Archive pour avril, 2016

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI (Vi do un comandamento nuovo)

https://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2010/documents/hf_ben-xvi_hom_20100502_torino.html

VISITA PASTORALE A TORINO

CONCELEBRAZIONE EUCARISTICA

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI (Vi do un comandamento nuovo)

Piazza San Carlo

Domenica, 2 maggio 2010

Cari fratelli e sorelle!

Sono lieto di trovarmi con voi in questo giorno di festa e di celebrare per voi questa solenne Eucaristia. Saluto ciascuno dei presenti, in particolare il Pastore della vostra Arcidiocesi, il Cardinale Severino Poletto, che ringrazio per le calorose espressioni rivoltemi a nome di tutti. Saluto anche gli Arcivescovi e i Vescovi presenti, i Sacerdoti, i Religiosi e le Religiose, i rappresentanti delle Associazioni e dei Movimenti ecclesiali. Rivolgo un deferente pensiero al Sindaco, Dottor Sergio Chiamparino, grato per il cortese indirizzo di saluto, al rappresentante del Governo ed alle Autorità civili e militari, con un particolare ringraziamento a quanti hanno generosamente offerto la loro collaborazione per la realizzazione di questa mia Visita pastorale. Estendo il mio pensiero a quanti non hanno potuto essere presenti, in modo speciale agli ammalati, alle persone sole e a quanti si trovano in difficoltà. Affido al Signore la città di Torino e tutti i suoi abitanti in questa celebrazione eucaristica, che, come ogni domenica, ci invita a partecipare in modo comunitario alla duplice mensa della Parola di verità e del Pane di vita eterna. Siamo nel tempo pasquale, che è il tempo della glorificazione di Gesù. Il Vangelo che abbiamo ascoltato poc’anzi ci ricorda che questa glorificazione si è realizzata mediante la passione. Nel mistero pasquale passione e glorificazione sono strettamente legate fra loro, formano un’unità inscindibile. Gesù afferma: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui» (Gv 13,31) e lo fa quando Giuda esce dal Cenacolo per attuare il piano del suo tradimento, che condurrà alla morte del Maestro: proprio in quel momento inizia la glorificazione di Gesù. L’evangelista Giovanni lo fa comprendere chiaramente: non dice, infatti, che Gesù è stato glorificato solo dopo la sua passione, per mezzo della risurrezione, ma mostra che la sua glorificazione è iniziata proprio con la passione. In essa Gesù manifesta la sua gloria, che è gloria dell’amore, che dona tutto se stesso. Egli ha amato il Padre, compiendo la sua volontà fino in fondo, con una donazione perfetta; ha amato l’umanità dando la sua vita per noi. Così già nella sua passione viene glorificato, e Dio viene glorificato in lui. Ma la passione – come espressione realissima e profonda del suo amore – è soltanto un inizio. Per questo Gesù afferma che la sua glorificazione sarà anche futura (cfr v. 32). Poi il Signore, nel momento in cui annuncia la sua partenza da questo mondo (cfr v. 33), quasi come testamento ai suoi discepoli per continuare in modo nuovo la sua presenza in mezzo a loro, dà ad essi un comandamento: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi gli uni gli altri» (v. 34). Se ci amiamo gli uni gli altri, Gesù continua ad essere presente in mezzo a noi, ad essere glorificato nel mondo. Gesù parla di un “comandamento nuovo”. Ma qual è la sua novità? Già nell’Antico Testamento Dio aveva dato il comando dell’amore; ora, però, questo comandamento è diventato nuovo in quanto Gesù vi apporta un’aggiunta molto importante: «Come io ho amato voi, così amatevi gli uni gli altri». Ciò che è nuovo è proprio questo “amare come Gesù ha amato”. Tutto il nostro amare è preceduto dal suo amore e si riferisce a questo amore, si inserisce in questo amore, si realizza proprio per questo amore. L’Antico Testamento non presentava alcun modello di amore, ma formulava soltanto il precetto di amare. Gesù invece ci ha dato se stesso come modello e come fonte di amore. Si tratta di un amore senza limiti, universale, in grado di trasformare anche tutte le circostanze negative e tutti gli ostacoli in occasioni per progredire nell’amore. E vediamo nei santi di questa Città la realizzazione di questo amore, sempre dalla fonte dell’amore di Gesù. Nei secoli passati la Chiesa che è in Torino ha conosciuto una ricca tradizione di santità e di generoso servizio ai fratelli – come hanno ricordato il Cardinale Arcivescovo e il Signor Sindaco – grazie all’opera di zelanti sacerdoti, religiosi e religiose di vita attiva e contemplativa e di fedeli laici. Le parole di Gesù acquistano, allora, una risonanza particolare per questa Chiesa di Torino, una Chiesa generosa e attiva, a cominciare dai suoi preti. Dandoci il comandamento nuovo, Gesù ci chiede di vivere il suo stesso amore, dal suo stesso amore, che è il segno davvero credibile, eloquente ed efficace per annunciare al mondo la venuta del Regno di Dio. Ovviamente con le nostre sole forze siamo deboli e limitati. C’è sempre in noi una resistenza all’amore e nella nostra esistenza ci sono tante difficoltà che provocano divisioni, risentimenti e rancori. Ma il Signore ci ha promesso di essere presente nella nostra vita, rendendoci capaci di questo amore generoso e totale, che sa vincere tutti gli ostacoli, anche quelli che sono nei nostri stessi cuori. Se siamo uniti a Cristo, possiamo amare veramente in questo modo. Amare gli altri come Gesù ci ha amati è possibile solo con quella forza che ci viene comunicata nel rapporto con Lui, specialmente nell’Eucaristia, in cui si rende presente in modo reale il suo Sacrificio di amore che genera amore: è la vera novità nel mondo e la forza di una permanente glorificazione di Dio, che si glorifica nella continuità dell’amore di Gesù nel nostro amore. Vorrei dire, allora, una parola d’incoraggiamento in particolare ai Sacerdoti e ai Diaconi di questa Chiesa, che si dedicano con generosità al lavoro pastorale, come pure ai Religiosi e alle Religiose. A volte, essere operai nella vigna del Signore può essere faticoso, gli impegni si moltiplicano, le richieste sono tante, i problemi non mancano: sappiate attingere quotidianamente dal rapporto di amore con Dio nella preghiera la forza per portare l’annuncio profetico di salvezza; ri-centrate la vostra esistenza sull’essenziale del Vangelo; coltivate una reale dimensione di comunione e di fraternità all’interno del presbiterio, delle vostre comunità, nei rapporti con il Popolo di Dio; testimoniate nel ministero la potenza dell’amore che viene dall’Alto, viene dal Signore presente in mezzo a noi. La prima lettura che abbiamo ascoltato, ci presenta proprio un modo particolare di glorificazione di Gesù: l’apostolato e i suoi frutti. Paolo e Barnaba, al termine del loro primo viaggio apostolico, ritornano nelle città già visitate e rianimano i discepoli, esortandoli a restare saldi nella fede, perché, come essi dicono, «dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni» (At 14,22). La vita cristiana, cari fratelli e sorelle, non è facile; so che anche a Torino non mancano difficoltà, problemi, preoccupazioni: penso, in particolare, a quanti vivono concretamente la loro esistenza in condizioni di precarietà, a causa della mancanza del lavoro, dell’incertezza per il futuro, della sofferenza fisica e morale; penso alle famiglie, ai giovani, alle persone anziane che spesso vivono in solitudine, agli emarginati, agli immigrati. Sì, la vita porta ad affrontare molte difficoltà, molti problemi, ma è proprio la certezza che ci viene dalla fede, la certezza che non siamo soli, che Dio ama ciascuno senza distinzione ed è vicino a ciascuno con il suo amore, che rende possibile affrontare, vivere e superare la fatica dei problemi quotidiani. E’ stato l’amore universale di Cristo risorto a spingere gli apostoli ad uscire da se stessi, a diffondere la parola di Dio, a spendersi senza riserve per gli altri, con coraggio, gioia e serenità. Il Risorto possiede una forza di amore che supera ogni limite, non si ferma davanti ad alcun ostacolo. E la Comunità cristiana, specialmente nelle realtà più impegnate pastoralmente, deve essere strumento concreto di questo amore di Dio. Esorto le famiglie a vivere la dimensione cristiana dell’amore nelle semplici azioni quotidiane, nei rapporti familiari superando divisioni e incomprensioni, nel coltivare la fede che rende ancora più salda la comunione. Anche nel ricco e variegato mondo dell’Università e della cultura non manchi la testimonianza dell’amore di cui ci parla il Vangelo odierno, nella capacità dell’ascolto attento e del dialogo umile nella ricerca della Verità, certi che è la stessa Verità che ci viene incontro e ci afferra. Desidero anche incoraggiare lo sforzo, spesso difficile, di chi è chiamato ad amministrare la cosa pubblica: la collaborazione per perseguire il bene comune e rendere la Città sempre più umana e vivibile è un segno che il pensiero cristiano sull’uomo non è mai contro la sua libertà, ma in favore di una maggiore pienezza che solo in una “civiltà dell’amore” trova la sua realizzazione. A tutti, in particolare ai giovani, voglio dire di non perdere mai la speranza, quella che viene dal Cristo Risorto, dalla vittoria di Dio sul peccato, sull’odio e sulla morte. La seconda lettura odierna ci mostra proprio l’esito finale della Risurrezione di Gesù: è la Gerusalemme nuova, la città santa, che scende dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo (cfr Ap 21,2). Colui che è stato crocifisso, che ha condiviso la nostra sofferenza, come ci ricorda anche, in maniera eloquente, la sacra Sindone, è colui che è risorto e ci vuole riunire tutti nel suo amore. Si tratta di una speranza stupenda, “forte”, solida, perché, come dice l’Apocalisse: «(Dio) asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate» (21,4). La sacra Sindone non comunica forse lo stesso messaggio? In essa vediamo, come specchiati, i nostri patimenti nelle sofferenze di Cristo: “Passio Christi. Passio hominis”. Proprio per questo essa è un segno di speranza: Cristo ha affrontato la croce per mettere un argine al male; per farci intravedere, nella sua Pasqua, l’anticipo di quel momento in cui anche per noi, ogni lacrima sarà asciugata e non ci sarà più morte, né lutto, né lamento, né affanno. Il brano dell’Apocalisse termina con l’affermazione: «Colui che sedeva sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”» (21,5). La prima cosa assolutamente nuova realizzata da Dio è stata la risurrezione di Gesù, la sua glorificazione celeste. Essa è l’inizio di tutta una serie di “cose nuove”, a cui partecipiamo anche noi. “Cose nuove” sono un mondo pieno di gioia, in cui non ci sono più sofferenze e sopraffazioni, non c’è più rancore e odio, ma soltanto l’amore che viene da Dio e che trasforma tutto. Cara Chiesa che è in Torino, sono venuto in mezzo a voi per confermarvi nella fede. Desidero esortarvi, con forza e con affetto, a restare saldi in quella fede che avete ricevuto, che dà senso alla vita, che dà forza di amare; a non perdere mai la luce della speranza nel Cristo Risorto, che è capace di trasformare la realtà e rendere nuove tutte le cose; a vivere in città, nei quartieri, nelle comunità, nelle famiglie, in modo semplice e concreto l’amore di Dio: “Come io ho amato voi, così amatevi gli uni gli altri”. Amen.    

