quanto a chilometri, decisamente ardito quanto a importanza teologica: si lascia l’Asia Minore e il mondo orientale per addentrarsi in Europa e nel mondo occidentale. Utilizzando la via Egnazia, grande arteria imperiale che collegava Bisanzio4 con il Mar Adriatico, arrivano prima a Filippi e quindi a Tessalonica5, Il cammino continuerà per Berea, Atene, Corinto, Efeso, Mileto, solo per citare alcuni nomi. Paolo concluderà il terzo viaggio a Gerusalemme, dove sarà arrestato e quindi portato a Cesarea; da qui, dopo una detenzione di circa due anni, sarà trasferito a Roma. Nella capitale dell’impero romano si conclude la vicenda narrativa degli Atti degli Apostoli. Se numerosi sono i fotogrammi geografici, non va dimenticato che la geografia, al pari della storia, è al servizio dell’interesse teologico dell’autore. Più che degli spostamenti degli Apostoli e i viaggi di Paolo, si deve parlare dell’irresistibile corsa della Parola, che giunge ovunque a portare la salvezza. Accesasi a Gerusalemme con Cristo morto e risorto, questa salvezza percorre il mondo grazie alla luminosa testimonianza degli apostoli animati dallo Spirito; con Paolo la Parola giunge a Roma, capitale dell’impero e ideale punto di convergenza del mondo. Paolo sceglie sempre grandi centri per irradiare il Vangelo. Leggiamo in questo una precisa strategia missionaria che sfrutta la posizione geografica e commerciale delle città. Da Gerusalemme a Roma, passando per altre città, seguiremo un itinerario che è nel contempo geografico e teologico.   1. GERUSALEMME 1.1. I testi 7,58 – 8,3: Saulo (= Paolo) è presente al martirio di Stefano. 9,1-2: Saulo ottiene dal sommo sacerdote l’autorizzazione ad arrestare i cristiani e a tradurli a Gerusalemme. 9,26-30: Saulo ritorna a Gerusalemme dopo l’esperienza di Damasco. 11,30: Paolo e Barnaba portano aiuti a Gerusalemme. 15,2: Paolo e Barnaba si recano a Gerusalemme per risolvere la questione dei pagani che vogliono convertirsi al cristianesimo. 18,22: Paolo ritorna a Gerusalemme alla fine del secondo viaggio. 21,15 – 23,30: ultima attività a Gerusalemme prima dell’arresto e quindi trasferimento a Cesarea.

1.2. La città La città che Paolo vede gode ancora di un relativo splendore, l’ultimo prima della sua distruzione nel 70 d.C. per opera dei Romani. Si conclude tragicamente una storia che ha tutto il sapore di un’epopea. Conquistata verso il 1000 a.C. da Davide, fu scelta come capitale e quindi subito privilegiata tra tutte le altre città. La sua bellezza e la sua funzione di città eletta saranno celebrate continuamente da profeti e salmisti. Il tempio, segno sensibile della presenza divina, conferiva un’autorità e una dignità che la facevano primeggiare. Costruito con profusione di ricchezza e di splendore nel IX secolo a.C. da Salomone, segnò le grandi tappe della storia: distrutto nel 587 a.C. da Nabucodonosor, riedificato modestamente al ritorno dall’esilio babilonese, venne praticamente rifatto da Erode il Grande con sontuosità e con dimensioni che strappavano l’ammirazione di tutti7. Oltre al tempio, la grandezza di Gerusalemme era legata alla presenza del Sinedrio, supremo tribunale religioso e civile, e al movimento teologico e spirituale che contribuivano a farne la città santa, come la chiamano ancora oggi gli Arabi. Paolo verrà a Gerusalemme per approfondire la sua formazione teologica e spirituale alla scuola di Gamaliele, una specie di Socrate ebreo, per la sua dottrina e per la sua rettitudine. Da Gerusalemme partirà alla volta di Damasco come persecutore dei cristiani, ma vi tornerà come testimone del Risorto e annunciatore del Vangelo. Alla fine, la città gli diventerà ostile, perché proprio in essa Paolo sarà arrestato e tradotto come prigioniero a Cesarea.   2. ANTIOCHIA 2.1. I testi 6,1: Nicola, uno dei Sette, proviene da Antiochia. 11,19-21: predicazione ai giudei e ai pagani con numerose conversioni. 11,26: ad Antiochia per la prima volta i discepoli di Gesù sono chiamati ‘cristiani’. 13,1-4: scelta dei primi missionari e partenza per il primo viaggio (Barnaba, Paolo e Marco). 14,26: ritorno dal primo viaggio. 15,1-2: Paolo e Barnaba difendono la loro opinione a proposito dei pagani convertiti. 15,30-35: i delegati portano ad Antiochia la lettera con le decisioni del concilio di Gerusalemme. 15,36-40: partenza per il secondo viaggio missionario (Paolo e Sila). 18,22: ritorno dal secondo viaggio. 18,23: partenza per il terzo viaggio (Paolo, Sila e Timoteo).

