Archive pour mars, 2016

Way to Calavary

Way to Calavary dans immagini sacre 15%20GEERTGEN%20VIR%20DOLORUM

http://www.artbible.net/3JC/-Luk-23,26_Way%20to%20Calavary_Chemindu%20calvaire/slides/15%20GEERTGEN%20VIR%20DOLORUM.html

Publié dans:immagini sacre |on 24 mars, 2016 |Pas de commentaires »

VIA CRUCIS AL COLOSSEO – MEDITAZIONI E PREGHIERE DEL CARDINALE JOSEPH RATZINGER

 

http://www.vatican.va/news_services/liturgy/2005/via_crucis/it/station_01.html

VIA CRUCIS AL COLOSSEO

(metto solo la prima Stazione per le altre metto il link, clicate sulle immagini) http://www.vatican.va/news_services/liturgy/2005/via_crucis/it/station_01.html

VENERDÌ SANTO 2005

MEDITAZIONI E PREGHIERE DEL CARDINALE JOSEPH RATZINGER 

PRIMA STAZIONE

Gesù è condannato a morte 

V/. Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi. R/. Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum.

Dal Vangelo secondo Matteo. 27, 22-23.26

Disse loro Pilato: “Che farò dunque di Gesù chiamato il Cristo?”. Tutti gli risposero: “Sia crocifisso!”. Ed egli aggiunse: “Ma che male ha fatto?”. Essi allora urlarono: “Sia crocifisso!”. Allora rilasciò loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò ai soldati perché fosse crocifisso.

MEDITAZIONE

Il Giudice del mondo, che un giorno ritornerà a giudicare tutti noi, sta lì, annientato, disonorato e inerme davanti al giudice terreno. Pilato non è un mostro di malvagità. Sa che questo condannato è innocente; cerca il modo di liberarlo. Ma il suo cuore è diviso. E alla fine fa prevalere sul diritto la sua posizione, se stesso. Anche gli uomini che urlano e chiedono la morte di Gesù non sono dei mostri di malvagità. Molti di loro, il giorno di Pentecoste, si sentiranno “trafiggere il cuore” (At 2, 37), quando Pietro dirà loro: “Gesù di Nazareth – uomo accreditato da Dio presso di voi – … voi l’avete inchiodato sulla croce per mano di empi…” (At 2, 22s). Ma in quel momento subiscono l’influenza della folla. Urlano perché urlano gli altri e come urlano gli altri. E così, la giustizia viene calpestata per vigliaccheria, per pusillanimità, per paura del diktat della mentalità dominante. La sottile voce della coscienza viene soffocata dalle urla della folla. L’indecisione, il rispetto umano conferiscono forza al male.

PREGHIERA

Signore, sei stato condannato a morte perché la paura dello sguardo altrui ha soffocato la voce della coscienza. Accade sempre così, lungo tutta la storia, che degli innocenti vengano maltrattati, condannati e uccisi. Quante volte abbiamo, anche noi, preferito il successo alla verità, la nostra reputazione alla giustizia. Dona forza, nella nostra vita, alla sottile voce della coscienza, alla tua voce. Guardami come hai guardato Pietro dopo il rinnegamento. Fa’ che il tuo sguardo penetri nelle nostre anime e indichi la direzione alla nostra vita. A coloro che il Venerdì santo hanno urlato contro di te, il giorno di Pentecoste hai donato la commozione del cuore e la conversione. E così hai dato speranza a tutti noi. Dona anche a noi, sempre di nuovo, la grazia della conversione.

Tutti:

Pater noster, qui es in cælis: sanctificetur nomen tuum; adveniat regnum tuum; fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra. Panem nostrum cotidianum da nobis hodie; et dimitte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris; et ne nos inducas in tentationem; sed libera nos a malo.

Stabat mater dolorosa, iuxta crucem lacrimosa, dum pendebat Filius.