24 APRILE 2016 | 5A DOMENICA DI PASQUA – ANNO C | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/2016/04-Pasqua_C/Omelie/05a-Domenica-di-Pasqua-C-2016/14-05a-Domenica-C_2016-SC.htm

24 APRILE 2016 | 5A DOMENICA DI PASQUA – ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO

« Vidi la nuova Gerusalemme scendere dal cielo… »   L’uso continuato dell’Apocalisse come seconda lettura, in questo terzo ciclo, dà uno splendore e una profondità tutta particolare alla celebrazione di queste Domeniche dopo Pasqua. La gioia pasquale trova qui ampia possibilità di trasmettersi, quasi per contagio, agli attenti lettori; e con la gioia anche il senso sempre più dilatato della Pasqua, che diventa così evento non solo ecclesiale, ma addirittura cosmico. « Ecco, io faccio nuove tutte le cose », leggiamo al termine del brano odierno dell’Apocalisse (21,5): la « novità » introdotta e portata a termine da Cristo va ben oltre i confini della Chiesa, e abbraccia l’universalità del cosmo, che « geme » in attesa della « liberazione » finale (cf Rm 8,19).

« Vieni, ti mostrerò la fidanzata, la sposa dell’Agnello » La 2ª lettura fa parte dell’ultima sezione dell’Apocalisse (19,11-22,5), in cui si descrive la definitiva e totale sconfitta del male: « Io, Giovanni, vidi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più » (Ap 21,1). Siamo dunque davanti a un mondo « nuovo », diverso da quello di prima: il « mare », luogo di vita del drago e simbolo del male, scomparirà per sempre, quasi ritirandosi per paura davanti alla marcia vittoriosa del « nuovo » Israele. Quello infatti che interessa al Veggente di Patmos non è la « novità » delle cose ma la novità degli uomini, che egli ci rappresenta sotto il simbolo appassionato della Gerusalemme celeste: « Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo » (v. 2). È chiaro che il simbolo intende alludere alla comunità dei redenti che, alla fine dei tempi, si stringerà attorno all’Agnello per celebrare per sempre l’amore salvante di Dio in Cristo. A questo rimanda anche l’immagine della « sposa » che si prepara e si « adorna per il suo sposo ». E tra poco ascolteremo « uno dei sette angeli, che avevano le sette coppe piene degli ultimi flagelli », gridare: « Vieni, ti mostrerò la fidanzata, la sposa dell’Agnello » (v. 9). Le immagini sono davvero esaltanti e riassumono in felice sintesi la storia dell’amore di Dio verso gli uomini. Gerusalemme è la città di Davide, capitale e centro religioso d’Israele, città di Dio, città santa, soprattutto perché in essa era costruito il Tempio. I Profeti l’assumono come simbolo della futura metropoli del popolo messianico. Ai tempi del N. Testamento Cristo consumerà in essa il suo sacrificio, « poiché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme » (Lc 13,33); in essa gli Apostoli riceveranno il dono dello Spirito che li spingerà alla conquista di tutta la terra; a essa farà sempre ritorno Paolo al termine dei suoi viaggi missionari. Tutto questo era più che sufficiente per farla assumere come « simbolo » anche della consumazione finale della salvezza, che non potrà essere se non una salvezza « comunitaria »: la Chiesa della terra è predestinata a diventare la futura Chiesa celeste! Non c’è soluzione di continuità fra le due realtà, tanto che S. Paolo potrà dire che « la nostra cittadinanza è nei cieli » (Fil 3,20). Non si tratta dunque qui di una localizzazione « geografica », quanto di una « dimensione » dello spirito: già fa parte della Gerusalemme celeste chi è capace di aderire a Cristo con tutta l’intensità del suo amore. Sì, perché non si diventa cittadini di questa città se non in forza dell’amore. È per questo che la Gerusalemme celeste ci viene presentata anche sotto un altro simbolo: quello della « sposa che si adorna per il suo sposo » (Ap 21,22). È chiaro che siamo nel mondo delle immagini, se si può passare così facilmente dall’una all’altra! E qui si recupera tutta la meravigliosa tematica dell’allegoria « nuziale », con cui i profeti dell’Antico Testamento avevano inteso rappresentare i rapporti di amore, di benevolenza, di preferenza di Dio verso Israele. In tal modo l’ideale profetico è realizzato: « Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore » (Os 2,21-22). Soltanto che adesso le nozze non saranno più con Jahvèh ma con l’Agnello (cf v. 9), in quanto « Agnello di Dio » però (cf Gv 1,36): cioè nella espressione massima dell’amore che Dio possa dimostrare all’uomo, dando appunto per lui alla morte « il proprio Figlio » (Rm 8,32). È a questo punto che il rapporto di nuzialità è perfetto: una capacità di donarsi nell’amore, che non si arresta neppure davanti alla morte. Ecco perché il brano dell’Apocalisse, anche se apparentemente lontano dalla tematica pasquale, ha invece una profonda risonanza pasquale: la « nuzialità » della Chiesa nasce dall’amore senza limiti che le ha dimostrato il suo Signore. Tutte le precedenti esperienze d’Israele erano solo « l’ombra » di quanto Dio avrebbe fatto per noi alla fine dei tempi, « donandoci » Cristo. La Pasqua cristiana è l’esaltazione di questo amore « nuziale », con cui Dio assume gli uomini come suoi partners in un amplesso senza fine. Di qui anche il senso di gioia e di esultanza che pervade il resto del nostro brano, sul quale però non possiamo ulteriormente intrattenerci: « Udii allora una voce potente che usciva dal trono: Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il « Dio con loro ». E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate » (vv. 3-4)!