2.2. La città Antiochia di Siria è una città posta sulle sponde dell’Oronte, nella fertile Cilicia, a una ventina di chilometri dal mare con il quale era collegata dal fiume navigabile. Per terra era il punto di confluenza delle molteplici vie commerciali e strategiche della Mesopotamia, Asia Minore, Egitto e Palestina. La sua fondazione risale al 300 a.C. ad opera di Seleuco I; passata prima sotto gli armeni, diventerà nel 66 a.C., sotto i Romani, civitas libera e capitale della provincia romana di Siria. Prosperò molto, diventando la terza città dell’impero dopo Roma ed Alessandria, meritandosi il titolo di ‘regina dell’Oriente’. Una piccola colonia di giudei si era stabilita fin dai tempi della sua fondazione e godeva degli stessi diritti dei Greci. Al tempo del Nuovo Testamento, il gruppo giudaico si era arricchito e si trovava a convivere con Greci, Siri e Romani: secondo una stima la popolazione ammontava a 300.000 abitanti, di cui 45.000 ebrei. In città si parlava il greco, anche se in qualche sobborgo era usuale l’aramaico. Giuseppe Flavio riporta che le cerimonie giudaiche attiravano una gran quantità di Greci e che alcuni di loro erano diventati proseliti. Le prime reclute cristiane sono da ricercare in questo gruppo, oltre ai cristiani fuggiti da Gerusalemme al tempo della persecuzione di Stefano. La città che accolse i fuggitivi era notoriamente liberale e aperta. Alcuni predicarono il Vangelo, sia agli Ebrei sia ai Greci, e si formò nella città una fiorente e attiva comunità cristiana. Basti ricordare che in questa città i seguaci di Cristo ricevono per la prima volta il titolo di cristiani e che tutti i tre viaggi missionari di Paolo partono da questa base. Un vero punto di appoggio per le spedizioni apostoliche. Gli Antiocheni avevano visuali più ampie circa l’ammissione dei pagani al cristianesimo: Paolo difese lo stesso punto di vista davanti a Pietro proprio in questa città9. Il problema si rivelava scottante e di urgente soluzione, e per questo venne convocato il concilio di Gerusalemme.  

 

Atti 13,1-14,28: LA PRIMA MISSIONE DI PAOLO

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Meditazioni/04-05/8-Atti_Paolo_prima_Missione.html

