Archive pour février, 2016

Crocifissione

Crocifissione dans immagini sacre Crucifixion

http://www.odiguitria.com/Icones.html

Publié dans:immagini sacre |on 18 février, 2016 |Pas de commentaires »

GRANDE SALTO – IL CORAGGIO DELL’AURORA /1

http://notedipastoralegiovanile.it/index.php?option=com_content&view=article&id=5875:osare-il-grande-salto&catid=407:npg-annata-2013&Itemid=207

GRANDE SALTO – IL CORAGGIO DELL’AURORA /1

Un percorso di spiritualità per i giovani sulle tracce di Etty

Fabiola Falappa

(NPG 13-01-22)   Si potrebbe credere che la nostra cultura stia morendo, soprattutto nel suo nucleo occidentale più antico, l’Europa. Ma potrebbe anche essere tutto il contrario, un’alba. Proviamo a verificare quest’ultima ipotesi. Le due cose unite insieme, la morte e l’alba, danno una crisi. Ma l’alba ha più valore della morte nella storia umana, l’alba della condizione umana che si annuncia più e più volte e torna a riapparire dopo ogni sconfitta. La storia intera si potrebbe infatti definire  come una sorta di aurora ripetuta e mai pienamente riuscita, protesa verso il futuro. (María Zambrano)[1]   Alla ricerca del senso dell’esistere Nell’iniziare questo percorso è importante sottolineare un dato che purtroppo spesso rischia di essere banalizzato o interamente misconosciuto. Mi riferisco all’approccio che, a mio avviso, risulta più autentico e fecondo nell’incontrare i giovani: il riconoscere che l’esistenza è sensata ed ha valore: e ciò proprio a partire dalla instancabile e incessante ricerca di un senso condivisibile, tipica dell’età giovanile. È in modo particolare nel relazionarsi con le nuove generazioni infatti che sperimentiamo la presenza, magari configurata anche solo o ancora come bisogno e necessità, del darsi di un senso che sia credibile e condiviso come punto di partenza concreto. Prima ancora dell’idea che il senso scaturisca dal Tu divino, sono i giovani che ci insegnano il valore fondamentale della relazione con gli altri, i quali – come accade quotidianamente – sono fonte di senso e di valore per noi. Davvero concreto e credibile è il muovere da sé e nel contempo dagli altri, in uno scambio reciproco di condivisione. Questa è la dinamica che, da giovane, caratterizza il vivere di Etty Hillesum. Lei da un’ottica individualistica si è aperta all’altro per incontrare così con stupore e meraviglia l’Altro, e da quest’incontro scaturisce poi un rinnovato modo di relazionarsi alla comunità. Ed è a maggior ragione nella difficoltà contemporanea, che spesso finisce per disorientare e travolgere i giovani alla ricerca di un senso partecipabile, che ritengo vada accolta la testimonianza aurorale di questa giovane donna. Una fotografia superficiale dell’universo giovanile cade in facili definizioni ed etichetta adolescenti e ragazzi come disimpegnati, bamboccioni, vittime dell’individualismo. Una generazione rinchiusa in una gabbia di amicizie più o meno virtuali, frastornata da miti falsi e illusioni, priva di orizzonti sul futuro. Eppure incontrando i giovani, in carne e ossa, si scopre che sono capaci di mettersi in gioco, pronti a sfatare il luogo comune che lega giovinezza a disinteresse e alla scarsa attitudine alla riflessione. In un altro orizzonte invece, opposto a quello odierno, anche le nuove generazioni sarebbero accolte per i loro bisogni e riconosciute come co-soggetti di rinnovamento. Ma questo è un dovere tuttora eluso da una parte rilevante del mondo adulto e delle istituzioni. Se non vogliamo sprecare l’immenso valore del dialogo tra le generazioni né mortificare la vita di chi oggi è giovane, occorre prendere distanza dalle attuali identificazioni per cui i giovani sono il «futuro», o sono «risorse», oppure un «problema». In realtà i giovani sono un altro presente. La loro condizione piuttosto va, a mio parere, considerata secondo la metafora concreta dell’aurora, come emersione di un’identità e una realtà inedita, lungo un percorso nel quale ci si trova dinanzi ad alternative come quelle tra la conoscenza di sé e l’adattamento al mondo così com’è, tra il mantenersi fedeli al desiderio di felicità vera oppure il consegnarsi a suoi surrogati, tra l’aderire – in sintesi e in una immagine – con coraggio alla luce aurorale del primo mattino o consegnarsi alla paura e alla disperazione delle tenebre notturne. Se infatti si continua a guardare ai giovani con un sentimento di fondo come la paura si genera un autentico contagio: paura degli adulti per i giovani, sfiducia in essi, paure dei giovani verso il futuro, sfiducia in sé e negli adulti. Quando invece si sceglie di aderire al senso della propria esistenza, per quanto oscuro e incerto, con il coraggio della fiducia, si aprono scenari inaspettati e luminosi che ci portano a cogliere nei giovani l’incarnazione della «aurora ripetuta e mai pienamente riuscita, protesa verso il futuro», di cui parla la filosofa spagnola Zambrano.  Oltre la crisi: il dialogo nella speranza Ovviamente un quadro concettuale, rispetto alla crisi presente, non basta a trovare soluzioni, anzi molto spesso si finisce per rimanere bloccati e pietrificati, per effetto della disperazione. Tra le esperienze che possono farci, al contrario, attraversare la paura c’è senz’altro il dialogo. Con questo intendo la vera condivisione di un cammino in cui ciascuno vede nell’altro un valore reale e incarnato. Ci si narra, si ascolta davvero, si dà tempo, fiducia agli altri, si impara a vivere i conflitti, a portarli e così a superarli. Perciò esso non è solo un dire e lasciar dire, ma è intessuto di emozione, di compassione, di sguardi, di silenzio, di contemplazione, di cura, di tenerezza e, certo, anche di parole. Si cerca insieme e cercando si può essere attratti da un senso per la vita che sia capace di darci luce e ospitalità, che ci inviti a diventare davvero noi stessi. Allora dialogare si trasforma in imparare a sperare, a svolgere il sogno di una vita riuscita e non a rinnegarlo per paura o a dimenticarlo. Se non è vero che «i giovani sono il futuro», ma sono il presente, si può però anche dire che essi contribuiscono a generare il futuro, poiché rinnovano il volto di una società, nel momento in cui glielo si permette. E questo è solo uno degli insegnamenti che con abbondanza e ricchezza scaturiscono dagli scritti di Etty; ripercorrendo le tracce del suo cammino impareremo ad assaporare tutta la bellezza della vita, sempre memore del senso che la intesse e che si manifesta, volta per