Archive pour mars, 2016

PERCORSI DEL DESIDERIO NELL’ANTICO TESTAMENTO – DI RINALDO FABRIS

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PERCORSI DEL DESIDERIO NELL’ANTICO TESTAMENTO – DI RINALDO FABRIS

sintesi della relazione di Rinaldo Fabris

Verbania Pallanza, 13 novembre 1999

Contrariamente a quanto affermato anche da una rilettura di Paolo in termini dualistici, ulteriormente aggravato poi dalla controversia tra cattolici e luterani sulla « concupiscenza », il mondo delle passioni non è connotato nella bibbia in termini negativi, quasi che l’incontro con Dio possa avvenire solo liberandosi dal corpo, dalle emozioni, dalle passioni, dai desideri. La bibbia ebraica è piena di uomini, e anche di qualche donna, attraversati da desideri. Ezechiele è chiamato da Dio « uomo dei desideri ». Numerosi sono i protagonisti di storie di amore, di gelosie, di lotte e non solo tra uomo e donna (v. Gionata e Davide). Ma oltre ai due desideri esposti dal precedente relatore (Vigna), quello del mangiare e bere e quello del fare l’amore, non esiste forse un altro potente desiderio, quello del potere, del successo, del difendere e promuovere la propria identità? E’ questo il primo desiderio che si incontra nella bibbia.

1. il dramma del desiderio nel giardino di Eden Dio Crea un giardino ideale, un mondo ideale, ricco di acque e di alberi « graditi alla vista e buoni da mangiare », con al centro l’albero della vita e l’albero della conoscenza del bene e del male. All’uomo, presentato come responsabile del giardino che è a sua disposizione, viene posta la clausola di non accedere all’albero della conoscenza del bene e del male come condizione per vivere. Il desiderio, scatenato dal dialogo col serpente (« sarete come figli di Dio capaci di conoscere il bene e il male »), è il desiderio di infinito, come condizione di successo, di potere. E poiché l’uomo, riuscito ad impossessarsi della conoscenza e del potere, potrebbe accedere alla vita non come dono ma come proprietà e rapina, viene cacciato dal giardino. Le relazioni sono infrante. Eva rivolgerà il proprio desiderio verso Adam che la dominerà.

2. il conflitto del desiderio in Caino Nella coppia dei fratelli viene rappresentata la diversità (diverso accoglimento del sacrificio da parte di Dio), dalla quale scaturisce il desiderio minaccioso, il conflitto, la violenza. Dio invita Caino a dominare l’istinto, il desiderio del peccato, presentato come bestia minacciosa.

3. la bramosia del popolo nel deserto (Nm 11,4-35) Il tempo del deserto è il tempo della prova. dove i desideri diventano occasione e motivo di ribellione e di morte. (Paolo farà riferimento a questo episodio in 1Cor 10). Il popolo, uscito dalla schiavitù d’Egitto e in cammino verso la terra di libertà, stanco della manna e del suo sapore di pasta cotta all’olio, preso dalla bramosia, si lamenta con Mosè, rimpiangendo i gusti piccanti del tempo della schiavitù. Dio promette di dare la carne con tale abbondanza da suscitarne nausea e colpisce il popolo per la sua ingordigia. Emerge qui il problema dell’ambivalenza del desiderio: è possibile vivere relazioni giuste all’interno della coppia, tra fratelli o tra diversi, controllando il desiderio? Il bisogno di vita, di mangiare, di sicurezza è ambivalente e può portare alla sepoltura piuttosto che verso la terra di libertà.

4.  »non desiderare » (Es 20,17; Dt 5,21) Il decalogo, o dieci parole, prima di essere un elenco di divieti o di ordini è una indicazione della via per avere la vita giusta e felice. « Non desiderare » è l’unica indicazione ripetuta due volte. La diversa formulazione dell’ultimo comandamento in Esodo e Deuteronomio darà luogo nella tradizione delle chiese occidentali (a differenza dell’ebraismo e delle chiese orientali) a due distinti comandamenti. Il desiderio di cui si tratta non è anzitutto un semplice stato d’animo o un sentimento, ma un comportamento che nasce dal desiderio, per cui « non desiderare la casa del tuo prossimo » andrebbe tradotto così: « non intraprendere nulla per entrare in possesso della casa del tuo prossimo ». Secondo le dieci parole la condizione per vivere in libertà è che nessuno prenda il posto di Dio e che il prossimo, membro dell’alleanza, possa essere al sicuro. Pertanto non bisogna attentare a nulla di quanto è indispensabile per vivere, ai beni e tra questi, al centro, la moglie (visione patriarcale). Il « non desiderare la moglie » come il « non commettere adulterio » (sesto comandamento) non è un problema di desideri impuri, di brame sessuali da controllare, ma di non attentare alla dignità del prossimo (Paolo in Rom 13 dirà che il « non desiderare » si riassume nell’amare il prossimo). In questa prospettiva il non desiderare è l’interiorizzazione dei precedenti divieti. Il fatto che le dieci parole siano quasi tutte introdotte dal non significa che il decalogo presenti una morale negativa e che solo con il cristianesimo si sia passati da una morale negativa ad una positiva, e da una morale esteriore ad una interiore. Il « non » esprime la forma apodittica delle leggi assolute, più estese ed impegnative di quelle positive. Sono principi di vita. L’interiorizzazione si ha già nel Primo Testamento. La fedeltà a Dio come unico si vive nella giusta relazione con il prossimo, interiorizzata con l’indicazione del « non desiderare ».

