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14 FEBBRAIO 2016 | 1A DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO

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14 FEBBRAIO 2016 | 1A DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO

 » Dt 26,4-10 – Professione di fede del popolo eletto.  » Dal Salmo 90 – Rit.: Resta con noi, Signore, nell’ora della prova.  » Rm 10,8-13 – Professione di fede di chi crede in Cristo.  » Canto al Vangelo – Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria! Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria!  » Lc 4,1-13 – Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto e tentato dal diavolo.

« Nel deserto, per quaranta giorni, fu tentato dal diavolo » « Fra tutti i giorni dell’anno che la devozione cristiana onora in vari modi, non ve n’è uno che superi per importanza la festa di Pasqua, perché questa rende sacre tutte le altre solennità. Ora, se consideriamo ciò che l’universo ha ricevuto dalla Croce del Signore, noi riconosceremo che, per celebrare il giorno di Pasqua, è giusto prepararci con un digiuno di quaranta giorni, per partecipare degnamente ai divini misteri. Non solo i vescovi, i sacerdoti, i diaconi devono purificarsi da tutte le macchie, ma l’intero corpo della Chiesa e tutti quanti i fedeli; perché il tempio di Dio, che ha come base il suo stesso Fondatore, deve essere bello in tutte le sue pietre e luminoso in ogni sua parte » (S. Leone Magno). In queste parole del grande Papa e Padre della Chiesa è contenuto il significato austero e profondamente impegnativo del ciclo liturgico quaresimale, che oggi inauguriamo: una lunga « marcia » di purificazione e di preparazione per poter « partecipare degnamente » alla pienezza del « dono » trasformante della Pasqua, che Cristo ci offrirà come espressione massima della totalità del suo amore. I brani biblici che la Liturgia propone alla nostra attenzione sono particolarmente adatti a farci cogliere il senso e l’orientamento di questa nostra marcia, faticosa ma anche giubilante, verso la nuova terra di approdo che è la Pasqua cristiana.

« Mio padre era un Arameo errante » E prima di tutto la breve lettura, ripresa dal Deuteronomio (26,4-10), che contiene una commossa confessione di fede (vv. 5-9), fatta in occasione dell’offerta delle « primizie », cioè dei primi frutti della Terra promessa, « scorrente latte e miele » (v. 9), dove Dio aveva finalmente introdotto « con mano potente e braccio teso » (v. 8) il suo popolo. Con tale offerta Israele riconosceva che tutto quello che aveva, compresi i mezzi del suo sostentamento fisico, gli veniva da Dio: persino la « terra » in cui abitava era dono dell’Altissimo, perché egli l’aveva tolta ad altri popoli per darla a Israele! In questo sfondo si comprende bene il rapido abbozzo di « storia della salvezza », pronunciato dall’offerente al momento di deporre davanti all’altare le primizie della terra: « Mio padre era un Arameo errante; scese in Egitto, vi stette come un forestiero con poca gente e vi diventò una nazione grande, forte e numerosa. Gli Egiziani ci maltrattarono, ci umiliarono e ci imposero una dura schiavitù. Allora gridammo al Signore, al Dio dei nostri padri, e il Signore ascoltò la nostra voce, vide la nostra umiliazione, la nostra miseria e la nostra oppressione; il Signore ci fece uscire dall’Egitto con mano potente e braccio teso, spargendo terrore e operando segni e prodigi, e ci condusse in questo luogo, e ci diede questo paese dove scorre latte e miele » (Dt 26,5-9). Con l’espressione « Arameo errante » ci si vuol riferire a Giacobbe, padre delle dodici tribù, chiamato qui « Arameo » come i suoi antenati, oriundi di quella regione (Gn 25,20; 28,5; 31,20.24). Il termine « errante » non evoca solamente l’idea del nomade, ma anche l’idea di colui che non riesce a trovare la sua strada, come la pecora « perduta » nel deserto. In chiave quaresimale il testo mi sembra che esprima due idee particolarmente stimolanti: a) al termine di un lungo « peregrinare » per vie contorte e anche fuorvianti, Dio concede un approdo felice al suo popolo, donandogli la terra promessa; b) Israele « oppresso » ha gridato al Signore ed egli lo ha liberato dalla « schiavitù », operando « segni e prodigi » (v. 8). Tutto dunque è stato « dono » di Dio, anche la capacità disperata di Israele di ribellarsi al suo stato di oppressione e di umiliazione: questa « ribellione » Dio l’ha favorita per poi dare una risposta al « grido », implorante aiuto, del suo popolo.

« Se confesserai…_che Gesù è il Signore… » La fede, infatti, altro non è che una apertura e una implorazione di aiuto rivolta a Colui che solo può salvarci, introducendoci nel suo regno. È quanto ci dice, con termini molto efficaci, il passo di S. Paolo che riconosce nell’evento pasquale l’unica causa della nostra salvezza: « Se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa professione di fede per avere la salvezza » (Rm 10,10). Una confessione di fede interiore (« con il cuore »), professata però pubblicamente anche davanti alla comunità e insieme alla comunità (« con la bocca »): quasi certamente si allude qui al rito liturgico della confessione di fede battesimale. In confronto al gesto di liberazione di Jahvèh nei riguardi d’Israele, si esalta la salvezza più grande e più profonda operata da Cristo, che è offerta a tutti gli uomini e arriva perfino a spezzare il giogo della morte, per se stesso e per noi. Il problema anche qui è quello di « sentire » che abbiamo « disperato » bisogno di essere salvati e di gridare al cielo la nostra disperata sete di liberazione. Solo allora verrà la salvezza: « Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato » (v. 13). Anche dal testo paolino si ricava dunque che la nostra stessa « marcia » verso la salvezza e la forza di invocarla vengono da Dio: suo non è soltanto il dono della Terra promessa e della Pasqua, come punto di arrivo del nostro faticoso camminare, ma anche lo stesso muoverci e il sospirare quella salvezza. In questo senso mi sembra che sia molto importante riscoprire la Quaresima come « desiderio » sofferto e « implorazione » di salvezza: quello che la Liturgia chiama « segno sacramentale della nostra conversione » (Orazione). Solo una profonda dimensione di fede, come quella indicata da Paolo, può aiutarci in questo cammino: altrimenti saremmo davanti a un puro sforzo ascetico, più espressione di autosufficienza che di umile fiducia in Dio. Proprio come i Giudei di cui parla poco prima S. Paolo, quando dice che « ignorando la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria, non si sono sottomessi alla giustizia di Dio » (Rm 10,3).