 

OMELIA (18-04-2014) – ECCO L’ALBERO DELLA CROCE

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/31468.html

OMELIA (18-04-2014) – ECCO L’ALBERO DELLA CROCE

don Alberto Brignoli

Ecce lignum crucis, in quo salus mundi pependit: venite, adoremus. Ecco il legno della croce, dal quale pende la salvezza del mondo: venite, adoriamo. Mentre compiamo il suggestivo e austero gesto dello svelamento e dell’ostensione della Croce, nella Liturgia del Venerdì Santo, si canta questa antica antifona, risalente forse addirittura all’ottavo o nono secolo della nostra era cristiana. Ma il concetto teologico e di fede legato a quest’antifona è ancor più antico, soprattutto se – invece di tradurre letteralmente « il legno » della Croce – adoperiamo il termine « albero della Croce ». I Padri della Chiesa (pensiamo anche solo ad Ambrogio e Agostino) comparavano l’albero della Croce all’albero dell’Eden. La comparazione non era paritaria: se all’albero dell’Eden fu appeso il frutto che portò alla nostra condanna, all’albero della Croce fu appeso il Frutto che portò alla nostra salvezza. La natura dell’albero della Croce, e di conseguenza il frutto che ne pende, è di tutt’altra essenza rispetto a ciò che segnò l’inizio della nostra storia di disobbedienza e di lontananza da Dio. Per questo, se per la disobbedienza del primo Adamo fu colto dall’albero dell’Eden il frutto della nostra condanna, per l’obbedienza del nuovo Adamo fu colto dall’albero della Croce il frutto della nostra salvezza, che – in maniera incomprensibile e mirabile – coincide con lo stesso nuovo Adamo, Cristo: il frutto e colui che obbedendo coglie per noi la salvezza che viene da Dio sono, in realtà, la stessa persona. Ma non è su queste suggestive immagini teologiche che vorrei soffermare la mia attenzione, quest’oggi, quanto sul fatto che la Croce sia un albero che dà frutti, e frutti di salvezza. Parliamoci chiaro: che cos’è, per noi, la Croce? Che cosa pensiamo, quando pensiamo alla Croce? Di certo, non credo che ci venga da pensare a qualcosa di bello e di positivo. Quando, infatti, diciamo: « Ho un’enorme croce da portare sulle spalle », oppure « Che croce mi è capitata! », non esprimiamo sicuramente gioia né tanto meno soddisfazione. La Croce ci rimanda alla fatica, alla sofferenza, al sacrificio, al peso, alla malattia, al dolore, in definitiva, alla morte. A tutto possiamo pensare, quando pensiamo alla Croce, tranne che a un albero che dà frutti. Il frutto è qualcosa di piacevole, qualcosa gustoso da assaggiare, qualcosa che sazia e che dà piacere, che rinfresca e dà vigore… insomma, un frutto ci parla di vita, non certo di dolore o di morte. Eppure, per un incomprensibile mistero della volontà di Dio, anche l’albero della Croce dà frutto, e per di più un frutto che dona la vita; tra l’altro, non una vita qualsiasi, ma quella che dura per sempre. Non è piacevole da mangiare, il frutto