5. il desiderio nella tradizione sapienziale. Il tema del « non desiderare » del decalogo è ripreso in Giobbe (31,1-2.7-9). Nel delineare il ritratto dell’osservante Giobbe sottolinea l’importanza del non attentare a ciò che appartiene al tuo prossimo. Nei Proverbi (6,24-29) si sostiene la necessità di controllare i desideri, di non lasciarsi sedurre dalla straniera-prostituta… l’esito è mortale Gesù Ben Sirach insegna ai giovani il modo di comportarsi con le donne (Sir 9,1-9) perché la passione non faccia scivolare nella rovina, nella vita non riuscita… L’appagamento del desiderio è fonte di vita (Proverbi 13,19) Di fronte alla coscienza del limite radicale, che tutto è senza consistenza, il Qoelet invita a godere con serenità di tutto quanto si dispone. Dio ha destinato l’essere umano a godere delle cose belle e positive della vita, da non predare come possidenti, ma da accogliere come dono.

6. il desiderio di Dio Nel salmo 63 si parla del desiderio di Dio con il linguaggio metaforico del mangiare, del bere, dell’incontro d’amore. Queste immagini sono trasfigurate dall’esperienza del desiderio di infinito. L’esperienza di preghiera orienta e vivifica i desideri.

conclusioni Il desiderio di infinito e il desiderio proibito non sono due poli alternativi. Il desiderio di infinito è una vocazione, non una maledizione. Ci consente di intravedere un orizzonte più grande nelle piccole realtà che viviamo, quelle del mangiare, del bere, dell’incontro… Il desiderio di infinito si realizza non con la rapina dell’albero della conoscenza, del potere, della libertà (come proprietà da rivendicare), ma nell’accoglierlo come dono. Il « non desiderare » non è un invito a reprimere o demonizzare i desideri, ma a educarli e orientarli. La realizzazione del desiderio avviene non prendendo il posto di Dio, ma nell’accogliere i doni. Il desiderio che nasce dal bisogno di vivere può finire nella morte se si cede alla tentazione di mettersi al posto di Dio e se si viene meno al giusto rapporto con l’altro, trasformando l’altro in oggetto invece che in soggetto di incontro.

LA LIBERTÀ CRISTIANA (soprattutto Paolo)

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LA LIBERTÀ CRISTIANA (soprattutto Paolo) 

tradotto liberamente da uno scritto di John MacArthur

« Fratelli, voi siete stati chiamati a libertà; soltanto non fate della libertà un’occasione per vivere secondo la carne, ma per mezzo dell’amore servite gli uni agli altri » (Gal. 5:13).

Una delle mie gioie come pastore è quella di insegnare alle persone la Parola di Dio e spiegare le sue implicazioni nelle loro vite. Tra i dubbi che la gente esprime, non figurano domande su se sia sbagliato mentire, truffare, rubare, uccidere, comemttere adulterio, o concupire. Né mi viene chiesto se i Cristiani dovrebbero leggere la Bibbia, pregare, o parlare agli altri della salvezza in Gesù Cristo. La Bibbia infatti è molto chiara su tutti questi punti. C’è, però, una serie di domande che si trova in un’area che potremmo definire « grigia ». Sono domande che riguardano la libertà cristiana dei credenti. Quali svaghi sono accettevoli? Quale tipo di musica possiamo ascoltare? Come dobbiamo vestirci, cosa mangiare o bere, come impiegare il tempo libero? La Bibbia dà una risposta a queste domande? Alcuni potrebbero dire « no, la Bibbia non ne parla; puoi fare tutto quello che ti pare, sei libero! ». Sebbene la Bibbia non elenchi specificamente ogni possibile decisione che ti troverai a fronteggiare nella vita, essa spiega i princìpi che regolano la libertà cristiana. Essi consentono di discernere ciò che è buono e camminare nella libertà secondo la volontà di Dio, e alla Sua gloria.