« Se sei Figlio di Dio, di’ a queste pietre che diventino pane… » Il brano evangelico, ripreso da Luca (4,1-13), che ci descrive il drammatico incontro di Gesù con Satana, ci aiuta a cogliere anche meglio il senso della Quaresima come tempo di prova e di « tentazione » che affina lo spirito e lo rende totalmente docile alla volontà di Dio, colta negli appelli e nei risvolti più segreti della sua « Parola ». Non intendiamo qui affrontare i grossi problemi di carattere critico-storico-letterario che sottostanno al racconto delle tentazioni di Gesù e che saltano all’occhio di chiunque, non appena si faccia un confronto fra la triplice narrazione sinottica: ad esempio, Marco non ci dice nulla delle tre tentazioni, pur parlando della tentazione di Gesù nel deserto (1,12-13); Matteo (4,1-11) e Luca (4,1-13) non concordano fra loro nell’ordine delle tentazioni, ecc. Interessa piuttosto cogliere alcune indicazioni di fondo che ci aiutino a rileggere il brano lucano in chiave di « esperienza » quaresimale. E la prima indicazione mi sembra essere questa: per Luca la « tentazione » si coestende a tutto il tempo di dimora di Gesù nel deserto, e addirittura fino alla Passione. È dunque una « tentazione » che afferra tutta la vita di Cristo! A differenza di Matteo, infatti, Luca scrive che Gesù « fu condotto dallo Spirito nel deserto dove, per quaranta giorni, fu tentato dal diavolo » (vv. 1-2). E conclude dicendo che, « dopo aver esaurito ogni specie di tentazione, il diavolo si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato » (v. 13). Il « tempo fissato » è precisamente quello della Passione, dove il « diavolo » di nuovo appare come l’orchestratore del tradimento di Giuda (Lc 22,3) e della violenza fisica e della sopraffazione contro Cristo: « Questa è la vostra ora, e l’impero delle tenebre » (Lc 22,53), dirà Gesù alla soldatesca venuta ad arrestarlo nell’orto. Il testo ci permette anche di intravedere il « genere » di tentazione, con cui Satana, con abile suggestione, cerca di travolgere Cristo. Per ben due volte egli insiste sul fatto che Gesù è « Figlio di Dio »: « Se sei Figlio di Dio, di’ a queste pietre che diventino pane… Se sei Figlio di Dio, buttati giù… » (vv. 3.9). D’altra parte, il racconto delle tentazioni segue la scena del Battesimo, dove Gesù era stato proclamato solennemente « il Figlio prediletto » del Padre (3,22). Satana dunque collega la missione di Gesù quale « Figlio di Dio » con gesti di potenza, con manifestazioni di gloria mondana e lo invita ad accettare il ruolo di un « Messia » trionfatore e terrenistico. È questa la tentazione drammatica che ha inseguito sempre Cristo e che gli viene sempre di nuovo proposta dalle attese della gente (14,15; 19,11), dei suoi concittadini (4,23), perfino dei suoi Apostoli (10,20). Ancora sotto la Croce si leverà irridente, con una violenza quasi invincibile, l’ultimo ghigno della tentazione: « Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto » (23,35). Sembra quasi che la folla ripeta ad litteram le parole di Satana nel deserto! La tentazione di essere diverso da se stesso, di attuare un progetto di vita più facile e più accomodante, di essere il Messia desiderato dagli uomini più che quello voluto da Dio! Questa è la tentazione paurosa che Satana ha scatenato contro Cristo. Ma è anche la tentazione che scuote i cristiani d’oggi e di sempre: essere diversi da quello che Cristo, con il suo esempio ha voluto e vuole che noi siamo; adattarci alle attese degli altri, più che sollevare gli altri alle attese di Dio! È l’eterna seduzione di Satana, che purtroppo con noi riesce, mentre non è riuscita con Cristo. E non è riuscita, perché lui si è come inchiodato alla fedeltà più assoluta alla « Parola » quale espressione della volontà del Padre. È questo il significato del suo continuo ricorso alla Scrittura, per vincere le tentazioni di Satana: « Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo… Solo al Signore Dio tuo ti prostrerai, lui solo adorerai… È stato detto: Non tenterai il Signore Dio tuo » (vv. 4.8.12). Non si tratta qui tanto di una schermaglia dialettica o di sottile esegesi, quanto piuttosto di una precisa volontà di lasciarsi muovere e misurare dalla forza discriminante della Parola. E la Parola rimanda continuamente all’ultimo Assoluto che le sta dietro e la mette in essere: Dio come l’unico « Signore » che dobbiamo adorare e servire. Abbiamo qui un’altra indicazione per la nostra Quaresima: non solo l’ascolto della « Parola », ma soprattutto la realizzazione delle sue esigenze nella nostra vita per trasformarla in un autentico progetto di Dio. Solo così anche noi vinceremo, sull’esempio di Cristo, la sempre riaffiorante tentazione di un cristianesimo accomodante, che sembra voler piacere più agli uomini che a Dio (cf Gal 1,10).

Settimio CIPRIANI  (+)

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 12 février, 2016 |Pas de commentaires »

Recurrection of the body

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https://oca.org/reflections/fr.-steven-kostoff/deaths-dominion-has-been-shattered

Publié dans:immagini sacre |on 11 février, 2016 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – DALLA TRISTEZZA ALLA GIOIA – SAN PAOLO

https://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2014/documents/papa-francesco-cotidie_20140530_dalla-tristezza-alla-gioia.html

PAPA FRANCESCO – DALLA TRISTEZZA ALLA GIOIA – SAN PAOLO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Venerdì, 30 maggio 2014

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.122, Sab. 31/05/2014)

