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BENEDETTO XVI – MEDITAZIONE SUL SIGNIFICATO DELLA PASQUA

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BENEDETTO XVI – MEDITAZIONE SUL SIGNIFICATO DELLA PASQUA

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 19 aprile 2006

Cari fratelli e sorelle!

All’inizio dell’odierna Udienza generale, che si svolge nel clima gioioso della Pasqua, vorrei insieme a voi ringraziare il Signore, che dopo avermi chiamato esattamente un anno fa a servire la Chiesa come Successore dell’apostolo Pietro – grazie per la vostra gioia, grazie per la vostra acclamazione -, non manca di assistermi con il suo indispensabile aiuto. Come passa in fretta il tempo! È già trascorso un anno da quando, in maniera per me assolutamente inaspettata e sorprendente, i Cardinali riuniti in Conclave hanno voluto scegliere la mia persona per succedere al compianto e amato Servo di Dio, il grande Papa, Giovanni Paolo II. Ricordo con emozione il primo impatto che dalla Loggia centrale della Basilica ho avuto, subito dopo la mia povera elezione, con i fedeli raccolti in questa stessa Piazza. Mi resta impresso nella mente e nel cuore quell’incontro al quale ne sono seguiti tanti altri, che mi hanno dato modo di sperimentare quanto sia vero ciò che ebbi a dire nel corso della solenne concelebrazione con la quale ho iniziato solennemente l’esercizio del ministero petrino: « Sento viva la consapevolezza di non dover portare da solo ciò che in realtà non potrei mai portare da solo ». E sempre più sento che da solo non potrei portare questo compito, questa missione. Ma sento anche come voi lo portiate con me: così sono in una grande comunione e insieme possiamo portare avanti la missione del Signore. Mi è di insostituibile sostegno la celeste protezione di Dio e dei santi, e mi conforta la vicinanza vostra, cari amici, che non mi fate mancare il dono della vostra indulgenza e del vostro amore. Grazie di vero cuore a tutti coloro che in vario modo mi affiancano da vicino o mi seguono da lontano spiritualmente con il loro affetto e la loro preghiera. A ciascuno chiedo di continuare a sostenermi pregando Iddio perché mi conceda di essere pastore mite e fermo della sua Chiesa. Narra l’evangelista Giovanni che Gesù proprio dopo la sua resurrezione chiamò Pietro a prendersi cura del suo gregge (cfr Gv 21, 15 .23). Chi avrebbe potuto allora umanamente immaginare lo sviluppo che avrebbe contrassegnato nel corso dei secoli quel piccolo gruppo di discepoli del Signore? Pietro insieme agli apostoli e poi i loro successori, dapprima a Gerusalemme e in seguito sino agli ultimi confini della terra, hanno diffuso con coraggio il messaggio evangelico il cui nucleo fondamentale e imprescindibile è costituito dal Mistero pasquale: la passione, la morte, la risurrezione di Cristo. Questo mistero la Chiesa celebra a Pasqua, prolungandone la gioiosa risonanza nei giorni successivi; canta l’alleluja per il trionfo di Cristo sul male e sulla morte. « La celebrazione della Pasqua secondo una data del calendario – nota il Papa san Leone Magno – ci ricorda la festa eterna che supera ogni tempo umano ». « La Pasqua attuale – egli nota ancora – è l’ombra della Pasqua futura. E’ per questo che la celebriamo per passare da una festa annuale a una festa che sarà eterna ». La gioia di questi giorni si estende all’intero anno liturgico e si rinnova particolarmente la domenica, giorno dedicato al ricordo della resurrezione del Signore. In essa, che è come la « piccola Pasqua » di ogni settimana, l’assemblea liturgica riunita per la Santa Messa proclama nel Credo che Gesù è risuscitato il terzo giorno, aggiungendo che noi aspettiamo « la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà ». Si indica in tal modo che l’evento della morte e risurrezione di Gesù costituisce il centro della nostra fede ed è su quest’annuncio che si fonda e cresce la Chiesa. Ricorda in maniera incisiva sant’Agostino: «Consideriamo, carissimi, la Risurrezione di Cristo: infatti, come la sua Passione ha significato la nostra vita vecchia, così la sua risurrezione è sacramento di vita nuova…Hai creduto, sei stato battezzato: la vecchia vita è morta, uccisa nella croce, sepolta nel Battesimo. E’ stata sepolta la vecchia nella quale hai vissuto: risorga la nuova. Vivi bene: vivi così che tu viva, affinché quando sarai morto, tu non muoia» (Sermo Guelferb. 9, 3). I racconti evangelici, che riferiscono le apparizioni del Risorto, si concludono abitualmente con l’invito a superare ogni incertezza, a confrontare l’evento con le Scritture, ad annunciare che Gesù, al di là della morte, è l’eterno vivente, fonte di vita nuova per tutti coloro che credono. Così avviene, ad esempio, nel caso di Maria Maddalena (cfr Gv 20,11-18), che scopre il sepolcro aperto e vuoto, e subito teme che il corpo del Signore sia stato portato via. Il Signore allora la chiama per nome, e a quel punto avviene in lei un profondo cambiamento: lo sconforto e il disorientamento si convertono in gioia ed entusiasmo. Con sollecitudine ella si reca dagli Apostoli e annunzia: «Ho visto il Signore» (Gv 20,18). Ecco: chi incontra Gesù risuscitato viene interiormente trasformato; non si può « vedere » il Risorto senza « credere » in lui. Preghiamolo affinché chiami ognuno di noi per nome e così ci converta, aprendoci alla « visione » della fede. La fede nasce dall’incontro personale con Cristo risorto, e diventa slancio di coraggio e di libertà che fa gridare al mondo: Gesù è risorto e vive per sempre. E’ questa la missione dei discepoli del Signore di ogni epoca e anche di questo nostro tempo: « Se siete risorti con Cristo – esorta san Paolo – cercate le cose di lassù… pensate alle cose di lassù, e non a quelle della terra » (Col 3,1-2). Questo non vuol dire estraniarsi dagli impegni quotidiani, disinteressarsi delle realtà terrene; significa piuttosto ravvivare ogni umana attività come un respiro soprannaturale, significa farsi gioiosi annunciatori e testimoni della risurrezione di Cristo, vivente in eterno (cfr Gv 20,25; Lc 24,33-34). Cari fratelli e sorelle, nella Pasqua del suo Figlio unigenito Dio rivela pienamente se stesso, la sua forza vittoriosa sulle forze della morte, la forza dell’Amore trinitario. La Vergine Maria, che è stata intimamente associata alla passione, morte e risurrezione del Figlio e ai piedi della Croce è diventata Madre di tutti i credenti, ci aiuti a comprendere questo mistero di amore che cambia i cuori e ci faccia pienamente gustare la gioia pasquale, per poter poi comunicarla a nostra volta agli uomini e alle donne del terzo millennio.

