Archive pour avril, 2016

Jesus in Gethsemane

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Publié dans:immagini sacre |on 26 avril, 2016 |Pas de commentaires »

LA LETTERA DI PAOLO AGLI EFESINI PAOLO PREGA PER I SUOI LETTORI

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LA LETTERA DI PAOLO AGLI EFESINI PAOLO PREGA PER I SUOI LETTORI

In quasi tutte le sue lettere l’apostolo Paolo rivela il suo impegno a pregare per le persone alle quali sta scrivendo. Le sue non sono soltanto preghiere di richiesta a Dio perché intervenga davanti a particolari bisogni, ma anche di ringraziamento per le buone notizie che gli venivano comunicate. Anche la lettera agli Efesini contiene riferimenti alla preghiera che sono d’incoraggiamento e di esempio per noi. Efesini 1:15-23   “Per questo motivo, avendo sentito della vostra fede nel Signore Gesù e del vostro amore per tutti i santi, non cesso di rendere grazie per voi, facendo menzione di voi nelle mie preghiere, affinché il Dio del nostro Signore Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione nella conoscenza di lui, essendo stati illuminati gli occhi del vostro cuore affinché sappiate a quale speranza ci ha chiamati, quale è la ricchezza della gloria della sua eredità tra i santi e quale sia l’immensità della sua potenza verso di noi che crediamo, nella misura dell’energia prodotta dalla forza della sua potenza. Si tratta della stessa potenza che operò in Cristo risuscitandolo dai morti e che l’ha fatto sedere alla Sua destra nei luoghi celesti, al di sopra di ogni principato e autorità e potenza e signoria e ogni nome che si nomina, non solo nell’età presente ma anche in quella futura e ha posto ogni cosa sotto i suoi piedi e ha dato lui come capo sopra ogni cosa nella chiesa, la quale è il suo corpo, la pienezza di colui che porta a compimento tutte le cose in tutti”.   Il posto della preghiera nel ministerio degli apostoli Il contenuto di questa preghiera è talmente interconnesso con una tale ricchezza di linguaggio, che ogni tentativo di dividerla sembra improprio. Essa va letta e riletta per lasciarsene trasportare, per mezzo dello Spirito Santo, laddove si trova Cristo, nei luoghi celesti. La nostra meditazione del brano si articolerà in: • il motivo della preghiera di Paolo, • le cose per cui lui prega e • il contributo del brano alla cristologia e all’ecclesiologia. Ma innanzitutto appare appropriato osservare l’importanza che aveva la preghiera nella vita degli apostoli e, in particolare, nell’apostolato di Paolo. Il libro degli Atti ci informa che i dodici apostoli ritenevano prioritario dedicarsi “alla preghiera e al ministero della Parola” (At 6:4). Ecco perché si trovavano ripieni dello Spirito Santo e di potenza quando, senza preavviso, si presentarono delle opportunità di testimonianza davanti sia al popolo sia alle autorità (At 2:35; 4:8). A questo proposito Pietro conferma che, nei tempi apostolici, la predicazione apostolica avveniva “mediante lo Spirito Santo inviato dal cielo” (1P 1:12). Inoltre secondo il racconto degli Atti quasi ogni nuova iniziativa nasceva nel contesto della preghiera.  Quanto all’apostolo Paolo, lui ebbe a scrivere questo nella sua lettera ai Filippesi: “Non angustiatevi di nulla, ma in ogni cosa fate conoscere le vostre richieste a Dio in preghiere e suppliche, accompagnate da ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù” (Fl 4:6-7).  In un’altra lettera Paolo fa sapere che lui stesso era “assillato ogni giorno dalle preoccupazioni che mi vengono da tutte le chiese” (2Co 11:28). Per Paolo queste preoccupazioni costituivano un motivo per pregare per le singole chiese e nello stesso tempo per ringraziare Dio per ogni evidenza di crescita spirituale e impegno in vista del progresso del Vangelo. Sappiamo questo dalle sue lettere che spesso danno una notizia al riguardo oppure contengono una vera e propria preghiera, poco dopo l’iniziale saluto epistolare (si veda Ro 1:8-12; 1Co 1:4-9; Ef 1:15-23; Fl 1:3-5; Cl 1:3-12; 1Te 1:2-3; 2Te 1:11-12; 2Ti 1:3; Fi vv. 4-6).  I conduttori delle chiese nel mondo occidentale farebbero bene a prendere esempio dagli apostoli in questo campo. Se lo facessero, quando sorgono delle difficoltà all’interno delle chiese oppure delle sfide dall’esterno, spenderebbero più tempo in preghiera prima di mettersi a tavolino per decidere il da farsi.   Il motivo della preghiera di Paolo (1:15-16) Non era a motivo di qualche problema che i lettori stavano affrontando o perché erano caduti in peccato che Paolo ne faceva sempre menzione nelle sue preghiere. A spingerlo a pregare per loro erano le buone notizie che gli giungevano della loro “fede nel Signore Gesù”e del loro “amore per tutti i santi” (v. 15). Questo riferimento a ciò che aveva sentito sul loro conto fa comprendere che Paolo aveva in mente dei destinatari precisi, anche se non limitati ai santi di Efeso. La fede degli Efesini, e delle chiese dell’Asia in generale, è ben testimoniata dagli eventi raccontati in Atti capitolo 19. Quanto all’“amore per tutti i santi”, evidentemente questa manifestazione della nuova vita faceva parte del loro “primo amore”; infatti sappiamo che qualche decennio dopo questo “primo amore” sarebbe venuto a mancare nella chiesa di Efeso (Ap 2:4).  Queste buone notizie giuntegli spingevano Paolo a ringraziare Dio per i suoi lettori, ma il motivo per cui faceva menzione di loro nelle sue preghiere (v. 16) era un altro, come fa capire la parola “perciò” con cui il brano inizia. Questa parola rimanda al brano precedente (1:3-14). Le benedizioni spirituali di cui gli Efesini godevano in quanto “santi” facevano di loro un soggetto valido per cui pregare. Paolo voleva che le benedizioni spirituali ricevute diventassero un trampolino di lancio per un’ulteriore crescita nella grazia di Dio, nella prospettiva stabilita dal disegno benevolo di Dio.   Le cose per cui pregava (1:17-19)  I soggetti della sua preghiera sono tre, di cui nessuno era legato al benessere temporale dei lettori. Questo non vuol dire che sia sbagliato pregare per il pane quotidiano, qualcosa che Gesù invita tutti i suoi discepoli a fare (Mt 6:9,11; cfr. 28:20). Intanto sappiamo che Gesù si occupa di questi bisogni pratici dei suoi discepoli, assicurando loro che Dio provvederà cibo e vestiti per tutti quelli che danno priorità al suo regno e alla sua giustizia. Ma nello stesso discorso Gesù avverte di non accumulare tesori sulla terra, bensì in cielo (6:19-21, 31-34). In piena armonia con questa scala di valori, la preghiera di Paolo verte su ciò che può far avanzare “il disegno benevolo” di Dio e che ha una portata eterna.  