volta, con modalità sorprendentemente differenti, perfino nei momenti di buio più cupo. Dal dialogo che inizialmente lei svolge tra sé e sé, nelle prime pagine del diario («devo affidare il mio animo represso a uno stupido foglio di carta a righe»),[2] passa alla condivisione di un percorso davvero comunitario e comunionale, in virtù dell’imparare a sperare insieme, che contagia positivamente anche le generazioni che si sono succedute alla sua epoca fino ad arrivare a noi. La vita è così curiosa e sorprendente e infinitamente piena di sfumature, a ogni curva del suo cammino si apre una vista del tutto diversa. La maggior parte delle persone ha nella propria testa delle idee stereotipate su questa vita, dobbiamo nel nostro intimo liberarci di tutto, di ogni idea esistente, parola d’ordine, sicurezza; dobbiamo avere il coraggio di abbandonare tutto, ogni norma e appiglio convenzionale, dobbiamo osare il gran salto nel cosmo, e allora, allora sì che la vita diventa infinitamente ricca e abbondante, anche nei suoi più profondi dolori.[3] Dialogare con lei è un modo per superare la crisi, già a partire dal nostro io più intimo, per compiere «il gran salto» che ci libera dalle consuete paure. In tale prospettiva gli educatori devono percepire e interpretare questo tipo di svolta per partecipare al cammino dei giovani in modo maieutico, credibile e liberante, altrimenti eludono o sprecano la grande ricchezza della relazione con le nuove generazioni e fanno mancare loro dei riferimenti essenziali per crescere come persone luminose. I giovani disposti a farsi «incontrare» dalla sua sensibilità e spiritualità, nel contempo, riceveranno in dono la rinuncia a escludere, a negare e a distruggere, acquisteranno come abitudine «il coraggio di guardare in faccia ogni dolore»,[4] premessa per giungere a una forma di vita e di convivenza libera dal dominio e da qualsiasi logica di violenza. Il coraggio di pronunciare il nome di Dio Il passaggio dalle tenebre alla luce aurorale nella biografia di Etty Hillesum è, secondo la mia interpretazione, ravvisabile nella svolta radicale che segue le primissime pagine del suo Diario, ancora totalmente autocentrate. La svolta non riguarda innanzitutto il fare, l’attivismo, le opere. Certo, dovrà giungere a tutto questo. Piuttosto la svolta consiste, in primo luogo, nel formarsi di una integrità sconosciuta nell’anima, di una interezza e di una elevazione a una semplicità nuova. Mi riferisco al suo incontro, personale e unico, con Dio, al suo coraggio di pronunciarlo finalmente senza esitazione né timore. Così, giorno per giorno, la sua esistenza diviene la testimonianza vissuta del consiglio rivolto da S. Paolo ai Filippesi: «Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi. La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti; e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù» (Fil 4, 4-7). Davvero il cammino da lei compiuto, e che cercheremo di ripercorrere, trasforma il suo essere in modo talmente radicale che ad una lettura superficiale si farebbe fatica a ritrovare la stessa ragazza dell’esordio del Diario nelle ultime pagine. Mi hai resa così ricca, mio Dio, lasciami anche dispensare agli altri a piene mani. La mia vita è diventata un colloquio ininterrotto con te, mio Dio, un unico grande colloquio. (…) A volte vorrei incidere delle piccole massime e storie appassionate, ma mi ritrovo prontamente con una parola sola: Dio, e questa parola contiene tutto e allora non ho più bisogno di dire quelle altre cose.[5] Ciò che permette l’utilizzo del termine Dio è riconoscibile quindi nella maturazione interiore e personale, grazie alla quale tale parola cessa di essere un termine, o ancora meglio, un concetto astratto, per divenire finalmente nome. Seguendo le sue tracce si comprende come la fede però non sia solo un sentimento dell’anima umana, ma soprattutto l’ingresso dell’uomo nella realtà, nella sua totalità. Questa è per Etty una semplice constatazione, ma si intravede la contraddizione che in essa si cela rispetto all’abituale modo di pensare. Seguire il suo percorso è rispondere ad un invito a percorrere tappe verso la «pace futura» che però nasce innanzitutto nel nostro intimo, prima di poterla scoprire nel mondo esterno. Perciò mettersi sulle sue tracce significa ripartire da una nuova spiritualità, imparando a dialogare non più solo con sé, ma ripartendo dal colloquio con Dio, per incontrare infine, in modo rinnovato, ogni altro. Questo perché certamente, per lei, la fede non investe solo il sentire umano, non è solamente legata alla sfera intima e personale, ma implica un rapporto responsabile con il reale. Vorrei trovarmi in tutti i campi che sono sparsi per tutta l’Europa, vorrei essere su tutti i fronti; io non voglio per così dire «stare al sicuro», voglio esserci, voglio che ci sia un po’ di fratellanza tra tutti questi cosiddetti «nemici» dovunque io mi trovi, voglio capire quel che capita; e vorrei che tutti coloro che riuscirò a raggiungere – so che sono in grado di raggiungerli, fammi guarire, mio Dio – possano capire questi avvenimenti come li capisco io.[6] È come dire che il primo coraggio sta nel pronunciare la parola Dio e successivamente ripetere questa decisione di nominare il Tu eterno declinandola nella nostra quotidianità, così come riaccade ogni giorno l’alba, attraverso scelte, frutto di comprensione reale, che rivelano il valore e il senso che per noi possiede la relazione con Lui. La speranza pertanto che muove il mio scrivere è rivolta ai giovani, al loro essere nascente e costantemente aurorale, alla loro sensibilità spesso costretta entro schemi costruiti dagli adulti, alla loro insaziabile fame di felicità, perché dalla testimonianza di Etty Hillesum riescano a trarre svolte innanzitutto spirituali, ciascuno a suo modo nel rispetto dell’unicità personale, che permettano loro di pronunciare, alla fine del percorso compiuto insieme, quanto confidato da Jopie, una cara amica di Etty, il giorno della partenza di quest’ultima per Auschwitz: «ed eccomi qua, certo un po’ triste per qualcosa che si è perduto eppure no, perché un’amicizia come la sua non è mai perduta, c’è e rimane».[7]

[1] M. Zambrano, Persona e democrazia. La storia sacrificale, Bruno Mondadori, Milano 2000, pp. 28-29. [2] E. Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi edizioni, Milano 2005, p. 23. [3] Ibidem, p. 158. [4] Ibidem, p. 233. [5] Ibidem, pp. 253-254. [6] Ibidem, p. 228. [7] Ibidem, p. 259.