«Non aver paura», soprattutto nei momento difficili: ecco il messaggio che Papa Francesco ha riproposto nella messa celebrata venerdì 30 maggio nella cappella della Casa Santa Marta. Un messaggio di speranza che sprona a essere coraggiosi e ad avere «la pace nell’anima» proprio nelle prove — la malattia, la persecuzione, i problemi di tutti giorni in famiglia — sicuri che dopo si vivrà la gioia vera, perché «dopo il buio arriva sempre il sole». In questa prospettiva il Pontefice ha indicato subito la testimonianza di san Paolo — un uomo «molto coraggioso» — presentata negli Atti degli apostoli (18, 9-18). Paolo, ha spiegato, «ha fatto tante cose perché aveva la forza del Signore, la sua vocazione per portare avanti la Chiesa, per predicare il Vangelo». Eppure sembra che anche lui alcune volte avesse timore. Tanto che il Signore una notte, in visione, lo ha invitato espressamente a «non avere paura». Dunque anche san Paolo «conosceva quello che succede a tutti noi nella vita», avere cioè «un po’ di paura». Una paura che ci porta persino a rivedere la nostra vita cristiana, chiedendoci magari se, in mezzo a tanti problemi, in fondo «non sarebbe meglio abbassare un po’ il livello» per essere «non tanto cristiano», cercando «un compromesso con il mondo» in modo che «le cose non siano tanto difficili». Un ragionamento, però, che non è appartenuto a san Paolo, il quale «sapeva che quello che faceva non piaceva né ai giudei né ai pagani». E gli Atti degli apostoli raccontano le conseguenze: è stato portato in tribunale, poi ecco «le persecuzioni, i problemi». Tutto questo, ha proseguito il Pontefice, ci riporta anche «nelle nostre paure, nei nostri timori». E viene da chiederci se aver paura è da cristiano. Del resto, ha ricordato il Papa, «lo stesso Gesù ne ha avuta. Pensate alla preghiera del Getsemani: “Padre allontana da me questo calice”. Aveva angoscia». Però Gesù dice anche: «Non spaventarti, vai avanti!». Proprio di questo parla nel discorso di congedo dai suoi discepoli, nel Vangelo di Giovanni (16, 20-23), quando dice loro chiaramente: «Voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà»; di più, si farà beffa di voi. Cosa, poi, puntualmente avvenuta. «Pensiamo — ha rimarcato il vescovo di Roma — a quegli spettacoli del Colosseo, per esempio con i primi martiri» che sono stati condotti a «morire mentre la gente si rallegrava» dicendo: «Questi sciocchi che credono nel Risorto adesso che finiscano così!». Per tanti il martirio dei cristiani «era una festa: vedere come morivano!». È avvenuto dunque proprio quanto aveva detto Gesù ai discepoli: «il mondo si rallegrerà» mentre «voi sarete nella tristezza». C’è, allora, «la paura del cristiano, la tristezza del cristiano». Del resto, ha spiegato il Papa, «noi dobbiamo dirci la verità: non tutta la vita cristiana è una festa. Non tutta! Si piange, tante volte si piange!». Le situazioni difficili della vita sono molteplici: per esempio, ha notato, «quando tu sei malato, quando tu hai un problema in famiglia, con i figli, con la figlia, la moglie, il marito. Quando tu vedi che lo stipendio non arriva alla fine del mese e hai un figlio malato e tu vedi che non puoi pagare il mutuo della casa e devi andartene via». Sono «tanti problemi che noi abbiamo». Eppure «Gesù ci dice: non aver paura!». C’è anche «un’altra tristezza», ha aggiunto Papa Francesco: quella «che viene a tutti noi quando andiamo per una strada che non è buona». O quando, «per dirla semplicemente, compriamo, andiamo a comprare la gioia, l’allegria del mondo, quella del peccato». Con il risultato che «alla fine c’è il vuoto dentro di noi, c’è la tristezza». E questa è proprio «la tristezza della cattiva allegria». Ma se il Signore non nasconde la tristezza, non ci lascia però soltanto con questa parola. Va avanti e dice: «Ma se voi siete fedeli, la vostra tristezza si cambierà in gioia». Ecco il punto chiave: «La gioia cristiana è una gioia in speranza che arriva. Ma nel momento della prova noi non la vediamo». È infatti «una gioia che viene purificata per le prove, anche per le prove di tutti i giorni». Dice il Signore: «La vostra tristezza si cambierà in gioia». Un discorso difficile da far comprendere, ha riconosciuto il Papa. Lo si vede, per esempio, «quando tu vai da un ammalato, da un’ammalata che soffre tanto, per dire: coraggio, coraggio, domani tu avrai gioia!». Si tratta di far sentire quella persona che soffre «come l’ha fatta sentire Gesù». È «un atto di fede nel Signore» e lo è anche per noi «quando siamo proprio nel buio e non vediamo nulla». Un atto che ci fa dire: «Lo so, Signore, che questa tristezza si cambierà in gioia. Non so come, ma lo so!». In questi giorni, ha osservato il Pontefice, nella liturgia la Chiesa celebra il momento in cui «il Signore se n’è andato e ha lasciato i discepoli soli». In quel momento «forse alcuni di loro avranno sentito paura». Ma in tutti «c’era la speranza, la speranza che quella paura, quella tristezza si cambierà in gioia». E «per farci capire bene che questo è vero, il Signore prende l’esempio della donna che partorisce», spiegando: «Sì, è vero, nel parto la donna soffre tanto, ma poi quando ha il bambino con sé si dimentica» di tutto il dolore. E «quello che rimane è la gioia», la gioia «di Gesù: una gioia purificata nel fuoco delle prove, delle persecuzioni, di tutto quello che si deve fare per essere fedeli». Solo questa «è la gioia che rimane, una gioia nascosta in alcuni momenti della vita, che non si sente nei momenti brutti, ma che viene dopo». È, appunto, «una gioia in speranza». Ecco allora «il messaggio della Chiesa oggi: non aver paura», essere «coraggiosi nella sofferenza e pensare che dopo viene il Signore, dopo viene la gioia, dopo il buio arriva il sole». Il Pontefice ha quindi espresso l’auspicio che «il Signore dia a tutti noi questa gioia in speranza». E ha spiegato che la pace è «il segno che noi abbiamo di questa gioia in speranza». A dare testimonianza di questa «pace nell’anima» sono, in particolare, tanti «ammalati alla fine della vita, con i dolori». Perché proprio «la pace — ha concluso il Papa — è il seme della gioia, è la gioia in speranza». Se infatti «hai pace nell’anima nel momento del buio, nel momento delle difficoltà, nel momento delle persecuzioni, quando tutti si rallegrano del tuo male», è il segno chiaro «tu hai il seme di quella gioia che verrà dopo».

 