Il primo soggetto è così articolato: “affinché il Dio del nostro Signore Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione nella conoscenza di lui” (v. 17). Questa prima richiesta è legata all’ultima delle benedizioni descritte nei vv. 3-14, ovvero, la presenza dello Spirito Santo nella loro vita. La rivelazione che proviene da Cristo, che consiste nella conoscenza di lui, giungeva alla chiesa per mezzo dello Spirito Santo (Gv 16:13-15). Chi riceveva questa rivelazione acquisiva una conoscenza di Cristo e un tipo di sapienza ben diversi da quella che appartiene allo “spirito del mondo” (si veda 1Co 2:1-16; 2Co 4:16). Quanto al titolo “il Padre della gloria”, che si trova soltanto qui nel Nuovo Testamento, Bruce commenta: “Dal momento che Dio è la fonte di ogni vera gloria, può essere ben definito «il Padre della gloria», come è chiamato nel Salmo 29:3 (LXX Sl 28:3) e Atti 7:2, «il Dio della gloria»”.  Il secondo soggetto è strettamente legato al primo: “…essendo stati illuminati gli occhi del vostro cuore affinché sappiate a quale speranza ci ha chiamati, quale è la ricchezza della gloria della +*sua eredità tra i santi” (v. 18). L’illuminazione fornita dallo Spirito Santo crea una nuova prospettiva e, di conseguenza, un nuovo orientamento di vita: la speranza a cui siamo stati chiamati. Paolo prega per una comprensione di questa speranza .perchésarà la consapevolezza della ricchezza che abbiamo ereditata in Cristo a dare direzione alla nostra vita sul piano pratico. L’espressione “gli occhi del cuore” rende bene il concetto di essere effettivamente illuminati come premessa necessaria per maturare delle forti convinzioni. Senza tale illuminazione potrebbe sembrare esagerato il valore che Dio attribuisce ai santi, indicato con le parole: “quale è la ricchezza della gloria della sua eredità tra i santi”. Invece, grazie all’illuminazione dello Spirito Santo sappiamo di essere l’eredità di Dio, in virtù della nostra posizione “in Cristo”. A questo proposito Bruce scrive: “Il modo in cui Dio stima il popolo di Cristo, unito con lui per fede e partecipi della sua vita di risurrezione, corrisponde necessariamente a come stima Cristo stesso. Paolo prega qui che i suoi lettori possano apprezzare il valore che Dio attribuisce loro e il suo piano di compiere il suo disegno eterno per mezzo di loro, come la primizia della sua opera di riconciliazione nell’universo.” Sempre secondo Bruce, l’obiettivo della preghiera dell’apostolo sarebbe: “affinché le loro vite siano in sintonia con questa alta vocazione e che sapranno accettare con umiltà e gratitudine la grazia e la gloria elargite su di loro”. Il terzo soggetto della preghiera di Paolo fa comprendere che è la norma per i santi aspettarsi che Dio faccia grandi cose per mezzo di loro: “…e quale sia l’immensità della sua potenza verso di noi che crediamo, nella misura dell’energia prodotta dalla forza della sua potenza” (v. 19).  L’illuminazione dello Spirito Santo serve anche per rendere consapevoli dell’immensità della potenza di Diooperante nella nostra vita. Vista la natura spirituale della potenza di Dio, potrebbe sfuggirci, particolarmente in contesti di persecuzione, la sua immensità. Si tratta della stessa potenza che era all’opera nella risurrezione di Cristo (v. 20). Come Paolo scrive altrove: “Se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo Gesù dai morti vivificherà anche i vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi” (Ro 8:11). Per non vivere nel timore degli uomini increduli, particolarmente in contesti di persecuzione, e per non rimanere fermi quando potremmo tentare grandi cose nel nome del Signore, bisogna essere consapevoli dell’immensità della potenza all’opera in noi. In definitiva, si tratta del Signore che è lo Spirito per mezzo del quale Cristo vive in noi (Cl 1:27; 2 Co 3:18).   Il contributo del brano alla cristologia e all’ecclesiologia (1:20-23) Non di rado nelle lettere di Pietro e Paolo, la menzione di Cristo diventa l’occasione per approfondire qualche aspetto inerente la sua persona e opera. Il contenuto della preghiera di Paolo riportata nel nostro brano non fa eccezione, come indica il pronome relativo tradotto “questa” nella Nuova Riveduta (v. 20). I due eventi che, più di qualunque altra cosa, hanno manifestato l’efficacia della potenza che è ora all’opera nei santi, sono la risurrezione di Cristo e la sua ascensione che lo portò a sedersi alla destra del Padre “nei luoghi celesti”. L’ascensione era implicita nella risurrezione – il trionfo – di Cristo e assicura a coloro che sono “in Cristo” la possibilità di vivere vittoriosamente in qualsiasi contesto, rivolgendosi al trono della grazia (Eb 4:14-16).  Chi dubita della verità storica della risurrezione di Cristo e quindi anche della verità storica della sua ascensione e insediamento come sommo sacerdote del nuovo patto, evidentemente ha un’idea inadeguata della potenza del vero Dio Creatore. Più comprenderà la natura e la portata di questa potenza e più non soltanto accetterà la parola dei testimoni della risurrezione e dell’ascensione di Cristo, ma potrà comprendere pure la sua efficacia nell’operare salvezza e trasformazione nella propria vita. Subito dopo le parole “luoghi celesti” (v. 20) che descrivono dove Cristo è seduto ora, vengono menzionati degli altri esseri che abitano i luoghi celesti: “ogni principato, autorità, potenza, signoria” (v. 21; cfr. 3:10; 6:10-12). La precisazione che Cristo è “al di sopra” di questi non solo afferma la supremazia di Cristo ma, inoltre, rispecchia il fatto che ci sono vari gradi di autorità nella realtà che a noi rimangono invisibili. È confortante sapere che la supremazia di Cristo rimarrà “non solo in questo mondo, ma anche in quello futuro”. Infatti “ogni cosa egli ha posta sotto i suoi piedi e lo ha dato per capo supremo alla Chiesa” (v. 22).  Dopo la parentesi cristologica Paolo definisce ciò che i santi costituiscono nel loro insieme: “la Chiesa, che è il corpo di lui” (vv. 22-23). Inoltre fa un’affermazione che lega la profezia di Gesù: “io edificherò la mia chiesa”(Mt 16:18) al proseguimento del progetto che vede Cristo portare “a compimento ogni cosa”. Infatti la Chiesa, di cui hanno il privilegio di far parte anche coloro che giungono alla fede dal paganesimo, viene inquadrata come parte del progetto grandioso che vedrà riconciliarsi ogni cosa con Dio, grazie alla potenza che ha operato efficacemente nella croce di Cristo, nella sua risurrezione e nella sua esaltazione alla destra del Padre (cfr. Cl 1:19-20; Ef 1:9-10). Nonostante Gesù sia tornato in cielo, egli è il capo sopra ogni cosa nella Chiesa, il capo supremo a cui gli anziani-pastori di ogni chiesa locale dovranno rendere conto del loro operato (1P 5:1-4).   Per la riflessione personale o lo studio di gruppo 1. Quali cose possiamo imparare dalla preghiera di Paolo in vista di rendere più efficace la nostra vita di preghiera? 2. Qual è il ruolo della chiesa nell’opera di compimento di ogni cosa da parte di Cristo (cfr. Gv 15:1-8,16)?