« E VOI, CHI DITE CHE IO SIA? » FIN DALL’INFANZIA UN VOLTO COMINCIA A SVELARSI – RAVASI

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« E VOI, CHI DITE CHE IO SIA? »  FIN DALL’INFANZIA UN VOLTO COMINCIA A SVELARSI – RAVASI

Gianfranco Ravasi

«Il Cristo ci ha collocati di fronte al mistero, ci ha posti definitivamente nella situazione dei suoi discepoli di fronte alla domanda: Ma voi, chi dite che io sia?». Queste parole, che raffigurano in modo limpido e immediato ogni esperienza di incontro e di scontro con Cristo, sono di uno scrittore che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente, Mario Pomilio, che le ha poste all’interno del suo Quinto evangelio. Ebbene, quella domanda affiorata sulle labbra di Gesù a Cesarea di Filippo non attraversa solo i secoli ma riecheggia nell’intimità di ogni persona. E la risposta è data in mille forme, talora sorprendenti, altre volte sconcertanti. A me ha sempre fatto impressione quella che Kafka ha offerto all’amico Gustav Janouch: «Cristo è un abisso di luce. Bisogna chiudere gli occhi per non precipitarvi». Modesta e marginale, la mia testimonianza – come per quella di altri – può risultare impacciata proprio perché la domanda artiglia la coscienza nel suo segreto e « pesca » in quella profondità dove domina il silenzio personale, l’intimità, forse anche l’inesprimibile. Due considerazioni sono, però, possibili e immediate. Innanzitutto la mia esperienza è quella di un credente e di un sacerdote, cioè di una persona che ha pur sempre coinvolto se stessa, la sua identità, la sua vicenda umana intrecciandola con quella di Gesù Cristo. In questa dimensione l’elemento fondamentale è paradossalmente esterno all’ « io » del testimone. È illuminante in questo senso Paolo quando descrive la sua « via di Damasco » usando due verbi di rivelazione e uno di lotta: «Cristo è apparso anche a me (…) Dio si degnò di rivelarmi suo Figlio (… )Sono stato afferrato da Cristo Gesù» (Corinzi 15,8; Galati 1,16; Filippesi 3,12). Detto in altri termini, all’inizio dell’incontro con Cristo c’è « un’epifania », cioè non la mia ricerca ma il suo apparire. Per questo un filosofo credente come Soeren Kierkegaard alla data 16 agosto 1839 del suo Diario invocava: «Gesù, vieni in cerca di me sui sentieri dei miei travisamenti ove io mi nascondo a te e agli uomini!». Nella mia esperienza interiore c’è proprio questo svelarsi del divino non tanto su una via folgorata dalla voce celeste, come per Paolo, quanto piuttosto in una serie di pacate e delicate « epifanie » che affiorano fin dall’infanzia. E curiosamente esse si insediano in uno spirito che portava con sé – allora in forma intuitiva ed esile – già un senso intenso della fragilità della vita e delle cose, del fluire del tempo e dell’inconsistenza della realtà. Davanti a un frutto che si decomponeva, al fischio di un treno che lacerava la notte e si spegneva, al primo incontro con la morte, alle sofferenze della guerra, al padre assente perché perseguitato politico, nel mio animo infantile non cresceva la desolazione o la tristezza naturale ma lentamente si configurava quell’ « epifania » inattesa e ancora informe. È stato ancora Paolo a farmi capire in seguito questo contrasto e la sua pacificazione quando, stupendosi lui stesso delle parole di Isaia (« il profeta osa dire ») scriveva questa « confessione » divina: «Io, il Signore, mi sono fatto trovare anche da quelli che non mi cercavano, mi sono rivelato anche a quelli che non si rivolgevano a me!» (Romani 10,20). Prima della risposta alla domanda « Ma voi, chi dite che io sia? », Cristo aveva per me (e per tutti) già detto chi egli realmente fosse. In principio c’è, dunque, la sua parola che ti scuote e sconcerta. Certo è sempre possibile rivolgere altrove lo sguardo e ostruire l’orecchio con altre voci e suoni e questa è pure una storia mia e un po’ di tutti nell’itinerario degli anni, nei percorsi non sempre lineari della vita. Per questo ritengo altrettanto capitale un’altra domanda di Gesù, quella di Cafarnao. Essa è diventata il titolo di una « vita di Cristo » di un altro scrittore a me particolarmente caro, Luigi Santucci: Volete andarvene anche voi? E’ un interrogativo che viene fatto serpeggiare tra i discepoli proprio dopo una grande « epifania », quella della continua presenza di Cristo sotto il segno del pane e del vino eucaristici. Un interrogativo che non sempre ha la pronta replica di Pietro: «Da chi mai andremo? Tu solo hai parole di vita eterna!». Tuttavia anche se si va altrove, Cristo non cessa di seguirci, con discrezione o con insistenza. Quando in seguito mi dedicai allo studio teologico, mi fece impressione una frase di Dietrich Bonhoeffer, il teologo ucciso dai nazisti, che nella sua Cristologia annotava: «Cristo non è tale in quanto Cristo-per sé, ma nel suo riferimento a me. Il suo esser-Cristo è il suo esser-per me». Nella mia storia personale c’è, però, una seconda dimensione che devo mettere in luce ed è quello dell’essere stato un esegeta, cioè uno studioso delle Scritture Sacre e quindi delle parole evangeliche di Cristo. Già da ragazzo – avevo cominciato a studiare il greco da solo subito dopo le scuole elementari – mi avevano affascinato quelle 64327 parole greche che compongono i quattro Vangeli. In seguito quei versetti furono da me sempre più approfonditi; scoprivo nuove iridescenze in ogni termine e lentamente si configurava un profilo di Cristo che coniugava in sé due fisionomie. Da un lato, c’era la figura di Gesù di Nazareth, il rabbì ambulante le cui labbra dicevano cose sorprendenti ma in una lingua « barbarica » e concreta, le cui mani compivano gesti straordinari ma non « pubblicitari », i cui piedi seguivano una meta grandiosa e celeste ma calpestavano le polverose strade della Palestina, i cui interlocutori erano spesso un’accolta di miserabili o di altezzosi burocrati del sacro e della legge e persino dei traditori. Mi ha a lungo interessato – per usare una terminologia più « tecnica » – il Gesù storico, così come è rintracciabile attraverso l’analisi critica dei testi evangelici. D’altro lato, però, c’è la figura di Cristo, Figlio di Dio, che offre un volto illuminato dallo splendore della Pasqua. I Vangeli sono innanzitutto un canto al risorto che sboccia dall’incontro con lui, dalla fede e dall’annuncio gioioso. Mi sono, perciò, impegnato nel sottolineare, anche attraverso i miei scritti, le conferenze e una quasi decennale presenza televisiva, questo aspetto che in passato era talmente dominante da diventare esclusivo, così da cancellare il volto storico di Cristo, ma che in questi ultimi tempi è stato quasi messo tra parentesi. Prima una certa visione « sociologica », poi una concezione storicistica e apologetica si è protesa a dimostrare il Gesù storico, nella convinzione che solo così si fondasse la vera Cristologia. Ebbene, Gesù Cristo è uno ma in due nature; ogni divisione lo impoverisce e lo allontana. Egli è uno di noi e con noi ma è anche oltre noi e sopra di noi. E’ per usare il vocabolario di Giovanni, Logos, « parola » perfetta e suprema divina, ed è sarx, « carne » e storia. Conservare l’unità di Gesù Cristo, senza scindere la sua persona in un Gesù nazaretano e in un Cristo pasquale è un compito importante di chi annunzia il Vangelo con fedeltà. Lo studio esegetico, perciò, non è un freddo esercizio filologico (anche se suppone uno scavo nel testo con rigore e finezza). E’ anche un’avventura del nostro spirito che è invitato a rispondere alla domanda di Cesarea da cui siamo partiti. Mi è sempre piaciuta una frase del Tractatus logico-philosophicus di Ludwig Wittgenstein: «Ho voluto indagare i contorni di un’isola; ma ciò che ho scoperto sono i confini dell’Oceano». Si comincia conoscendo un linguaggio concreto, una figura datata e circoscritta a quell’antica provincia dell’Impero romano, eventi e dati storici, ma alla fine ci si accorge che quella persona è immersa nell’Oceano della divinità, è appunto « il Cristo, il Figlio del Dio vivente », come rispose in quel giorno Pietro, figlio di Giona. (Cenni biografici – Gianfranco Ravasi, nato nel 1942, sacerdote della diocesi di Milano dal 1966, è Prefetto della Biblioteca Ambrosiana, docente di esegesi Biblica alla facoltà Teologica dell’Italia settentrionale e membro della Pontificia Commissione Biblica. Scrittore prolifico, è autore di numerosissimi libri e di trasmissioni televisive. cura la rubrica « Mattutino » nella prima pagina del quotidiano Avvenire).

The stone is rolled away, and the door to paradise is opened to you.