« Vi do un comandamento nuovo » Però, perché si abbia un vero patto nuziale, l’amore deve circolare dalle due parti. È precisamente a questo che ci richiama il breve, ma ricchissimo brano del Vangelo di Giovanni, ripreso dal racconto dell’ultima Cena. Dopo la scena drammatica dello svelamento del traditore e la sua fuga dal Cenacolo, « nella notte » (Gv 13,30), Gesù ha come un senso di sollievo che esprime nei seguenti termini: « Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato e anche Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito » (vv. 31-32). È il tema della « gloria » che Giovanni lega, come ben sappiamo, più alla Passione che alla Risurrezione: « Io quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me » (12,32). Dal momento che Giuda, spinto da Satana, è uscito per mandare a effetto il suo tradimento, Gesù considera il dramma della Passione come già avviato, e perciò adopera il verbo al passato: « Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato… » (13,31). D’altra parte, se la « gloria » che lui dà a Dio è già in atto, quella che il Padre darà a lui, dimostrandogli di aver gradito la sua offerta, deve ancora venire nella Risurrezione. Ecco il perché dei due futuri successivi: « Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito » (v. 32). Gesù non ha dubbi sul gradimento del Padre, e perciò è sicuro che la glorificazione avverrà « subito ». Si apre qui uno squarcio degli insondabili rapporti di amore inesauribile fra il Padre e il Figlio, che è il segno rivelatore della loro unità di natura: « Io e il Padre siamo una cosa sola » (Gv 10,30). È possibile che qualche cosa di questa « unione » così profonda si riverberi anche sui discepoli di Cristo, in modo che anch’essi siano un segno rivelatore della presenza del Dio-Trinità in loro? È quanto Gesù dichiara immediatamente dopo, dando il « comandamento nuovo » dell’amore, cercando così quasi di prolungare la sua presenza in mezzo agli uomini. Mediante l’amore, tutto « nuovo », dei suoi discepoli, gli uomini scopriranno le orme del suo passaggio nella nostra storia: « Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri » (vv. 33-35). Dal contesto è chiaro che qui Gesù lascia ai suoi come un « testamento », che esprime la sua volontà ultima e definitiva: « Ancora per poco sono con voi » (v. 33). E come ogni testamento, soprattutto questo di Gesù è un « dono » gratuito: « Vi do un comandamento nuovo… » (v. 34). In Giovanni, infatti, il verbo greco dídomi (dare) esprime normalmente un dono. Ma come è possibile che sia dono un « comandamento »? Lo è se esso, più che imporci qualcosa, ci scopre una dimensione del nostro essere, ci fa penetrare più a fondo nel mistero del nostro intimo costitutivo di uomini e di cristiani, strutturati per amarsi appunto come fratelli. Cristo non ci impone qualcosa che venga come dal di fuori, ma ci illumina su quello che siamo e su quello che dobbiamo fare per realizzarci fino in fondo. Non c’è niente di « legalistico » in tutto questo, ma la scoperta del disegno di Dio sopra di noi. Perciò Giovanni non adopera qui il termine nómos (= legge), che è una realtà superata nella prospettiva evangelica, ma entolé, termine caratteristico nella letteratura deuteronomistica, adoperato dalla versione dei Settanta per esprimere la manifestazione della volontà di Dio.

« Come io vi ho amato » Ma perché Gesù chiama « nuovo » questo comandamento dell’amore fraterno? Anche l’Antico Testamento, infatti, esigeva l’amore verso il prossimo, tanto che Gesù farà proprio quel precetto: « Amerai il prossimo tuo come te stesso » (Lv 19,18 e Mt 22,39), ampliandolo però a tutti gli uomini, ivi inclusi i nemici. Per Giovanni la « novità » consiste soprattutto nel « modo » e nell’intensità con cui questo amore deve venire attuato: « Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri » (v. 34). Non dimentichiamoci che siamo in un contesto di passione: Gesù si sta ormai avviando a « dare la sua vita in riscatto » per tutti gli uomini (cf Mc 10,45). Perciò rimanda i suoi discepoli a un esempio concreto di amore, capace di introdurre nei rapporti fra gli uomini qualcosa di rivoluzionario, nel senso che un amore del genere deve sempre « rigenerarsi » per non diventare abitudinario. Amare « come » Gesù ci ha amati significa, infatti, prendere come misura non la piccolezza del nostro cuore, ma la immensità del cuore di Dio; significa entrare costantemente in rottura con la logica dell’egoismo, della chiusura, della prepotenza che è in noi e nella società che noi tutti contribuiamo a creare. Amare « come » Cristo ci ha amati significa metterci noi stessi a « lavare i piedi » ai fratelli, senza pretendere che siano loro a lavarli a noi (cf Gv 13,1-20). Credo che il lettore avrà facilmente osservato come ci sia un’insistente convergenza sull’aggettivo « nuovo », in questi due brani: « un nuovo cielo e una nuova terra », « la nuova Gerusalemme », « comandamento nuovo », ecc. Questo sta a dire che la « novità » radicale è già venuta, anche se apparirà nella sua pienezza e in tutto il suo splendore solo alla fine. Perciò tocca ai cristiani di anticipare, fin da ora, la discesa dal cielo della « nuova Gerusalemme », fermentando la Chiesa e la stessa comunità civile di questa potenza « nuova » dell’amore, la sola capace di creare, finché c’è ancora tempo, possibilità concrete di « convivenza » fra gli uomini.

Settimio CIPRIANI  (+)

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 22 avril, 2016 |Pas de commentaires »

Moses escapes to Midian & the call of God

Moses escapes to Midian & the call of God dans immagini sacre 05%20RAVENNA%20MOSES%20WITH%20JETHRO'S%20FLOCK

http://www.artbible.net/1T/Exo0211_Escape_call/pages/05%20RAVENNA%20MOSES%20WITH%20JETHRO%27S%20FLOCK.htm

Publié dans:immagini sacre |on 21 avril, 2016 |Pas de commentaires »

LA SCRITTURA TRA ETERNITÀ E TEMPO – DI GIANFRANCO RAVASI (2009)

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/cultura/026q04b1.html

LA SCRITTURA TRA ETERNITÀ E TEMPO – DI GIANFRANCO RAVASI

Arriva in libreria l’edizione San Paolo della Bibbia con la nuova traduzione della Conferenza episcopale italiana (La Bibbia. Via, verità e vita, Cinisello Balsamo, 2008, pagine 2672, euro 29). Il progetto editoriale del volume è diretto da Gianfranco Ravasi per l’Antico Testamento e da Bruno Maggioni per il Nuovo. Pubblichiamo stralci dell’introduzione generale.