MI PORTERA’ BENEFICIO SPIRITUALE? « Ogni cosa è lecita, ma non ogni cosa è utile; ogni cosa è lecita, ma non ogni cosa edifica. » (1 Cor. 10:23) Una cosa « utile » è qualcosa che porta vantaggio; ed « edificare » vuol dire fortificare spiritualmente. Basandoti su questo verso, domandati: « È una cosa che migliorerà la mia vita spirituale? Mi indurrà al bene? Mi edificherà spiritualmente? » Se no, dovresti seriamente riflettere sull’utilità della cosa che vuoi fare.

MI CONDURRA’ AD UNA SCHIAVITU’? « Ogni cosa mi è lecita, ma non ogni cosa è utile. Ogni cosa mi è lecita, ma io non mi lascerò dominare da cosa alcuna. » (1 Cor. 6:12) In questo verso, l’apostolo Paolo dice: « non mi lascerò dominare da cosa alcuna ». Se dunque si tratta di qualcosa che può diventare un’abitudine, guardati dal cadere sotto il suo controllo. Se sei servo del Signore Gesù Cristo, non puoi esserlo di altri.

CONTAMINERA’ IL TEMPIO DI DIO? « Non sapete che il vostro corpo è il tempio dello Spirito Santo che è in voi, il quale voi avete da Dio, e che voi non appartenete a voi stessi? Infatti siete stati comprati a caro prezzo, glorificate dunque Dio nel vostro corpo e nel vostro spirito, che appartengono a Dio. » (1 Cor. 6:19-20)Non fare nulla che possa causare danno al tuo corpo, o esporlo alla vergogna – esso è l’unico mezzo che hai per glorificare Dio. Il passo di Romani 6:13 dice: « Non prestate le vostre membra al peccato come strumenti d’iniquità, ma presentate voi stessi a Dio, come dei morti fatti viventi, e le vostre membra a Dio come strumenti di giustizia ». Il modo in cui scegli di usare il tuo corpo dovrebbe sempre riflettere la tua volontà di onorare Gesù Cristo.

SARA’ CAUSA DI INCIAMPO PER QUALCUNO? « Ora un cibo non ci rende graditi a Dio; se mangiamo, non abbiamo nulla di più, e se non mangiamo, non abbiamo nulla di meno. Badate però che questa vostra libertà non divenga un intoppo per i deboli. » (1 Cor. 8:8-9) Questo è un principio dell’amore. Infatti Romani 13:10 dice: « L’amore non fa alcun male al prossimo; l’adempimento dunque della legge è l’amore ». Se sai che la tua scelta – ciò che tu consideri « nei limiti » e accettevole – può far inciampare e peccare un altro Cristiano, allora ama quel fratello o quella sorella abbastanza da non esercitare quella tua libertà. Non è un comportamento visto di buon occhio dalla nostra società egoista, ma è biblico. Continuare a indulgere in una libertà legittima causando problemi ad un altro Cristiano, è peccato. Infatti, « peccando in tal modo contro i fratelli, ferendo la loro coscienza che è debole, voi peccate contro Cristo. Perciò », prosegue Paolo con un esempio, « se un cibo scandalizza mio fratello, non mangerò mai più carne, per non scandalizzare mio fratello » (1 Cor. 8:12-13).

CONTRIBUIRA’ ALLA CAUSA DELL’EVANGELO? « Non date motivo di scandalo né ai Giudei, né ai Greci, né alla chiesa di Dio; così come anch’io compiaccio a tutti in ogni cosa, cercando non l’utile mio ma quello dei molti, perché siano salvati. » (1 Cor. 10:32-33) Che tu ne sia cosciente o meno, ciò che tu permetti o freni nel tuo comportamento influenza la tua testimonianza per Cristo – e il mondo ti osserva. È una questione di testimonianza – ciò che la tua vita riflette su Dio e sulla tua esperienza con Lui. La tua testimonianza può solo dire la verità su Dio, o dire una menzogna. Le scelte che tu compi nelle aree « grigie » devono riflettere la tua volontà di non causare offesa al nome di Dio, ma anzi portarGli lode.

VIOLERA’ LA MIA COSCIENZA? « Ma chi ha dei dubbi riguardo a ciò che mangia è condannato, perché la sua condotta non è dettata dalla fede; e tutto quello che non viene da fede è peccato. » (Rom. 14:23) Prima, Corinzi 10:25-29 contiene tre riferimenti all’astenersi da una pratica per motivi di coscienza. Infatti, se la tua coscienza è in dubbio o è turbata da ciò che stai considerando di fare, non farlo. È importante avere una coscienza pura davanti a Dio, affinché la tua comunione con Lui non sia impedita. Solo perseverando nella preghiera e studiando la Parola di Dio, potrai comportarti « come figli di luce… esaminando che cosa sia gradito al Signore » (Efes. 5:8-10).