dell’albero della Croce, « non ha bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere », come dice il profeta Isaia nella prima lettura di oggi: eppure « vivrà a lungo e vedrà una discendenza ». Questo è capace di fare il frutto dell’albero della Croce. La nostra vita è cosparsa di croci, di tutte le dimensioni, di tutte le fattezze, di qualsiasi peso e forma, di ogni tipo di durata. Tutti quanti le abbiamo sulle spalle, ognuno la nostra, ognuno diversa, a volte più di una, e tutti per lo meno una. Ce ne sono di tutti i tipi, eppure nessuna è identica all’altra; tutte sono pesanti, nessuna è più leggera o più facile da portare, la maggior parte di esse le sopportiamo. Grandi e piccini, giovani e vecchi, adulti o anziani, nessuno è escluso: e nessuno può lamentarsi più di un altro, nessuno consolarsi più degli altri, la croce tocca tutti, prima o dopo, presto o tardi, nessuno ne è escluso. E soprattutto, nessuno può scrollarsela di dosso facilmente dicendo: « A me non importa, io non la voglio ». Non è neppure necessario andarsela a cercare: la nostra croce è già in cerca di noi, ce l’abbiamo sulle spalle prima ancora di accorgerci, e quando ce ne accorgiamo ha già preso la forma del nostro corpo e della nostra vita. Ci capita addosso personalmente, singolarmente, e ci capita addosso anche come umanità, nel nostro insieme. In alcuni luoghi ha la forma di una guerra, in altri ha la forma della miseria, in altri ancora del degrado, in altri della violenza e della delinquenza, della corruzione, dello sfruttamento, della menzogna, della perversione del potere. Chi più ne ha, più ne metta. E chi non sa vedere le croci dell’umanità, apra il giornale, accenda la televisione, consulti la rete, entri nel suo social network, si connetta con il cellulare… la croce è diventata esperta, abile a mostrarsi anche attraverso le nuove tecnologie. Perché sta al passo con i tempi, progredisce con l’uomo, non lo abbandona mai, non lo lascia mai solo, non fugge da lui così come lui vorrebbe: no, gli sta sempre addosso, in cima, sulle spalle. Eppure, la croce è un albero che dà frutti. Poco piacevoli da mangiare, ma li dà, li produce. E l’umanità se n’è accorta un venerdì pomeriggio, un giorno come oggi, quando da uno di questi alberi della Croce di cui il giardino dell’umanità è disseminato, fu appeso un frutto che è la salvezza del mondo, e che da quel giorno non ha più abbandonato l’umanità al suo destino. Da allora, non c’è croce che non dia frutto, non c’è sofferenza che sia solo dannosa, non c’è male che venga solo per nuocere, non c’è dolore che non purifichi, non c’è sacrificio che non rafforzi, non c’è lacrima che non fiorisca. Perché Dio ha scelto di pendere con suo Figlio, come un frutto, da quell’albero della Croce. Perché la Croce, da quel venerdì pomeriggio, non è certo scomparsa dalla faccia della terra, tutt’altro: ma non ha più l’ultima parola sull’umanità.