Parola divina e parole umane, Verbo e carne, eternità e tempo, infinito e spazio umano, Dio e uomo. Sono sempre due le prospettive da adottare nella lettura della Bibbia e due sono le luci che devono illuminare il cammino interpretativo del lettore credente. C’è innanzitutto l’aspetto storico-letterario. Esso esige nel lettore una certa attrezzatura critica fatta di conoscenze specifiche. È questo il lavoro che compie l’esegesi, un termine che nella sua origine greca indica un « tirare fuori » dal testo tutta la sua ricchezza di contenuti e di messaggio, identificandone i mezzi espressivi e le sue forme. A quest’ultimo riguardo è importante saper identificare i cosiddetti generi letterari, cioè le varie modalità con cui si esprimono i diversi contenuti:  differenti sono, infatti, i linguaggi adottati quando si deve codificare un testo giuridico, si innalza un inno di lode, si descrive un evento storico, si invoca un sostegno nella supplica, si elabora una lettera, si approfondisce con la riflessione un tema, si narra una parabola per illustrare un concetto, si proclama un oracolo sacrale e profetico, si ammonisce e si esorta a scegliere un comportamento morale e così via. Naturalmente, oltre ai generi, sono molte altre le forme letterarie, i simboli, le tipologie espressive come anche le ricerche di taglio storiografico da condurre così da interpretare correttamente i testi biblici nel loro profilo storico-letterario. Anzi, soprattutto nella seconda metà del Novecento si sono moltiplicati altri metodi di scavo nella pagina biblica per coglierne meglio il suo aspetto letterario e il suo contenuto. Si è attenti, ad esempio, alla dimensione sociale in cui sono vissuti gli uomini e le donne della Bibbia e che è poi riflessa negli scritti sacri. Si ricorre alla psicologia e alla psicanalisi per meglio decifrare alcune esperienze profetiche o il linguaggio delle immagini e dei simboli biblici e per penetrare nel mondo dei miracoli. Ci sono letture « femministe » della Bibbia, preoccupate di non confondere alcuni modelli storici ed espressivi patriarcali della società ebraica antica col messaggio della Sacra Scrittura sulla creatura umana. Altre volte l’attenzione si fissa sull’analisi delle narrazioni bibliche, sulle tecniche di convincimento che in alcuni testi sacri sono sviluppate attraverso la retorica, ossia l’arte della persuasione, come non manca il ricorso a moderni approcci di studio del testo nelle sue strutture (la semiotica). Due sono gli ambiti nei quali l’esercizio della corretta interpretazione storico-letteraria si accende spesso di interesse vivace, anche perché tocca la nostra sensibilità attuale. Il primo è quello della « verità » che la Scrittura vuole comunicarci. In passato si confondevano i piani tra espressione e contenuto e così scattavano forti tensioni tra scienza e fede:  tanto per fare un esempio, pensiamo alla teoria dell’evoluzionismo. Certo, l’autore sacro viveva in una cultura nella quale il modello scientifico era quello « fissista » per cui l’uomo era già compiuto e completo nel suo apparire all’interno di un mondo concepito, tra l’altro, in modo geocentrico. Era questo l’insegnamento che la Bibbia voleva offrire? In realtà essa non voleva rispondere a domande di scienza riguardanti l’antropologia o l’astrofisica, bensì a interrogazioni esistenziali e religiose sul senso della vita, della creatura umana, dell’essere e del loro legame col Creatore. È per questo che pittorescamente sant’Agostino affermava che « non si legge nel Vangelo che il Signore abbia detto:  « Vi manderò il Paraclito per insegnarvi come vanno il sole e la luna. Voleva formare dei cristiani, non dei matematici »" (De Genesi ad litteram, 2, 9, 20). Bisogna, dunque, interrogare la Bibbia in modo corretto, senza costringerla a risposte che non vuole offrire e che solo artificiosamente le possiamo strappare. L’ »inerranza » della Sacra Scrittura – come si era soliti dire in passato – non riguarda la scienza o la storiografia ma gli asserti religiosi. O meglio, la « verità » che la Bibbia ci vuole comunicare non è di tipo scientifico ma teologico, come ha sottolineato in modo nitido il concilio Vaticano II:  « I libri della Sacra Scrittura insegnano con certezza, fedelmente e senza errore, la verità che Dio, a causa della nostra salvezza, volle che fosse consegnata nelle Sacre Lettere » (Dei Verbum, 11). Le verità che le pagine sacre ci insegnano sono, perciò, quelle finalizzate alla nostra salvezza. Non possiamo, però, ignorare che molti testi biblici sono striati di sangue e di violenza, di immoralità di ogni genere, non di rado senza un giudizio negativo, anzi, talora con una tacita o diretta, apparente o implicita approvazione divina. Essi generano reazioni scandalizzate nel lettore che sia sensibile non solo al messaggio dell’amore evangelico ma anche ai puri e semplici valori umani. È, questa, l’altra questione interpretativa, ancor più delicata e lacerante. Basta, infatti, sfogliare i primi capitoli del libro di Giosuè, che descrivono la conquista della terra promessa, per scoprirvi un cumulo di efferatezze e di stermini, posti sotto il sigillo dell’ordine divino. Altrettanto impressionante è la collera furibonda che pervade i cosiddetti « Salmi imprecatori » (ad esempio, Salmi, 58; 109; 137, 8-9). È indubbio che l’analisi letteraria fa capire subito che queste pagine risentono del linguaggio e dello stile caratteristici della cultura dell’antico Vicino Oriente che amava l’eccesso verbale, i colori accesi, l’esasperazione dei toni e aveva fiducia nella forza « offensiva » della parola stessa, fondamentale in una civiltà di tipo orale. L’odio per il male e l’ansia per la giustizia si esercitano, perciò, prima di tutto a livello verbale. Ma tutto questo non basta per giustificare l’ »immoralità » di quei testi. Decisiva per rimuovere questo ostacolo che si para davanti al lettore della Scrittura è un’altra considerazione. La via maestra per comprendere correttamente simili testi marziali o violenti o immorali è ancora una volta quella di tener presente la qualità specifica della rivelazione biblica:  essa è per eccellenza storica. La parola e l’azione divina non sono sospese in cieli mitici e mistici ma sono innescate nella trama tormentata e faticosa della vicenda umana. Esse non sono simili a una serie di tesi o verità astratte, raccolte in un florilegio scritto, ma sono come un seme che germoglia sotto il terreno arido, sassoso e opaco della storia e dell’esistenza. Dio, allora, si fa vicino e paziente, si adatta al limite e persino alla brutalità della creatura umana libera e progressivamente cerca di condurla verso un orizzonte più alto che ha nella legge evangelica dell’amore e del perdono il suo apice, ma che ha già nell’Antico Testamento squarci luminosi:  « Tu, padrone della forza, giudichi con mitezza, ci governi con molta indulgenza (…) Con tale modo di agire hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare l’umanità » (Sapienza, 12, 18-19). Proprio questa dimensione storica e progressiva della rivelazione biblica ci fa comprendere quanto pericolosa e illusoria sia la lettura « fondamentalista » della Bibbia, praticata da alcuni movimenti religiosi. Essa vorrebbe presentarsi come esemplare perché la sua fedeltà al testo è letterale, assoluta, ciecamente affidata alle parole e alle frasi così come esse materialmente suonano, senza applicare quella corretta interpretazione che conduce alla scoperta di ciò che veramente l’autore sacro voleva comunicare attraverso un linguaggio connotato e datato, legato a un mondo culturale e sociale concreto e ormai lontano da quello in cui noi ora viviamo. È, quindi, indispensabile il contributo dell’esegesi e dell’interpretazione – naturalmente ottenuto attraverso un metodo corretto – per essere autenticamente fedeli al senso vero della Sacra Scrittura. Per questa via non si dissolve la « lettera » della Bibbia e la sua storicità, ma si riesce a cogliere la « verità » che essa ci vuole comunicare così da divenire « lampada per i passi e la luce sul cammino » della vita del lettore (Salmi, 119, 105). In questa linea si riesce a comprendere il monito di san Paolo secondo il quale « la lettera uccide, è lo Spirito che dà vita » (2 Corinzi, 3, 6). È per questo che la Bibbia è nel cuore stesso della liturgia, ove è proclamata, commentata, meditata e attualizzata. Essa è anche l’anima dell’annunzio della fede e della catechesi; è l’alimento della vita spirituale attraverso la lectio divina, ossia la lettura intima e fruttuosa che trasferisce l’appello di Dio nell’esistenza personale del credente. La Bibbia è alla base della teologia che a quella fonte attinge la verità da illustrare e approfondire e la norma morale da seguire nelle scelte personali e comunitarie. La Bibbia è alla radice del nostro legame con l’ebraismo ed è il terreno privilegiato per il dialogo ecumenico tra i cristiani che alla Scrittura guardano come a una stella polare. Anzi, figure, eventi e temi biblici pervadono, sia pure elaborati e trasformati, lo stesso libro sacro dell’islam, il Corano. La Bibbia è il « grande codice » di riferimento della cultura. Per secoli personaggi, eventi, simboli, idee, temi biblici hanno offerto le immagini per le creazioni più alte della pittura e della scultura, sono stati trasfigurati nella musica, sono stati ripresi e ricreati dalla letteratura, hanno stimolato la riflessione filosofica e sostanziato la ricerca morale. Per rendere più disponibili le Scritture ai lettori di nuovi ambiti culturali e spirituali, fin dall’antichità si è proceduto a tradurre in nuove lingue quei libri. In greco nacque, tra il III e il II secolo prima dell’era cristiana, la versione dei Settanta, così chiamata per una tradizione leggendaria che ne attribuiva la paternità a settanta studiosi riuniti ad Alessandria di Egitto per compiere questa impresa. In latino san Girolamo, tra il 383 e il 406, tra Roma e Betlemme, ove si era ritirato, si dedicò a preparare la Vulgata, cioè la traduzione « popolare » che dominerà nella Chiesa cattolica nei secoli successivi; le varie comunità cristiane antiche affrontarono altre versioni nelle loro lingue e così si continuò a fare fino ai nostri giorni, in tutte le lingue del nostro pianeta. Lo stesso accade anche a questa traduzione italiana che è quella ufficiale della Conferenza episcopale italiana, giunta ormai a una definitiva redazione. Conservata alle origini su papiri, poi su codici di pergamena e persino su cocci di terracotta, divenuta il primo libro stampato (la Bibbia di Gutenberg del 1452), la Sacra Scrittura approda anche nella civiltà informatica sulle pagine elettroniche, testimoniando la sua presenza sempre vitale nella cultura dell’umanità e nella fede dei credenti. Ora è davanti a noi in questa traduzione rinnovata ed efficace, accompagnata da un commento che coniuga essenzialità e ricchezza di contenuti, offrendo spunti preziosi per l’uso liturgico e pastorale, senza però venir meno alle esigenze di una corretta e rigorosa esegesi e interpretazione. Si ritrovano, così, in azione le due dimensioni della Parola divina e delle parole umane, della fede e della storia, del « Verbo » e della « carne ». La Bibbia potrà, così, diventare « la via, la verità e la vita » del fedele nel cammino della sua esistenza e nella luce della sua presenza.