LEONE MAGNO – PIETRO E PAOLO GERMOGLI DELLA DIVINA SEMENTE.

http://www.tanogabo.it/Religione/Leone_Magno.htm

LEONE MAGNO – PIETRO E PAOLO GERMOGLI DELLA DIVINA SEMENTE.

Nacque sul finire del secolo quarto, da genitori toscani. Si trovava nelle Gallie per una delicata missione diplomatica quando, alla morte di papa Sisto III, fu acclamato suo successore sul soglio di Pietro. Il 29 settembre 440 fu consacrato vescovo di Roma, e la data rimase cara al suo cuore, tanto che ebbe la consuetudine di convocare spesso in quel suo giorno « natale » il sinodo dei vescovi suffraganei e di celebrarne il ricordo nei suoi discorsi, alcuni dei quali sono pervenuti fino a noi. Leone fu una personalità potente; visse in un’epoca critica di transizione, in cui la decadenza della colossale organizzazione dell’Impero Romano venne a coincidere con l’avvento del Cristianesimo da un lato e con l’irrompere delle civiltà barbariche dall’altro. Papa Leone Magno seppe far fronte con pari energia e pari intelligenza al pericolo delle invasioni barbariche e a quello dell’eresia monofisita, che minacciava la fede della Chiesa nel mistero dell’Incarnazione. Se riuscì a contenere la minaccia di Attila che pesava sull’Italia, dovette assistere impotente, tre anni più tardi, al sacco di Roma compiuto dalle soldataglie di Alarico, re dei Goti (455). Sul piano dottrinale, la battaglia di S.Leone in difesa di una teologia cristologica che affermasse della persona di Gesù sia la vera umanità (contro Nestorio) sia la vera divinità (contro Eutiche), fu ratificata dal Concilio di Calcedonia (451): « Pietro ha parlato per bocca di Leone », esclamarono i Padri. E’ interessante riconoscere lo stile particolarissimo di questo scrittore e oratore, che pur appartenendo ad un tempo tanto combattuto e inquieto, ha saputo esprimersi con ammirabile serenità e armonia. L’importanza del pontificato di Leone giace nelle sue asserzioni di un episcopato universale del vescovo romano, che trapelano dalle sue lettere, e ancor di più dalle sue noventasei orazioni pervenuteci. Secondo quanto dice, la Chiesa è costruita su Pietro, in perseguimento della promessa di Matteo xvi. 16-19. Pietro partecipa a tutto ciò che è Cristo; ciò che gli altri apostoli hanno in comune con lui lo hanno attraverso di lui. Il Signore prega solo per Pietro quando il pericolo minaccia tutti gli apostoli, perché la sua fermezza rafforzi gli altri. Ciò che è vero di Pietro è vero anche per i suoi successori. Ogni altro vescovo è incaricato della cura del proprio gregge, il vescovo di Roma di quella dell’intera Chiesa. Gli altri vescovi possono solo assisterlo in questo compito. Attraverso la sede di Pietro, Roma è diventata la capitale del mondo in un senso più ampio di prima. Per questo motivo, quando la Terra venne divisa tra gli apostoli, Roma venne riservata a Pietro, poiché qui, nel vero centro, il trionfo decisivo sarebbe stato ottenuto sulla saggezza terrena della filosofia e sul potere dei demoni; e quindi dalla testa, la luce della verità, si sarebbe diffusa a tutto il corpo. La Chiesa Cattolica Romana fino al 1971 segnava l’11 aprile come commemorazione di San Leone, mentre ora viene celebrato il 10 novembre. Le Chiese Ortodosse orientali lo commemorano il 18 febbraio.

Pietro e Paolo germogli della divina semente. « Preziosa agli occhi del Signore è la morte dei suoi fedeli »(Sal 115, 15) e nessun genere di crudeltà può distruggere una religione, che si fonda sul mistero della croce di Cristo. La Chiesa infatti non diminuisce con le persecuzioni, anzi si sviluppa, e il campo del Signore si arricchisce di una messe sempre più abbondante, quan do i chicchi di grano, caduti a uno a uno, tornano a rinascere moltiplicati. Dalla divina semente sono nati i due nostri straordinari germogli, Pietro e Paolo. Da essi si è sviluppato una discendenza innumerevole, come dimostrano le migliaia di santi martiri, che, emuli dei trionfi degli apostoli, hanno suscitato intorno alla nostra città una moltitudine di popoli, rivestiti di porpora e rifulg enti da ogni parte di splendida luce, e hanno coronato la chiesa di Roma di un’unica corona ornata di molte e magnifiche gemme. Noi di tutti i santi celebriamo con gioia la festa. Sono infatti un dono di Dio, un aiuto alla nostra debolezza, un esempio di virtù e un sostegno alla nostra fede. Però, se con ragione celebriamo tutti i santi in letizia, un’esultanza speciale sentiamo nel commemorare i due apostoli Pietro e Paolo, perché, fra tutte le membra privilegiate del corpo mistico, essi hanno avuto da Dio una funzione davvero speciale. Essi sono quasi i due occhi di quel capo, che è Cristo. Nei loro meriti e nelle loro virtù, che superano ogni capacità di espressione, non dobbiamo vedere nessuna diversità, nessuna distinzione, perché l’elezione li ha resi pari, il lavoro apostolico li ha fatti simili e la morte li ha uniti nella stessa sorte. D’altra parte è la nostra esperienza, confermata dalla testimonianza dei nostri antenati a farci credere fermamente che in tutti i travagli di questa vita saremo sempre aiutati dalle preghiere di questi due grandi protettori, per conseguire la misericordia di Dio. Avviene quindi che, come siamo precipitati in basso per le nostre colpe, così veniamo sollevati in alto dai meriti di questi apostoli.