Atti 13,1-14,28: LA PRIMA MISSIONE DI PAOLO

Sono gli Atti stessi che questa volta ci offrono l’introduzione all’intera sezione: “C’erano nella comunità di Antiochia Profeti e maestri: Barnaba, Simeone, Lucio di Cirene, Manaen e Saulo. Ora, mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse «Riservate per me Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati». Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li accomiatarono” (13,1-3). Qui appare già una comunità organizzata, guidata da profeti e maestri. I primi hanno il compito di esortare, incoraggiare e correggere la comunità perché possa sempre compiere la volontà di Dio. I maestri sono incaricati della formazione dei convertiti approfondendo con loro la catechesi e le Scritture. È un dato assai importante: sin dall’inizio si è sentita la necessità di una formazione continua e comunitaria. Si passa poi a descrivere la comunità che sta celebrando una solenne liturgia e digiunando. Questi due atteggiamenti, la preghiera e il digiuno, liberano l’uomo del proprio egoismo e lo aprono al Signore. È il momento ideale per ascoltare la voce dello Spirito che probabilmente parla per mezzo di uno dei profeti presenti: “Riservate per me Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati”. All’inizio c’è sempre l’opera dello Spirito, ma poi viene il momento in cui i cristiani accolgono la sua voce e “imponendo le mani” affidano i designati allo Spirito Santo e si accomiatano da loro. Ha così inizio la missione che durerà circa tre anni (46-49).

Prima tappa: Cipro (13,4-13) “Inviati dunque dallo Spirito Santo discesero a Seleucia e di qui salparono verso Cipro”. È in questa luce di fede che dev’essere letta tutta la missione. Arrivati nell’isola, Barnaba, Saulo e Marco annunciarono la Parola nelle sinagoghe dei Giudei. Il “prima ai Giudei”, malgrado i continui smacchi, è un principio fondamentale per Saulo. In questo breve racconto, nulla si dice della loro catechesi. Tutto si concentra su uno scontro frontale con la magia. C’era lì, infatti, un mago famoso, alloggiato presso il proconsole romano Sergio Paolo. Egli fece di tutto per ostacolare Saulo e per distogliere il proconsole dalla fede. “Allora Saulo, detto anche Paolo (così lo chiameremo d’ora in poi), pieno di Spirito Santo, fissò gli occhi sul mago e disse: «Ammasso di astuzia e di perversità… quando finirai di sconvolgere le vie del Signore? Ecco sarai cieco per un certo tempo e non ci vedrai più». Improvvisamente piombò nell’oscurità…”. La potenza dello Spirito annulla e distrugge ogni potenza magica e guadagna alla fede il Proconsole. Tutto qui l’apostolato di Paolo a Cipro, la patria di Barnaba. Da Pafo, porto di Cipro, salparono verso il continente e raggiunsero Perge in Panfilia, dove Giovanni-Marco si separò da loro per tornare a Gerusalemme. Antiochia di Pisidia (13,14-52) Paolo e Barnaba non si soffermano a Perge, ma si dirigono verso Antiochia di Pisidia. Il loro scopo è evangelizzare le città, da cui poi è più facile l’evangelizzazione dell’intera regione. Ad Antiochia c’era una grande sinagoga ed essi, giunto il sabato, vi entrarono per partecipare al culto. “A un certo punto, dopo la lettura della Legge, i capi mandarono a dire loro: «Fratelli, se avete qualche parola di esortazione per il popolo, parlate». Si alzò Paolo”. I presenti non erano solo Giudei, ma anche molti pagani devoti e aderenti alla religione ebraica. Tutta gente che aveva una certa conoscenza della storia del Popolo di Dio. Paolo si sentì a suo agio e rivolgendosi all’assemblea disse: “Uomini di Israele e voi tutti timorati di Dio, ascoltate!”. Così ha inizio un discorso che può essere suddiviso in tre parti. La prima (13,11-25) è una fantastica catechesi sull’Antico Testamento. A Paolo interessa un solo soggetto: Dio che cammina con il suo popolo nella storia con lo scopo di dargli un salvatore, Gesù e con una cascata di undici verbi riassume l’agire di Dio dai Patriarchi a Gesù: “Dio scelse i nostri Padri e rese numeroso il popolo in terra d’Egitto. Dopo lo condusse via di là e lo nutrì per circa quarant’anni nel deserto… Distrusse sette popoli e diede loro in eredità la terra di Canaan e più tardi stabilì dei giudici per governarli fino a Samuele. Quindi diede loro Saul come re, che poi rimosse. Infine suscitò Davide dalla cui discendenza trasse per loro un Salvatore, Gesù secondo la promessa”. Questa è una splendida catechesi perché evidenzia un solo soggetto, Dio che ha un preciso progetto: dare loro un Salvatore, Gesù. È importante questo per i nostri catechisti. Quando si presenta l’Antico Testamento si deve evidenziare solo l’agire di Dio, scoprire come Egli si rivela e qual è il suo progetto storico. Il motivo è semplice: si deve parlare della Storia della Salvezza. E l’unico soggetto di questa storia è Dio. Dopo, Paolo si riallaccia alla Tradizione Apostolica che ha inizio con Giovanni Battista. La sua fonte la conosciamo: è Pietro che egli ha consultato per ben quindici giorni, quando dopo tre anni dalla sua conversione si recò a Gerusalemme (Gal 1,18). Per presentare il Battista gli bastano poche parole: “Giovanni preannunciò la venuta del Salvatore e sulla fine della sua missione diceva: «Quello che pensate che io sia non lo sono, ma viene uno dopo di me, al quale io non sono degno di sciogliere i sandali dai suoi piedi»”. È chiaro che per Paolo, Giovanni appartiene all’Antico Testamento. La seconda parte (13,26-30) ha inizio sullo stile della prima: “Fratelli della stirpe di Abramo e voi tutti timorati di Dio, a noi è stata mandata da Dio questa parola di salvezza”. A noi, ossia: oggi Dio ha inviato a noi un messaggio di salvezza che si compie per mezzo del Salvatore, Gesù. Ma qual è stata la reazione degli abitanti di Gerusalemme e dei suoi capi? “Non hanno voluto riconoscere Gesù né accogliere le parole dei profeti che si leggono ogni sabato. Comunque, condannandolo hanno portato a compimento le Scritture e, pur non trovando in lui nessun motivo di morte, chiesero a Pilato che fosse ucciso e quando ebbero portato a termine tutte le Scritture lo tolsero dalla croce e lo misero in un sepolcro. Ma Dio lo ha risuscitato dai morti”.