Publié dans:SPIRITUALITÃ |on 18 février, 2016 |Pas de commentaires »

GIOVANNI PAOLO II – “LA CARITÀ NON TIENE CONTO DEL MALE RICEVUTO” (1 COR 13,5)

 http://www.collevalenza.it/Riviste/2001/Riv0301/Riv0301_02.htm

GIOVANNI PAOLO II – “LA CARITÀ NON TIENE CONTO DEL MALE RICEVUTO” (1 COR 13,5)

Dal Vaticano, 7 Gennaio 2001 Messaggio di Sua Santità Giovanni Paolo II per la Qauresima 2001

La Quaresima, pertanto, rappresenta per i credenti l’occasione propizia di una profonda revisione di vità. L’unica via della pace è il perdono. Accettare e donare il perdono rende possibile una nuova qualità di rapporti tra gli uomini, interrompe la spirale dell’odio e della vendetta e spezza le catene del male, che avvincono il cuore dei credenti. Un cuore riconciliato con Dio e con il prossimo è un cuore generoso 1. “Ecco, noi saliamo a Gerusalemme” (Mc 10, 33). Con queste parole il Signore invita i discepoli a percorrere con Lui il cammino che dalla Galilea conduce al luogo dove si consumerà la sua missione redentrice. Questo cammino verso Gerusalemme, che gli Evangelisti presentano come il coronamento dell’itinerario terreno di Gesù, costituisce il modello della vita del cristiano, impegnato a seguire il Maestro sulla via della Croce. Anche agli uomini e alle donne di oggi Cristo rivolge l’invito a “salire a Gerusalemme”. Lo rivolge con forza particolare in Quaresima, tempo favorevole per convertirsi e ritrovare la piena comunione con Lui, partecipando intimamente al mistero della sua morte e risurrezione. La Quaresima, pertanto, rappresenta per i credenti l’occasione propizia di una profonda revisione di vita. Nel mondo contemporaneo, accanto a generosi testimoni del Vangelo, non mancano battezzati che, dinanzi all’esigente appello ad intraprendere la “salita verso Gerusalemme”, assumono un atteggiamento di sorda resistenza ed a volte anche di aperta ribellione. Sono situazioni in cui l’esperienza della preghiera è vissuta in modo piuttosto superficiale, così che la parola di Dio non incide nell’esistenza. Lo stesso Sacramento della Penitenza è ritenuto da molti insignificante e la Celebrazione eucaristica domenicale soltanto un dovere da assolvere. Come accogliere l’invito alla conversione che Gesù ci rivolge anche in questa Quaresima? Come realizzare un serio cambiamento di vita? Occorre innanzitutto aprire il cuore ai toccanti messaggi della liturgia. Il periodo che prepara alla Pasqua rappresenta un provvidenziale dono del Signore ed una preziosa possibilità per avvicinarsi a Lui, rientrando in se stessi e mettendosi in ascolto dei suoi interiori suggerimenti. 2. Ci sono cristiani che pensano di poter fare a meno di tale costante sforzo spirituale, perché non avvertono l’urgenza di confrontarsi con la verità del Vangelo. Essi tentano di svuotare e rendere innocue, perché non turbino il loro modo di vivere, parole come: “Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano” (Lc 6, 27). Tali parole, per queste persone, risuonano quanto mai difficili da accettare e da tradurre in coerenti comportamenti di vita. Sono infatti parole che, se prese sul serio, obbligano ad una radicale conversione. Invece, quando si è offesi e feriti, si è tentati di cedere ai meccanismi psicologici dell’autocompassione e della rivalsa, ignorando l’invito di Gesù ad amare il proprio nemico. Eppure le vicende umane d’ogni giorno mettono in luce, con grande evidenza, quanto il perdono e la riconciliazione siano irrinunciabili per porre in essere un reale rinnovamento personale e sociale. Questo vale nelle relazioni interpersonali, ma anche nei rapporti fra comunità e fra nazioni. 3. I numerosi e tragici conflitti che dilaniano l’umanità, scaturiti talvolta anche da malintesi motivi religiosi, hanno scavato solchi di odio e di violenza tra popoli e popoli. A volte, questo avviene anche tra gruppi e fazioni all’interno di una stessa nazione. Si assiste infatti talora, con un doloroso senso di impotenza, al riaffiorare di lotte che si credevano definitivamente sopite e si ha l’impressione che alcuni popoli siano coinvolti in una spirale di violenza inarrestabile, che continuerà a mietere vittime e vittime, senza una concreta prospettiva di soluzione. E gli auspici di pace, che si levano da ogni parte del mondo, risultano inefficaci: l’impegno necessario per avviare verso la desiderata concordia non riesce ad affermarsi. Di fronte a questo inquietante scenario, i cristiani non possono restare indifferenti. E’ per questo che, nell’Anno giubilare appena concluso, mi sono fatto voce della richiesta di perdono della Chiesa a Dio per i peccati dei suoi figli. Siamo ben consapevoli che le colpe dei cristiani ne hanno purtroppo offuscato il volto immacolato, ma, confidando nell’amore misericordioso di Dio che non tiene conto del male in vista del pentimento, sappiamo anche di poter continuamente riprendere fiduciosi il cammino. L’amore di Dio trova la sua espressione più alta proprio quando l’uomo, peccatore e ingrato, viene riammesso alla piena comunione con Lui. In quest’ottica, la “purificazione della memoria” costituisce soprattutto la rinnovata confessione della misericordia divina, una confessione che la Chiesa, ai suoi diversi livelli, è chiamata ogni volta a fare propria con rinnovata convinzione. 