PORTERA’ GLORIA A DIO? « Sia dunque che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualche altra cosa, fate tutto alla gloria di Dio. » (1 Cor. 10:31) Questo verso riassume chiaramente l’obiettivo di tutti i princìpi elencati. Il grido del nostro cuore non è di glorificare il nostro Signore e Salvatore con le nostre vite? Pensa un momento al risultato della tua decisione – Dio sarà glorificato, onorato e lodato mediante essa? Oh che possiamo dire con Gesù: « Io ti ho glorificato sulla terra » (Giov. 17:4).

Triduum pascal

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Publié dans:immagini sacre |on 21 mars, 2016 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI – TRIDUO PASQUALE (2008)

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BENEDETTO XVI – TRIDUO PASQUALE

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 19 marzo 2008

Cari fratelli e sorelle,

siamo giunti alla vigilia del Triduo Pasquale. I prossimi tre giorni vengono comunemente chiamati « santi » perchè ci fanno rivivere l’evento centrale della nostra Redenzione; ci riconducono infatti al nucleo essenziale della fede cristiana: la passione, la morte e la risurrezione di Gesù Cristo. Sono giorni che potremmo considerare come un unico giorno: essi costituiscono il cuore ed il fulcro dell’intero anno liturgico come pure della vita della Chiesa. Al termine dell’itinerario quaresimale, ci apprestiamo anche noi ad entrare nel clima stesso che Gesù visse allora a Gerusalemme. Vogliamo ridestare in noi la viva memoria delle sofferenze che il Signore ha patito per noi e prepararci a celebrare con gioia, domenica prossima, « la vera Pasqua, che il Sangue di Cristo ha coperto di gloria, la Pasqua in cui la Chiesa celebra la Festa che è l’origine di tutte le feste », come dice il Prefazio per il giorno di Pasqua nel rito ambrosiano. Domani, Giovedì Santo, la Chiesa fa memoria dell’Ultima Cena durante la quale il Signore, la vigilia della sua passione e morte, ha istituito il Sacramento dell’Eucaristia e quello del Sacerdozio ministeriale. In quella stessa notte Gesù ci ha lasciato il comandamento nuovo, « mandatum novum », il comandamento dell’amore fraterno. Prima di entrare nel Triduo Santo, ma già in stretto collegamento con esso, avrà luogo in ogni Comunità diocesana, domani mattina, la Messa Crismale, durante la quale il Vescovo e i sacerdoti del presbiterio diocesano rinnovano le promesse dell’Ordinazione. Vengono anche benedetti gli olii per la celebrazione dei Sacramenti: l’olio dei catecumeni, l’olio dei malati e il sacro crisma. E’ un momento quanto mai importante per la vita di ogni comunità diocesana che, raccolta attorno al suo Pastore, rinsalda la propria unità e la propria fedeltà a Cristo, unico Sommo ed Eterno Sacerdote. Alla sera, nella Messa in Cena Domini si fa memoria dell’Ultima Cena quando Cristo si è dato a tutti noi come nutrimento di salvezza, come farmaco di immortalità: è il mistero dell’Eucaristia, fonte e culmine della vita cristiana. In questo Sacramento di salvezza il Signore ha offerto e realizzato per tutti coloro che credono in Lui la più intima unione possibile tra la nostra e la sua vita. Col gesto umile e quanto mai espressivo della lavanda dei piedi, siamo invitati a ricordare quanto il Signore fece ai suoi Apostoli: lavando i loro piedi proclamò in maniera concreta il primato dell’amore, amore che si fa servizio fino al dono di se stessi, anticipando anche così il sacrificio supremo della sua vita che si consumerà il giorno dopo sul Calvario. Secondo una bella tradizione, i fedeli chiudono il Giovedì Santo con una veglia di preghiera e di adorazione eucaristica per rivivere più intimamente l’agonia di Gesù al Getsemani. Il Venerdì Santo è la giornata che fa memoria della passione, crocifissione e morte di Gesù. In questo giorno la liturgia della Chiesa non prevede la celebrazione della Santa Messa, ma l’assemblea cristiana si raccoglie per meditare sul grande mistero del male e del peccato che opprimono l’umanità, per ripercorrere, alla luce della Parola di Dio e aiutata da commoventi gesti liturgici, le sofferenze del Signore che espiano questo male. Dopo aver ascoltato il racconto della passione di Cristo, la comunità prega per tutte le necessità della Chiesa e del mondo, adora la Croce e si accosta all’Eucaristia, consumando le specie conservate dalla Messa in Cena Domini del giorno precedente. Come ulteriore invito a meditare sulla passione e morte del Redentore e per esprimere l’amore e la partecipazione dei fedeli alle sofferenze