Sieder Kodeer – Art in Lent: the washing of the feet

Sieder Kodeer - Art in Lent: the washing of the feet dans immagini sacre Sieger+Koder+Jesus+washing+feet

http://one-hand-clapping.blogspot.it/2012/04/art-in-lent-washing-of-feet.html

Publié dans:immagini sacre |on 23 mars, 2016 |Pas de commentaires »

SANT’AGOSTINO – OMELIA 55- LI AMO SINO ALLA FINE

http://www.augustinus.it/italiano/commento_vsg/index2.htm

SANT’AGOSTINO – OMELIA 55- LI AMO SINO ALLA FINE

Cristo stesso è il fine: non in senso di arresto ma di compimento: fine in senso di meta, non in senso di morte. E così Cristo, che si è immolato, è la nostra Pasqua, perché in lui si compie il nostro « passaggio ».

1. La cena del Signore narrata da Giovanni merita di essere col suo aiuto spiegata e commentata con particolare cura. Noi cercheremo di farlo secondo la capacità che il Signore stesso ci avrà concesso. Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine (Gv 13, 1). Pasqua, fratelli, non è, come alcuni ritengono, una parola greca, ma ebraica; ma è sorprendente la coincidenza di significato nelle due lingue. Patire, in greco, si dice , per cui si è creduto che Pasqua volesse dire Passione, come se questa parola derivasse appunto da patire; mentre nella sua lingua, l’ebraico, Pasqua vuol dire « passaggio », per la ragione che il popolo di Dio celebrò la Pasqua per la prima volta allorché, fuggendo dall’Egitto, passò il Mar Rosso (cf. Es 14, 29). Ora però quella figura profetica ha trovato il suo reale compimento, quando il Cristo come pecora viene immolato (cf. Is 3, 7), e noi, segnate le nostre porte col suo sangue, segnate cioè le nostre fronti col segno della croce, veniamo liberati dalla perdizione di questo mondo come lo furono gli Ebrei dalla schiavitù e dall’eccidio in Egitto (cf. Es 12, 23); e celebriamo un passaggio sommamente salutare, quando passiamo dal diavolo a Cristo, dall’instabilità di questo mondo al solidissimo suo regno. E per non passare con questo mondo transitorio, passiamo a Dio che permane in eterno. Innalzando lodi a Dio per questa grazia che ci è stata concessa, l’Apostolo dice: Egli ci ha strappati al potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del Figlio dell’amor suo (Col 1, 13). Sicché, interpretando la parola Pasqua, che, come si è detto, in latino si traduce « passaggio », il santo evangelista dice: Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre. Ecco la Pasqua, ecco il passaggio! Passaggio da che, e a che cosa? Da questo mondo al Padre. Nel Capo è stata data alle membra la speranza certa di poterlo seguire nel suo passaggio. Che sarà dunque degli infedeli e di tutti coloro che sono estranei a questo Capo e al suo corpo? Non passano forse anch’essi, dal momento che non rimangono qui? Passano, sì, anch’essi; ma una cosa è passare dal mondo e un’altra è passare col mondo, una cosa passare al Padre e un’altra passare al nemico. Anche gli Egiziani infatti passarono il mare, ma non lo attraversarono per giungere al regno, bensì per trovare nel mare la morte.

[L'amore lo condusse alla morte.]

2. Dunque, sapendo Gesù che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Sì, li amò perché anch’essi, da questo mondo dove si trovavano, passassero, in virtù del suo amore, al loro Capo che da qui era passato. Che significa infatti sino alla fine se non fino a Cristo? Cristo – dice l’Apostolo – è il fine di tutta la legge, a giustizia di ognuno che crede (Rm 10, 4). Cristo è il fine che perfeziona, non la fine che consuma; è il fine che dobbiamo raggiungere, non la fine che corrisponde alla morte. E’ in questo senso che bisogna intendere l’affermazione dell’Apostolo: La nostra Pasqua è Cristo che è stato immolato (1 Cor 5, 7). Egli è il nostro fine, e in lui si compie il nostro passaggio. Mi rendo conto che questa frase del Vangelo può anche essere interpretata in senso umano, nel senso cioè che Cristo amò i suoi fino alla morte, credendo che questo sia il significato dell’espressione: li amò sino alla fine. Questa è un’opinione umana, non divina: non si può dire infatti che ci amò solo fino a questo punto colui che ci ama sempre e senza fine. Lungi da noi pensare che con la morte abbia finito di amarci colui che non è finito con la morte. Se perfino quel ricco superbo ed empio anche dopo la morte continuò ad amare i suoi cinque fratelli (cf. Lc 16, 27-28), si potrà pensare che Cristo ci abbia amato soltanto fino alla morte? No, o carissimi, non sarebbe, col suo amore, arrivato fino alla morte, se poi con la morte fosse finito il suo amore per noi. Forse l’espressione li amò sino alla fine va intesa nel senso che li amò tanto da morire per loro, secondo la sua stessa dichiarazione: Non c’è amore più grande, che dare la vita per i propri amici (Gv 15, 13). L’espressione dunque li amò sino alla fine, può avere questo senso: fu proprio l’amore a condurlo alla morte.