Beati gli afflitti Dopo aver proclamato fortunatissima la povertà, il Signore aggiunse: «Beati gli afflitti, perché saranno consolati! » (Mt 5,4). La tristezza alla quale è promessa la consolazione eterna non ha nulla in comune, dilettissimi, con l’afflizione di questo mondo. Infatti, non fanno felice nessuno le lacrime sparse per la sofferenza di tutto il genere umano. Di altra natura sono i gemiti dei santi; e altra la causa delle lacrime benedette. La tristezza, proveniente da motivi religiosi, piange il peccato proprio e degli altri. Non si duole di quello che opera la divina giustizia, ma si rattrista per quanto commette l’umana iniquità. Si deve piangere chi compie il male anziché chi lo patisce, perché la malizia fa precipitare l’ingiusto nella pena e invece la pazienza conduce il giusto alla gloria.

Sermoni 95,4

Guardian angel

Guardian angel dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 25 avril, 2016 |Pas de commentaires »

I GUAI DI SAN PAOLO – PAPA FRANCESCO

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2013/documents/papa-francesco-cotidie_20130516_san-paolo.html

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

I GUAI DI SAN PAOLO

Giovedì, 16 maggio 2013

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIII, n. 112, Ven. 17/05/2013)

Con la sua testimonianza di verità il cristiano deve «dar fastidio» alle «nostre strutture comode», anche a costo di finire «nei guai», perché animato da una «sana pazzia spirituale» per tutte «le periferie esistenziali». Sull’esempio di san Paolo, che passava «da una battaglia campale a un’altra», i credenti non devono rifugiarsi «in una vita tranquilla» o nei compromessi: oggi nella Chiesa ci sono troppo «cristiani da salotto, quelli educati», «tiepidi», per i quali va sempre «tutto bene», ma che non hanno dentro l’ardore apostolico. È un forte appello alla missione — non solo nelle terre lontane ma anche nelle città — quello che Papa Francesco ha lanciato stamani, giovedì 16 maggio, nella messa celebrata nella cappella della Domus Sanctae Marthae. Punto di partenza della sua riflessione il passo degli Atti degli apostoli (22, 30; 23, 6-11) che vede protagonista appunto san Paolo nel pieno di una delle sue «battaglie campali». Ma stavolta, ha detto il Papa, è una battaglia «anche un po’ iniziata da lui, con la sua furbizia. Quando si è accorto della divisione fra quelli che lo accusavano», tra sadducei e farisei, ha fatto in modo che andassero «uno contro l’altro. Ma tutta la vita di Paolo era di battaglia campale in battaglia campale, di persecuzione in persecuzione. Una vita con tante prove, perché anche il Signore aveva detto che questo sarebbe stato il suo destino»; un destino «con tante croci, ma lui va avanti; lui guarda il Signore e va avanti». E «Paolo dà fastidio: è un uomo — ha spiegato il Pontefice — che con la sua predica, con il suo lavoro, con il suo atteggiamento dà fastidio perché proprio annuncia Gesù Cristo. E l’annuncio di Gesù Cristo alle nostre comodità, tante volte alle nostre strutture comode, anche cristiane, dà fastidio. Il Signore sempre vuole che noi andiamo più avanti, più avanti, più avanti». Vuole «che noi non ci rifugiamo in una vita tranquilla o nelle strutture caduche. E Paolo, predicando il Signore, dava fastidio. Ma lui andava avanti, perché aveva in sé quell’atteggiamento tanto cristiano che è lo zelo apostolico. Aveva proprio il fervore apostolico. Non era un uomo di compromesso. No! La verità: avanti! L’annuncio di Gesù Cristo: avanti! Ma questo non era soltanto per il suo temperamento: era un uomo focoso». Tornando al racconto degli Atti, il Papa ha rilevato come «anche il Signore s’immischia» nella vicenda, «perché proprio dopo questa battaglia campale, la notte seguente, dice a Paolo: coraggio! Va’ avanti, ancora di più! È proprio il Signore che lo spinge ad andare avanti: “Come hai testimoniato a Gerusalemme le cose che mi riguardano, così è necessario che tu dia testimonianza anche a Roma”». E, ha aggiunto il Papa, «fra parentesi, a me piace che il Signore si preoccupi di questa diocesi fin da quel tempo: siamo privilegiati!». «Lo zelo apostolico — ha quindi precisato — non è un entusiasmo per avere il potere, per avere qualcosa. È qualcosa che viene da dentro e che lo stesso Signore vuole da noi: cristiano con zelo apostolico. E da dove viene questo zelo apostolico? Viene dalla conoscenza di Gesù Cristo. Paolo ha trovato Gesù Cristo, ha incontrato Gesù Cristo, ma non con una conoscenza intellettuale, scientifica — è importante perché ci aiuta — ma con quella conoscenza prima, quella del cuore, dell’incontro personale. La conoscenza di Gesù che mi ha salvato e che è morto per me: quello proprio è il punto della conoscenza più profonda di Paolo. E quello lo spinge a andare avanti, annunciare Gesù». Ecco allora che per Paolo «non ne finisce una che ne incomincia un’altra. È sempre nei guai, ma nei guai non per i guai, ma per Gesù: annunciando Gesù, le conseguenze sono queste! La conoscenza di Gesù Cristo fa che lui sia un uomo con questo fervore apostolico. È in questa Chiesa e pensa a quella, va in quella e poi torna a questa e va all’altra. E questa è una grazia. È un atteggiamento cristiano il fervore apostolico, lo zelo apostolico». Papa Francesco ha poi fatto riferimento agli Esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola, suggerendo la domanda: «Ma se Cristo ha fatto questo per me, cosa devo fare io per Cristo?». E ha risposto: «Il fervore apostolico, lo zelo apostolico si capisce soltanto in un’atmosfera di amore: senza l’amore non si capisce perché lo zelo apostolico ha qualcosa di pazzia, ma di pazzia spirituale, di sana pazzia. E Paolo aveva questa sana pazzia». «Chi custodisce proprio lo zelo apostolico — ha proseguito il Pontefice — è lo Spirito Santo; chi fa crescere lo zelo apostolico è lo Spirito Santo: ci dà quel fuoco dentro per andare avanti nell’annuncio di Gesù Cristo. Dobbiamo chiedere a lui la grazia dello zelo apostolico». E questo vale «non soltanto per i missionari, che sono tanto bravi. In questi giorni ho trovato alcuni: “Ah padre, è da sessant’anni che sono missionario nell’Amazzonia”. Sessant’anni e avanti, avanti! Nella Chiesa adesso ce ne sono tanti e zelanti: uomini e donne che vanno avanti, che hanno questo fervore. Ma nella Chiesa ci sono anche cristiani tiepidi, con un certo tepore, che non sentono di andare avanti, sono buoni. Ci sono anche i cristiani da salotto. Quelli educati, tutto bene, ma non sanno fare figli alla Chiesa con l’annuncio e il fervore apostolico». Il Papa ha invocato quindi lo Spirito Santo perché «ci dia questo fervore apostolico a tutti noi; ci dia anche la grazia di dar fastidio alle cose che sono troppo tranquille nella Chiesa; la grazia di andare avanti verso le periferie esistenziali. La Chiesa ha tanto bisogno di questo! Non soltanto in terra lontana, nelle Chiese giovani, nei popoli che ancora non conoscono Gesù Cristo. Ma qui in città, in città proprio, hanno bisogno di questo annuncio di Gesù Cristo. Dunque chiediamo allo Spirito Santo questa grazia dello zelo apostolico: cristiani con zelo apostolico. E se diamo fastidio, benedetto sia il Signore. Avanti, come dice il Signore a Paolo: “Coraggio!”». Hanno concelebrato, tra gli altri, il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson e il vescovo Mario Toso, rispettivamente presidente e segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, monsignor Luigi Mistò, segretario dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (Apsa), e il gesuita Hugo Guillermo Ortiz, responsabile dei programmi di lingua spagnola di Radio Vaticana. Tra i presenti, personale del dicastero Iustitia et Pax e un gruppo di dipendenti dell’emittente vaticana.