di Cristo, la tradizione cristiana ha dato vita a varie manifestazioni di pietà popolare, processioni e sacre rappresentazioni, che mirano ad imprimere sempre più profondamente nell’animo dei fedeli sentimenti di vera partecipazione al sacrificio redentivo di Cristo. Fra queste spicca la Via Crucis, pio esercizio che nel corso degli anni si è arricchito di molteplici espressioni spirituali ed artistiche legate alla sensibilità delle diverse culture. Sono così sorti in molti Paesi santuari con il nome di « Calvaria », ai quali si giunge attraverso un’erta salita che richiama il cammino doloroso della Passione, consentendo ai fedeli di partecipare all’ascesa del Signore verso il Monte della Croce, il Monte dell’Amore spinto fino alla fine. Il Sabato Santo è segnato da un profondo silenzio. Le Chiese sono spoglie e non sono previste particolari liturgie. Mentre attendono il grande evento della Risurrezione, i credenti perseverano con Maria nell’attesa pregando e meditando. C’è bisogno in effetti di un giorno di silenzio, per meditare sulla realtà della vita umana, sulle forze del male e sulla grande forza del bene scaturita dalla Passione e dalla Risurrezione del Signore. Grande importanza viene data in questo giorno alla partecipazione al Sacramento della riconciliazione, indispensabile via per purificare il cuore e predisporsi a celebrare intimamente rinnovati la Pasqua. Almeno una volta all’anno abbiamo bisogno di questa purificazione interiore di questo rinnovamento di noi stessi. Questo Sabato di silenzio, di meditazione, di perdono, di riconciliazione sfocia nella Veglia Pasquale, che introduce la domenica più importante della storia, la domenica della Pasqua di Cristo. Veglia la Chiesa accanto al nuovo fuoco benedetto e medita la grande promessa, contenuta nell’Antico e nel Nuovo Testamento, della liberazione definitiva dall’antica schiavitù del peccato e della morte. Nel buio della notte viene acceso dal fuoco nuovo il cero pasquale, simbolo di Cristo che risorge glorioso. Cristo luce dell’umanità disperde le tenebre del cuore e dello spirito ed illumina ogni uomo che viene nel mondo. Accanto al cero pasquale risuona nella Chiesa il grande annuncio pasquale: Cristo è veramente risorto, la morte non ha più alcun potere su di Lui. Con la sua morte Egli ha sconfitto il male per sempre ed ha fatto dono a tutti gli uomini della vita stessa di Dio. Per antica tradizione, durante la Veglia Pasquale, i catecumeni ricevono il Battesimo, per sottolineare la partecipazione dei cristiani al mistero della morte e della risurrezione di Cristo. Dalla splendente notte di Pasqua, la gioia, la luce e la pace di Cristo si espandono nella vita dei fedeli di ogni comunità cristiana e raggiungono ogni punto dello spazio e del tempo. Cari fratelli e sorelle, in questi giorni singolari orientiamo decisamente la vita verso un’adesione generosa e convinta ai disegni del Padre celeste; rinnoviamo il nostro « sì » alla volontà divina come ha fatto Gesù con il sacrificio della croce. I suggestivi riti del Giovedì Santo, del Venerdì Santo, il silenzio ricco di preghiera del Sabato Santo e la solenne Veglia Pasquale ci offrono l’opportunità di approfondire il senso e il valore della nostra vocazione cristiana, che scaturisce dal Mistero Pasquale e di concretizzarla nella fedele sequela di Cristo in ogni circostanza, come ha fatto Lui, sino al dono generoso della nostra esistenza. Far memoria dei misteri di Cristo significa anche vivere in profonda e solidale adesione all’oggi della storia, convinti che quanto celebriamo è realtà viva ed attuale. Portiamo dunque nella nostra preghiera la drammaticità di fatti e situazioni che in questi giorni affliggono tanti nostri fratelli in ogni parte del mondo. Noi sappiamo che l’odio, le divisioni, le violenze non hanno mai l’ultima parola negli eventi della storia. Questi giorni rianimano in noi la grande speranza: Cristo crocifisso è risorto e ha vinto il mondo. L’amore è più forte dell’odio, ha vinto e dobbiamo associarci a questa vittoria dell’amore. Dobbiamo quindi ripartire da Cristo e lavorare in comunione con Lui per un mondo fondato sulla pace, sulla giustizia e sull’amore. In quest’impegno, che tutti ci coinvolge, lasciamoci guidare da Maria, che ha accompagnato il Figlio divino sulla via della passione e della croce e ha partecipato, con la forza della fede, all’attuarsi del suo disegno salvifico. Con questi sentimenti, formulo fin d’ora i più cordiali auguri di lieta e santa Pasqua a tutti voi, ai vostri cari e alle vostre Comunità.