3. E fatta la cena, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, il proposito di tradirlo, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che egli era venuto da Dio e a Dio ritornava, Gesù si leva da mensa, depone le vesti, prende un panno e se ne cinge. Poi, versa acqua nel catino e si mette a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli col panno di cui si era cinto (Gv 13, 2-5). Non dobbiamo intendere quel « fatta la cena » nel senso che la cena fosse già consumata e terminata; si cenava ancora, quando il Signore si alzò e lavò i piedi ai discepoli. Di fatti poi si rimise a tavola, e più tardi porse il boccone al suo traditore; sicché la cena non era ancora terminata, se in tavola c’era ancora del pane. Fatta la cena vuol dire che essa era pronta ed era in tavola per essere consumata dai commensali.

[Giuda venditore del Redentore.]

4. Ma continuiamo: Quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, il proposito di tradirlo. Forse domandi che cosa era stato messo in cuore a Giuda; appunto questo: il proposito di tradirlo. Si tratta di una suggestione spirituale, che non avviene attraverso l’orecchio ma attraverso il pensiero, e quindi non materialmente ma spiritualmente. Infatti ciò che si dice spirituale, non sempre si deve intendere in senso positivo. L’Apostolo ci parla di spiriti del male che abitano nelle regioni celesti, contro i quali noi, dice, siamo in lotta (cf. Ef 6, 12); e non vi sarebbero influssi spirituali malefici se non esistessero spiriti maligni. Il termine spirituale deriva infatti da spirito. Ma chi può dire come avviene questo fenomeno, che le suggestioni diaboliche possono penetrare in fondo al cuore umano e mescolarsi ai suoi pensieri, tanto che l’uomo è indotto a considerarle proprie? Non v’è dubbio che anche le buone suggestioni, derivanti dallo spirito buono, seguono una via altrettanto segreta e spirituale. L’importante è il consenso che la coscienza darà a quelle buone o a quelle cattive, alle prime se soccorsa dall’aiuto divino, alle seconde se privata per sua colpa del medesimo aiuto. Il diavolo aveva dunque già operato nel cuore di Giuda istigando il discepolo a tradire il Maestro, non avendo Giuda saputo riconoscere Dio in lui. Giuda era andato alla cena col proposito di spiare il Pastore, di insidiare il Salvatore, di vendere il Redentore. Con tale animo si era presentato alla cena: Gesù vedeva e tollerava, e Giuda credeva di poter nascondere le sue intenzioni, ingannandosi sul conto di colui che voleva ingannare. Frattanto Gesù, che ben leggeva nel cuore di Giuda, a sua insaputa si serviva di lui per i propri disegni.

5. Sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani. Quindi anche il traditore stesso. Se infatti non avesse avuto in mano anche lui, non avrebbe potuto servirsene come voleva. Il traditore quindi era già stato consegnato nelle mani di colui che egli intendeva tradire; così col tradimento si accingeva a compiere un male che, a sua insaputa, si sarebbe convertito in bene ad opera della stessa vittima del suo tradimento. Il Signore infatti sapeva molto bene che cosa doveva fare per gli amici, egli che pazientemente si serviva dei nemici; e il Padre gli aveva dato in mano tutte le cose, in modo che si servisse di quelle cattive per mandare ad effetto quelle buone. Inoltre sapeva che egli era venuto da Dio e a Dio ritornava, e come non aveva lasciato Dio quando da Dio era venuto a noi, così non avrebbe lasciato noi, quando sarebbe tornato a Dio.

6. Sapendo dunque tutte queste cose, si alza da tavola, depone le vesti, prende un panno e se ne cinge. Poi, versa acqua nel catino e si mette a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli col panno di cui si era cinto. Dobbiamo, o carissimi, considerare diligentemente l’intenzione dell’evangelista. Accingendosi a parlare della profonda umiltà del Signore, ha voluto prima richiamare la nostra attenzione alla sua grandezza. E’ per questo che dice: Sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che egli era venuto da Dio e a Dio ritornava. Avendogli dunque il Padre dato tutto nelle mani, egli si mette a lavare, non le mani ma i piedi dei discepoli: pur sapendo di essere venuto da Dio e di tornare a Dio, compie l’ufficio non di Dio Signore ma di uomo servo. Era con l’intenzione di sottolineare l’umiltà di Cristo che l’evangelista ha voluto parlare prima del suo traditore, che era venuto avendo già quel proposito ben conosciuto dal Signore; e questo particolare mostra come il Signore sia giunto al massimo dell’umiltà, non disdegnando di lavare i piedi a colui le cui mani già vedeva impegnate in sì grande delitto.