The stone is rolled away, and the door to paradise is opened to you. dans immagini sacre resurrection-icon

http://www.esgetology.com/2015/04/05/sermo-dei-the-resurrection-of-our-lord-2015/

Publié dans:immagini sacre |on 26 mars, 2016 |Pas de commentaires »

LA PASQUA NELLA LITURGIA E NELLA VITA CRISTIANO-ORTODOSSA

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LA PASQUA NELLA LITURGIA E NELLA VITA CRISTIANO-ORTODOSSA

LA PASQUA NELLA LITURGIA E NELLA VITA CRISTIANO-ORTODOSSA dans CHIESA ORTODOSSA Grandeven

Il Grande Venerdì: l’ostensione e l’adorazione della Croce nella celebrazione del Mattutino

Secondo il Cristianesimo ogni Domenica è Pasqua. Questa comprensione è vissuta in modo particolare all’interno dell’Ortodossia. L’evento pasquale della morte e Resurrezione del Signore non viene concepito come un dogma al quale semplicemente credere ma fa parte della vita spirituale del fedele e trova continuo riscontro nella liturgia della Chiesa. Ancora oggi la Pasqua, festa delle feste, ha una solennità particolare. Lungo tutto il periodo della Grande e Santa Settimana che precede la Domenica di Resurrezione la Chiesa Ortodossa celebra ogni giorno delle lunghe liturgie nelle quali commemora con alta poesia e pathos la passione e morte del Signore. I segni e i simboli presenti sono pieni di forza e di significato. Fiori, foglie, acqua, processioni, incensazioni, canti, prosternazioni sono solo alcuni degli elementi inseriti nella liturgia che chiunque può osservare visitando una chiesa ortodossa nel periodo della Grande e Santa Settimana. Perfino a livello sociale in un Paese ortodosso la Pasqua crea un’atmosfera di particolare festività paragonabile pressapoco a quella che si sente in Italia nel periodo natalizio. La Chiesa ortodossa crede che Cristo abbia sofferto veramente come uomo e, come tale, sia morto e risorto. Tale morte e resurrezione non riguarda solo Lui ma, in Lui, viene associata tutta l’umanità passata e futura. L’iconografia con la quale si rappresenta la discesa di Cristo agli inferi è, in tal senso, particolarmente significativa. Cristo calpesta le porte dell’Ade e riporta alla vita Adamo ed Eva strappandoli dal luogo in cui stavano. Dio irrompe nel dominio usurpato dal demonio e distrugge il suo potere sull’umanità. La morte viene distrutta. Così, per l’Ortodossia, chiunque vive e muore in Cristo ha modo di pregustare quella vita nuova situata nell’orizzonte dell’eternità. La morte rimane certamente come fenomeno fisico ma non domina l’uomo come destino inevitabile e definitivo. A tal fine San Giovanni Crisostomo dice: “È vero, noi moriamo ancora come prima ma non rimaniamo nella morte: e questo non è morire. Il potere e la forza reale della morte è soltanto questo: che un uomo non ha alcuna possibilità di ritornare alla vita. Questo concetto era ben chiaro alla Cristianità primitiva al punto che i martiri andavano incontro alla morte con serenità non avendone paura: avevano pregustato che la morte era stata vinta e che esisteva una vita dopo di essa! Non avevano più timore della morte fisica. Tale convinzione era così forte che se c’era qualche timoroso si pensava che costui avesse ripudiato il proprio battesimo o non fosse ancora stato battezzato. Chi è già morto con Cristo nel battesimo (ecco il significato della totale immersione del corpo del battezzando nella vasca battesimale il Sabato Santo) non può che risorgere con Lui (ecco il significato dell’emersione del corpo del battezzato). Sant’Atanasio dice a tal proposito: “Gli uomini, prima di credere in Cristo, vedono la morte come terribile e la temono; mentre quando passano alla fede e all’insegnamento di Lui disprezzano talmente la morte che le si muovono incontro coraggiosamente, divenendo testimoni della Resurrezione operata dal Salvatore contro di lei. Uomini e donne, ancor giovani di età, hanno fretta di morire e si esercitano a combatterla praticando l’ascesi. La morte è divenuta così debole che anche le donne, che prima erano state ingannate da lei, adesso si prendono gioco di lei considerandola morta e debilitata” (De incarnatione Verbi, 27). Il fatto riveste un significato profondo e permanente nella vita. I cristiani non divennero tali perché erano più morali o pii dei pagani. Non divennero tali per riscattare l’umanità dai dispotismi politici o da eventuali ingiustizie economico-sociali. Lo divennero semplicemente perché il Cristianesimo portò loro la liberazione dalla morte. Così se qualcuno vuol penetrare nel cuore del Cristianesimo Orientale deve tenere conto di ciò e constatarlo la notte in cui si celebra la liturgia pasquale ortodossa: di questa liturgia tutti gli altri riti non sono che riflessi o figure. Le parole del tropario pasquale – l’inno di Pasqua – ripetute moltissime volte in tono sempre più esultante, ripetute fino ad una travolgente ma composta gioia mistica – “con la tua morte hai calpestato la morte” – sono il grande messaggio della Chiesa Ortodossa: la gioia di Pasqua, l’aver bandito l’antico terrore che assediava la vita dell’uomo. Tale credo è stato tradotto in tutte le lingue ma non ha mai perso la sua forza e si presenta ogni anno intatto nel suo gioioso mistero. La gioia Pasquale si affaccia perfino durante la celebrazione della Passione di Cristo. Così il Venerdì Santo ai vespri, nel momento stesso in cui Cristo rese lo spirito, già risuonano i primi inni di resurrezione: “La mirra conviene ai morti, ma Cristo si è mostrato libero dalla corruzione”. È per tale gioia pasquale che l’icona di Cristo in croce non ha alcun segno di tragicità ma rappresenta un uomo serenamente addormentato. Il trionfo sulla morte, nascosto ma decisivo, permea pure la celebrazione liturgica del Sabato Santo: “Benché il tempio del tuo corpo fosse distrutto al momento della passione, pure anche allora unica era l’ipostasi della tua divinità e della tua carne” (Sabato Santo, Mattutino, Canone, Ode 6). Questa radiosa prospettiva ha creato nei paesi di fede cristiano-ortodossa una cultura nella quale non si riflette alcun terrore della morte. Ad esempio nei tradizionali canti popolari greci la morte viene semplicemente canzonata e la si considera in modo sereno. Non si può dire altrettanto in altre parti del mondo nelle quali è andata perdendosi la profondità del messaggio pasquale e la morte è oramai uno spettro da rimuovere dalla coscienza. Per chiunque vive in questa penosa situazione valgono le parole di Sant’Atanasio: “Se uno rimane incredulo anche dopo prove così grandi, dopo che tanti sono diventati martiri in Cristo, dopo che la morte viene derisa ogni giorno da coloro che si distinguono in Cristo; se rimane ancora in dubbio circa la distruzione e la fine della morte, fa bene a porsi delle domande su un argomento così importante, ma non sia duro fino all’incredulità né impudente di fronte a fatti così evidenti. Ma come chi prende l’amianto riconosce che non può essere intaccato dal fuoco e chi vuol vedere il tiranno incatenato va nel regno di colui che l’ha vinto, così chi non crede alla vittoria sulla morte, accetti la fede di Cristo e si metta alla sua scuola: vedrà allora la debolezza della morte e la vittoria su di lei. Molti che prima non credevano e ci deridevano, poi, divenuti credenti, disprezzarono talmente la morte che divennero martiri di Cristo” (De incarnatione Verbi, 28).