CORINTO E LE LETTERE AI CORINZI (MEDITAZIONE SULLA FATICA DELL’ UNITÀ CRISTIANA, NELLO SCAVO DELLA CITTÀ ANTICA)

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CORINTO E LE LETTERE AI CORINZI (MEDITAZIONE SULLA FATICA DELL’ UNITÀ CRISTIANA, NELLO SCAVO DELLA CITTÀ ANTICA)

CORINTO E LE LETTERE AI CORINZI (MEDITAZIONE SULLA FATICA DELL' UNITÀ CRISTIANA, NELLO SCAVO DELLA CITTÀ ANTICA) dans GEOGRAFIA, STORIA, CULTO DALLE TERRE DI PAOLO l004

Palazzo vicino la tribuna monumentale, la bemà, dalla quale predicò S.Paolo, secondo la tradizione

La comunità di Corinto è una delle comunità paoline che conosciamo meglio, per l’ampiezza dei testi che si sono conservati. Paolo, dicono gli Atti deg li Apostoli, abitò a Corinto un anno e mezzo, la prima volta che vi giunse, poi si fermò qui una seconda volta. Ha scritto ai Corinzi non solo le due lettere che possediamo, ma, probabilmente, almeno altre due. Gli studiosi dicono che la 1 lettera ai Cori n zi è una lettera unitaria. Invece nella seconda lettera ne riconoscono due, poiché ipotizzano che la seconda parte della lettera sia la lettera “ dalle molte lacrime” che Paolo dice di aver inviato precedentemente a quella che è la nostra 2 Cor. Infatti nel la seconda parte di 2 Cor, nei capitoli da 10 a 13, vediamo Paolo che si offende, si agita, si commuove, che è profondamente adirato con i Corinzi. Se è vera questa ipotesi, allora la prima parte della seconda lettera ai Corinzi – dal capitolo 1 al capito l o 9 – sarebbe in realtà la terza lettera scritta da Paolo a questa città e la nostra 2 Cor sarebbe un insieme di queste due lettere. L’ ultima parte, più antica, evidenzierebbe questa profonda frizione con Paolo, la prima parte, più recente, ci mostrerebbe Paolo ormai tornato in buoni rapporti con la comunità locale. Vorrei farvi notare prima di tutto questo – e questo già basterebbe per oggi. Ogni volta che affrontiamo Paolo tocchiamo il valore della vita ecclesiale, il valore della vita della Chiesa. S.Pa olo non ci racconta, nelle sue lettere, l’ inizio della fede, perché le lettere sono scritte quando già le comunità esistono. Le lettere affrontano quello che avviene dopo, quello che avviene durante lo svilupparsi della vita. Le lettere non sono scritte p e r “ mettere la prima pietra” , ma perché , dopo averla messa, è importante come si continua a costruire. Pensate alle nostre famiglie per esempio, alla loro evoluzione, ai rapporti con i figli, con i nipoti; tutto questo dice una continuità . Chi vuole brucia r e in un attimo le cose, o pensa che avendo fatto una cosa all’ inizio con il proprio figlio, giusta o sbagliata che sia, è a posto per sempre, ha già risolto tutto, in realtà non riesce più ad amare. Perché in realtà se ha sbagliato può cambiare, se ha fat t o bene deve continuare sulla giusta via. Questa continuità di rapporto, già di per sé , dice – noi lo cogliamo nelle varie lettere ai Corinzi – una continuità di rapporti. C’ è un passato, ma la vita va avanti. Vi faccio vedere tre passaggi di questo. Nella 1 Corinzi in cui Paolo comincia ad alzare un po’ il tono perché li vuole rimproverare . 1 Corinzi 4,18 – 21: Come se io non dovessi più venire da voi, alcuni hanno preso a gonfiarsi d’ orgoglio. Ma verrò presto, se piacerà al Signore, e mi renderò conto al lora non già delle parole di quelli, gonfi di orgoglio, ma di ciò che veramente sanno fare, perché il regno di Dio non consiste in parole ma in potenza. Che volete? Debbo venire a voi non il bastone, o con amore e con spirito di dolcezza? Paolo dice “Cosa volete, vengo a bastonarvi?” E’ una domanda reale, seria. O vengo perché state capendo, vi state convertendo? E’ una comunità che va avanti e Paolo come Apostolo la vuole veder crescere – non gli basta l’inizio – e, per questo, si domanda: “Cosa debbo fare con voi? Il bastone o la tenerezza?” Il rapporto si modifica – e diviene più severo, nell’amore – nella 2 Corinzi 10, che è appunto la lettera “dalle molte lacrime” – io condivido questa posizione; da 10 fino a 13 non è la stessa lettera, ma è un’altra lettera che sta tra 1 Cor e 2 Cor. Leggiamo allora in 2 Corinzi 10, 1 – 11: Ora io stesso, Paolo, vi esorto per la dolcezza e la mansuetudine di Cristo, io davanti a voi così meschino, ma di lontano così animoso con voi… Questa era l’accusa che gli facevano, è una lettera viva! Evidentemente i Corinzi avevano mandato a dire che Paolo, quando stava con loro, era dolce, ma quando si allontanava era uno che picchiava duro e diceva: “Qui bisogna cambiare, convertirsi, così non va”. Allora Paolo riprende queste critiche a lui rivolte e spiega: Vi supplico di far in modo che non avvenga che io debba mostrare, quando sarò tra voi, quell’energia che ritengo di dover adoperare contro alcuni che pensano che noi camminiamo secondo la carne. In realtà, noi viviamo nella carne ma non militiamo secondo la carne. Infatti le armi della nostra battaglia non sono carnali, ma hanno da Dio la potenza di abbattere le fortezze, distruggendo i ragionamenti e ogni baluardo che si leva contro la conoscenza di Dio, e rendendo ogni intelligenza soggetta all’obbedienza al Cristo. Perciò siamo pronti a punire qualsiasi disobbedienza, non appena la vostra obbedienza sarà perfetta. Guardate le cose bene in faccia: se qualcuno ha in se stesso la persuasione di appartenere a Cristo, si ricordi che se lui è di Cristo lo siamo anche noi. In realtà, anche se mi vantassi di più a causa della nostra autorità, che il Signore ci ha dato per vostra edificazione e non per vostra rovina, non avrò proprio da vergognarmene. Non sembri che io vi voglia spaventare con le lettere! Perché “Le lettere – si dice – sono dure e forti, ma la sua presenza fisica è debole e la parola dimessa”. Questo