[La sua passione per la nostra purificazione.]

7. Ma perché meravigliarsi che si sia alzato da tavola e abbia deposto le vesti colui che, essendo nella forma di Dio, annientò se stesso? E che meraviglia se prese un panno, e se ne cinse, colui che prendendo la forma di servo è stato trovato come un uomo qualsiasi nell’aspetto esterno (cf. Fil 2, 6-7)? Che meraviglia se versò acqua nel catino per lavare i piedi dei discepoli colui che versò il suo sangue per lavare le sozzure dei peccati? Che meraviglia se col panno di cui si era cinto asciugò i piedi, dopo averli lavati, colui che con la carne di cui si era rivestito sostenne il cammino degli Evangelisti? Per cingersi di un panno depose le vesti che aveva; mentre, per prendere la forma di servo, quando annientò se stesso, non depose la forma che aveva ma soltanto prese quella che non aveva. Si sa, che per esser crocifisso fu spogliato delle sue vesti e, morto, fu avvolto in un lenzuolo; e tutta la sua passione è la nostra purificazione. Nell’imminenza quindi della passione e della morte, ha voluto rendere questo servizio, non solo a quelli per i quali stava per morire, ma anche a colui che lo avrebbe tradito per farlo morire. Tanto importante è per l’uomo l’umiltà, che la divina maestà ha voluto raccomandarla anche con il suo esempio. L’uomo superbo si sarebbe perduto per sempre, se Dio non fosse venuto a cercarlo umiliandosi. E’ venuto infatti il Figlio dell’uomo a cercare e a salvare ciò che era perduto (Lc 19, 10). L’uomo si era perduto per aver seguito la superbia del tentatore; segua dunque, ora che è stato ritrovato, l’umiltà del Redentore.

SANTA MESSA NELLA CENA DEL SIGNORE – BENEDETTO XVI (2012)

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2012/documents/hf_ben-xvi_hom_20120405_coena-domini.html

SANTA MESSA NELLA CENA DEL SIGNORE

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Basilica di San Giovanni in Laterano

Giovedì Santo, 5 aprile 2012

Cari fratelli e sorelle!