The Descent of Christ into Hades

The Descent of Christ into Hades dans immagini sacre christ-the-conqueror-of-hell1

https://sermonwriter.wordpress.com/2011/09/28/christ-the-conqueror-of-hell/

Publié dans:immagini sacre |on 25 mars, 2016 |Pas de commentaires »

VEGLIA PASQUALE NELLA NOTTE SANTA – OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2012/documents/hf_ben-xvi_hom_20120407_veglia-pasquale.html

VEGLIA PASQUALE NELLA NOTTE SANTA – OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO

(non dovrebbe essere anno c)

(letture della veglia: http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20160326.shtml )

Basilica Vaticana

Sabato Santo, 7 aprile 2012

Cari fratelli e sorelle!

Pasqua è la festa della nuova creazione. Gesù è risorto e non muore più. Ha sfondato la porta verso una nuova vita che non conosce più né malattia né morte. Ha assunto l’uomo in Dio stesso. “Carne e sangue non possono ereditare il regno di Dio”, aveva detto Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi (15,50). Lo scrittore ecclesiastico Tertulliano, nel secolo III, in riferimento alla risurrezione di Cristo e alla nostra risurrezione aveva l’audacia di scrivere: “Abbiate fiducia, carne e sangue, grazie a Cristo avete acquistato un posto nel Cielo e nel regno di Dio” (CCL II 994). Si è aperta una nuova dimensione per l’uomo. La creazione è diventata più grande e più vasta. La Pasqua è il giorno di una nuova creazione, ma proprio per questo la Chiesa comincia in tale giorno la liturgia con l’antica creazione, affinché impariamo a capire bene quella nuova. Perciò all’inizio della Liturgia della Parola nella Veglia pasquale c’è il racconto della creazione del mondo. In relazione a questo, due cose sono particolarmente importanti nel contesto della liturgia di questo giorno. In primo luogo, la creazione viene presentata come una totalità della quale fa parte il fenomeno del tempo. I sette giorni sono un’immagine di una totalità che si sviluppa nel tempo. Sono ordinati in vista del settimo giorno, il giorno della libertà di tutte le creature per Dio e delle une per le altre. La creazione è quindi orientata verso la comunione tra Dio e creatura; essa esiste affinché ci sia uno spazio di risposta alla grande gloria di Dio, un incontro di amore e di libertà. In secondo luogo, del racconto della creazione la Chiesa, nella Veglia pasquale, ascolta soprattutto la prima frase: “Dio disse: «Sia la luce!» (Gen 1,3). Il racconto della creazione, in modo simbolico, inizia con la creazione della luce. Il sole e la luna vengono creati solo nel quarto giorno. Il racconto della creazione li chiama fonti di luce, che Dio ha posto nel firmamento del cielo. Con ciò toglie consapevolmente ad esse il carattere divino che le grandi religioni avevano loro attribuito. No, non sono affatto dei. Sono corpi luminosi, creati dall’unico Dio. Sono però preceduti dalla luce, mediante la quale la gloria di Dio si riflette nella natura dell’essere che è creato. Che cosa intende dire con ciò il racconto della creazione? La luce rende possibile la vita. Rende possibile l’incontro. Rende possibile la comunicazione. Rende possibile la conoscenza, l’accesso alla realtà, alla verità. E rendendo possibile la conoscenza, rende possibile la libertà e il progresso. Il male si nasconde. La luce pertanto è anche espressione del bene che è luminosità e crea luminosità. È giorno in cui possiamo operare. Il fatto che Dio abbia creato la luce significa che Dio ha creato il mondo come spazio di conoscenza e di verità, spazio di incontro e di libertà, spazio del bene e dell’amore. La materia prima  del mondo è buona, l’essere stesso è buono. E il male non proviene dall’essere che è creato da Dio, ma esiste solo in virtù della negazione. È il “no”. A Pasqua, al mattino del primo giorno della settimana, Dio ha detto nuovamente: “Sia la luce!”