LA BELLEZZA CHE SALVA – CENTRALITÀ DELLA BELLEZZA NEL CRISTIANESIMO SECONDO BALTHASAR

http://www.finesettimana.org/pmwiki/?n=Db.Sintesi?num=149

LA BELLEZZA CHE SALVA – CENTRALITÀ DELLA BELLEZZA NEL CRISTIANESIMO SECONDO BALTHASAR

sintesi della relazione di Elio Guerriero Verbania Pallanza, 10 febbraio 2001

la via del frammento

Von Balthasar (1905-1988) ha cercato di dare una risposta alla grande domanda che attraversa tutto il 1900 e che oggi, con il processo di globalizzazione, è ancora più attuale: come è possibile che qualcosa di particolare, un frammento, possa avere una rilevanza universale? Come può la vicenda particolare di Gesù di Nazaret avere un valore per l’uomo di ogni luogo e di ogni tempo? Interessato alla letteratura e alla musica von Balthasar si avvicina alla teologia soprattutto dopo l’incontro con Romano Guardini a Berlino, altro grande teologo che ricorreva alla letteratura per cogliere quelle domande a cui dare una risposta in termini teologici. Di Guardini condivide il rifiuto del soggettivismo di Kant e dell’idealismo tedesco. La realtà non è creata dal soggetto e deve essere percepita in maniera più obiettiva e completa. Inoltre condivide la visione di Guardini secondo la quale vale la pena di guardare il reale in compagnia dei grandi maestri, come Socrate, Agostino, Dante, Pascal, Kirkegaard, Rilke, Dostoevskij. Insieme con loro si può percepire meglio il reale e accostarsi meglio a Cristo. Laureatosi in letteratura, von Balthasar decide di diventare gesuita. Frequenta con disagio lo studentato di filosofia dove impera la filosofia scolastica. A Lione incontra De Lubac, che lo avvia alla conoscenza dei padri della Chiesa. Nel 1939, diventato assistente degli studenti cattolici a Basilea, incontra Adrienne von Speyr che influenzerà profondamente la sua teologia. Cerca di capire- ripeteva spesso Adrienne – Dio non è così. Dio non tiene i conti. Dio è prodigo, è anzitutto colui che dà. Questa visione getta luce sul mistero trinitario: il Padre è colui che non tiene la divinità per sé, ma la dona completamente al Figlio, il quale la restituisce interamente al Padre in gratitudine, nello Spirito dell’agape. E’ questa la grande rivelazione di Adrienne. Ma come mai vi è il peccato nel mondo e Dio lo permette? Il mondo, le creature, secondo Adrienne, sono il dono gratuito che il Padre fa al Figlio nel desiderio di donare sempre di più, sono come la rosa che l’amato dà all’amata. Di fronte al rifiuto delle creature, di fronte al peccato, il Figlio si offre spontaneamente per andare a riprenderle, per riportarle a casa. Gesù è come il pastore che va alla ricerca della pecorella smarrita. In questa prospettiva Adrienne dà molta importanza alla discesa agli inferi, come annuncio di solidarietà totale con tutti gli uomini di tutti i tempi: Gesù vive totalmente la solidarietà con tutti. A Basilea von Balthasar incontra Karl Barth, a cui attribuisce il merito di avere superato definitivamente la visione di Calvino secondo la quale Dio è venuto al mondo per dire sì e no. Dio, per Barth, è venuto al mondo per dire solo sì. Per fare teologia secondo von Balthasar bisogna essere in qualche modo consanguinei di Dio, bisogna essere santi. Nasce da questa visione la polemica contro i « teologi a tavolino ». Solo nel dono si può capire che Dio non tiene nulla per se stesso, ma si dona. Apprezza di Bernanos la figura del santo che si fa carico del peccato di tanti e di Teresa di Lisieux la via dell’infanzia spirituale, la via del bambino che sta in braccio alla mamma, la via della fiducia gioiosa. Siamo tutti frammenti, siamo tutti piccole creature, ma con un significato universale. Anche il più piccolo degli uomini è importante per Dio ed è importante per l’uomo. Non invitato al concilio Vaticano secondo, dedicherà il suo tempo alla stesura della sua monumentale trilogia (Gloria, Teodrammatica e Teologica), che inizia proprio affrontando il tema della bellezza. la bellezza che è Cristo

Von Balthasar critica severamente il mondo contemporaneo per avere abbandonato la bellezza e per averne smarrito il senso: « la bellezza disinteressata ha preso congedo in punta di piedi dal mondo moderno di interessi per abbandonarlo alla sua cupidità e alla sua tristezza » e, aggiunge « non è più amata e custodita nemmeno nella religione ». Secondo Balthasar la bellezza è ciò che ha a che fare con la forma, tanto che in latino bello si dice « formosus ». Si coglie la forma percependo l’unità interna. Ciò che ha forma è armonico, ordinato e bello, è cosmo in opposizione a caos. Cogliendo la forma è possibile afferrare il principio organizzativo di ogni essere, che è tanto più strutturato quanto più è perfetto. La forma – dice Balthasar – splende, si dà a conoscere. Per cercare di entrare nel cuore di una persona non si può fare a meno della sua forma, come per gustare un’opera d’arte. Ma la luce della bellezza non solo illumina, ma anche nasconde. Quanto più si comprende un’opera d’arte tanto più ci avviciniamo al mistero. Quanto più ci avviciniamo ad una persona, tanto più scopriamo l’altro come alterità. Quanto più si tolgono i veli, tanto più ci avviciniamo a Dio. Sono due aspetti del reale: da una parte la forma si dà a conoscere con lo splendore, dall’altra, quanto più splende, tanto più nasconde o rivela un mistero. la liturgia del cosmo

Così quanto più noi ci avviciniamo alla realtà, ci avviciniamo all’altro, tanto più ci avviciniamo al mistero, alla trascendenza, a Dio. Ogni bellezza creata rimanda alla bellezza originaria di Dio, ne è una cifra: « I cieli narrano la gloria di Dio e l’opere delle sue mani annunzia il firmamento ». E’ la liturgia del cosmo. Il cosmo è un canto di bellezza, che può essere innalzato da ogni uomo. Ma questa liturgia cosmica è come attraversata da una dissonanza, dalla presenza costante e in crescita del peccato, che ostacola sempre più l’uomo a scorgere la bellezza. Di fronte al diffondersi del peccato Dio intraprende una paziente e straordinaria opera per riportare a casa l’uomo che si è allontanato e corre il rischio di perdersi. Poiché la bellezza del cosmo non basta, Dio decide di rendersi presente con la rivelazione in forme sempre più incisive e radicali. Innanzitutto nelle teofanie dell’Antico Testamento attraverso le quali si manifesta come un Dio che vuole entrare in dialogo con gli uomini rivelando il suo nome. Ma gli israeliti ne abusano. Dio non si ritrae di fronte alla cattiveria degli uomini, ma si dona ancora di più, inviando i suoi profeti. Ma il popolo li ammazza. la rivelazione di Dio

A Dio non resta che inviare il proprio Figlio. Ma anche il Figlio viene ucciso. E’ questa la bellezza della rivelazione di Dio, che come il pastore della parabola, con infinita pazienza cerca in tutti i modi di riportare a casa la recalcitrante pecorella smarrita, senza ricorrere alla violenza, ma con un’opera illimitata di convinzione e di benevolenza. La bellezza di Dio viene dalla sua azione buona, dal suo andare incontro alla creatura, dal suo venire al mondo per salvare la sua creatura. Questo è possibile perché in Dio stesso, come svela il mistero trinitario, c’è in Dio fin dall’eternità questo dono. Il Padre, pur avendo la divinità, non la tenne per sé come tesoro geloso, ma la donò al Figlio. Questo gesto iniziale si ripete nella storia, con la venuta del Figlio nel mondo (kenosi), per convincere, come fa la mamma con il suo bambino, la creatura a tornare da lui. la bellezza di Dio La bellezza è il dono sproporzionato, la prodigalità di Dio che si manifesta a noi in particolare nella venuta del Figlio nel mondo. La bellezza è il viaggio del Figlio di Dio attraverso la terra per salire sulla croce. La bellezza cristiana è la non forma, è colui da cui si distoglie lo sguardo perché troppo brutto da vedere (canti del servo di Isaia). La bellezza è l’estremo amore di Dio nella gloria del suo morire. Ma la vertigine di questo amore non termina sulla croce, ma scende sino agli inferi, nella solitudine della morte, nella solidarietà più estrema, per riportare a Dio quanto di imperfetto, di caotico e di deforme c’è nella creazione. Il viaggio di Cristo nel mondo, di Dio che diventa senza forma per ridar forma al cosmo, per riportare ordine e pace lì dove aveva prevalso il caos e la violenza, è la risurrezione. La risurrezione è l’abbraccio tra Padre e Figlio nello Spirito dell’amore. Gli apostoli, e noi con loro, sono chiamati a rendere testimonianza e a vivere questa esperienza fondamentale di amore, di prodigalità estrema, di bellezza.