RICOEUR, LA VITA BUONA È AVER CURA DELL’ALTRO

 http://www.atma-o-jibon.org/italiano4/rit_ricoeur1.htm

RICOEUR, LA VITA BUONA È AVER CURA DELL’ALTRO   

« »Discrimine » è la realizzazione di una comunità retta da istituzioni giuste, che nel loro operato pongano al centro l’idea che la » diseguaglianza » si vince dando « a ciascuno la sua parte »».

Paul Ricoeur (« Avvenire », 12/10/’07)

Definirei la prospettiva etica con questi tre termini: « auspicio della vita buona, con e per gli altri, all’interno di istituzioni giuste ». Le tre componenti della definizione sono egualmente importanti. Parlando innanzitutto della vita buona, desidererei sottolineare il modo grammaticale di questa espressione tipicamente « aristotelica »: è ancora quello dell’ »ottativo » e non già quello dell’imperativo. È, nel senso più forte della parola, un auspicio (« souhait »): «Possa io, possa tu, possiamo noi vivere bene», e anticipiamo l’adempimento di questo auspicio con una esclamazione del tipo: «Felice colui che…!». Se la parola « auspicio » sembra troppo debole, parliamo – senza particolare fedeltà a Heidegger – di « cura »: cura di sé, cura dell’altro, cura delle istituzioni. Ma la cura di sé è un buon punto di partenza? Non sarebbe più opportuno partire dalla cura dell’altro? Se tuttavia insisto su questa prima componente, è proprio per sottolineare che il termine « sé » – che amerei associare a quello di « stima » sul piano etico fondamentale, riservando quello di « rispetto » al piano morale, « deontologico » della nostra ricerca – non si confonde affatto con l’io (« moi »), e quindi con una posizione « egologica » che dall’incontro con l’altro sarebbe necessariamente sovvertita. Sono due le cose fondamentalmente stimabili in sé: innanzitutto, la capacità di scegliere in base a delle ragioni, di preferire questo a quello – in breve, la capacità di agire « intenzionalmente »; poi, la capacità di introdurre cambiamenti nel corso delle cose, di cominciare qualcosa nel mondo, la capacità di « iniziativa ». In tal senso, la stima di sé è il momento riflessivo della « praxis »: apprezzando le nostre azioni apprezziamo noi stessi in quanto ne siamo autori, e quindi in quanto altra cosa da semplici forze della natura o semplici strumenti. Si dovrebbe sviluppare tutta una teoria dell’azione per mostrare come la stima di sé accompagni la « gerarchizzazione » delle nostre azioni. Passiamo al secondo momento: vivere bene « con e per gli altri ». In che modo la seconda componente della prospettiva etica, che designo con il bel nome di « sollecitudine », si connette con la prima? La stima di sé, con la quale abbiamo cominciato, non porta in sé, in ragione del suo carattere riflessivo, il pericolo di un ripiegamento sull’io, di una chiusura, di contro all’apertura sull’orizzonte della vita buona? Nonostante questo pericolo certo, la mia tesi è che la sollecitudine non si aggiunge dal di fuori alla stima di sé, ma ne « dispiega l’implicita dimensione dialogale ». Stima di sé e sollecitudine non possono viversi e pensarsi l’una senza l’altra. Dire « sé » non è dire « io ». « Sé » implica altro da sé, affinché possa dire di qualcuno che stima se stesso come un altro. In verità, solo per astrazione si può parlare della stima di sé senza metterla in coppia con