. Prima erano venute la notte del Monte degli Ulivi, l’eclissi solare della passione e morte di Gesù, la notte del sepolcro. Ma ora è di nuovo il primo giorno – la creazione ricomincia tutta nuova. “Sia la luce!”, dice Dio, “e la luce fu”. Gesù risorge dal sepolcro. La vita è più forte della morte. Il bene è più forte del male. L’amore è più forte dell’odio. La verità è più forte della menzogna. Il buio dei giorni passati è dissipato nel momento in cui Gesù risorge dal sepolcro e diventa, Egli stesso, pura luce di Dio. Questo, però, non si riferisce soltanto a Lui e non si riferisce solo al buio di quei giorni. Con la risurrezione di Gesù, la luce stessa è creata nuovamente. Egli ci attira tutti dietro di sé nella nuova vita della risurrezione e vince ogni forma di buio. Egli è il nuovo giorno di Dio, che vale per tutti noi. Ma come può avvenire questo? Come può tutto questo giungere fino a noi così che non rimanga solo parola, ma diventi una realtà in cui siamo coinvolti? Mediante il Sacramento del battesimo e la professione della fede, il Signore ha costruito un ponte verso di noi, attraverso il quale il nuovo giorno viene a noi. Nel Battesimo, il Signore dice a colui che lo riceve: Fiat lux – sia la luce. Il nuovo giorno, il giorno della vita indistruttibile viene anche a noi. Cristo ti prende per mano. D’ora in poi sarai sostenuto da Lui e entrerai così nella luce, nella vita vera. Per questo, la Chiesa antica ha chiamato il Battesimo “photismos” – illuminazione. Perché? Il buio veramente minaccioso per l’uomo è il fatto che egli, in verità, è capace di vedere ed indagare le cose tangibili, materiali, ma non vede dove vada il mondo e da dove venga. Dove vada la stessa nostra vita. Che cosa sia il bene e che cosa sia il male. Il buio su Dio e il buio sui valori sono la vera minaccia per la nostra esistenza e per il mondo in generale. Se Dio e i valori, la differenza tra il bene e il male restano nel buio, allora tutte le altre illuminazioni, che ci danno un potere così incredibile, non sono solo progressi, ma al contempo sono anche minacce che mettono in pericolo noi e il mondo. Oggi possiamo illuminare le nostre città in modo così abbagliante che le stelle del cielo non sono più visibili. Non è questa forse un’immagine della problematica del nostro essere illuminati? Nelle cose materiali sappiamo e possiamo incredibilmente tanto, ma ciò che va al di là di questo, Dio e il bene, non lo riusciamo più ad individuare. Per questo è la fede, che ci mostra la luce di Dio, la vera illuminazione, essa è un’irruzione della luce di Dio nel nostro mondo, un’apertura dei nostri occhi per la vera luce. Cari amici, vorrei aggiungere, infine, ancora un pensiero sulla luce e sull’illuminazione. Nella Veglia pasquale, la notte della nuova creazione, la Chiesa presenta il mistero della luce con un simbolo del tutto particolare e molto umile: con il cero pasquale. Questa è una luce che vive in virtù del sacrificio. La candela illumina consumando se stessa. Dà luce dando se stessa. Così rappresenta in modo meraviglioso il mistero pasquale di Cristo che dona se stesso e così dona la grande luce. Come seconda cosa possiamo riflettere sul fatto che la luce della candela è fuoco. Il fuoco è forza che plasma il mondo, potere che trasforma. E il fuoco dona calore. Anche qui si rende nuovamente visibile il mistero di Cristo. Cristo, la luce, è fuoco, è fiamma che brucia il male trasformando così il mondo e noi stessi. “Chi è vicino a me è vicino al fuoco”, suona una parola di Gesù trasmessa a noi da Origene. E questo fuoco è al tempo stesso calore, non una luce fredda, ma una luce in cui ci vengono incontro il calore e la bontà di Dio. Il grande inno dell’Exsultet, che il diacono canta all’inizio della liturgia pasquale, ci fa notare in modo molto sommesso un altro aspetto ancora. Richiama alla memoria che questo prodotto, il cero, è dovuto in primo luogo al lavoro delle api. Così entra in gioco l’intera creazione. Nel cero, la creazione diventa portatrice di luce. Ma, secondo il pensiero dei Padri, c’è anche un implicito accenno alla Chiesa. La cooperazione della comunità viva dei fedeli nella Chiesa è quasi come l’operare delle api. Costruisce la comunità della luce. Possiamo così vedere nel cero anche un richiamo a noi stessi e alla nostra comunione nella comunità della Chiesa, che esiste affinché la luce di Cristo possa illuminare il mondo.

Preghiamo il Signore in quest’ora di farci sperimentare la gioia della sua luce, e preghiamoLo, affinché noi stessi diventiamo portatori della sua luce, affinché attraverso la Chiesa lo splendore del volto di Cristo entri nel mondo (cfr LG 1). Amen.