tale rifletta però che quali noi siamo a parole per lettera, assenti, tali saremo anche con i fatti, di presenza. Questa è la lettera in cui sale ancora di più di livello. Paolo dice “Attenzione, se continua così io vengo veramente e dalle parole forti passeremo alla mia presenza forte che chiederà conto ad ogni persona”. Poi, invece, nell’ultima lettera che noi abbiamo – che probabilmente è la 2 Corinzi 1-9 – poiché evidentemente c’è stata una conversione, c’è stato un salire di livello della comunità, allora Paolo, in 2 Corinzi 7, 8 – 13, così si esprime: Se anche vi ho rattristati con la mia lettera, non me ne dispiace. E se me ne è dispiaciuto – vedo infatti che quella lettera, anche se per breve tempo soltanto, vi ha rattristati – ora ne godo; non per la vostra tristezza, ma perché questa tristezza vi ha portato a pentirvi. Infatti vi siete rattristati secondo Dio e così non avete ricevuto alcun danno da parte nostra; perché la tristezza vi ha portato a pentirvi. Infatti vi siete rattristati secondo Dio e così non avete ricevuto alcun danno da parte nostra; perché la tristezza secondo Dio produce un pentimento irrevocabile che porta alla salvezza, mentre la tristezza del mondo produce la morte. Ecco, infatti, quanta sollecitudine ha prodotto in voi proprio questo rattristarvi secondo Dio; anzi quante scuse, quanta indignazione, quale timore, quale desiderio, quale affetto, quale punizione! Vi siete dimostrati innocenti sotto ogni riguardo in questa faccenda. Così se anche vi ho scritto, non fu tanto a motivo dell’offensore o a motivo dell’offeso, ma perché apparisse chiara la vostra sollecitudine per noi davanti a Dio. Ecco quello che ci ha consolati. Questa è una lettera in cui Paolo ha superato questo momento di rimrpovero alla comunità di Corinto e dice: “Che qualcuno sia stato triste per la mia parola, va benissimo, purché la tristezza sia servita a portare un pentimento, di cui non ci si pente” – cioè il pentirsi è l’unica cosa di cui non ci si pente, il chiedere perdono a Dio. Ci sono due tipi di tristezza, c’è la tristezza del peccato, quando uno si accorge che ha sbagliato, che produce la conversione. C’è la tristezza invece secondo il mondo, l’essere tristi, che produce solo morte. Notate sempre il discernimento degli spiriti, la capacità di capire che tipo di tristezza la parola dell’Apostolo ha generato. Allora riassumiamo. C’è innanzi tutto questa prima cosa che credo sia utile per noi come Chiesa, per ogni relazione familiare, per i figli, i nipoti. Sapere cioè che la relazione non si esaurisce in un istante, ma, anzi, ha bisogno di tempi lunghi, di tutta una vita, e se ci sono momenti in cui si dicono dei “no”, questi momenti non sono la fine. Ci sono dei momenti in cui è bene aprire delle porte, poi altri in cui è bene richiuderle, poi si riaprirle – un rapporto non è mai lo stesso. La cosa importante è essere presenti in questa storia, metterci il Signore dentro e avere questa capacità di pentirsi che genera continuamente la possibilità di riavvicinarsi. Una seconda cosa importantissima è data dalle affermazioni intorno al fatto di costruire, di mettere una pietra, un fondamento che è Cristo e che non può essere diverso, ma insieme alla necessità di doverci poi costruire bene sopra. Vediamo 1 Cor 3, 5 e seguenti: Ma che cosa è mai Apollo? Cosa è Paolo? Ministri attraverso i quali siete venuti alla fede e ciascuno secondo che il Signore gli ha concesso. Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere. Ora né chi pianta, né chi irriga è qualche cosa, ma ciascuno riceverà la sua mercede secondo il proprio lavoro. Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete il campo di Dio, l’edificio di Dio. Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un sapiente architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo. E se, sopra questo fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l’opera di ciascuno sarà ben visibile: la farà conoscere quel giorno che si manifesterà col fuoco, e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno. Se l’opera che uno costruì sul fondamento resisterà, costui ne riceverà una ricompensa; ma se l’opera finirà bruciata, sarà punito: tuttavia egli si salverà, però come attraverso il fuoco. Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi. In questa comunità si litigava: perché? Paolo l’aveva fondata. Allora Paolo era quello che aveva messo il primo fondamento. Poi era arrivato un altro, Apollo, che aveva cominciato a dire alcune cose. Allora nella comunità alcuni si schieravano con Paolo e dicevano di “essere di Paolo”, altri si schieravano con Apollo e dicevano di “essere di Apollo” e altri dicevano: “Noi siamo di Cristo e non siamo né dell’uno né dell’altro”. S.Paolo spiega che così la Chiesa non crescerà mai. Nella Chiesa bisogna che ci sia un fondamento e bisogna però che poi si continui a costruire bene. Un figlio bisogna farlo nascere. Però, una volta che è nato, bisogna poi educarlo ed è importante chi gli ha dato fisicamente la vita ma è anche importante chi gli sta poi vicino perché cresca. Paolo spiega allora: “Il fondamento deve essere messo bene, non può essere messo male. Se uno mette un fondamento diverso da Cristo è un disastro. Però poi una volta messo il fondamento bisogna continuare a costruire bene. La comunità, la Chiesa, ha bisogno di una crescita nel bene e non bisogna distruggere il tempio di Dio che siete voi”. Notate che luce! E’ una cosa semplice ed insieme profondissima. Pensate – ripeto – a qualsiasi rapporto che dura nel tempo. S.Paolo allora fa riflettere su questo e poi si arrabbia sia con chi si richiama all’uno o all’altro, sia addirittura con chi si richiama solo a Cristo senza fare i conti con