(L’Osservatore Romano 1 febbraio 2009)

PER UNA LETTERATURA D’ISPIRAZIONE CRISTIANA

http://www.vatican.va/jubilee_2000/magazine/documents/ju_mag_01111997_p-69_it.html

PER UNA LETTERATURA D’ISPIRAZIONE CRISTIANA

Ferdinando Castelli

Per impostare bene l’argomento – per una letteratura d’ispirazione cristiana – prendiamo le mosse da tre moderni autori classici. Nel dramma Spettri di Henrik Ibsen il giovane Osvaldo è minato da un male oscuro che lo porta al delirio e al desiderio della morte. Deve scontare i vizi del padre e le menzogne della madre. Il male lo coglie in maniera violenta al sorgere del sole. Immobile, le spalle contro la luce, la voce sorda e atona, invoca: «Il sole… il sole…». E si immerge in un torpore di morte. In Lazzaro Luigi Pirandello mette in scena la piccola Lia, incapace di reggersi sulle gambe. Condannata all’immobilità? Per tutta la vita terrena, sì. Ma nell’aldilà avrà le ali e potrà volare. Quando si viene a sapere che l’aldilà non esiste, la bambina precipita in una sorda disperazione. «Le mie alucce! Le alucce d’angeletta… Dovevo averle in cambio dei piedi che mi sono mancati per camminare sulla terra… Addio voli lassù!…». Senza la speranza dell’aldilà (che per Pirandello è illusione) non si può vivere. Lucio, fratello di Lia, per ridare alla sorellina la speranza (l’illusione) dell’aldilà, riveste la tonaca di prete, che aveva abbandonato, e si immola, come Cristo che è morto per darci la speranza (l’illusione) dell’aldilà. In un racconto Franz Kafka così fa dire a un personaggio: «Per fortuna scorsi un agente nelle vicinanze. Corsi da Lui e, col fiato in gola, gli domandai la strada. Mi disse sorridendo: – È da me che vuoi sapere la strada? – Sì – gli dissi – perchè da solo non la posso trovare. – Rinuncia, rinuncia, – disse voltandosi d’un tratto, come quelli che vogliono ridere da soli». I tre episodi ci fanno comprendere il significato di fondo della letteratura. Non è un gioco, un divertimento o un’evasione; è un’interrogazione sull’uomo: sul suo destino, sul suo confrontarsi con la vita e con la morte, sul bene e sul male, sulla libertà e sulla coscienza, su Dio e sulla storia: Reagendo ad una concezione prettamente formale della letteratura, il nostro tempo ne sottolinea il suo valore di rivelazione e di profezia. La letteratura «è una strada, e forse la strada più completa per la conoscenza di noi stessi, per la vita della nostra coscienza», afferma Carlo Bo (Letteratura come vita, Milano Rizzoli, 1994); «È un’esplorazione dell’abisso: quello dell’autore e anche il nostro» incalza p. André Blanchet (La littérature et le spirituel, Paris, Aubier, 11). La scrittrice statunitense Flannery O’Connor sostiene che «compito della narrativa è incarnare il mistero attraverso le maniere (i generi letterari, lo stile), il mistero della nostra posizione terrena e le maniere che sono quelle convenzioni che, nelle mani dell’artista, rivelano quel mistero» (Nel territorio del diavolo, Milano, Theoria, 1993, 85). Con la magia della parola, delle immagini e dei simboli, facendo leva sulle potenze dell’anima, soprattutto del sentimento e dell’immaginazione, la letteratura fissa lo sguardo sull’uomo nel tentativo di comprenderne la struttura, i fremiti, le nostalgie, le esigenze, la storia. Insomma il mistero. Quali sono le sue esigenze più avvertite? Negli Spettri Ibsen risponde: il sole (la verità, la luce, la vita); in Lazzaro Pirandello indica la speranza nell’aldilà (nel quale si realizzino i nostri desideri fondamentali); Kafka parla di strada (dove andiamo? Quale direzione dobbiamo prendere?). Ma il sole, invocato da Osvaldo, si spegne nella sua follia; la speranza della piccola Lia è soltanto illusione; la strada che cerca Kafka o non esiste o è introvabile. La lettera mette a nudo gli abissi che abitano l’uomo, ma quasi mai getta in essi una luce che ne rileva il senso. Descrive, mostra, analizza, non spiega. Come potrebbe, dal momento che «solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo?» (Gaudium et Spes, n.22). A questo punto si presenta il problema di una letteratura d’ispirazione cristiana. Impostiamolo chiaramente. Ambito della letteratura non è certamente il dogma o la fede, ma la vita nella sua espressione più vasta; la vita, cioè, con le sue ambiguità, miserie, oscurità, conquiste, capacità, esperienze. Ora lo scrittore non è una macchina che scrive, è una persona che ritrae il dramma dell’esistenza. Da lui si richiede onestà e fedeltà nel ritrarre questo dramma , non che cessi di essere una persona che pensa con la sua testa. Non deve alterare o violentare la realtà, ma può interpretarla, giudicarla. Se è cristiano, la sua fede e la morale evangelica gli offriranno gli archetipi per interpretare e giudicare, quanto possibile, il dramma umano. «Uno scrittore che faccia professione di cattolicesimo – scriveva Giovanni Cristini – a me pare il più qualificato ad affrontare l’inferno dell’esistenza e l’inferno della scrittura. E proprio per il fatto che egli sa che la vita è altrove è meglio attrezzato a cogliere con lacerante partecipazione il dramma del limite, della finitudine, della precarietà, insomma il dramma del male metafisico (la creaturalità dell’essere) e del peccato originale, in cui si radicano tutti i modi e le forme possibili dell’esistenza e della coscienza; modi e forme che lo scrittore ripercorre nel suo fervido immaginario, alla caccia di quella conoscenza del bene e del male che è la conoscenza stessa dell’uomo e del suo destino»(Il ragguaglio librario, 1992, 7/8). Per inoltrarsi nel mistero dell’uomo e sforzarsi di comprenderlo, Julien Green, scrittore dichiaratamente cattolico, si fa guidare dalla verità contenuta nella seguente espressione: tout ce qui est vrai est ailleurs. Pertanto egli rifiuta la verité de roman (la piatta realtà che inganna e seduce), la verité conventionelle (che elude i veri problemi e aliena la mente) e opta per la réalité de vision che può essere raggiunta soltanto dallo «sguardo di uno che sa»: sa che la storia è governata da Dio-Amore, sa anche dell’esistenza di una realtà misteriosa, nascosta nel nostro io profondo, generata dalla notte, sa che l’uomo è il campo di battaglia di due forze nemiche che si disputano la sua anima; sa che nel regno del male c’è schiavitù e disperazione; sa che il peccato è come una diga che si squarcia e devasta; sa che «il paese d’altrove ossessionerà sempre l’umanità»; sa che Dio, per entrare nel nostro cuore, lo spezza, sa che il «cristiano ha bisogno di Dio come il pesce ha bisogno dell’acqua». Tante altre cose sa, rivelategli dallo Spirito che abita in lui. Grazie a questa ricchezza di conoscenze, lo scrittore è in grado di proiettare sulla realtà che descrive una luce penetrante che giustifica il mistero dell’uomo. Si pensi alle opere di Dostoevskij, Léon Bloy, Charles Péguy, Graham Greene, Flannery O’Connor, Georges Bernanos, Paul Claudel, Mario Pomilio, Julien Green. Per costoro non esistono due mondi, il naturale e il soprannaturale investe tutta la realtà, la spiega anche, quando possibile. Riescono anche a presentare il mistero attraverso il sociale, la Grazia attraverso la natura, la Presenza attraverso le brutture. Qualche semplificazione? La protagonista del Lino della Veronica di Gertrud von Le Fort vive arroccata nell’odio e nel rifiuto di tutto. Lo squallore della sua vita è impressionante. Come è successo? La cattolica von Le Fort risponde, ma sottovoce, mentre accompagna il suo lettore per le bolge dell’inferno che gli mostra: quando si rifiuta Dio e al suo posto si mettono le creature, ci si condanna all’inferno. In Groviglio di vipere François Mauriac descrive l’inferno che è la vita di un vecchio avvocato. Perché, un inferno? Perché nulla -onori, ricchezza, piaceri – lo soddisfa? Il vecchio non lo sa, e si dispera; il cattolico Mauriac lo sa: perché l’uomo è creato per l’amore (soprattutto per l’Amore) senza cui la vita è squallore. Questa verità Mauriac non l’afferma, la fa scaturire dalla presentazione di un uomo che ha tutto ma non l’amore (l’Amore). Di una letteratura d’ispirazione cristiana oggi c’è un grande bisogno. Nella Lettera apostolica Tertio Millennio Adveniente il Santo Padre parla di «strade sbagliate» sulle quali l’uomo «tende ad inoltrarsi sempre più». E aggiunge: «Satana lo ha ingannato persuadendolo di essere egli stesso dio e di poter conoscere, come Dio, il bene e il male»(n.7). Su queste strade i valori cristiani sono scomparsi. Crediamo che la magia dell’arte possa scuotere quest’uomo. Quando poi tale magia è ammantata di luce cristiana può succedere che le «strade sbagliate» si trasformino in «strade di salvezza». È un traguardo esaltante e urgente. Perché si abbia una letteratura d’ispirazione cristiana sono necessari quattro elementi: che lo scrittore conosca bene il suo mestiere: comunicare emozioni, raggiungere profondità dell’anima e farne sentire i fremiti; che viva la sua fede dal di dentro, come parte del suo essere; che si cali nella storia di oggi, e la descriva così com’è, senza però dimenticare la dimensione religiosa dell’uomo; che abbia l’arte e il coraggio della provocazione. «La provocazione cristiana – affermava Mario Pomilio in un convegno su « La provocazione cristiana e lo scrittore » (1975) – è nel portare la letteratura sulla spirale verticale, come espressioni di valori, di inquietudini, d’interrogazioni esistenziali, in una ricerca autentica di finalità: cioè di affermazione di principi e di proposte sul destino dell’uomo, sotto il segno della speranza e della rinata fiducia nella Parola, in un mondo dilacerato da opposti dogmatismi avvilenti e disperanti». Alla vigilia del Giubileo questo dell’umile e grande Pomilio è un testo che gli scrittori d’ispirazione cristiana devono accogliere con intelligenza d’amore. Con la magia della parola, delle immagini e dei simboli, facendo leva sulle potenze dell’anima, soprattutto del sentimento e dell’immaginazione