L’essenza del cristianesimo Qui abbiamo l’oggetto culmine del primo annuncio cristiano: passione, morte, sepoltura, Risurrezione. Siamo agli inizi della predicazione cristiana e non si può non sentire lo “scandalo della croce” a cui si dà una sola risposta. Leggendo i fatti nella luce delle Scritture si dice che tutto era previsto. Paolo però mette bene in risalto la responsabilità e la colpa del suo popolo. Condannando Gesù, hanno condannato un innocente. Ma Dio ha continuato a essere con lui e per mezzo di lui ha portato a compimento la salvezza. Di fronte al totale rifiuto Dio ha trovato una via perché Gesù continuasse a essere il Salvatore: lo ha risuscitato. Solo la sapienza di Dio poteva trovare questa via. E siccome la salvezza è un atto della potenza di Dio, un giorno Paolo dirà: “Cristo crocifisso è potenza e sapienza di Dio” (1 Cor 1,24). Nella terza parte (13,31-42) Paolo parla dei testimoni della Risurrezione e del senso che essa ha per noi. Si noti che non dice che è apparso anche a lui (1 Cor 15,8). Questo non ha importanza: contano solo i testimoni oculari, cioè “Quelli che sono vissuti con Gesù e che sono saliti con lui dalla Galilea a Gerusalemme; solo questi sono i suoi testimoni presso il popolo. E noi vi annunziamo la buona novella che la promessa fatta ai Padri si è compiuta, poiché Dio l’ha attuata per noi, loro figli, risuscitando Gesù, come sta scritto nel salmo: «Mio figlio sei tu, io oggi ti ho generato»”. Lasciamo pure che certi interpreti dicano che il modo di citare di Paolo non è molto corretto, però è bello pensare alla Risurrezione non come a una rinascita, ma come a una vera nascita per una vita del tutto nuova, non più soggetta alla corruzione. Anche questo compie le profezie, ma soprattutto ci dà la certezza che in Gesù risorto abbiamo la salvezza, cioè il perdono dei peccati e quella giustizia (= giusto rapporto con Dio) che la Legge di Mosè non può dare, ma che ora è possibile a chiunque crede. Paolo si è accorto della reazione negativa di alcuni quando ha parlato dell’inutilità della Legge e perciò conclude con parole dure: “Guardate voi arroganti, stupite e allibite, perché sto per compiere un’opera che se ve la raccontassero non credereste”. Forse Paolo pensa alla grande diffusione del Vangelo che offre a tutti la salvezza. Il congedo è educato: “Li pregavano di esporre ancora il prossimo sabato queste cose”.