Publié dans:BELLEZZA (LA) |on 11 février, 2016 |Pas de commentaires »

Tempo di Quaresima

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http://www.aboutcatholics.com/beliefs/lent-in-the-catholic-church/

Publié dans:immagini sacre |on 10 février, 2016 |Pas de commentaires »

BRANO BIBLICO SCELTO – ROMANI 5,12-15

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Romani%205,12-21

BRANO BIBLICO SCELTO – ROMANI 5,12-15

12 Quindi, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato. 13 Fino alla legge infatti c’era peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la legge, 14 la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato con una trasgressione simile a quella di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire. 15 Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo morirono tutti, molto di più la grazia di Dio e il dono concesso in grazia di un solo uomo, Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti gli uomini.

COMMENTO Romani 5,12-21 Peccato e grazia Il c. 5 della lettera rappresenta l’ultimo anello della lunga esposizione riguardante la giustificazione mediante la fede che aveva avuto inizio in 1,16. In esso l’apostolo, dopo aver messo in luce la prospettiva escatologica della giustificazione (vv. 1-11), passa a trattare il tema della vittoria sul peccato che essa comporta (vv. 12-21). Egli aveva già affrontato questo secondo tema quando, dopo aver descritto la rivelazione dell’ira di Dio, causata appunto dal peccato dell’uomo, aveva presentato l’opera di Cristo come una redenzione e una espiazione (Rm 3,21-26). Ora lo riprende sottolineando come la liberazione dal peccato implichi il passaggio dell’uomo dalla solidarietà con l’umanità peccatrice (vv. 12-14) alla solidarietà con Cristo (vv. 15-19). Il brano termina con un confronto tra il ruolo della grazia e quello della legge (vv. 20-21).

Solidarietà con Adamo (vv. 12-14) Il testo inizi con questa affermazione: «Quindi, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato» (v. 12). In questo versetto la situazione in cui si trovava l’umanità prima di Cristo viene descritta alla luce di quanto la Genesi dice di colui che è stato il primo peccatore. Il brano inizia con un «quindi» (dia touto, per questo) esplicativo, mediante il quale Paolo ricollega quanto sta per dire al brano precedente, indicando così l’intenzione di dare ulteriori spiegazioni circa il ruolo svolto da Cristo nella riconciliazione dell’umanità con Dio. L’apostolo prosegue con un «come» (hôsper), che introduce un confronto tra due personaggi, Adamo e Cristo. Il primo termine di paragone è Adamo, il quale sarà citato per nome solo in seguito. Il riferimento al progenitore dell’umanità deve essere compreso alla luce di un concetto tipico del mondo biblico designato con l’appellativo di “personalità corporativa”: in base ad esso una collettività viene identificata con una singola persona, la quale rappresenta tutti i suoi membri ed esprime in se stessa quelle spinte che stanno alla base della loro aggregazione. Così Adamo è presentato nella Genesi non solo come il progenitore, ma anche come il simbolo e il rappresentante di tutta l’umanità che da lui deriva. Questa idea è espressa in modi diversi anche nei testi giudaici. Nel Quarto libro di Esdra si afferma che, a motivo del peccato da lui commesso, non fu vinto solo Adamo, ma anche tutti quelli che sono nati da lui (4Esd 3,21); la rovina non è stata solo sua, ma anche di tutti quelli che sono discesi da lui (4Esd 7,118). Secondo l’Apocalisse di Mosè il peccato di Eva ha coinvolto tutta la creazione (n. 32). Nell’Apocalisse siriaca di Baruc si sottolinea che Adamo è stato causa di male solo per sé, mentre ognuno di noi è divenuto Adamo a se stesso (2Bar 54,15). Secondo il libro di Enoc il peccato non fu mandato sulla terra, ma sono gli uomini che l’hanno creato da se stessi (1En 98,4). Infine secondo il libro deuterocanonico della Sapienza «la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo, e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono» (Sap 2,24). Evocando la figura di Adamo Paolo osserva che «a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte». Questa frase richiama molto da vicino proprio il testo di Sap 2,24 appena citato, con la differenza che il diavolo è sostituito con il «peccato» (hamartia), presentato come un’entità personificata che, a partire dal primo uomo, prende possesso dell’umanità intera. Al peccato viene strettamente associata la morte, che nel racconto genesiaco rappresenta la sua immediata conseguenza; anche qui, come in Gen 3 e più esplicitamente in Sap 2,24, la morte fisica è vista come simbolo di una realtà più drammatica, che consiste nel distacco da Dio. Dopo aver caratterizzato Adamo come colui che ha introdotto il peccato e la morte nel mondo, Paolo prosegue con un «e così» (kai houtôs) con cui non introduce ancora, come ci si sarebbe aspettati, il secondo termine di paragone, cioè la figura e il ruolo di Cristo, ma approfondisce ulteriormente le conseguenze del gesto di Adamo. Egli afferma che, per sua colpa, anche la morte «è entrata» (diêlthen) in tutti gli uomini, cioè ha preso possesso di loro, «poiché (eph’ôi) tutti hanno peccato». In passato l’espressione eph’ôi è stata erroneamente tradotta «nel quale», e di conseguenza si è supposto che «in Adamo» tutti abbiano peccato, cioè che il peccato da lui commesso si sia trasmesso a tutti i suoi discendenti. Nei tempi moderni si è invece accertato che eph’ôi in greco significa semplicemente «poiché»: Paolo vuole quindi affermare che, dopo essere entrata nel mondo con il peccato di Adamo, la morte ha raggiunto tutti gli uomini a motivo del fatto che tutti hanno peccato. In altre parole il peccato di Adamo ha avuto effetti devastanti in quanto tutti gli uomini, con i loro peccati personali, si sono resi partecipi e corresponsabili di quella situazione di morte a cui egli ha dato inizio. La situazione dei bambini che non hanno ancora raggiunto l’età della ragione e quindi non possono peccare personalmente è chiaramente fuori dell’orizzonte di Paolo. Dopo aver segnalato l’ingresso nel mondo del peccato e della morte, Paolo prosegue: «Fino alla legge infatti c’era peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la legge, la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato con una trasgressione simile a quella di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire» (vv. 13-14). La situazione di peccato e di morte determinata dal primo uomo si è protratta fino al momento in cui Dio ha conferito la legge a Israele. Alla mente di Paolo sale però un’obiezione: come è possibile ciò «se il peccato non può essere imputato (ouk ellogeitai) quando manca la legge»? Se non c’è una legge che proibisce una certa azione, il commetterla non può essere considerato come peccato, se si intende per peccato la trasgressione di un precetto. Ciò è esattamente quanto aveva affermato egli stesso in Rm 4,15 («dove non c’è legge, non c’è nemmeno trasgressione»). Ma per Paolo non esiste nessun essere umano che non abbia avuto, se non la legge mosaica, almeno qualcosa di simile: tutti infatti hanno conosciuto Dio (cfr. 1,19-20), venendo così a conoscere quella legge morale che hanno trasgredito. Perciò risponde all’obiezione osservando che «la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato con una trasgressione (parabasis) simile a quella di Adamo» (v. 14). In altre parole siccome la morte, vista come un fatto non solo fisico ma anche spirituale (lontananza da Dio con tutte le conseguenze descritte in 1,18-33), ha manifestato i suoi effetti devastanti anche su coloro che non avevano ricevuto come Adamo un precetto esplicito, ciò è sufficiente per dire che anch’essi non sono esenti dal peccato. Dopo aver menzionato espressamente due volte il nome di Adamo, che non riapparirà più nella lettera, Paolo aggiunge che egli è «immagine (typos) di colui che doveva venire». Con queste parole riporta il discorso all’intenzione originaria, che era quella di confrontare Adamo con Cristo. Tutti gli uomini si sono resi corresponsabili del peccato commesso dal primo uomo, cioè si sono lasciati liberamente coinvolgere nella situazione che da lui ha avuto origine. Ma la sua persona è solo una «figura» di Cristo: egli parla dunque di Adamo nella misura in cui è utile per capire meglio il ruolo di Cristo.