Publié dans:LETTERATURA, LETTERATURA E FEDE |on 21 avril, 2016 |Pas de commentaires »

Blessed are those who mourn

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Publié dans:immagini sacre |on 20 avril, 2016 |Pas de commentaires »

DALLA « LETTERA » DI S. PAOLO AI PRESBITERI

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DALLA « LETTERA » DI S. PAOLO AI PRESBITERI

L’apostolo delle genti, contemplativo e attivo, è un modello per i presbiteri di oggi. Pastori « formato Paolo », innamorati di Cristo e felici della propria vocazione pur nelle difficoltà del trapasso culturale e pastorale della modernità, desiderosi di affascinare altri con l’esempio e la parola. Molte le indicazioni pratiche e le intuizioni pastorali che si possono ricavare dalla sua esperienza e dai suoi scritti. «Io sono l’infimo degli apostoli. Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però ma la grazia di Dio che è in me» (1Cor 15,9-10). Con questo autoritratto Paolo invita i sacerdoti a un’esistenza spirituale alta, sul suo esempio: «Fatevi miei imitatori!» (1Cor 4,16). La teologia cristocentrica di Paolo caratterizza anche la sua concezione del presbitero. Questi ha una relazione fondamentale con Cristo, che egli impersona nelle azioni sacerdotali più tipiche; e da Cristo, alla cui sponsalità sacramentale partecipa, è posto in relazione intrinseca con la chiesa. La ragione del sacerdozio non può essere una funzione che si predetermina a partire dalla vita del popolo, ma è la percezione di poter vivere perché Cristo esiste e perché continui ad esistere. La perdita di coscienza della priorità assoluta di Cristo e della sua presenza privilegia il « ruolo » del sacerdote riducendolo a funzionario del settore religioso. In quanto amato, il presbitero può amare gratuitamente: non è senza peccato ma un peccatore «afferrato» da Cristo. L’apostolo itinerante testimonia che la prima comunità cristiana si è irradiata « per contagio », non per programmi e aggiornamenti.

Paolo apostolo mistico Nel bagliore sulla via di Damasco, Paolo ha colto non un cambiamento morale immediato, ma un’illuminazione interiore della realtà. Egli non ha parlato di « conversione » ma di « rivelazione e di grazia », accentuando che tutto gli è stato donato: l’obiettivo non è stato raggiunto per sforzo morale o per pratiche ascetiche. Paragonandosi ad un «aborto», Paolo non ha fatto una dichiarazione di umiltà, ma ha ribadito che il Risorto è entrato nella sua esistenza con violenza, sradicandolo dalla sua vita precedente come un feto strappato a forza dal grembo materno. Attirato da Cristo, egli ha avviato con lui un’intimità profonda, tanto da non sentirsi inferiore agli altri apostoli. Paolo non ha basato la sua esistenza su un’idea o su un mito e neppure su un modello di condotta morale, ma su Colui che aveva « visto ». Il suo approccio al mistero di Cristo non è di tipo storico ma mistico: non narra miracoli, parabole o episodi della vita di Gesù. Questi non sta davanti a Paolo o al suo fianco, ma dentro di lui, è vita della sua vita: «Non io, ma Cristo in me» (Gal 2,20). La personalità di Paolo non viene annullata dalla presenza di Cristo: al centro del suo « io » sta la presenza reale e regale di Cristo, morto e risorto per lui. Lo Spirito di Gesù ha trasformato il suo cuore. San Giovanni Crisostomo suggeriva: «Cor Pauli cor Christi». Nella Bibbia il « cuore »è sede di grandi decisioni e centro di ogni ricchezza personale. Per Paolo il presbitero è colui che ha lo stesso cuore di Cristo: un uomo sedotto dal Dio di Gesù Cristo, un alter Christus! Egli non scioglie il fatto cristiano in una serie di valori condivisibili dai più, per la tolleranza e l’apertura al mondo. La sollecitudine di incontrare i fratelli non si traduce in un’attenuazione della verità. Sulla via di Damasco l’apostolo ha percepito che Cristo si identificava con i suoi discepoli: «Perché mi perseguiti?». Un’esperienza travolgente: egli ha visto Cristo e intravisto la chiesa, negando quindi « Cristo sì, chiesa no ». L’affezione a Cristo fonda la sua missione apostolica. Percezione mistica di Dio e chiamata all’apostolato sono unite in Paolo. Il presbitero può spaziare nell’ampiezza risanante e affascinante del kerigma, rifiutando corte vedute e orizzonti limitati che intrappolano mente e cuore e negano la « cattolicità » dell’eucaristia. L’attività del presbitero nasce come conseguenza inevitabile del rapporto vivo, vivente e vitale col Cristo risorto. Benedetto XVI invita spesso i sacerdoti a non lasciarsi prendere dall’attivismo e dalla fretta, quasi che il tempo dedicato a Cristo in silenziosa preghiera sia tempo perduto. È proprio lì, invece, che nascono i più meravigliosi frutti del servizio pastorale. I fedeli si aspettano che il sacerdote sia esperto nella vita spirituale, specialista nel promuovere l’incontro con Dio, testimone dell’eterna sapienza contenuta nella parola rivelata, esercitato nella comunanza del pensare e del volere di Cristo, capace di paternità spirituale. Le attuali comunità sono ben più organizzate e complesse di quelle della chiesa originaria e abbisognano di essere movimentate dall’interno. Guai se il primato dell’amministrazione prevale sul primato dell’azione pastorale mediante la Parola e l’esempio, la vicinanza e il consiglio. La grandezza del prete non sta nell’esercitare questo o quell’incarico nella comunità ma nell’essere guida e maestro del gregge.