4. L’unica via della pace è il perdono. Accettare e donare il perdono rende possibile una nuova qualità di rapporti tra gli uomini, interrompe la spirale dell’odio e della vendetta e spezza le catene del male, che avvincono il cuore dei contendenti. Per le nazioni in cerca di riconciliazione e per quanti auspicano una coesistenza pacifica tra individui e popoli, non c’è altra via che questa: il perdono ricevuto ed offerto. Quanto ricche di salutari insegnamenti risuonano le parole del Signore: “Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti” (Mt 5, 44-45)! Amare chi ci ha offesi disarma l’avversario e può trasformare in un luogo di solidale cooperazione anche un campo di battaglia. E’ una sfida, questa, che concerne le singole persone, ma anche le comunità, i popoli e l’intera umanità. Interessa, in modo speciale, le famiglie. Non è facile convertirsi al perdono ed alla riconciliazione. Riconciliarsi può già apparire problematico quando all’origine c’è una propria colpa. Se poi la colpa è dell’altro, riconciliarsi può essere visto addirittura come irragionevole umiliazione. Per fare un simile passo è necessario un cammino di interiore conversione; occorre il coraggio dell’umile obbedienza al comando di Gesù. La sua parola non lascia dubbi: non solo chi provoca l’inimicizia, ma anche chi la subisce deve cercare la riconciliazione (cfr Mt 5, 23-24). Il cristiano deve fare la pace anche quando si sente vittima di chi l’ha ingiustamente offeso e percosso. Il Signore stesso ha agito così. Egli attende che il discepolo lo segua, cooperando in tal modo alla redenzione del fratello. In questo nostro tempo, il perdono appare sempre più come dimensione necessaria per un autentico rinnovamento sociale e per il consolidarsi della pace nel mondo. La Chiesa, annunciando il perdono e l’amore per i nemici, è consapevole di immettere nel patrimonio spirituale dell’intera umanità un modo nuovo di rapportarsi agli altri; un modo certo faticoso, ma ricco di speranza. In questo essa sa di poter contare sull’aiuto del Signore, che mai abbandona chi a Lui ricorre nelle difficoltà. 5. “La carità non tiene conto del male ricevuto” (1 Cor 13,5). In questa espressione della prima Lettera ai Corinti, l’apostolo Paolo ricorda che il perdono è una delle forme più elevate dell’esercizio della carità. Il periodo quaresimale rappresenta un tempo propizio per meglio approfondire la portata di questa verità. Mediante il Sacramento della riconciliazione, il Padre ci dona in Cristo il suo perdono e questo ci spinge a vivere nella carità, considerando l’altro non come un nemico, ma come un fratello. Possa questo tempo di penitenza e di riconciliazione incoraggiare i credenti a pensare e ad operare nel segno di una carità autentica, aperta a tutte le dimensioni dell’uomo. Questo atteggiamento interiore li condurrà a portare i frutti dello Spirito (cfr Gal 5, 22) e ad offrire con cuore nuovo l’aiuto materiale a chi è nel bisogno. Un cuore riconciliato con Dio e con il prossimo è un cuore generoso. Nei giorni sacri della Quaresima la ‘colletta’ assume un significativo valore, perché non si tratta di donare qualcosa del superfluo per tranquillizzare la propria coscienza, ma di farsi carico con sollecitudine solidale della miseria presente nel mondo. Considerare il volto dolorante e le condizioni di sofferenza di tanti fratelli e sorelle non può non spingere a condividere almeno parte dei propri beni con chi è in difficoltà. E l’offerta quaresimale risulta ancor più ricca di valore, se chi la compie si è liberato dal risentimento e dall’indifferenza, ostacoli che tengono lontani dalla comunione con Dio e con i fratelli. Il mondo attende dai cristiani una coerente testimonianza di comunione e di solidarietà. Sono al riguardo quanto mai illuminanti le parole dell’apostolo Giovanni: “Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l’amore di Dio?” (1 Gv 3, 17). Fratelli e Sorelle! San Giovanni Crisostomo, commentando l’insegnamento del Signore sul cammino verso Gerusalemme, ricorda che Cristo non lascia i discepoli ignari delle lotte e dei sacrifici che li attendono. Egli sottolinea che rinunciare al proprio ‘io’ è difficile, ma non impossibile quando si può contare sull’aiuto di Dio a noi concesso “mediante la comunione con la persona di Cristo” (PG 58, 619 s). Ecco perché, in questa Quaresima, desidero invitare tutti i credenti ad un’ardente e fiduciosa preghiera al Signore, perché conceda a ciascuno di fare una rinnovata esperienza della sua misericordia. Solo questo dono ci aiuterà ad accogliere e vivere in modo sempre più gioioso e generoso la carità di Cristo, che “non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità” (1 Cor 13, 5-6). Con questi sentimenti invoco la protezione della Madre della Misericordia sul cammino quaresimale dell’intera Comunità dei credenti e di cuore imparto a ciascuno la Benedizione Apostolica.