La comunione con Cristo (vv. 15-19) La seconda parte del brano è dominata dal confronto tra l’opera di Adamo e quella di Cristo. Anzitutto l’apostolo sottolinea la superiorità dell’opera di Cristo su quella di Adamo (vv. 15-17) e successivamente li contrappone l’uno all’altro facendo ricorso al parallelismo antitetico (vv. 18-19). La superiorità di Cristo su Adamo (vv. 15-17) viene messa in luce a partire dal concetto di personalità corporativa, quale appare da due figure bibliche, il Servo di JHWH e il Figlio dell’uomo, che incarnano in se stesse tutto il popolo eletto. Il Servo di JHWH è un personaggio anonimo che annunzia ai giudei esuli in Babilonia la loro imminente liberazione (Is 42,1-7), ma è osteggiato e perseguitato (Is 49,1-6; 50,4-9), finché viene addirittura eliminato fisicamente (Is 52,13 – 53,12). Tuttavia proprio mediante la sua morte porta a termine la sua missione: «Avendo offerto se stesso in espiazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore» (Is 53,10); «Il giusto mio servo giustificherà i molti, egli si è addossato la loro iniquità» (Is 53,11). Mediante la sua sofferenza e la sua morte, di cui sono responsabili proprio coloro a cui è diretto il suo messaggio, il Servo diventa dunque il punto di aggregazione degli israeliti (i «molti») dispersi in terra straniera, che in lui riscoprono la loro elezione e ritornano al loro Dio. Il Figlio dell’uomo, di cui si parla nel libro di Daniele (Dn 7), è un individuo (= figlio) appartenente alla razza umana (= «uomo» in senso collettivo): egli è «l’Uomo» per eccellenza, il nuovo Adamo, al quale è affidato, in contrasto con il primo Adamo, il compito di mediatore della salvezza. Il Figlio dell’uomo viene «sulle nubi del cielo», cioè da Dio, e riceve da lui un regno eterno (Dn 7,13-14): egli è dunque il mediatore escatologico per mezzo del quale Dio instaura il suo regno, ma al tempo stesso rappresenta il popolo dei santi dell’Altissimo, cioè l’Israele escatologico (Dn 7,27). Paolo sviluppa la sua dimostrazione mediante tre argomenti. Anzitutto egli afferma: «Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo morirono tutti, molto di più la grazia di Dio e il dono concesso in grazia di un solo uomo, Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti gli uomini» (v. 15). È questo un tipico argomento a fortiori, cioè «dal meno al più». La superiorità di Cristo su Adamo appare anzitutto dal fatto che «il dono di grazia» (charisma) non è come la «caduta» (paraptôma, trasgressione, azione peccaminosa): infatti se la caduta di uno solo ha fatto sì che «tutti» (hoi polloi, i molti, la moltitudine) morissero, molto di più grazie a un solo uomo, Gesù Cristo, la grazia di Dio ha abbondato «per tutti» (eis tous pollous, per i molti). In altre parole, proprio per la sua funzione di Uomo (Figlio dell’uomo, nuovo Adamo) e di Servo di JHWH, Cristo ha portato a tutta l’umanità una realtà di segno positivo (grazia) che supera immensamente quella di segno negativo (morte) di cui è stato portatore Adamo. Il secondo argomento è così formulato: «E non è accaduto per il dono di grazia come per il peccato di uno solo: il giudizio partì da un solo atto per la condanna, il dono di grazia invece da molte cadute per la giustificazione» (v. 16). Paolo fa qui un confronto antitetico tra due situazioni analoghe: un solo atto peccaminoso ha procurato la condanna, mentre molte cadute sono state eliminate mediante quella grazia speciale che consiste nella giustificazione (dikaiôma). Infine egli aggiunge un terzo argomento a forziori: «Infatti se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo» (v. 17). Se è vero che la caduta di uno solo è stata capace di far regnare la morte, molto più grande è il dono della giustizia, attuata da Cristo, perché in forza di esso quelli che lo ricevono regneranno (un giorno) nella vita. Nell’opera di Cristo, nuovo Adamo, si attua quindi un’opera molto pià grande e potente di quella compiuta dal primo Adamo. Questi infatti ha commesso un’azione peccaminosa (caduta), che è il tipo e il punto di partenza di tutte le altre, e da essa è derivato un danno terribile per l’umanità, la morte. Cristo invece ha vinto la morte, ha effuso la grazia di Dio, ha effettuato la giustificazione e ha instaurato il regno di Dio, aprendo la strada alla risurrezione finale. Egli ha così dimostrato una potenza aggregativa che mette decisamente in secondo piano quella disgregativa di Adamo. Nella seconda parte del brano Paolo prosegue in chiave analogica il confronto tra l’opera di Adamo e quella di Cristo: «Come dunque per la colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera di giustizia di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dá vita. Similmente, come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti» (vv. 18-19). Come per la «caduta» (paraptôma) di uno solo (si è riversata) su tutti gli uomini la condanna (katakrima), così anche per l’«opera giusta» (dikaiôma) di uno solo (si riversa) su tutti la «giustificazione che dà vita» (dikaiôsis zôês). Come per la disobbedienza (parakoê) di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così per l’obbedienza (hypakoê) di uno solo tutti saranno costituiti giusti. In altre parole, c’è veramente una somiglianza tra l’opera di Adamo e quella di Cristo. Ma mentre Adamo, con la sua disobbedienza, ha provocato la condanna e la morte di tutti, Cristo, con la sua obbedienza, ne ha causato la giustificazione e la vita. La solidarietà nel male simboleggiata in Adamo può dare solo una pallida idea della nuova aggregazione messa in atto da Cristo. Infatti di fronte alla profonda comunione di affetti e di vita che Cristo ha attuato tra coloro che in lui sono stati riconciliati con Dio, la solidarietà con Adamo, portatrice di condanna e di morte, appare come una specie di caricatura, una connivenza nel delitto, che è fonte non di unità, ma di disgregazione, di odio e di sopraffazione.