Prima di tutto evangelizzatore Paolo ha descritto con vari termini e immagini il ministero apostolico: diacono e servitore, architetto dell’edificio di Dio, rematore nella barca della chiesa, amministratore di un bene che non è suo. L’apostolo non è il padre-padrone della propria comunità, ma un seminatore e un collaboratore nel campo del Signore. Chi fa crescere è Dio. Due termini definiscono la natura del ministero sacerdotale: liturgo (la Cei traduce «ministro») e ambasciatore. Ai Romani Paolo scriveva di aver ricevuto da Dio la grazia di «essere liturgo/ministro di Cristo fra i pagani, esercitando l’ufficio sacro del vangelo di Dio perché i pagani divengano un’oblazione gradita, santificata dallo Spirito Santo» (15,16). Egli esercitava il suo sacerdozio annunciando il vangelo così da fare dei neoconvertiti un’offerta sacra al Signore. Per qualificarsi, Paolo non usava il titolo di hiereus-sacerdote, termine legato alla liturgia del tempio. Egli equiparava la vera liturgia all’evangelizzazione: da questa sintesi scaturiva il culto spirituale, capace di trasformare l’esistenza dei credenti in un sacrificio santo e gradito a Dio. Paolo si è sentito ambasciatore della riconciliazione (in greco il verbo è presbeuo, da cui «presbitero»). Col vangelo e i sacramenti il presbitero porta a tutti l’amnistia universale di Dio in Cristo. Ciò che è costitutivo del ministero non può essere il prodotto delle proprie capacità personali. Si è mandati non ad annunciare se stessi o opinioni personali, ma il mistero di Cristo e, in lui, la misura del vero umanesimo. Si è incaricati non di dire molte parole, ma di farsi eco e portatori di una sola Parola. Cristo affida se stesso al presbitero così che possa parlare con il suo « io », in persona Christi capitis. Benché incardinato in una chiesa particolare, in quanto partecipe della missione di Cristo, il presbitero riceve una destinazione universale e missionaria. Il suo servizio a una determinata porzione del popolo di Dio non può mai essere esaustivo ed esclusivo del suo ministero. Compito del ministero pastorale è far crescere la gioia di credere e di essere gregge di Cristo, di prestarsi ad andare nei territori e ambiti di vita della diocesi dove la chiesa soffre la povertà della testimonianza evangelica nel quotidiano (quartieri più poveri della città e zone più lontane e meno servite del territorio diocesano).

«Essere con e per» L’addio di Paolo ai presbiteri di Mileto, suo testamento spirituale, descrive il suo modo di esercitare il ministero di evangelizzatore e ambasciatore: servizio al bene comune, distacco dai beni materiali e aiuto ai poveri (At 20,17-35). Il suo «farsi tutto a tutti» si esprime per i sacerdoti nella vicinanza quotidiana, nell’attenzione per ogni persona e famiglia, nella santa inquietudine di portare a tutti la salvezza. Lasciarsi santificare porta a capire la profondità dell’uomo e a servirlo. Non c’è vera conoscenza dell’altro senza amore fattivo, che impedisce ai presbiteri di ridursi a distributori di « cose » sacre o a cedere a depressione e rassegnazione. Paolo ha esercitato il suo ministero nella condivisione e nella comunicazione con i fratelli. L’analogia con l’amore di un genitore esprime l’intenso rapporto di Paolo con i suoi: «Potreste infatti avere anche mille pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generati in Cristo Gesù, mediante il vangelo» (1Cor 4,14-15). E: «Siamo stati amorevoli in mezzo a voi come una madre nutre e ha cura delle proprie creature» (1Ts 2,7). Il presbitero è nella chiesa e per la chiesa, ma è anche di fronte ad essa in quanto rappresenta Cristo capo, pastore e sposo della chiesa. La sua identità lo porta ad essere amorevole garante dell’ortodossia e dell’ortoprassi, mai spettatore silente e tollerante di fronte a errori o a deviazioni. Cristo ha bisogno di sacerdoti maturi, virili, capaci di coltivare un’autentica paternità spirituale, e tale obiettivo è raggiungibile tramite l’onestà con se stessi, l’apertura al direttore spirituale e la fiducia nella divina misericordia. La presidenza è ben più di un’assistenza spirituale o di una consulenza religiosa: pur fratello tra fratelli, si tratta di guidare i credenti nell’annuncio, nella fedeltà e nel servizio di Cristo Signore. Sempre per la verità e l’edificazione. Per costruire comunità, Paolo non ha legato i credenti a sé ma ha fatto loro sentire il cuore di Cristo, rendendoli così liberi e aperti. La vera « vicinanza » avviene nel Signore. La cura pastorale richiede sacerdoti di qualità dal punto di vista sia intellettuale sia spirituale e morale, che rendano per tutta la loro vita una testimonianza di attaccamento senza riserve alla persona di Cristo e alla sua chiesa. Ebreo della diaspora con studi a Gerusalemme, greco di Tarso, cittadino romano, Paolo è vissuto con gruppi di diversa estrazione sociale e culturale. Le sue comunità composte da ebrei, greci e romani, schiavi e liberi, uomini e donne come potevano non creare problemi? Paolo ha colto due grandi dimensioni della vita ecclesiale, l’unità nella molteplicità, la complementarietà nella reciprocità. Unica la sorgente («Un solo Signore, un solo Dio che opera tutto in tutti») e molteplice la sinergia dei membri, chiamati ad armonizzare nel bene comune i doni e le funzioni differenti. Un posto per ognuno e ognuno al suo posto nella fraternità presbiterale. Inoltre, non una casta sacerdotale, che monopolizza tutto e impedisce la crescita matura dei cristiani laici. Il presbitero non possiede la sintesi di tutti i carismi, ma ha ricevuto il ministero di facilitare la comunione fra i vari carismi. A livello personale, nelle liturgie e nei rapporti sociali ha raccomandato di agire sempre per l’edificazione comune. Ogni presbitero può imparare qualcosa di importante dal modo di essere dell’apostolo delle genti: una vita appassionata e appassionante, in continua ricerca, conscia della propria miseria e del primato della grazia di Dio. Liberato da tanti impegni di supplenza, il sacerdote può dedicarsi a ciò che è essenziale e insostituibile del suo ministero, nella « pace » di Cristo.

Umiltà e fierezza A Mileto Paolo sintetizzava così il suo ministero: «Ho servito il Signore con tutta umiltà, tra lacrime e prove». L’apostolo è anzitutto un servitore del Signore e questo gli genera una grande libertà. Egli risponde solo a Cristo e tramite lui può amare tutti. Dal riconoscimento della propria indegnità, primo dei peccatori e ultimo degli apostoli, fiorisce l’ammirazione di ciò che il Signore opera in lui e attraverso di lui. Per il bene della comunità, Paolo non si astiene da un sano orgoglio per avversare quanti cercano di inquinare la fede autentica e di avere un pretesto per apparire. Paolo non si vanta per mettersi in mostra, ma per la foga dell’amore, per l’ansia di aprire gli occhi a chi si lascia trascinare da falsi apostoli, così da riconquistarli a Cristo. La fonte del suo vanto è la stessa della sua umiltà: «Chi si gloria si glori nel Signore!» (2Cor 10,17). In Paolo, annotava il cardinale G. Biffi, non c’è l’eccessivo senso autocritico che affligge la cristianità odierna. Il pianto rivela l’intensità emotiva che ha caratterizzato l’esperienza pastorale dell’apostolo che, lungi dall’essere un freddo burocrate si lasciava coinvolgere in ciò che faceva. Prove e insidie, battiture e lapidazioni, disavventure e pericoli: un elenco sconcertante. La fondazione e l’accompagnamento delle comunità sono state un travaglio generativo: «Figli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi!» (1Ts 2,7). Tutto rientrava nell’assillo quotidiano della preoccupazione per tutte le chiese, forse la sua vera «spina nella carne». Per il bene dei suoi figli, l’apostolo era pronto ad agire sia con il bastone che con amore e spirito di dolcezza; distingueva i suoi pareri e consigli dalla volontà del Signore; si poneva al servizio della gioia dei suoi fratelli di fede, godeva del loro sostegno nella preghiera; temeva di trovare i fratelli diversi da come desiderava e di apparire egli stesso diverso da come era atteso; non si lasciava condizionare da quanto si diceva di lui (autorevole nelle sue lettere e fragile come persona); di tutti conosceva i nomi, le situazioni di famiglia, di lavoro e di malattia. Niente di generico e di burocratico.