le persone concrete che Dio mette fra i piedi, come il padre, la madre, il nonno. Io non posso essere educato solo da Dio senza mia madre, mio padre, mio nonno, i miei fratelli e così via. La cosa importante è accogliere ogni persona come un ministro di Dio e Cristo come la pietra fondante che è all’origine di tutto. La Chiesa non può non avere come fondamento Cristo. Chi mette un altro fondamento sbaglia. Non si costruisce la Chiesa sulla psicologia, sul gioco, sulle pizze o sulla cultura. Ci si incontra perché conquistati da Cristo. Ma, posto quel fondamento, si accolgono tutte le persone che il Signore stesso manda alla sua Chiesa. Non esiste un cristianesimo senza Chiesa. E qui veniamo appunto al tema grande che affrontano queste lettere, all’orizzonte più grande. Leggiamo l’inizio del cap. 3, dove Paolo, daccapo, riflette su questa crescita che ci deve essere. C’è una cosa iniziale e poi pian piano bisogna andare avanti. Io, fratelli, sinora non ho potuto parlare a voi come a uomini spirituali, ma come ad esseri carnali, come a neonati in Cristo. Vi ho dato da bere latte, non un nutrimento solido, perché non ne eravate capaci. E neanche ora lo siete; perché siete ancora carnali: dal momento che c’è tra voi invidia e discordia, non siete forse carnali e non vi comportate in maniera tutta umana? Quando uno dice: “Io sono di Paolo”, e un altro: “Io sono di Apollo”, non vi dimostrate semplicemente uomini? Paolo dice che c’è, proprio come avviene ad un bambino – all’inizio ad un bambino non si può dare da studiare la Divina Commedia o tutta la scienza, ad un bambino si dà il latte – se il bambino cresce bene si comincia a poter dare da mangiare la carne, la verdura. Lui dice che nel cammino spirituale è la stessa cosa. Qual è il dramma? Paolo afferma che il dramma è che questa comunità è neonata, è appena nata – sebbene non lo sia anagraficamente – perché c’è un aspetto importante che non va. Notate, fra l’altro, cos’è lo “spirituale” per Paolo. La gelosia, l’invidia, la discordia, fanno sì che le persone siano dei bambini. Vogliono essere trattati come bambini e lui non riesce a dare loro un cibo diverso perché sono così presi da beghe interne, da cose di poco conto che sono tipiche dell’infante, che non riescono, invece, a digerire un cibo buono, che li renda evangelizzatori, li renda uomini di carità, ecc. In particolare questa cosa viene fuori proprio parlando della Chiesa. Lo vediamo ora leggendo 1 Corinzi 1, 10 – 16. Abbiamo visto che la lettera ai Corinzi affronta tanti problemi, abbiamo visto il problema delle vergini, delle vedove, poi c’è il problema dell’incesto, dei tribunali. Paolo affronta una serie di problemi che gli vengono posti, ma il primo problema è quello dell’unità della Chiesa. Vi esorto pertanto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, ad essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e d’intenti. Mi è stato segnalato infatti a vostro riguardo, fratelli, dalla gente di Cloe, che vi sono discordie tra voi. Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: “Io sono di Paolo”, “Io invece sono di Apollo”, “E io di Cefa”, “E io di Cristo!” Cristo è stato forse diviso? Forse Paolo è stato crocifisso per voi, o è nel nome di Paolo che siete stati battezzati? Ringrazio Dio di non aver battezzato nessuno di voi, se non Crispo e Gaio, perché nessuno possa dire che siete stati battezzati nel mio nome. Ho battezzato, è vero, anche la famiglia di Stefana, ma degli altri non so se abbia battezzato alcuno. Paolo qui addirittura aggiunge il nome di Cefa, poiché alcuni si richiamano a Pietro l’apostolo – notate, di passaggio, come veramente siano ancora vivi tutti gli apostoli e come questa storicità dia forza alla nostra fede. Pensate anche ai problemi odierni dei movimenti, dei vari gruppi nella Chiesa, cose buonissime, ma terribili se diventa preponderante essere di qualcuno rispetto all’essere di Cristo. A Paolo non va neanche bene che ci sia solo Cristo. Ognuno deve riconoscere chi ha fondato, chi ha continuato, ma deve riconoscere prima di tutto che Cristo è l’unità di tutti e deve vivere in questa comunione. La stessa cosa avviene anche quando parla dell’eucarestia, un altro brano molto bello e insieme duro, in 1 Cor 11, 17 – 34. E’ l’ultimo che leggiamo: E mentre vi do queste istruzioni, non posso lodarvi per il fatto che le vostre riunioni non si svolgono per il meglio, ma per il peggio. Innanzi tutto sento dire che, quando vi radunate in assemblea, vi sono divisioni tra voi, e in parte lo credo. E’ necessario infatti che avvengano divisioni tra voi, perché si manifestino quelli che sono i veri credenti in mezzo a voi. Quando dunque vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore. Ciascuno infatti, quando partecipa alla cena, prende prima il proprio pasto e così uno ha fame, l’altro è ubriaco. Non avete forse le vostre case per mangiare e per bere? O volete gettare il disprezzo sulla chiesa di Dio e far vergognare chi non ha niente? Che devo dirvi? Lodarvi? In questo non vi lodo! Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me”. Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga. Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna. E’ per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi, e un buon numero sono morti. Se però ci esaminassimo attentamente da noi stessi, non saremmo giudicati; quando poi siamo giudicati dal Signore, veniamo ammoniti per non esser condannati insieme con questo mondo. Perciò, fratelli miei, quando vi radunate per la cena, aspettatevi gli uni gli altri. E se qualcuno ha fame, mangi a casa, perché non vi raduniate a vostra condanna. Quanto alle altre cose, le sistemerò alla mia venuta. Come sapete, anticamente, la messa veniva celebrata insieme ad una vera cena. Avveniva come abbiamo fatto per spiegare la Pasqua ebraica. Si cenava tutti insieme e si celebrava la messa. Cosa avveniva? Di fatto le persone andavano per partecipare tutti insieme all’eucarestia, però ognuno aveva la sua cena, cucinava per i suoi amici, per il suo giro di persone. Nessuno aspettava gli altri, nessuno condivideva con gli altri. Non c’era questa attenzione. Allora c’era chi era ubriaco, chi completamente satollo di cibo e c’era chi non mangiava niente. Cosa avveniva, che c’era il corpo di Cristo nell’eucarestia, ma non c’era il corpo di Cristo nella Chiesa. Allora Paolo dice: “Esaminatevi, perché chi riconosce il corpo di Cristo, ma non riconosce il fratello, sta mangiando la propria condanna”. Volete fare le vostre cose? Fatele a casa, ma che questa cosa non avvenga dove c’è la Chiesa di Cristo. Questo aiuta tantissimo a capire proprio il senso profondo che Paolo ha della Chiesa. Tutte le persone che vivono di Cristo, che ricevono il suo Battesimo, sono la Chiesa – questo ha delle conseguenze anche nei rapporti con gli ortodossi, ma non possiamo parlare di questo ora. La Chiesa è diversa dagli amici. La Chiesa non è fatta dagli amici. Non è vero che oltre l’amicizia non ci sia nulla. Non è vero che gli amici sono gli amici e gli altri non sono nulla, non li saluto neanche. La fratellanza, l’essere fratelli, non vuol dire essere amici. Gesù non ha ordinato che noi dobbiamo tutti essere amici tra di noi, tutti amici a S. Melania, tutti amici a Roma, tutti amici nel mondo. Sarebbe assurdo! Ma c’è il livello della fratellanza. Questa sì, il Signore l’ha ordinata. Ecco il posto dell’ attenzione, della comunicazione, della condivisione con coloro di cui a volte non conosco neanche il nome, che è il livello della Chiesa, dove io riconosco che ognuno è corpo di Cristo con me. C’è l’eucarestia che è Cristo presente nel pane e nel vino e c’è Cristo che è presente nella Chiesa. Vi ricordate quel brano che ci ha letto il nostro Vescovo, d.Rino Fisichella? E’ un brano di di Sant’Agostino, che dice: Fate questo in memoria di me”: è con queste parole di S.Agostino che possiamo comprendere il senso della memoria eucaristica: « Se vuoi comprendere il corpo di Cristo, ascolta l’apostolo che dice ai fedeli: Voi però siete il corpo di Cristo, le sue membra (1 Cor 12, 27). Se voi, dunque, siete il corpo di Cristo e le sue membra, sulla mensa del Signore viene posto il vostro sacro mistero: il vostro sacro mistero voi ricevete. A ciò che voi siete, voi rispondete “Amen” e, rispondendo, lo sottoscrivete. Odi infatti: « Il corpo di Cristo » e rispondi: « Amen ». Sii veramente corpo di Cristo, perché l’Amen (che pronunci) sia vero! E’ fondata da Cristo la comunione cristiana. Non nasce dalle mie simpatie e non muore con le mie difficoltà ad andare d’accordo. E’ radicata nell’essere tutti noi membra del suo corpo. Ecco, Paolo nella comunità di Corinto, ha insistito molto su questo. Mi viene in mente un’espressione di d.Francesco – molto vera – che ha fatto molto discutere in parrocchia. Ha detto ai giovani che vedeva in loro una mediocrità spirituale. Qualcuno se l’è presa come fosse un’offesa personale, dicendo. “Come può conoscerci tutti per dare questo giudizio?” E lui ha risposto: “Dico questo perché non siamo stati capaci di celebrare nemmeno un vespro insieme, in un anno di cammino, ma ognuno faceva le sue cose, senza essere disponibile ad un cammino comune” Questa è mediocrità spirituale ecclesiale. “Lo dico, perché vi voglio bene” – dice don Francesco – “non lo dico perché non vi sopporto o perché vi odio, ma perché è mio compito dire che non è possibile che dei cristiani non trovino la disponibilità una volta, in Quaresima, a celebrare un vespro o un ritiro insieme, su invito del loro vice-parroco”. E’ segno di un livello basso, di un livello da neonati, se tutto viene anteposto a vivere certi momenti. La comunità è anche segno per l’evangelizzazione. Se ognuno è cristiano da solo ma non vive il segno della fratellanza, è più difficile per il non credente, per una persona lontana, trovare questo slancio, questo entusiasmo. Ecco che qui a Corinto abbiamo riflettuto molto su questo grande tema, che è il tema della Chiesa. La fede Dio la da personalmente ad ognuno, è nostra, non possiamo mai demandarla ad un altro, ma essa nasce dall’annuncio della Chiesa – la Chiesa è la nostra madre – e ci fa nascere anche come persone che vivono la Chiesa, che sono la Chiesa, che si riconoscono vicendevolmente come corpo di Cristo e che sanno in alcuni momenti rinunciare a delle particolarità per vivere il segno profondo dell’essere insieme il corpo di Cristo, in quel momento storico, in quella tappa. Si potrebbero dire tante altre cose – le lettere ai Corinti sono lunghissime – ma volevo sottolineare soprattutto questi due aspetti, la Chiesa e questa fiducia nel lungo periodo, che ognuno di noi deve avere come educatore. Ci sono dei momenti in cui uno dice ad un nipote un “no” e l’altro, sul momento, è triste, ma dopo due anni se l’è dimenticato, non è più un problema. L’importante è che si cresca, che si cammini. Bisogna avere sia il coraggio di dire dei “no”, sia il coraggio di consolare, di dire dei “sì”, l’uno e l’altro in momenti diversi. Paolo con questa città ha avuto un rapporto molto lungo negli anni, con dei momenti alti, dei momenti bassi. Da qui il Vangelo ha continuato la sua corsa nel mondo intero

El Greco, Saint John Apostle

El Greco, Saint John Apostle dans immagini sacre El_Greco_034

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Publié dans:immagini sacre |on 22 avril, 2016 |Pas de commentaires »
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