Legge e grazia (vv. 20-21) La superiorità di Cristo su Adamo lascia aperto un problema che Paolo affronta alla fine della sua esposizione: «La legge poi sopraggiunse a dare piena coscienza della caduta, ma laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia» (v. 20). Nel periodo che va da Mosè a Cristo, la legge non ha forse posto rimedio, almeno per il popolo giudaico, alla situazione di peccato e di morte introdotta da Adamo? Già precedentemente l’apostolo aveva posto sullo stesso piano giudei e gentili per quanto concerne il loro coinvolgimento nel peccato (cfr. Rm 2,1-3,20; 3,23). D’altra parte aveva già accennato al ruolo in gran parte negativo della legge: essa non solo si limita a dare la conoscenza del peccato (3,20), ma provoca l’ira di Dio (4,15) perché con le sue prescrizioni fa sì che il peccato, in quanto potenza di male che si trova nell’uomo, provochi una molteplicità di trasgressioni. Ora egli afferma che la legge «sopraggiunse» (pareisêlthen) perché abbondasse (pleonasêi, si moltiplicasse) la «caduta» (paraptôma). La legge dunque è venuta in un secondo momento e non ha eliminato il peccato, anzi ha provocato un aumento se non del peccato in quanto tale, almeno delle azioni con le quali l’umanità pecca trasgredendo la volontà di Dio (cfr. Rm 7). Paolo soggiunge però che «dove abbondò (epleonasen) il peccato (hamartia), sovrabbondò (hypereperisseusen) la grazia»: egli suppone dunque che in realtà, con la moltiplicazione delle cadute, si è esteso anche il peccato; tuttavia dall’opera di Cristo si sprigiona una potenza di bene molto più grande, capace di neutralizzare il male che domina il mondo. Infine Paolo afferma che una grazia tanto abbondante è stata conferita «affinché (hina), come regnò il peccato nella morte, così regni anche la grazia mediante la giustizia (dikaiôsynê) per la vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore» (v. 21). La potenza di Dio, che si manifesta per mezzo di Cristo, appare veramente tale in quanto riesce a eliminare il regno del peccato e della morte, sostituendolo con quello della grazia e della giustizia che conferisce la vita eterna. La legge non ha dunque portato un vero miglioramento, anzi ha aggravato la situazione dell’umanità peccatrice. Ma anche questo è stato previsto da Dio, il quale ha voluto che ciò accadesse affinché potesse meglio apparire la potenza della grazia che intendeva comunicare per mezzo di Cristo. Con questa affermazione Paolo giunge alla conclusione della sua riflessione su Adamo e Cristo e di tutta la prima sezione della lettera.

Linee interpretative In questo brano Paolo mostra come il peccato abbia creato nell’umanità tutta una rete di connivenze e di rapporti sbagliati, che ha la sua origine in Adamo, cioè risale agli inizi stessi dell’umanità; da essi deriva la morte, intesa non solo come cessazione della vita fisica, ma come il fallimento più radicale dell’uomo e della sua umanità. Ogni essere umano, nel momento stesso in cui viene al mondo, si trova già in qualche modo immerso in questa triste realtà, ma ne diventa corresponsabile nella misura in cui anch’egli liberamente si associa ad essa con il suo peccato personale. Paolo non pensa dunque che il peccato di Adamo si trasmetta misteriosamente da lui a ognuno dei suoi discendenti, ma lo considera come l’inizio di una «situazione di peccato» in cui tutti, non senza loro colpa (cfr. 1,19-21) e con le debite eccezioni (cfr. 2,14-15.29), sono coinvolti. Circa Adamo e il suo peccato Paolo non ha dunque una rivelazione speciale da fare, ma riprende questa suggestiva immagine biblica per mostrare come Dio abbia inviato un nuovo Adamo, capostipite di un’umanità riconciliata, al quale ognuno è chiamato ad associarsi mediante la fede. Anche se non affronta direttamente il tema del «peccato originale», così come sarà formulato nella teologia successiva, egli parla effettivamente di un peccato delle origini, in cui si trova immersa l’umanità prima di Cristo. A proposito del rapporto tra peccato e morte, Paolo non vuole certo affermare che, senza il peccato di Adamo, la morte in senso fisico non sarebbe esistita: è chiaro infatti che la morte è un evento naturale, e come tale viene solitamente considerata nella Bibbia. Al contrario egli ritiene che, a causa del peccato, la morte cambi profondamente significato: senza di esso l’uomo avrebbe terminato la sua esistenza terrena nella comunione con Dio e nella serena fiducia di una sopravvivenza in lui; il peccato, invece, fa sì che la morte diventi il simbolo e il marchio del suo fallimento, trasformandola quindi in una realtà ostile, che l’uomo tende continuamente a rimuovere. E proprio nel vano tentativo di allontanare la morte, l’uomo peccatore si chiude sempre più nella difesa egoistica di se stesso e dei suoi privilegi (denaro, potere, gloria), immergendosi così ancora di più nel suo peccato. In questo senso si può dire che il peccato e la morte agiscono simultaneamente per procurare la rovina dell’uomo. Alla dolorosa realtà a cui il primo uomo ha dato inizio Paolo contrappone l’opera di Cristo, che con la sua morte e risurrezione ha sostituito alla condanna la «grazia» di Dio. Questa fa sì che il credente esca dal suo isolamento per ritrovarsi in una profonda armonia con Dio e con i fratelli. In questa sua opera, che lo accomuna al Servo di jhwh, Cristo appare come il nuovo Adamo da cui ha origine un’umanità riconciliata con Dio. Per i piccoli gruppi cristiani presenti allora nella capitale dell’impero questa affermazione, se da una parte metteva in crisi una certa concezione della legge, dall’altra non poteva non comunicare una profonda consapevolezza del loro ruolo a servizio di tutta la società.