Debolezza e comunione Paolo ha creduto che Cristo lo ha amato e ha dato la sua vita per lui. Il Crocifisso è diventato il punto d’appoggio su cui egli ha fondato la sua esistenza. Dopo l’insuccesso di Atene, l’apostolo è sceso a Corinto con «timore e tremore» per opporsi alla pretesa del mondo greco di salvarsi con il sapere e per annunciare Cristo crocifisso. Dio è entrato nella storia in una forma scandalosa (skandalon e morìa, cioè »stupidità »). Dio salva non con la forza orgogliosa della ragione, ma con la «follia della croce», cioè con il dono totale di sé. È questa la sapienza del credente: la grazia è anteposta alla giustizia, alle opere e alla ragione degli uomini. Il Signore sceglie di preferenza i piccoli e gli umili per far risaltare la sua potenza e per confondere i forti e i sapienti di questo mondo. Paolo ha sperimentato anche nella sua carne il disegno di Colui che lo aveva chiamato a condividere il destino pasquale di Cristo. È divenuto missionario del vangelo senza altro mezzo e strategia che la forza dell’annuncio. Il senso di sproporzione tra la sua debolezza e il compito immane affidatogli lo ha sempre accompagnato. Alla richiesta di aiuto si è sentito dire:«Ti basta la mia grazia: la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2Cor 12,9). Nell’apparente assenza di mezzi si evidenzia un’altra forza che opera con grande vigore: «Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, perché in me dimori la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,9-10). È, questo, il più grande paradosso paolino, che riconosce, da un lato, la propria pochezza ma, dall’altro, la potenza della grazia divina. È un messaggio forte per i presbiteri di oggi, tentati di cedere all’efficientismo. Paolo insegna che al tempo dello slancio missionario e dell’assestamento subentra il tempo delle prime delusioni e delle stanchezze, delle deviazioni e delle fughe, delle dottrine erronee e delle divisioni. Si avverte il peso dei cattivi cristiani e ci si accorge che l’evangelizzazione non cammina tanto rapidamente come si era pensato. È il messaggio delle Lettere Pastorali, che sollecitano discernimento e vigilanza, cooperazione e speranza, pazienza e longanimità, preziose virtù del presbitero. Paolo non ha agito da solo. All’inizio ha avuto bisogno di chiarire e di approfondire il messaggio di Cristo. Anania lo ha battezzato, Barnaba gli è stato vicino, Pietro gli ha garantito la validità e solidità del vangelo che intendeva predicare (Gal 2,2). In tutta la sua azione missionaria, l’apostolo si è preoccupato di formare un’équipe di evangelizzatori. Non un gruppo elitario chiuso, autoreferenziale o separato dal tessuto sociale; non una setta di « perfetti », ma una comunità alternativa che aveva la funzione di orientamento e di proposta nella società di allora. Tra questi collaboratori non si possono dimenticare Aquila e Priscilla, una coppia che ha accolto Paolo a Corinto e, su sua indicazione, si è trasferita prima ad Efeso e poi a Roma per preparargli il terreno dell’evangelizzazione. Paolo è stato da loro aiutato sia sul piano materiale (lavoro e alloggio) sia sul piano pastorale. Dal come affronta il tema del matrimonio in 1Cor 7 a come ne parla, in modo mirabile, nella lettera in Efesini 5,21-33, si comprende quanto Paolo abbia maturato a contatto con questi sposi un’alta teologia sponsale e familiare. Dagli Atti e dalle Lettere emerge il nome di ben 72 collaboratori di Paolo, numero non casuale perché indicativo delle razze e dei popoli allora conosciuti. Con sorpresa di molti, si contano ben 14 donne come fedeli collaboratrici. Per Paolo il presbitero non è un eroe solitario: si fa aiutare, accetta la collaborazione di tanti e punta a formare dei formatori, per un effetto moltiplicatore. La pastorale integrata non nasce anzitutto dalla scarsità del clero, ma da uno stile comunionale generato dal mistero creduto, celebrato e condiviso.

Originale e creativo Paolo è stato un seguace appassionato di Gesù. Il suo amore per Cristo non poteva rimanere nascosto o silenzioso. Egli ripeteva a se stesso: «Guai a me se non annunciassi il vangelo!». La successione dei viaggi missionari sta a dimostrare quella forza interiore da cui era afferrato: «Tutto posso in Colui che mi dà forza» (Fil 4,13). È intrinseco alla condizione di cristiani il desiderio che Gesù di Nazaret sia riconosciuto da tutti come il Figlio di Dio e l’unico Salvatore del mondo. La sua passione nell’evangelizzazione si può definire originale, creativa e aderente alla situazione socio-culturale dei suoi destinatari. Ciò che per pura grazia aveva compreso nella folgorazione di Damasco, egli ha saputo tradurlo in un linguaggio diversificato che, cammin facendo, ha assunto la forma dell’esposizione dottrinale, della catechesi, dell’esortazione, della diatriba e altre forme ancora. La capacità di evangelizzare di Paolo si è manifestata nell’aderenza alla situazione culturale dei suoi destinatari. Nessuno più di Paolo ha saputo « inculturare la fede » ed « evangelizzare la cultura ». Ad esempio: a Listra, scambiato per il dio Hermes, ha parlato del Dio unico che ha fatto il cielo e la terra (At 14,13-17); all’areopago di Atene ha valorizzato l’ara dedicata al dio ignoto, citando a memoria i poeti greci (At 17,22-31). Ai cristiani di Efeso, città dei « misteri » pagani e delle luminarie, ha esposto il mistero della salvezza (Ef 1,3-14) e raccomandato di essere «figli della luce» (Ef 5,8). In ambiente giudaico ha ripercorso la storia del popolo ebreo (At 13,16-41), mentre in Grecia, sede delle Olimpiadi, ha usato molte immagini tratte dal mondo sportivo. Modi diversi e complementari per andare incontro alle esigenze degli uditori, così da portare tutti alla maturità della fede nel Crocifisso-Risorto. Paradossalmente, l’apostolo delle genti non si è sentito di respingere neppure un’evangelizzazione compiuta in malafede e senza retta intenzione da chi era a lui ostile: «Purché in ogni maniera, per ipocrisia o per sincerità, Cristo venga annunciato, io me ne rallegro e continuerò a rallegrarmene (Fil 1,18). «Purché Cristo venga annunciato»: questo è il principio in base al quale ogni iniziativa deve essere valutata. La grazia trasforma la natura umana, che lascia però il segno. Certe intemperanze ed eccessi del carattere di Paolo risultano evidenti nelle sue lettere. È l’uomo del paradosso nell’esprimere la gioia (2Cor 7,4) e le pene (2Cor 1,8). Pur non amando la contestazione come metodo, era capace di grande franchezza e di foga polemica (Gal 55,2 e Fil 3,2). È stato un uomo consacrato a Dio, con lo sguardo fisso sulla meta, Cristo (1Cor 9,26; Fil 2,12-13), ispirato dai consigli evangelici. La povertà come garanzia di un annuncio gratuito e solidale del vangelo; la castità come donazione indivisa del cuore al Signore, nella libertà e nella dedizione ai fratelli; l’obbedienza come offerta gradita al Signore. L’apostolo delle genti, contemplativo e attivo, è un modello per i presbiteri di oggi. Pastori « formato Paolo », innamorati di Cristo e felici della propria vocazione pur nelle difficoltà del trapasso culturale e pastorale della modernità, desiderosi di affascinare altri con l’esempio e la parola. Non sarebbe difficile trarre dalle Lettere Pastorali il « decalogo » del presbitero secondo il cuore di Paolo. Lo lasciamo ai lettori.

Guglielmoni L. – Negri F.

(Da settimana del clero n. 16 2009)

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