Un uditorio diviso (13,43-52) Lasciata la sinagoga, molti giudei e timorati di Dio seguirono Paolo e Barnaba per continuare, forse per tutta la settimana, a intrattenersi con loro. Ed essi “li esortavano a perseverare nella grazia di Dio”. Ma dovettero fare qualcosa di più perché il sabato seguente furono moltissimi i cittadini che vennero alla sinagoga per ascoltare Paolo. E i Giudei, vedendo il successo ottenuto da Paolo e Barnaba “furono pieni di zelo”, una traduzione in linea col v. 38. Quei Giudei compresero che l’annuncio di Paolo annullava il primato della legge e delle tradizioni ebraiche, in particolare la circoncisione e le leggi cultuali. Di qui la loro contestazione e il loro bestemmiare contro quello che diceva Paolo, il quale capì che non c’era più nulla da fare. Allora, Paolo insieme a Barnaba, disse: “Era necessario annunciare prima a voi la Parola di Dio, ma dal momento che la rifiutate e non vi giudicate degni della vita eterna, ci rivolgiamo ai pagani. Così, infatti, ci ha comandato il Signore: «Ti ho posto luce delle genti perché porti la salvezza sino alle estremità della terra»” (Is 49,6). Con questo Paolo segna la rottura con la sinagoga, mentre i pagani che l’ascoltavano “gioirono e glorificarono la Parola di Dio, e abbracciarono la fede tutti quelli che erano destinati alla vita eterna. E la Parola di Dio si diffuse per tutta la regione”. La reazione dei Giudei fu dura: sobillarono le donne pie di alto rango e i notabili della città e suscitarono una persecuzione contro Paolo e Barnaba e li scacciarono dalla città. Ed “essi se ne andarono pieni di gioia e di Spirito Santo”.

Iconio (14,1-7) Certe traduzioni iniziano il brano così: “A Iconio successe lo stesso”; si intende: come ad Antiochia. Eppure qualcosa di nuovo c’è. Quand’essi entrarono nella sinagoga, parlarono in modo tale che “un gran numero di Giudei e di pagani credettero”. Molti però li rifiutarono e aizzarono i pagani contro i credenti. Ma si tratta solo di ostilità aperta che non impedisce di rimanere per molto tempo sul posto e di annunciare la Parola con franchezza, libertà, coraggio e audacia. Sono quattro parole che vogliono rendere tutta la ricchezza del verbo greco: parressiazomai. Alla fine però la città si divise e alcuni si schierarono dalla parte dei Giudei, mentre altri dalla parte degli “apostoli”. Abbiamo scritto in neretto l’ultimo termine per sottolineare che è la prima volta che Luca chiama Paolo e Barnaba con la parola “Apostoli”, finora riservata ai Dodici. La situazione poi precipitò e i due se ne andarono a Listra e Derbe.