 

St. Francis Contemporary icons Mary Jane Miller,

St. Francis Contemporary icons Mary Jane Miller, dans immagini sacre 41edb63d7fe717d3b7e1ec1a6991fb4c

https://it.pinterest.com/pin/432978951649863121/

Publié dans:immagini sacre |on 17 février, 2016 |Pas de commentaires »

DALLA “LETTERA AI FEDELI” DI SAN FRANCESCO DI ASSISI

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20020127_lettera-fedeli_it.html

DALLA “LETTERA AI FEDELI” DI SAN FRANCESCO DI ASSISI

A cura della Pontificia Facoltà “San Bonaventura” (Seraphicum).

« Coloro che non vogliono gustare quanto sia soave il Signore (Sal 33,8) e preferiscono le tenebre alla luce (Gv 3,19); non volendo osservare i comandamenti di Dio, sono maledetti; di questi dice il profeta: Maledetti coloro che si allontanano dai tuoi comandamenti (Sal 118,21).Invece, come sono beati e benedetti quelli che amano il Signore e fanno così come dice lo stesso Signore nel Vangelo: Ama il Signore Dio tuo, con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, e il prossimo tuo come te stesso (Mt 22,37). Amiamo dunque Dio e adoriamolo con purità di cuore e di mente poiché egli sopra ogni altra cosa esigendo questo, dice: I veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità (Gv 4,23). Tutti infatti coloro che lo adorano, bisogna che lo adorino in spirito e verità (Gv 4,24).E lodiamolo e preghiamolo giorno e notte dicendo: Padre nostro, che sei nei cieli, poiché bisogna pregare sempre senza stancarsi (Lc 18,1). Dobbiamo poi confessare al sacerdote tutti i nostri peccati e ricevere da lui il corpo e il sangue del Signor nostro Gesù Cristo. Chi non mangia la sua carne e non beve il suo sangue non può entrare nel regno di Dio (Cfr. Gv 6,54).Tuttavia lo deve mangiare e bere degnamente, poiché chi indegnamente lo riceve, mangia e beve la sua condanna (1Cor 11,29), non riconoscendo il corpo del Signore, cioè non distinguendolo dagli altri cibi.Facciamo, inoltre, frutti degni di penitenza (Lc 3,8). E amiamo il prossimo come noi stessi; e se uno non vuole o non può amarlo come se stesso,almeno non gli faccia del male, ma gli faccia del bene. Coloro poi che hanno ricevuto la potestà di giudicare gli altri, esercitino il giudizio con misericordia, così come essi stessi vogliono ottenere misericordia dal Signore. Il giudizio infatti sarà senza misericordia per chi non ha usato misericordia (Gc 2,13). Abbiamo perciò carità e umiltà, e facciamo elemosine, poiché esse lavano l’anima dalla bruttura dei peccati (Cfr Tb 4,11). Gli uomini infatti perdono tutte le cose che lasciano in questo mondo; ma portano con sé la ricompensa della carità e le elemosine che hanno fatto e di cui avranno dal Signore il premio e la degna ricompensa. »

Preghiera Onnipotente, eterno, giusto e misericordioso Iddio concedi a noi miseri di fare, per tua grazia, ciò che sappiamo che tu vuoi, e di volere sempre ciò che ti piace, affinché interiormente purificati, interiormente illuminati e accesi dal fuoco dello Spirito Santo, possiamo seguire le orme del Figlio tuo, il Signor nostro Gesù Cristo e a te, o Altissimo, giungere con l’aiuto della tua sola grazia. Tu che vivi e regni glorioso nella Trinità perfetta e nella semplice Unità, Dio onnipotente per tutti i secoli dei secoli. Amen.

 