Il Giovedì Santo non è solo il giorno dell’istituzione della Santissima Eucaristia, il cui splendore certamente s’irradia su tutto il resto e lo attira, per così dire, dentro di sé. Fa parte del Giovedì Santo anche la notte oscura del Monte degli Ulivi, verso la quale Gesù esce con i suoi discepoli; fa parte di esso la solitudine e l’essere abbandonato di Gesù, che pregando va incontro al buio della morte; fanno parte di esso il tradimento di Giuda e l’arresto di Gesù, come anche il rinnegamento di Pietro, l’accusa davanti al Sinedrio e la consegna ai pagani, a Pilato. Cerchiamo in quest’ora di capire più profondamente qualcosa di questi eventi, perché in essi si svolge il mistero della nostra Redenzione. Gesù esce nella notte. La notte significa mancanza di comunicazione, una situazione in cui non ci si vede l’un l’altro. È un simbolo della non-comprensione, dell’oscuramento della verità. È lo spazio in cui il male, che davanti alla luce deve nascondersi, può svilupparsi. Gesù stesso è la luce e la verità, la comunicazione, la purezza e la bontà. Egli entra nella notte. La notte, in ultima analisi, è simbolo della morte, della perdita definitiva di comunione e di vita. Gesù entra nella notte per superarla e per inaugurare il nuovo giorno di Dio nella storia dell’umanità. Durante questo cammino, Egli ha cantato con i suoi Apostoli i Salmi della liberazione e della redenzione di Israele, che rievocavano la prima Pasqua in Egitto, la notte della liberazione. Ora Egli va, come è solito fare, per pregare da solo e per parlare come Figlio con il Padre. Ma, diversamente dal solito, vuole sapere di avere vicino a sé tre discepoli: Pietro, Giacomo e Giovanni. Sono i tre che avevano fatto esperienza della sua Trasfigurazione – il trasparire luminoso della gloria di Dio attraverso la sua figura umana – e che Lo avevano visto al centro tra la Legge e i Profeti, tra Mosè ed Elia. Avevano sentito come Egli parlava con entrambi del suo “esodo” a Gerusalemme. L’esodo di Gesù a Gerusalemme – quale parola misteriosa! L’esodo di Israele dall’Egitto era stato l’evento della fuga e della liberazione del popolo di Dio. Quale aspetto avrebbe avuto l’esodo di Gesù, in cui il senso di quel dramma storico avrebbe dovuto compiersi definitivamente? Ora i discepoli diventavano testimoni del primo tratto di tale esodo – dell’estrema umiliazione, che tuttavia era il passo essenziale dell’uscire verso la libertà e la vita nuova, a cui l’esodo mira. I discepoli, la cui vicinanza Gesù cercò in quell’ora di estremo travaglio come elemento di sostegno umano, si addormentarono presto. Sentirono tuttavia alcuni frammenti delle parole di preghiera di Gesù e osservarono il suo atteggiamento. Ambedue le cose si impressero profondamente nel loro animo ed essi le trasmisero ai cristiani per sempre. Gesù chiama Dio “Abbà”. Ciò significa – come essi aggiungono – “Padre”. Non è, però, la forma usuale per la parola “padre”, bensì una parola del linguaggio dei bambini – una parola affettuosa con cui non si osava rivolgersi a Dio. È il linguaggio di Colui che è veramente “bambino”, Figlio del Padre, di Colui che si trova nella comunione con Dio, nella più profonda unità con Lui. Se ci domandiamo in che cosa consista l’elemento più caratteristico della figura di Gesù nei Vangeli, dobbiamo dire: è il suo rapporto con Dio. Egli sta sempre in comunione con Dio. L’essere con il Padre è il nucleo della sua personalità. Attraverso Cristo conosciamo Dio veramente. “Dio, nessuno lo ha mai visto”, dice san Giovanni. Colui “che è nel seno del Padre … lo ha rivelato” (1,18). Ora conosciamo Dio così come è veramente. Egli è Padre, e questo in una bontà assoluta alla quale possiamo affidarci. L’evangelista Marco, che ha conservato i ricordi di san Pietro, ci racconta che Gesù, all’appellativo “Abbà”, ha ancora aggiunto: Tutto è possibile a te, tu puoi tutto (cfr 14,36). Colui che è la Bontà, è al contempo potere, è onnipotente. Il potere è bontà e la bontà è potere. Questa fiducia la possiamo imparare dalla preghiera di Gesù sul Monte degli Ulivi. Prima di riflettere sul contenuto della richiesta di