Publié dans:Lettera ai Romani |on 10 février, 2016 |Pas de commentaires »

CONVERSIONE DI SAN PAOLO APOSTOLO 2016 – OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2016/documents/papa-francesco_20160125_vespri-conversione-san-paolo.html

CELEBRAZIONE DEI VESPRI NELLA SOLENNITÀ DELLA CONVERSIONE DI SAN PAOLO APOSTOLO

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica di San Paolo fuori le Mura

Lunedì, 25 gennaio 2016

«Io sono il più piccolo tra gli apostoli […] perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio, però, sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana» (1 Cor 15,9-10). L’apostolo Paolo così riassume il significato della sua conversione. Essa, avvenuta dopo il folgorante incontro con Gesù Risorto (cfr 1 Cor 9,1) sulla strada da Gerusalemme a Damasco, non è prima di tutto un cambiamento morale, ma un’esperienza trasformante della grazia di Cristo, e al tempo stesso la chiamata ad una nuova missione, quella di annunciare a tutti quel Gesù che prima perseguitava perseguitando i suoi discepoli. In quel momento, infatti, Paolo comprende che tra il Cristo vivente in eterno e i suoi seguaci esiste un’unione reale e trascendente: Gesù vive ed è presente in loro ed essi vivono in Lui. La vocazione ad essere apostolo si fonda non sui meriti umani di Paolo, che si considera “infimo” e “indegno”, ma sulla bontà infinita di Dio, che lo ha scelto e gli ha affidato il ministero. Una simile comprensione di quanto accaduto sulla via di Damasco è testimoniata da san Paolo anche nella Prima Lettera a Timoteo: «Rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede, e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù» (1,12-14). La sovrabbondante misericordia di Dio è la ragione unica sulla quale si fonda il ministero di Paolo, ed è allo stesso tempo ciò che l’Apostolo deve annunciare a tutti. L’esperienza di san Paolo è simile a quella delle comunità alle quali l’apostolo Pietro indirizza la sua Prima Lettera. San Pietro si rivolge ai membri di comunità piccole e fragili, esposte alla minaccia della persecuzione, e applica ad essi i titoli gloriosi attribuiti al popolo santo di Dio: «stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato» (1 Pt 2,9). Per quei primi cristiani, come oggi per tutti noi battezzati, è motivo di conforto e di costante stupore sapere di essere stati scelti per far parte del disegno di salvezza di Dio, attuato in Gesù Cristo e nella Chiesa. “Perché, Signore, proprio me?”; “perché proprio noi?”. Attingiamo qui il mistero della misericordia e della scelta di Dio: il Padre ama tutti e vuole salvare tutti, e per questo chiama alcuni, “conquistandoli” con la sua grazia, perché attraverso di loro il suo amore possa raggiungere tutti. La missione dell’intero popolo di Dio è di annunciare le opere meravigliose del Signore, prima fra tutte il Mistero pasquale di Cristo, per mezzo del quale siamo passati dalle tenebre del peccato e della morte allo splendore della sua vita, nuova ed eterna (cfr 1 Pt 2,10). Alla luce della Parola di Dio che abbiamo ascoltato, e che ci ha guidato durante questa Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, possiamo davvero dire che tutti noi credenti in Cristo siamo “chiamati ad annunciare le opere meravigliose di Dio” (cfr 1 Pt 2,9). Al di là delle differenze che ancora ci separano, riconosciamo con gioia che all’origine della vita cristiana c’è sempre una chiamata il cui autore è Dio stesso. Possiamo progredire sulla strada della piena comunione visibile tra i cristiani non solo quando ci avviciniamo gli uni agli altri, ma soprattutto nella misura in cui ci convertiamo al Signore, che per sua grazia ci sceglie e ci chiama ad essere suoi discepoli. E convertirsi significa lasciare che il Signore viva ed operi in noi. Per questo motivo, quando insieme i cristiani di diverse Chiese ascoltano la Parola di Dio e cercano di metterla in pratica, compiono davvero passi importanti verso l’unità. E non è solo la chiamata che ci unisce; ci accomuna anche la stessa missione: annunciare a tutti le opere meravigliose di Dio. Come san Paolo, e come i fedeli a cui scrive san Pietro, anche noi non possiamo non annunciare l’amore misericordioso che ci ha conquistati e che ci ha trasformati. Mentre siamo in cammino verso la piena comunione tra noi, possiamo già sviluppare molteplici forme di collaborazione, andare insieme e collaborare per favorire la diffusione del Vangelo. E camminando e lavorando insieme, ci rendiamo conto che siamo già uniti nel nome del Signore. L’unità si fa in cammino. In questo Anno giubilare straordinario della Misericordia, teniamo ben presente che non può esserci autentica ricerca dell’unità dei cristiani senza un pieno affidarsi alla misericordia del Padre. Chiediamo anzitutto perdono per il peccato delle nostre divisioni, che sono una ferita aperta nel Corpo di Cristo. Come Vescovo di Roma e Pastore della Chiesa Cattolica, voglio invocare misericordia e perdono per i comportamenti non evangelici tenuti da parte di cattolici nei confronti di cristiani di altre Chiese. Allo stesso tempo, invito tutti i fratelli e le sorelle cattolici a perdonare se, oggi o in passato, hanno subito offese da altri cristiani. Non possiamo cancellare ciò che è stato, ma non vogliamo permettere che il peso delle colpe passate continui ad inquinare i nostri rapporti. La misericordia di Dio rinnoverà le nostre relazioni. In questo clima di intensa preghiera, saluto fraternamente Sua Eminenza il Metropolita Gennadios, rappresentante del Patriarcato ecumenico, Sua Grazia David Moxon, rappresentante personale a Roma dell’Arcivescovo di Canterbury, e tutti i rappresentanti delle diverse Chiese e Comunità ecclesiali di Roma, qui convenuti questa sera. Con loro siamo passati attraverso la Porta Santa di questa Basilica, per ricordare che l’unica porta che ci conduce alla salvezza è Gesù Cristo nostro Signore, il volto misericordioso del Padre. Rivolgo un cordiale saluto anche ai giovani ortodossi e ortodossi orientali che studiano qui a Roma con il sostegno del Comitato di Collaborazione Culturale con le Chiese Ortodosse, che opera presso il Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, nonché agli studenti dell’Ecumenical Institute of Bossey, in visita qui a Roma per approfondire la loro conoscenza della Chiesa Cattolica. Cari fratelli e sorelle, uniamoci oggi alla preghiera che Gesù Cristo ha rivolto al Padre: «siano una sola cosa […] perché il mondo creda» (Gv 17,21). L’unità è dono della misericordia di Dio Padre. Qui davanti alla tomba di san Paolo, apostolo e martire, custodita in questa splendida Basilica, sentiamo che la nostra umile richiesta è sostenuta dall’intercessione della moltitudine dei martiri cristiani di ieri e di oggi. Essi hanno risposto con generosità alla chiamata del Signore, hanno dato fedele testimonianza, con la loro vita, delle opere meravigliose che Dio ha compiuto per noi, e sperimentano già la piena comunione alla presenza di Dio Padre. Sostenuti dal loro esempio – questo esempio che fa proprio l’ecumenismo del sangue – e confortati dalla loro intercessione, rivolgiamo a Dio la nostra umile preghiera.

 

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