VERAMENTE TU SEI UN DIO NASCOSTO

http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=2948

VERAMENTE TU SEI UN DIO NASCOSTO

Compito del teologo non è di aumentare il numero della affermazioni e delle conoscenze, ma saper negare, facendosi quasi garante dell’insufficienza di ogni ragionamento, di ogni esperienza, di ogni percezione. Occorre compiere un’opera di purificazione delle immagini divine. Dio è al di là di ogni immagine. Il silenzio conosce mille volti, può essere ignorante, ascetico, penitenziale, meravigliato, mortificante, amoroso, ambiguo. Nella teologia si possono distinguere tre forme principali: il silenzio che fa tacere su-Dio, forma privilegiata per non dire ciò che si vuole dire (Is 45,15: «In verità, tu sei il Dio nascosto»), il silenzio con-Dio, tensione della comunicazione orante (Sal 27,7: «Sta in silenzio davanti al Signore e spera in lui») e il silenzio di Dio, in cui egli si ritira e sembra abbandonarci (Sal 28,1: «Non restare in silenzio mio Dio»). Il primo fa dire “non so” e riguarda la conoscenza, il secondo fa dire “non riesco” e anima la preghiera, il terzo fa gridare “non ci sei!” e angoscia l’esistenza. I primi due possono perciò essere interpretati come santi, mentre il terzo è tenebroso e può frantumare la fede. Poiché ho già considerato il terzo in un precedente articolo (cf. Settimana 16 marzo 2003), vorrei qui soffermarmi sul primo, lasciando ad un eventuale approfondimento il secondo. Per silenzio intendo qui il limite conoscitivo, il Deus absconditus, tema dai molti aspetti che attraversa la storia del pensiero. I teologi danno a volte l’impressione di non amare molto il tema del silenzio, preferendo isolarlo oppure relegarlo nell’ambito della mistica e della spiritualità. La nostra cultura dà molta importanza alla parole, alle immagini e alle azioni, eppure ognuno di questi campi ha un suo limite. Chi non conosce la fatica di trovare le parole giuste, di interpretare e difendersi da un’immagine invadente, di produrre un’azione compiuta che raggiunga il suo scopo? Le parole, le immagini e le azioni, che non si vogliono certo sminuire, costituiscono, inoltre, un terreno di potenza. Se è vero che solo pochi uomini possono contare su un numero adeguato di vocaboli con cui sapersi esprimere, su una visione che catturi l’oggetto o su un patrimonio di gesti in grado di imporsi, il silenzio è la ricchezza di tutti. È sempre lì, disponibile, innocente, patrimonio del povero e dell’indigente. La tradizione apofatica Nei detti dei padri si racconta che alcuni monaci navigavano sul Nilo per andare a trovare il famoso padre del deserto Antonio. Un vecchio a loro sconosciuto li accompagnò nel loro viaggio. Questi monaci, per passare con profitto il tempo, cominciarono a predicare a turno, raccontandosi i detti dei santi ed edificandosi a vicenda con ammonimenti spirituali tratti dalla Scrittura. Il vecchio, invece, guardava l’acqua del fiume e restava in silenzio. Giunti a destinazione, il padre Antonio si rivolse al vecchio dicendogli se aveva avuto una buona compagnia durante il viaggio. Al che il vecchio finalmente aprì bocca e disse: «Sono buoni, sì, ma il loro cortile è senza cancello, chiunque può entrare nella stalla e portarsi via l’asino». E disse questo perché buttavano fuori tutto quello che veniva sulla loro lingua. In un’epoca contrassegnata dalle grandi dispute teologiche in Oriente con riflessioni cavillose (il bizantinismo) e dai grandi passaggi commerciali fra le due parti dell’impero, il monachesimo cristiano eleva a simbolo il deserto, l’immersione nel religioso silenzio, metodo di preghiera e scelta teologica. Il tema lo si trova spesso sulla bocca dei monaci. Barsanuffio ironizza contro la teologia verbosa, scrivendo: «A riguardo della parola, quando ti vedrai diventato quasi-teologo, sappi che il silenzio è più meraviglioso e più gioioso della teologia». Isacco il Siro consiglia invece: «Ama il silenzio più di tutto, poiché esso ti avvicina al frutto: la lingua infatti è impotente a spiegarlo. Prima di tutto, costringiamoci a tacere, e allora dal silenzio nasce in noi qualcosa che ci conduce al silenzio stesso. Dio ti conceda di percepire qualcosa di ciò che nasce dal silenzio. Se cominci con questo modo di agire, io non so dirti quale luce sorgerà in te da questo». Questa soluzione sta alla base di quella corrente teologica nota come apofatica – dal greco apóphemi, che vuol dire “negare” – ed è quindi nota anche come via negativa. Secondo questa teologia nessuna parola, nessuna immagine e nessun fare possono essere in grado di comprendere ed esprimere il divino. L’esito è il riconoscimento del silenzio come via perfetta per accostarsi al trascendente. In molti autori esso confluisce in un silenzio mistico che non è il vuoto assoluto, non sbarra ogni porta comunicativa, ma una via che apre spazi inesplorati. Se Dio è il silenzio è nel silenzio che lo si incontra. La corrente apofatica non può essere ridotta ad un unico paradigma. Presente già nella filosofia indiana delle Upanishad, essa attraversa la filosofia greca più arcaica per giungere al neoplatonismo plotiniano. In rapporto al mistero divino, il suo nucleo può essere trovato in un passaggio del Parmenide di Platone: «L’Uno né è uno né è» (141e). Ne consegue il fallimento di ogni percorso intellettivo, discorsivo, visivo. Il suo maggior esponente greco fu però Plotino († 270) che, pur presentandosi come un commentatore di Platone, compie un passaggio ulteriore sostenendo l’assoluta trascendenza dell’Uno, che è oltre l’essere stesso (me-ontologia). Per questo è inconoscibile e impronunciabile. Plotino si accorge della contraddizione perché, in effetti, sta parlando di ciò di cui dice che non si può parlare; riporta allora un’altra frase che percorrerà la corrente apofatica: «Diciamo ciò che non è e non ciò che è» (Enneadi, V, 3, 14). I padri cristiani hanno praticato una teologia positiva, partendo dall’assunto che l’absconditus è divenuto il revelatus in Cristo; tuttavia non dimenticano di sottolineare i limiti della conoscenza e dunque lo spazio da dare al silenzio. Ignazio di Antiochia, uno dei primi apologisti, nella Lettera ai Magnesi definisce il Cristo «la Parola uscita dal silenzio», precisando però nella lettera agli Efesini che «chi possiede il Cristo deve anche possedere il suo silenzio». La grande autocomunicazione che in Cristo si fa parola, non lascia quindi svanire la dimensione silente del mistero. C’è sempre un lato oscuro che impedisce di possedere completamente l’oggetto. Ragione e rivelazione hanno entrambe un limite invalicabile, una frontiera oltre la quale non possono andare. Efrem Siro denuncia «la stoltezza di chi si lambicca il cervello intorno a Dio». La linea apofatica dei padri si rafforza soprattutto in reazione all’ariano Eunomio che era addirittura giunto a sostenere: «Dio non conosce il proprio essere meglio di quanto lo conosciamo noi e la sua essenza non gli è più manifesta di quanto lo sia a noi». Giovanni Crisostomo risponde con dodici omelie cui dà il titolo Sulla incomprensibilità di Dio, ma sono i cappadoci ad opporsi a Eunomio, sostenendo l’inconoscibilità della natura divina e l’inadeguatezza di ogni discorso teologico. Rifacendosi all’episodio di Mosè sull’Oreb, Gregorio di Nissa dice