 

27 MARZO 2016 | SANTA PASQUA – ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/2016/04-Pasqua_C/Omelie/01a-Domenica-di-Pasqua-C-2016/14-01a-Domenica-di-Pasqua-C_2016-SC.htm

27 MARZO 2016 | SANTA PASQUA – ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO

« CRISTO, NOSTRA PASQUA, È STATO IMMOLATO! »

Il Papa Paolo VI, parlando ai fedeli in uno dei consueti appuntamenti dell’Angelus domenicale, per esortarli a prepararsi alla Pasqua ormai vicina, così diceva: « È l’avvenimento supremo della storia del mondo: e la sua annuale celebrazione ci richiama al centro del mistero di Cristo, la sua morte e la sua risurrezione; mistero che si riverbera su tutta l’umanità, e ne penetra gli ignoti destini; e mistero che si riflette, lo sappiamo o no, lo vogliamo o no, su ciascuno di noi personalmente. Arriva sul quadrante del tempo con la sua puntuale memoria, che dà una misura, se non altro, alla filosofia della terra, e per noi un senso alla teologia della storia » (20 marzo 1977). Veramente la Pasqua, a ben esaminarla, compendia tutto il senso della nostra vita e l’aspirazione, anche se molte volte solo irriflessa, della storia umana: un traguardo lontano, ma che già sprigiona forze sotterranee, per cui, non soltanto la morte sarà vinta per sempre, ma anche il male e l’ingiustizia saranno riscattate per la forza onnipotente di Dio. Il Cristo che risorge è il « primo frutto » di questa vittoria radicale sulla morte e sul peccato che la genera: con la risurrezione Dio lo ha « giustificato » davanti al mondo proclamandolo innocente e santo, mentre gli uomini lo avevano assassinato come « malfattore ». C’è dunque un esito positivo a tutte le frementi attese di giustizia e di bontà che sorreggono gli oppressi, i sofferenti, i non compresi, i perseguitati, gli « umiliati e offesi » dell’umanità intera: Dio non delude mai le speranze degli uomini! In questo senso anche per chi non ha fede la Pasqua può rappresentare se non altro un sogno, un desiderio del cuore: può dare « una misura alla filosofia della terra », come ci ricordava all’inizio Paolo VI. Per noi credenti, però, essa deve dare « un senso alla teologia della storia ».