Gesù, dobbiamo ancora rivolgere la nostra attenzione su ciò che gli Evangelisti ci riferiscono riguardo all’atteggiamento di Gesù durante la sua preghiera. Matteo e Marco ci dicono che Egli “cadde faccia a terra” (Mt 26,39; cfr Mc 14,35), assunse quindi l’atteggiamento di totale sottomissione, quale è stato conservato nella liturgia romana del Venerdì Santo. Luca, invece, ci dice che Gesù pregava in ginocchio. Negli Atti degli Apostoli, egli parla della preghiera in ginocchio da parte dei santi: Stefano durante la sua lapidazione, Pietro nel contesto della risurrezione di un morto, Paolo sulla via verso il martirio. Così Luca ha tracciato una piccola storia della preghiera in ginocchio nella Chiesa nascente. I cristiani, con il loro inginocchiarsi, entrano nella preghiera di Gesù sul Monte degli Ulivi. Nella minaccia da parte del potere del male, essi, in quanto inginocchiati, sono dritti di fronte al mondo, ma, in quanto figli, sono in ginocchio davanti al Padre. Davanti alla gloria di Dio, noi cristiani ci inginocchiamo e riconosciamo la sua divinità, ma esprimiamo in questo gesto anche la nostra fiducia che Egli vinca. Gesù lotta con il Padre. Egli lotta con se stesso. E lotta per noi. Sperimenta l’angoscia di fronte al potere della morte. Questo è innanzitutto semplicemente lo sconvolgimento, proprio dell’uomo e anzi di ogni creatura vivente, davanti alla presenza della morte. In Gesù, tuttavia, si tratta di qualcosa di più. Egli allunga lo sguardo nelle notti del male. Vede la marea sporca di tutta la menzogna e di tutta l’infamia che gli viene incontro in quel calice che deve bere. È lo sconvolgimento del totalmente Puro e Santo di fronte all’intero profluvio del male di questo mondo, che si riversa su di Lui. Egli vede anche me e prega anche per me. Così questo momento dell’angoscia mortale di Gesù è un elemento essenziale nel processo della Redenzione. La Lettera agli Ebrei, pertanto, ha qualificato la lotta di Gesù sul Monte degli Ulivi come un evento sacerdotale. In questa preghiera di Gesù, pervasa da angoscia mortale, il Signore compie l’ufficio del sacerdote: prende su di sé il peccato dell’umanità, tutti noi, e ci porta presso il Padre. Infine, dobbiamo ancora prestare attenzione al contenuto della preghiera di Gesù sul Monte degli Ulivi. Gesù dice: “Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu” (Mc 14,36). La volontà naturale dell’Uomo Gesù indietreggia spaventata davanti ad una cosa così immane. Chiede che ciò gli sia risparmiato. Tuttavia, in quanto Figlio, depone questa volontà umana nella volontà del Padre: non io, ma tu. Con ciò Egli ha trasformato l’atteggiamento di Adamo, il peccato primordiale dell’uomo, sanando in questo modo l’uomo. L’atteggiamento di Adamo era stato: Non ciò che hai voluto tu, Dio; io stesso voglio essere dio. Questa superbia è la vera essenza del peccato. Pensiamo di essere liberi e veramente noi stessi solo se seguiamo esclusivamente la nostra volontà. Dio appare come il contrario della nostra libertà. Dobbiamo liberarci da Lui – questo è il nostro pensiero – solo allora saremmo liberi. È questa la ribellione fondamentale che pervade la storia e la menzogna di fondo che snatura la nostra vita. Quando l’uomo si mette contro Dio, si mette contro la propria verità e pertanto non diventa libero, ma alienato da se stesso. Siamo liberi solo se siamo nella nostra verità, se siamo uniti a Dio. Allora diventiamo veramente “come Dio” – non opponendoci a Dio, non sbarazzandoci di Lui o negandoLo. Nella lotta della preghiera sul Monte degli Ulivi Gesù ha sciolto la falsa contraddizione tra obbedienza e libertà e aperto la via verso la libertà. Preghiamo il Signore di introdurci in questo “sì” alla volontà di Dio, rendendoci così veramente liberi. Amen.

The crossing of the red sea & the hymn of Myriam

The crossing of the red sea & the hymn of Myriam dans immagini sacre 13%20LEAVING%20EGYPT

http://www.artbible.net/1T/Exo1401_Redsea_myriampsong/pages/13%20LEAVING%20EGYPT.htm

Publié dans:immagini sacre |on 22 mars, 2016 |Pas de commentaires »
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