che Dio può essere visto solo «di spalle» e quando è già passato oltre. La natura divina supera ogni presa del pensiero, comprenderla non è alla portata dell’uomo e un metodo per accedervi non è stato ancora trovato. Giovanni Damasceno si preoccupa di dire che questa inconoscibilità non significa che Dio non esista, ma perché l’essenza divina è al di sopra dell’essere e, dunque, al di sopra della conoscenza. Damasceno sposta il problema sul piano trinitario ricordando il fallimento delle immagini e afferma che ogni tentativo di voler rappresentare il mistero trinitario con delle figure costituisce un errore. Le tenebre luminose È quasi impossibile affrontare tali argomenti senza accennare all’Areopagita, protagonista esemplare e influente dell’anima silenziosa e contemplativa della teologia cristiana. Di lui si sa molto poco, alcuni lo identificavano con Dionigi membro dell’Areopago di cui parla At 17,34, altri con il primo vescovo di Parigi del III secolo, altri ancora con un monaco siriano del VI secolo. Quest’ultima ipotesi sembra la più verosimile anche perché le opere risalgono a questo periodo, ma il vero autore porta con sé il destino di quella teologia di cui si fa maggior interprete e resta contrassegnato dal nome anonimo di Pseudo-Dionigi. Dionigi distingue due teologie: catabatica, che procede per affermazioni, e apofatica che procede per negazioni. La prima ritiene il linguaggio capace di esprimere la verità divina e porta ad elaborare una serie di proposizioni dottrinali, la seconda ritiene invece che Dio è «in una divina oscurità», in «luoghi inaccessibili» che escludono la possibilità di dare nomi a Dio: nessun concetto umano può raffigurarlo e nessun termine è in grado di esprimerlo. L’unico processo autorizzato è la negazione, così sintetizzato nella Teologia mistica: Dio non è né materia né corpo, né figura né forma, né qualità né massa; né anima né intelligenza, né grandezza, né piccolezza, né uguaglianza, né ineguaglianza, né somiglianza, né dissomiglianza; non rimane immobile né si muove. La sua natura schiva ogni conoscenza, «nessuno la conosce quale è; sfugge a ogni ragionamento, a ogni sapere; non è né tenebra, né luce, né errore, né verità; di essa non si può assolutamente nulla affermare e nulla negare». Il ragionamento di Dionigi è apparentemente complicato, perché egli parte da una constatazione intuibile: il conoscere e il dire dell’uomo si fondano sull’esperienza di tutto ciò che esiste, ma Dio non è fra le cose che “esistono”, egli è oltre, per raggiungerlo bisogna superare tutte le esistenze e dunque riconoscere l’ignoto. Solo chi vive in uno stato totale di ignoranza (agnosìa) e dice di non sapere sa veramente, la trascendenza è assoluta ed è più facile intuire l’assenza che la presenza. Ancora nella Teologia mistica, Dionigi giunge a sostenere che Dio non-esiste, che è il Nulla, il non-essere: «Se capita che, vedendo Dio, si commenta ciò che si vede, è perché non si è visto Dio stesso, ma qualcuna di quelle cose conoscibili che a lui devono l’essere. Perché in sé egli sorpassa ogni intelligenza e ogni essenza». Trovandosi al di là di ogni affermazione o negazione, la teologia apofatica non è però in conflitto con la teologia catabatica, ha persino bisogno della seconda perché deve negare tutto ciò che essa afferma. Una teologia assolutamente negativa sarebbe, inoltre, una contraddizione, perché, se non si può affermare, non si può neanche negare, per cui le due teologie si sostengono. Tuttavia per Dionigi la via catafatica è imperfetta, mentre quella apofatica è più vicina alla verità. A questo scopo egli insiste sull’estrema limitatezza del linguaggio: «Ogni attributo può essere predicato di lui e tuttavia egli non è nessuno di essi». Il teologo apofatico deve semplicemente dire che «non sa». Dionigi parla del Dio cristiano e questa caratteristica lo allontana dai neoplatonici; ciononostante, anche la conoscenza della fede in Gesù Cristo, non dà all’uomo la possibilità di esaurire la conoscenza. La vera conclusione dell’itinerario è l’ingresso nel silenzio mistico. Il silenzio su-Dio diventa la porta del silenzio in-Dio e apre gli spazi della comunione. Non si può quindi sostenere che Dionigi sia un apofatico in senso radicale. Rimossi tutti gli schermi, il credente è pronto ad entrare nella tenebrosa luce della contemplazione e dell’adorazione.  Una corrente continua Può apparire strano, ma anche Tommaso d’Aquino, il più grande protagonista di una teologia positiva, non solo subisce l’influenza di Dionigi, ma tematizza l’Ignotus che fonda sull’inesauribilità della natura divina e sulla sproporzione tra il conoscente umano (finito) e il conosciuto divino (infinito). Lo conferma un suo leit motif che troviamo nel commento al primo capitolo della lettera ai Romani: «C’è una cosa riguardo a Dio che resterà a noi sconosciuta, quella di sapere ciò che Dio è». Lo dice anche nella Summa: «A proposito di Dio non possiamo sapere che cosa egli sia, ma che cosa non sia (De Dio scire non possumus quid sit, sed quid non sit». Ogni percorso è difettoso e per questo, secondo Tommaso, l’uomo ha bisogno della rivelazione, cioè che sia Dio stesso a comunicarsi. Tuttavia, anche seguendo questa via, non si raggiunge il possesso dell’oggetto. Conosciuta una cosa, rimane l’impegnativo compito di determinare che cosa sia e questo non ci è dato. Tommaso accoglie quindi il principio della teologia negativa che porta a confessare: «Noi non conosciamo l’essere divino in se stesso (Intellectus autem noster non potest ipsam Dei essentiam cognoscere secundum quod id est»). L’aquinate ridimensiona però l’apofatismo quando sostiene la plausibilità di una teologia affermativa che ci fa conoscere e parlare di Dio. Sostenere il contrario sarebbe stolto. Per farlo, oltre naturalmente alla rivelazione, valorizza il metodo analogico per cui la dissomiglianza è anche somiglianza che si raggiunge per via di eminenza. Tuttavia anche l’analogia, quando è correttamente intesa, comprende in sé il momento negativo e la conoscenza di Dio non è mai totalizzante. Tommaso valorizza una teologia del silenzio, scrivendo nel trattato su Boezio: «Dio si onora col silenzio non perché per niente si parli o si indaghi su di lui, ma perché prendiamo coscienza che rimaniamo sempre al di qua di una sua comprensione adeguata». Nella sua biografia si racconta l’episodio che, prossimo alla morte, avesse chiesto al segretario di bruciare tutte le sue opere perché non erano che «paglia» di fronte al mistero divino. Storia o leggenda, dimostra che l’atteggiamento apofatico non era assente nemmeno nel più grande rappresentante della scolastica. Il magistero ecclesiastico non è stato meno accorto. Il Lateranense IV (1215) parla di una dissomiglianza sempre maggiore della somiglianza (DS 806) e il Vaticano I, il concilio che, nella Dei Filius, ha insegnato che Dio può essere conosciuto mediante le cose create, relativizza persino la conoscenza che si può ottenere tramite la rivelazione: «I misteri divini, per loro intrinseca natura, sorpassano talmente l’intelligenza creata che, anche se trasmessi per divina rivelazione e ricevuti mediante la fede, rimangono avvolti nel velo della fede e avvolti in una caligine, fino a quando, in questa vita mortale, siamo in esilio, lontano dal Signore, camminiamo nella fede e non ancora in visione» (DS 3004). Intento conciliare è di porsi a metà strada tra i razionalisti che con Gioberti († 1852) sostenevano che Dio è il primum intellectum, immediatamente intuibile dalla ragione, e i fideisti che con Lammenais († 1854) affermavano invece l’unica via possibile della rivelazione. La Dei Verbum è su questa linea quando dice che la Bibbia non elimina l’aspetto incomunicabile di Dio che rimane il Deus absconditus anche nel libro sacro. Questo riproduce il mistero della condiscendenza divina per cui, pur restando in essa sempre intatta la verità e la santità di Dio, le sue parole «sono espresse con lingue umane, si sono fatte simili al parlare dell’uomo, come già il Verbo dell’eterno Padre, avendo assunto le debolezze dell’umana natura, si fece simile all’uomo» (n. 13).  