una richiesta di reciprocità, secondo uno schema di stima incrociata, riassunta nell’esclamazione « anche tu »: anche tu sei un essere di iniziativa e di scelta, capace di agire secondo ragioni e « gerarchizzando » dei fini; e, stimando buoni gli oggetti della tua ricerca, sei capace di stimare te stesso. L’altro (« autrui ») è colui che può dire « io » al pari di me e, come me, considerarsi un agente, autore e responsabile dei suoi atti. Altrimenti, nessuna regola di reciprocità sarebbe possibile. Il miracolo della reciprocità sta nel fatto che le persone siano riconosciute come insostituibili nello scambio stesso. Questa « reciprocità degli insostituibili » è il segreto della sollecitudine. In apparenza, la reciprocità sembrerebbe completa solo nell’amicizia, ove l’uno stima l’altro « quanto » sé. Ma la reciprocità non esclude una certa inadeguatezza, come nella « sottomissione » del discepolo al maestro. L’ineguaglianza tuttavia è corretta dal « riconoscimento » della superiorità del maestro, riconoscimento che ristabilisce la reciprocità. Inversamente, l’ineguaglianza può provenire dalla debolezza dell’altro, dalla sua sofferenza. In questo caso è compito della compassione ristabilire la reciprocità, nella misura in cui, nella compassione, colui che pareva il solo a donare riceve, attraverso la gratitudine e la riconoscenza, più di quanto abbia donato. La sollecitudine ristabilisce l’eguaglianza là ove essa non è data, come invece nell’amicizia tra eguali. Vivere bene, con e per l’altro, « all’interno di istituzioni giuste ». Che la prospettiva del vivere bene comprenda in qualche modo il senso della giustizia, è implicato nella nozione stessa dell’altro. L’altro è tanto l’altro quanto il « tu ». « Correlativamente », la giustizia s’estende al di là del « faccia a faccia ». Sono qui in gioco due « asserzioni »: per la prima, il vivere bene non si limita alle relazioni interpersonali, ma s’estende alla vita nelle istituzioni; per la seconda, la giustizia presenta dei tratti etici non contenuti nella sollecitudine, essenzialmente un’esigenza di eguaglianza d’altro tipo rispetto a quello dell’amicizia. Riguardo al primo punto, come «istituzione» si deve intendere, a questo livello della ricerca, tutte le strutture del vivere insieme di una comunità « storica », irriducibili alle relazioni interpersonali e tuttavia connesse a esse in un senso significativo che la nozione di distribuzione – quale si ritrova nell’espressione « giustizia distributiva » – permette di chiarire. In effetti, si può intendere una istituzione come un sistema di divisione, di ripartizione, attinente a diritti e doveri, redditi e patrimoni, responsabilità e poteri – in breve, vantaggi e oneri. Proprio questo carattere « distributivo » – nel senso ampio della parola – pone un problema di giustizia. Una istituzione ha un’ampiezza più vasta del « faccia a faccia » dell’amicizia o dell’amore: nell’istituzione, e attraverso i processi di distribuzione, la prospettiva etica s’estende a tutti coloro che il « faccia a faccia » lascia fuori in quanto « terzi ». Si forma così la categoria del « ciascuno » – che non è affatto il « si » – ma il « partner » di un sistema di distribuzione. La giustizia consiste precisamente nell’attribuire « a ciascuno la sua parte ».