Listra (14,8-20) Una città totalmente pagana. Ora possiamo ascoltare una piccola catechesi fatta ai pagani e assistere al primo scontro con l’idolatria. Mentre Paolo sta parlando, vede davanti a sé uno storpio e zoppo e si accorge che in quell’uomo c’è la fede per essere salvato. Allora con forte voce gli dice: “Alzati diritto in piedi. Quell’uomo si alzò e si mise a camminare”. Quei pagani, dediti all’idolatria, si mettono a urlare: “Gli dèi sono scesi in mezzo a noi e pensarono che Barnaba fosse Giove e Paolo Mercurio” e decidono di offrire loro un sacrificio. Barnaba e Paolo si stracciano le vesti e corrono verso la folla urlando: “Che cosa fate? Anche noi siamo uomini come voi. Solo vi annunciamo che dovete convertirvi da queste vanità”, da questi dèi inesistenti, privi di senso e valore. Ecco che cos’è l’idolatria per gli annunciatori del Vangelo: Vanità; gli idoli non esistono, il vero culto può essere reso solo “al Dio vivente che ha fatto il cielo, la terra, il mare e tutto ciò che in essi esiste. Egli ha sempre dato prova di sé beneficandovi, concedendovi dal cielo piogge e stagioni ricche di frutti, fornendovi il cibo e riempiendo di gioia i vostri cuori”. Queste parole di Paolo sono un vero spunto di preevangelizzazione, fatto partendo dalla natura “la Bibbia dei pagani”. In un simile ambiente politeista non era opportuno parlare di Cristo; era sufficiente un invito ad adorare l’unico Dio. Così calmano la folla e impediscono che si offra loro un sacrificio. Ma ecco arrivare da Antiochia e da Iconio alcuni Giudei che aizzano e sobillano il popolo tanto che si mettono a lapidare Paolo e quando sembra loro che fosse morto lo trascinano fuori della città. Qui c’è una frase sorprendente: “Gli si avvicinarono i discepoli ed egli, alzatosi, entrò in città e il giorno dopo si diresse verso Derbe con Barnaba”. Ciò significa che Luca si è limitato a narrare un solo episodio, in realtà c’è stata una vera evangelizzazione che ha fatto nascere una piccola comunità.

Derbe (14,21-28) Luca ha voglia di concludere perché si limita a dire che dopo aver evangelizzato questa città e fatto un numero considerevole di discepoli prendono la via del ritorno, facendo il cammino a ritroso. In ogni città, già evangelizzata rianimano i discepoli esortandoli a rimanere saldi nella fede. E soprattutto danno alle comunità un’organizzazione. Imposero le mani sui presbiteri eletti per il servizio e “dopo aver pregato e digiunato li affidarono al Signore nel quale avevano creduto”. Poi si fermano a Perge e vi annunziano la Parola di Dio. Quindi scendono ad Attalia e prendono la nave per Antiochia di Siria dove “erano stati affidati alla grazia di Dio” e lì raccontano ai fratelli non quello che essi avevano fatto, ma quello che Dio aveva fatto per mezzo di loro. Tutto è stato opera di Dio e dello Spirito.

Preghiamo Signore, com’è meravigliosa la tua Chiesa apparsa in queste pagine che abbiamo meditato. Tutti sanno che sei Tu a camminare con loro nella storia e hanno esperienza che anche il Padre e lo Spirito Santo sono con loro. Gli Apostoli, nel loro lavoro apostolico, non si sentono protagonisti, ma collaboratori di Dio. Quel bene che essi compiono, in realtà è Dio che lo compie ed essi gioiscono di questa intimità divina. Signore, sappiamo che tutto ciò si realizza anche oggi, ma i cristiani ne hanno coscienza? Sono davvero convinti di questa tua presenza e sanno renderla vera esperienza di vita? O Signore, fa’ che quanti hanno meditato queste pagine vivano questa realtà e fa’ che coloro che hanno il compito primario dell’annuncio del Vangelo ricordino che la Chiesa, imponendo loro le mani, li ha “affidati allo Spirito Santo”. O Signore, rendici convinti di questo dono e fa’ che sia in noi fonte di gioia. Amen!

Mario Galizzi

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