Mistero inesauribile Proviamo a tracciare alcune conseguenze pratiche di tutte queste considerazioni. Dire che Dio è mistero (da myein = chiudere la bocca), esprime una grande verità e porta a precisare la nostra posizione davanti a lui: «Sto in silenzio, non apro bocca perché sei tu che agisci» (Sal 39,10), «sta in silenzio davanti al Signore e spera in lui» (Sal 37,7). Su Dio non si può dire tutto, egli non dice tutto, la fede non cammina nell’evidenza, fa vedere ma «confusamente» (1Cor 13,12). Dio abita nel chiaroscuro, sta dentro e al tempo stesso fuori della storia, semina in essa le sue tracce, ma non si identifica con essa. È venuto, ma è oggetto di speranza, è il vicinissimo e l’altissimo, colui che si concede e che si allontana, il comunicatore e l’incomunicabile, il rivelato e lo sconosciuto, la parola e il silenzio. Non sarà mai possibile nutrire la pretesa di afferrarlo e, quando pensiamo di averlo fatto, ci sfugge. Assomiglia all’essere heideggeriano che si nasconde, svela, si ritira, rifugge e viene. Il Dio di Heidegger è più cristiano del Dio di Hegel. Non si tratta del mistero-ricatto con cui mortificare le obiezioni della ragione, ma un mistero che rispetta l’originalità della natura divina. A. Nesti nel suo libro il silenzio come altrove, cita questo bel testo di Giovanni il solitario che, ponendo in dialettica voce, parola e silenzio, prega con un senso di nostalgia: «Fino a quando sarò nel mondo della voce e non nel mondo della parola? perché quanto è visibile, è voce e con voce è detto, ma il mondo che non è visibile non è affatto voce, cosicché non è possibile che la voce dica il suo mistero? Fino a quando diverrò parola nella percezione delle cose nascoste? Quando sarò innalzato al silenzio vicino a ciò che non rendono presente voce e parola? Verso il silenzio tende infatti l’anima quando si sia spogliata di quanto è visibile e si sia mossa nelle cose nascoste e abbia meritato le rivelazioni, quelle su cui non è possibile alla natura dei suoi sensi produrre una parola di voce». La comunicazione teologica dovrebbe un poco tornare a riscoprire questa sua anima silenziosa, evocando l’impotenza, la fatica del cercare, la fragilità delle convinzioni, la necessità di fare insieme, collaborando anche con altri spazi conoscitivi. A volte diamo l’impressione di averlo dimenticato, si scrivono teologie solari, dimenticando che il Verbo splende tra le tenebre (Gv 1,5). Il compimento della parola cristologica, centro e vertice della rivelazione, non elimina la penombra, Gesù stesso ha vissuto il silenzio del Padre scendendo nell’abisso della croce. «È per questo – scrive Bruno Forte – che l’accoglienza della Parola è dinamismo, che deve continuamente trascendersi: se essa è ascolto del silenzio, da cui la Parola procede, in cui riposa e a cui rinvia, l’insondabile profondità di questo divino silenzio motiva l’inesauribile ricerca che attraverso il Verbo tende ad andare al di là del Verbo». Compito del teologo non è quello di aumentare a dismisura il numero della affermazioni e delle conoscenze, ma saper negare, facendosi quasi garante e custode dell’insufficienza di ogni ragionamento, di ogni esperienza, di ogni percezione. Egli diventa il guardiano del linguaggio, ridimensionando col silenzio tutti coloro che vogliono costruire una nuova torre dalla quale vantarsi di aver raggiunto l’indicibile. Di ciò si deve tenere conto anche nello sviluppo del dogma, nella consapevolezza che ogni suo progresso implica anche perdita. Ne è convinto Paul Evdokimov che scrive nel libro L’ortodossia: «Ogni affermazione umana è di per se stessa una negazione, perché non va mai fino in fondo, resta al di qua del pleroma; la sua fondamentale insufficienza la nega: «L’uomo non può vedermi e vivere» (Es 33,20) significa per san Gregorio Nisseno il pericolo mortale di limitare Dio con definizioni umane». Il non sapere viene anche imposto dalla tensione del tempo, tanto da poter affermare che è proprio la perdita della teologia del silenzio che ha fatto smarrire la spinta escatologica. Per la Scrittura, solo nell’eternità si vedrà Dio «così come egli è» (1Gv 3,2). Poiché il mistero attende il compimento, la conoscenza di Dio non è solo epifanica, in virtù di una rivelazione passata, ma è protesa in avanti, è promessa di un ad-ventus nel futurum. Dio resta, dunque, colui che viene, il sempre cercato e il mai posseduto. Un’altra conseguenza sarà quella di compiere un’opera di purificazione delle immagini divine. Non comprenderlo genera l’idolo, l’intolleranza, il fanatismo, le visione totalitarie, ma porta anche ad evitare la staticità, a moderare le visioni messianiche e gli ottimismi degli idealisti della storia. Una fede senza forze contrarie è più prossima all’illusione che alla verità. Non si tratta di distinguere immagini buone e immagini cattive, vera e falsa rappresentazione, ma dire che Dio è al di là di ogni immagine e che tutte le affermazioni su di lui possono essere deformanti e sono criticabili. Chiunque si lega in maniera unilaterale a un nome, una definizione, per quanto possano apparirgli buone e meritevoli, rischia di diventare o è un idolatra, perché si piega dinanzi a un Dio che si è creato da solo, nella profondità dei suoi pensieri e con l’arte delle sue parole. Le immagini sono importanti per superare l’astrazione, la rivelazione ci aiuta a fare discernimento (molto si dovrebbe dire sull’immagine dell’amore) ma si deve restare consapevoli che si tratta solo di strumenti. Chiedersi sempre: forse Dio non è come lo si pensa. «Cerchiamolo per trovarlo – scrive sant’Agostino –, cerchiamolo dopo averlo trovato. Che lo si cerchi per trovarlo, significa che è nascosto, che lo si cerchi dopo che lo si è trovato significa che è infinito [...] egli sazia chi lo cerca nella misura in cui lo comprende, e rende più capace chi lo trova perché cerchi ancora di essere ricolmato quando abbia incominciato a comprendere di più». Rivolto al popolo Mosè disse: «Fa’ silenzio e ascolta, Israele!» (Dt 27,9).

(Teologo Borèl) Novembre 2006 – autore: Giovanni Tangorra

Jacob’s struggle with the angel

Jacob's struggle with the angel dans immagini sacre Jacobs+struggle+with+the+angel-1600x1200-19255
http://www.art-wallpaper.com/19255/Rembrandt/Jacobs+struggle+with+the+angel?Width=1600&Height=1200

Publié dans:immagini sacre |on 16 février, 2016 |Pas de commentaires »
123456...9

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01