 

Maestro Francke, Flagellazione di Cristo, 1424 ca, Amburgo, Kunsthalle.

 Maestro Francke, Flagellazione di Cristo, 1424 ca, Amburgo, Kunsthalle. dans immagini sacre
http://www.sguardosulmedioevo.org/2012/10/la-via-crucis-simbologia-e-significato.html

Publié dans:immagini sacre |on 18 mars, 2016 |Pas de commentaires »

SECONDA LETTURA – LETTERA DI SAN PAOLO AI FILIPPESI 2: 6-11

http://www.eglise.catholique.fr/approfondir-sa-foi/la-celebration-de-la-foi/le-dimanche-jour-du-seigneur/commentaires-de-marie-noelle-thabut/

COMMENTAIRES DE MARIE-NOËLLE THABUT, DIMANCHE 20 MARS 2016

SECONDA LETTURA – LETTERA DI SAN PAOLO AI FILIPPESI 2: 6-11

(traduzione Google dal francese)

Noi conosciamo bene questo testo: si è spesso chiamato il « Inno della Lettera ai Filippesi » perché riteniamo che non è della mano di Paolo, ma ha citato un inno di solito  cantato nella liturgia. Due punti per iniziare: prima volta, si è colpiti dal Nuovo Testamento enfasi sul tema del Servo, « spogliò se stesso, assumendo la condizione servo « . E ‘chiaro che i primi cristiani di fronte allo scandalo della croce hanno riletto molte canzoni del Servo di Isaia. Solo questi testi previsti percorsi di meditazione per rappresentano il mistero della persona di Cristo. Seconda osservazione: « Pur essendo in forma di Dio, non ritengono opportuno far valere il suo diritto di essere trattati uguale Dio. « Siamo tentati di leggere », anche se la forma di Dio …  » in realtà è il contrario. Dovrebbe essere visualizzato: « Perché era in forma di Dio, non ha ritenuto di far valere il suo diritto di essere trattati allo stesso modo con Dio.  » Peggio, sembra che una delle pecche di questo testo è la tentazione che dobbiamo leggerla in termini di ricompensa; come se il regime era Gesù si è comportato egregiamente e quindi ha ricevuto una meravigliosa ricompensa! Oserei parlare di tentazione è che qualsiasi presentazione del progetto di Dio in termini di calcolo, ricompensa, il merito, quello che io chiamo termini aritmetici è in contrasto con la « grazia » di Dio … Grazia come suggerisce il nome, è gratuito! E, curiosamente, abbiamo un momento difficile pensare in termini di istruzione gratuita; siamo sempre tentati di parlare di merito; ma se Dio voleva che noi abbiamo il merito, questo è dove potremmo essere preoccupati … La meraviglia dell’amore di Dio è che non si aspetta di incontrare noi i nostri meriti; Questo è certamente quello che gli uomini della Bibbia sono stati scoperti attraverso la rivelazione. Quindi penso che per essere fedele al testo, esso deve essere letto in termini di gratuità. E ‘responsabile di errata interpretazione se dimentichiamo che tutto è dono di Dio, « tutto è grazia », ??come ha detto Bernanos. Per Paolo, è ovvio che il dono di Dio è libero. . Una convinzione che sottende tutte le sue lettere così ovvio che non ha ribadisce Proviamo a riassumere il pensiero di Paolo: il progetto di Dio (il suo « buon piacere ») è quello di portare noi nel suo l’intimità, la sua felicità, il suo amore perfetto. Questo progetto è assolutamente gratuito, che ovviamente non è sorprendente, dal momento che questo è un progetto d’amore. Questo dono di Dio, ma questo articolo nella sua vita divina, dobbiamo solo accettare con gioia, semplicemente; non si tratta di merito, si tratta di « dono » per così dire. Con Dio, tutto è presente. Ma escludiamo noi stessi da questo dono gratuito se si adotta un atteggiamento di pretesa; se ci comportiamo in l’immagine della donna nel giardino dell’Eden: ha preso il frutto proibito, lei lo prende come un bambino « strappato » su un display … Gesù Cristo, tuttavia, era quella casa (ciò che St. Paul chiama « obbedienza »), e perché è stato solo accogliere il dono di Dio e non sostengono che è stato riempito. « Pur essendo Dio, non ha ritenuto opportuno affermando « è proprio perché è la forma di Dio, egli sostiene nulla. Lui lo sa, quello che il libero amore … lui sa che non è giusto rivendicare, non vede in forma a « rivendicare » il diritto di essere trattati allo stesso modo con Dio … ma questo è ciò che Dio vuole darci! Dare come un dono. E questo è in realtà ciò che gli è stato dato alla fine. E ‘la stessa domanda nell’episodio dei Temptations (si legge per la prima Domenica di Quaresima): divisore (che è la parola diavolo / diabolos in greco) non propone a lui che le cose che fanno parte del piano di Dio! Ma si rifiuta di prenderlo. Egli conta su Padre a dargli. Il tentatore disse: « Se tu sei il Figlio di Dio, si possono aiutare voi, il vostro padre non può rifiutare voi, si trasforma il pane in pietra quando hai fame … gettati giù per la montagna, che vi proteggerà … mi ami, io governare il mondo si … « Ma lui si aspetta tutto da solo Dio. egli riceve il nome che è al di sopra di ogni altro nome: questo è solo il nome di Dio! Di ‘Gesù è il Signore, cioè, è Dio nel Vecchio Testamento, il titolo di « Signore » è stato riservato a Dio. Genuflessione, se è per questo: « affinché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi … » Questo è un allusione a una frase del profeta Isaia: « Davanti a me ogni ginocchio si piegherà e ogni lingua sarà giurato, dice Dio » ( è 45:. 23) Gesù ha vissuto la sua vita come uomo in umiltà e fiducia, anche quando è accaduto il peggio, vale a dire, l’odio umano e la morte. Ho detto « fiducia »; Paolo, parla di « obbedienza ». « Obey », « ob-audire » in latino, letteralmente « mettere l’orecchio (audire) » prima « (ob) la parola: è l’atteggiamento di dialogo perfetto, senza ombre; questa è la fiducia assoluta; se si mette l’orecchio alla parola, è perché sappiamo che questa parola non è altro che amore, è possibile ascoltare senza paura. L’inno finisce con « ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore per la gloria di Dio Padre « : la fama, è la manifestazione, la rivelazione dell’infinito amore, l’amore personificato; vale a dire, vedendo Cristo portare l’amore di un climax, e accettare la morte per rivelare fino a che punto l’amore di Dio, possiamo dire con il centurione, « Sì, davvero, questo è il Figlio di Dio « … perché Dio è amore.

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