« Togliete il lievito vecchio… » Cerchiamo pertanto di cogliere alcune linee di questa meravigliosa « teologia » nelle letture bibliche della solenne Liturgia pasquale. Data la possibilità di scelta, come seconda lettura abbiamo preferito il brano della 1 Cor 5,6b-8 invece che Col 3,14, perché ci sembra più adatta a sorreggere il tipo di riflessione che vorremmo qui proporre. In questo brevissimo tratto S. Paolo, con il suo solito stile denso e conciso, ci insegna il senso profondo della Pasqua cristiana, leggendo in chiave « prefigurativa » alcuni elementi cerimoniali della Pasqua giudaica. Nel contesto immediatamente precedente egli aveva rimproverato i cristiani di Corinto per aver tollerato il caso dell’incestuoso senza intervenire a eliminare o punire così grave immoralità, che rischiava di diffondere forme di ulteriore lassismo in mezzo alla comunità, a guisa di un « fermento » malefico. Di qui l’invito che l’Apostolo rivolge ai suoi cristiani: « Togliete via il lievito vecchio per essere pasta nuova, poiché siate azzimi. Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato! Celebriamo dunque la festa non con il lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di sincerità e di verità » (1 Cor 5,7-8). Il riferimento alla Pasqua deve essere stato occasionato proprio dal fatt che la lettera è stata quasi certamente scritta nella imminenza di questa festa (primavera del 56 o del 57). Come è risaputo, durante tutto il periodo della festa di Pasqua gli Ebrei dovevano mangiare solo « pane azzimo », cioè non fermentato, in ricordo della precipitosa fuga dalla prigionia egiziana: « Per sette giorni voi mangerete azzimi. Già dal primo giorno farete sparire il lievito dalle vostre case, perché chiunque mangerà del lievitato dal giorno primo al giorno settimo, quella persona sarà eliminata da Israele… » (Es 12,15). Interpretando questa prassi liturgica in chiave morale, S. Paolo invita i cristiani a « rinnovarsi » interiormente, eliminando tutto il « vecchio » che c’è nella loro vita, nei loro pensieri, nei loro sentimenti: « Togliete via il lievito vecchio per essere pasta nuova, poiché siete azzimi » (v. 7). Come si vede, il « lievito » viene qui preso come simbolo del male, che è sempre una realtà di decadenza e di corrompimento dello spirito; mentre il pane azzimo è simbolo della purezza, della « sincerità » del cuore (v. 8), della novità « primaverile » della vita: non si dimentichi che la Pasqua è festa di primavera! Abbiamo qui un esempio tipico della morale paolina: diventare ciò che si è. « Poiché siete azzimi », dal momento cioè che Cristo vi ha rinnovati, dovete vivere sempre in questa « novità di vita » (Rm 6,4). Cristo ci ha rinnovati, diventando lui la « nostra Pasqua »: « Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato » (v. 7). Con questa frase fortissima S. Paolo intende dire che Gesù compendia in sé tutto il significato teologico della vecchia Pasqua ebraica: liberazione dalla schiavitù d’Egitto, nuova alleanza di amore con il suo popolo, immissione nella Terra promessa, ecc. E non solo la compendia, ma anche la sostituisce e la trascende, facendosi lui Pasqua « nuova » per il nuovo popolo di Dio. Questo è avvenuto nella sua « immolazione » di croce, quando egli si è presentato come l’agnello « senza difetti e senza macchia » (1 Pt 1,19), che ci ha salvati con il suo « sangue prezioso » (ivi). L’immolazione e la manducazione dell’agnello pasquale, che per gli Ebrei costituiva il gesto culminante e come l’anima della loro festa, tendeva dunque a significare una realtà più grande che si è compiuta in Cristo: per questo Giovanni dirà che Gesù muore proprio quando gli Ebrei stavano per immolare l’agnello pasquale (19,31.36). Dicendo poi che Cristo è la « nostra Pasqua » (v. 7), S. Paolo intende sottrarre la solennità pasquale a ogni « ritualismo », nel senso che ormai, identificandosi essa con il Cristo morto e risorto, è chiaro che non potremo celebrarla degnamente se non « inserendoci » nel suo stesso mistero di morte e di risurrezione. È quanto egli insegna in Rm 6,4-7 quando, parlando del Battesimo come sacramento della nostra inserzione nel mistero pasquale, così si esprime: « Per mezzo del Battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova… Sappiamo bene che il nostro uomo vecchio è stato crocifisso con lui, perché fosse distrutto il corpo del peccato e noi non fossimo più schiavi del peccato. Infatti chi è morto è ormai libero dal peccato ». Anche S. Atanasio, in una delle sue Epistole pasquali invitava i cristiani a celebrare « la festa del Signore non con le parole soltanto, ma con le opere » della loro vita. « Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro » Certo, per arrivare ad assimilare fino in fondo la forza di rinnovamento e di trasformazione della Pasqua bisogna « percorrere » un non facile itinerario di fede. Credo che sia proprio quello che intende insegnarci il brano di Vangelo ripreso da Giovanni (20,1-9), che ci descrive due episodi relativi alla risurrezione, intrecciati fra di loro. Nella prima scena ci viene presentata l’andata di Maria di Magdala, di buon mattino, al sepolcro e l’immediato ritorno a Gerusalemme per annunciare a Simon Pietro e al discepolo « che Gesù amava »: « Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto » (vv. 1-2). Il secondo episodio ci descrive la corsa dei due Apostoli al sepolcro, per verificare l’accaduto: « Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti » (vv. 4-9). La prima cosa da osservare in questi due episodi è la comune attestazione della « difficoltà » di credere alla risurrezione del Signore: non appena Maria di Magdala si accorge che « la pietra era stata ribaltata dal sepolcro » (v. 1), pensa subito al furto del cadavere del Signore; e i due Apostoli che, avvertiti, vi accorrono precipitosamente, ci vanno con la stessa preoccupazione. Nessuno pensa alla possibilità che Cristo fosse risorto dai morti, come pur aveva ripetutamente preannunciato! E anche quando, poco dopo, Maria di Magdala piangente davanti al sepolcro si vedrà comparire Gesù, lo prenderà per il giardiniere e gli domanderà ancora: « Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto, e io andrò a prenderlo » (v. 17). Tutto questo dice indubbiamente un grande attaccamento a Gesù: si pensa a lui, se ne vuol rivivere in qualche modo la memoria, però si è convinti che tutto è finito con la sua morte e deposizione nella tomba! La seconda cosa da osservare è l’interesse che il quarto Evangelista ha nei riguardi di quell’anonimo discepolo che egli definisce solo con la circonlocuzione « quello che Gesù amava » (v. 2): corre più veloce di Pietro, arriva per primo al sepolcro, ma non vi entra; poi finalmente vi entrò « e vide e credette » (v. 8). Vince in tutto Pietro, salvo che nell’entrare nel sepolcro e verificare possibili tracce di quanto vi fosse accaduto. Che significa tutto questo? Qualcuno ha voluto pensare a una specie di « concorrenza » e quasi di rivalità fra Pietro e Giovanni, che dovrebbe identificarsi con il « discepolo che Gesù amava ». Credo molto più semplicemente che si tratti di una descrizione con caratteri « allegorizzanti » in cui Giovanni, proprio perché è il discepolo « amato » da Gesù, previene Pietro per la « chiaroveggenza dell’amore » (D. Mollat). D’altra parte, Pietro è colui che verifica le condizioni della fede, nel senso che, pur essendo arrivato in ritardo, entra per primo nel sepolcro e si rende conto che, dato l’ordine in cui si trovavano le bende e il sudario, non poteva essersi verificato nessun caso di precipitoso trafugamento del cadavere. A questo punto anche l’altro discepolo « entrò nel sepolcro e vide e credette » (v. 8). Pietro e Giovanni sono in tal modo i primi testimoni del Cristo risorto, perché insieme si sono aiutati a percorrere il cammino della fede: Pietro ha avuto più lucidità di mente, Giovanni ha avuto più fiamma di amore. È la sintesi di questi due elementi che crea il cristiano completo: capacità di intuire e capacità di amare. Questa sintesi di intelligenza e di amore è soprattutto necessaria davanti al mistero del Cristo risorto, perché non ci fermiamo a una sterile confessione di fede che ci dia solo gioia e sicurezza, ma penetriamo nell’intimo di questo mistero lasciandoci « trasformare » in pieno dalla forza « vivificante » dell’evento pasquale, per diventare a nostra volta fermento di risurrezione per il mondo intero.

Settimio CIPRIANI  (+) Da: CIPRIANI S., Convocati dalla Parola. Riflesisoni biblico-liturgiche, Elledici, Torino

 

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